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Eolo
stelle lontane
Il Teatro ragazzi e la riforma Gelmini
Ospitiamo volentieri un contributo sull'argomento di Linda Eroli dell'Associazione 5T di Reggio Emilia

Come hanno reagito il mondo della scuola e quella del teatro alla riforma Gelmini?
Come 5 T ho cercato di monitorare in questo senso la realtà della nostra città. Purtroppo riuscire a costruire uno spaccato su Reggio Emilia è stato difficile fino all’inizio del 2010. Il mutamento di assetto della scuola ha rallentato prudenzialmente tutti i riscontri possibili. Molte scuole hanno dovuto capire se effettivamente c’erano le condizioni di poter uscire dalle mura dell’istituto.
Poi, sino ad oggi, ci siamo trovati a dover impegnare tutte le nostre risorse e il nostro tempo nella difesa di valori, principi e risultati più che nello studio di processi e nello sviluppo di strategie (purtroppo).
Nella nostra città la drastica riduzione di struttura e strumenti per la scuola è stata preceduta da un taglio verticale delle risorse destinate al teatro ragazzi che ha prodotto una riduzione della proposta di quasi il 50%. Si potrebbe dire quindi che le scelte locali di politica culturale per le giovani generazioni si sia sviluppata 'in armonia' con le strategie nazionali di investimento sulla scuola.
In questo quadro abbiamo orientato una selezione di spettacoli che prudenzialmente garantisse l’offerta per le scuole dell’infanzia e nidi (comunali e religiosi sono la maggioranza nella nostra provincia) in attesa di capire quali fossero gli assetti e i flussi per la scuola primaria e secondaria (investite direttamente dalla 'riforma'). Possiamo dire che le strategie adottate sono state buone e alla luce di un impoverimento (numerico) della proposta, gli esiti e il consenso sono stati alti. Si è trattato tuttavia di una forte tenuta delle scuole non statali. La scuola primaria ha subito una flessione altissima nelle adesioni e anche la scuola media ha avvertito un calo.
Un indice interessante però ce lo fornisce la provincia dove i comuni in cui programmiamo hanno scelto di non diminuire la proposta, ma di lavorare preventivamente con la scuola al fine di conservare il patrimonio di esperienza costruito. La risposta del pubblico è stata buona, con una flessione assolutamente limitata. Il contesto comunitario in cui la scuola si colloca ha avuto quindi una funzione fondamentale. Questo ci spinge ad un analisi a diversi livelli. Innanzi tutto registriamo ormai da molto tempo un senso di disagio da parte della scuola che trova radici precedenti agli ultimi interventi ministeriali.
Si è resa sempre più evidente una difficoltà diffusa da parte dei docenti a sostenere scelte culturali, curiosità e percorsi che uscissero dai binari stretti del 'programma'. Una solitudine dell’insegnate che ora emerge in modo evidente e che necessità di strumenti e di una rete solidale/culturale.

Sempre più spesso le insegnanti ti raccontano della difficoltà nel giustificare alle famiglie il senso dell’andare a teatro, al museo, al cinema in assenza di un supporto da parte di chi opera per la scuola. In questi mesi ho timidamente sondato la disponibilità da parte di istituzioni museali e storiche che si occupano di didattica al fine di costruire una rete che sostenesse la scuola e testimoniasse una partecipazione attiva. Le risposte sono state timide se non assenti anche in una città come la nostra.
Allo stesso modo il Teatro Ragazzi non è stato nazionalmente un interlocutore forte della scuola in questo frangente. Questo mi fa pensare a una delegittimazione del sapere pubblico e condiviso come fondamento dell’identità del cittadino che ha già modificato anche il nostro immaginario e di conseguenza il nostro lavoro.
Domandiamoci se la nostra strategia in termini di contenuti e linguaggi si è modificata nel tempo. In questi anni è cambiata la nostra idea del ruolo del Teatro Ragazzi con il modificarsi della fisionomia dei nostri interlocutori privilegiati (scuola e famiglie)? Dovremo interrogarci se la problematiche della scuola si inseriscano in un contesto più complesso che riguarda l’investimento sulla cittadinanza futura e le strategie culturali verso le nuove generazioni; dovremmo interrogarci sulla tenuta degli obiettivi che hanno costituito la natura sociale del nostro inventare luoghi dello stupore. La 'riforma' della scuola assesta un duro colpo alla nostra professione al di là della possibile tenuta delle nostre programmazioni nel momento in cui sgretola ogni giorno di più il concetto di cultura come progetto democratico e collettivo in favore di dinamiche private e di consumo. Abbiamo ancora qualcosa da dire in questo contesto? Io credo di si.
LINDA EROLI


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