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Eolo
recensioni
MAGGIO ALL'INFANZIA
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI NICOLA VIESTI E TONIO DE NITTO

Dopo il melanconico ma importante e proficuo trasferimento da Gioia del Colle dell'anno scorso, il festival “Maggio all'Infanzia” è ritornato nella città di Bari, dal 20 al 23 maggio, sostenuto da Comune (Assessorato alle Culture) e Regione Puglia (assessorati al Mediterraneo e al Turismo/Viaggiare in Puglia), con il contributo anche del Teatro Pubblico Pugliese. Lo storico festival organizzato da Teatro Kismet e diretto da Cecilia Cangelli ha compiuto in salute tredici anni .
Se infatti nell'edizione 2009, oltre al capoluogo, erano stati coinvolti i centri di Foggia, Barletta e Ruvo di Puglia, quest'anno è toccato a Taranto, in collaborazione con il Crest che finalmente dopo tanto troppo tempo ha trovato il suo cuore al teatro Tatà , ad essere al centro del viaggio teatral-turistico dei molti operatori, giunti da tutta Italia, che hanno potuto anche visitare i teatri abitati di Ceglie Messapica e ancora una volta di Ruvo di Puglia.
Il 'Maggio all'Infanzia ' ha ospitato tre anteprime nazionali, cinque debutti e due esclusive regionali con le compagnie 'Sud Costa Occidentale ' di Emma Dante già visto e recensito(come del resto anche “La strada delle tartarughe “ di Maria Maglietta per il Crest e lo spettacolo di Fabrizio Pallara) e ' Meekers ', il divertente ed originale gruppo di danza contemporanea olandese, per un totale di oltre 50 appuntamenti nel mese di maggio, di cui 40 nei giorni clou del festival.
Edizione nel complesso interessante con qualche brutta caduta ma anche con spettacoli eccellenti che valuteremo da vicino come la versione della celebre fiaba “Rosaspina” de” La Bottega degli Apocrifi “, la complessa e per certi versi straordinaria versione diretta da Michelangelo Campanale de 'Il vecchio e il mare ', lo studio di Armamaxa di “Robin Hood “e la narrazione dedicata agli alberi di Luigi d'Elia , mentre ha molto diviso il primo vero approccio al teatro ragazzi dei ” Babilonia teatri” supportato dal Teatro delle Briciole. Abbiamo anche apprezzato l'ironia dell' anteprima in divenire della compagnia Orecchiabili con 'Lezioni cosmicomiche ' ed il coraggio di Simona Gonella che con “Il Cerchio di Gesso” ha realizzato uno spettacolo intrigante riempito essenzialmente di musica e colori.
Nel bellissimo teatro Piccini Teresa Ludovico ci ha infine deliziato soprattutto dal punto visivo con il suo ultimo spettacolo 'La principessa Sirena ' del Teatro Kismet.
Ma non potremmo finire questo principio di resoconto del Maggio senza ricordare l'emozione che abbiamo avuto rivedendo Carlo Formigoni in persona ed i suoi inconfondibili segni presenti nello spettacolo “La fiaba di Biancaneve” del Teatro Le Forche. E' stato come se il tempo si fosse cristallizzato e la lezione del maestro di molti di noi, intrisa di Brecht, Bettelheim, di semplicità e di rigore morale fosse ritornata a farci comprendere la profondità del nostro mestiere e per chi lo facciamo, per loro, per i cuccioli d'uomo. E vederlo con i bambini ridere ed esultare in mezzo al pubblico ci ha ancora commosso, come allora.


Studio per un Robin Hood – La storia di Roberto di Legno che colpiva sempre nel segno della compagnia Armamaxa, di e con Giuseppe Ciciriello ed Enrico Messina.

Enrico Messina, dopo aver narrato le imprese di Orlando, si cimenta nel raccontare le gesta di un altro eroe, Robin Hood. Per ora abbiamo visto solo uno studio, ma il materiale è già di per sè molto promettente. Messina, in duo con Giuseppe Ciciriello, propone le vicende di questo difensore del popolo che rubava ai ricchi per donare ai poveri con le cadenze del vecchio cantastorie e lo fa con un rispetto assoluto del pubblico di riferimento, adattando la complessità delle vicende alle conoscenze dei ragazzi in modo ironico(a volte nella prima parte, in verità eccessivo) ed intelligente. Ne viene fuori la figura di un eroe che incarna in sé l’aspirazione universale dell’uomo alla libertà. Riccardo Cuor di Leone, Giovanni Senza terra, Little John rivivono tra storia e leggenda con l'ausilio di pochi elementi scenici tra echi popolari, riferimenti calviniani e citazioni da Peter Brook , innestandoli con una felice idea ancora in gestazione con l'esperienza diretta del piccolo spettatore.Come detto a Ceglie abbiamo visto uno studio ma lo spettacolo per buona parte c'è già ed i modi del racconto ci sembrano confacenti all'impresa.


Compagnia La Luna nel Letto
In coproduzione con il Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria
In collaborazione con la Compagnia La luna nel pozzo
Il Vecchio e il mare
con: Salvatore Marci, Bruno Soriato,Robert Mc Neer
regia, scene e luci: Michelangelo Campanale
drammaturgia: Katia Scarimbolo
assistente alla regia e costumi: Maria Pascale
video: Raffaella Rivi
ricerca scenografica e oggetti di scena: Paolo Baroni
consulenza musicale: Tommaso Scarimbolo

A Ruvo di Puglia, in un luogo apparentemente desolato , vicino alla meravigliosa cattedrale, gioiello romanico del XII secolo, esiste un altro gioiello, del 21 secolo, non mano abbagliante, un salone polivalente che è diventato sede di una comunità partecipata dove tre compagnie teatrali progettano il loro futuro interrogando il nostro immaginario. L'anno scorso abbiamo visto “Senza Piume” poetico e intenso omaggio alla follia cosciente , quest'anno abbiamo assistito, con la gioia anche qui partecipata di tutti i sensi all' ultima fatica di Michelangelo Campanale e di tutta la sua tribu', “Il vecchio e il mare”.
Il romanzo di Hrminguay del 1954 , trasposto magnificamente anche in cinema da John Huston con protagonista un portentoso Spencer Tracy, narra la lotta solitaria di un vecchio marinaio, dedito alle sconfitte, che alla fine della sua vita riesce nell'impresa di catturare un pescespada enorme che sulla via del ritorno, inesorabilmente, viene poco a poco sbranato dai pescecani. L'unico amico che condivide suoi sogni è un ragazzo del luogo. I pescecani forse avranno vinto, ma il vecchio potrà morire appagato sognando i leoni.
In scena tre personaggi , tre vissuti, tre età: Santiago il vecchio pescatore , Manolin il ragazzo e con un magnifico azzardo drammaturgico, lo stesso Hemingway, lo “scrittore avventuriero” con i suoi vizi e i suoi miti l'alcool ed il baseball. Sulla scena tutti e tre vivono nel gioco sapiente degli spazi su piani diversi, sul retro il vecchio, al centro il ragazzo, fuori scena lo scrittore che si esprime anche con la sua lingua d'origine.
In primo piano ovviamente il ragazzo che deve crescere diventare uomo, gli altri due lo sono già, uomini, ma anche loro devono superare prove ardimentose per crescere ulteriormente, Hemingway è l’adulto nel pieno del suo vigore, (uno splendido Robert McNeer), alle prese con l'invenzione della scrittura, essere umano che mescola sempre l'arte con la vita, partecipando intensamente con i suoi personaggi, e poi Santiago che, ostinatamente, anche sul finire della sua vita, lotta contro il destino avverso, da buon pescatore nel mare, tra le corde, il sudore, la fatica, il dolore delle mani e della sconfitta. La cattura del pesce, con cui ha dialogato perchè tutto nella natura è degno di pietà e di rispetto, nonostante gli squali (ci sono sempre gli squali purtroppo e pure loro fanno parte della vita) sancirà la vittoria di tutti e tre.
“Il vecchio e il mare” risulta dunque una specie di epopea del quotidiano rapporto tra il mondo umano e la natura, grande rito sacro che si rinnova ogni giorno e nel quale ogni giorno l’uomo diventa sempre più forte pur sempre consapevole di avvicinarsi al suo inevitabile destino.
Campanale imbastisce tutto lo spettacolo, come detto, sui tre piani della costruzione scenica , e lo fa come una grande sinfonia visiva ed emozionale , usando tutti i mezzi in suo possesso, la musica, ( Verdi, Puccini, Dvorak) la luce che reinventa il mare in tutta la sua complessità, gli elementi scenici con quell'intersecarsi di corde, di fili abbaglianti e di vele , la pittura che costruisce il grande pesce , le immagini in movimento del sogno sulla tolda, che tutte insieme si abbracciano nella cattura dell'agognata preda, momento topico dello spettacolo.Creazione corale di assoluto rilievo dove tutti hanno messo le loro competenze in un luogo finalmente abitato, “Il vecchio e il mare”conferma il talento di Michelangelo Campanale che insieme ai suoi compagni di avventura ha costruito uno spettacolo denso di emozioni e di rimandi all'arte e alla vita.


Teatro Kismet OperA/Chateau Rouge Annemasse/Warwick Arts Center-Coventry/
La principessa Sirena
di Teresa Ludovico
ispirato a La sirenetta di Hans Christian Andersen
Luci di Vincent Longuemare
con Eugenia Amisano, Raffaella Gardon, Daria Menichetti, Paolo Summaria, Valerio Tambone

Con “ La Principessa Sirena” Teresa Ludovico termina la sua “meravigliosa trilogia” dedicata allo stupore della fiaba che ha abbracciato anche ' la Bella e la Bestia ' e 'la Regina della neve ', spettacoli di grande impatto visivo che hanno portato la compagnia barese in tutto il mondo.
La fiaba è quella celeberrima di Andersen, “La Sirenetta “che vive , nelle acque del mare, metà donna, metà pesce, scoprendo la sua diversità quando incontra un essere umano, quel principe di carne ed ossa che le rapisce lo sguardo ed il cuore.
Ma come ognun sa il loro amore è impossibile ed infatti per lui la sirena rinuncia alla sua natura .
Per lui si consuma e in una metamorfosi continua, in cui la morte è un passaggio che porta in sé i segni della nuova vita, dove la protagonista diventa ,al contrario della fiaba, anziché schiuma di mare, nuvola di vapore e di luce. E tutto lo spettacolo si muove in un' atmosfera di trasparenza visionaria dove la scenografia è basata su pochissimi elementi che rimandano all'impalpabilità dell'acqua con un bellissimo velo posto sul davanti che si specchia nella grande superficie riflettente dove gli attori si muovono spesso a passo di danza. Nello spettacolo convivono stili diversi che risentono forse in modo eccessivo della doppia versione dello spettacolo, quella europea e quella giapponese, che a volte ci paiono si ulteriore ricchezza ma che altrove, soprattutto nella prima parte dello spettacolo, dove la recitazione regna sovrana, faticano a convivere.
Ma gli ultimi venti minuti dello spettacolo sono veramente da antologia, qui il mondo sospeso e rarefatto della Principessa Sirena prende corpo affidandosi all'innato gusto visivo di Teresa Ludovico e alle luci portentose di Vincent Longuemare e sulle note divine della Norma di Bellini le metamorfosi finali della Sirenetta tra mare cielo e terra possiedono un accento di magia stupefacente che solo il grande teatro ci può regalare.


CERCHIO DI GESSO
MAMMALUNA
c’era una volta e non c’era
Con Jelly Chiaradia, Mariantonietta Mennuni, Giulia Petruzzella
Regia Simona Gonella
Collaborazione artistica Mariantonietta Mennuni
Scene e costumi Ruggiero Valentini Luci Antonio Lepore
Editing audio Emanuele Menga
Voce narrante Maekele Fadega

Spettacolo di azzardi, l'ultimo che Simona Gonella ha sapientemente costruito per il Cerchio di Gesso di Foggia, azzardo nel proporre uno spettacolo senza parole in scena, azzardo nel costruirlo essenzialmente con una drammaturgia che si affida alla musica, azzardo infine nel consegnare al colore delle scene il messaggio che ne scaturisce.
Lo spettatore all'inizio si trova davanti ad un solaio dove giacciono tra le cose sporche e dimenticate tre bambole, tre sorelle.Una notte Mammaluna che occhieggia da una finestra rotta decide di intervenire e, attraverso uno dei suoi raggi, fa in modo che le tre sorelle riprendano a vivere, esse avranno il compito di far rivivere il colore e la gioia che un tempo aveva illuminato quel luogo dimenticato.
Ed infatti la musica invade la stanza, la luce cambierà la forma delle cose e le tre sorelle saranno capaci di trasformare la stanza in un luogo meraviglioso , ballando, colorando, coronando la loro nuova vita con una torta speciale da preparare e da cucinare apposta per Mamma Luna.
Uno spettacolo, come si è detto, con una forte componente musicale, le cui uniche parole fuori scena servono solo a ricordarci il contesto e che riesce a trasformare sotto gli occhi dei bambini un mondo senza vita in una festa di azioni e colori, dove l’atto creativo regna sovrano e si rende visibile attraverso un tappeto musicale sapientemente acconciato da Emanuele Menga che va dagli Archive a Rossini e Schubert.
Vivendo sui i topoi classici della fiaba, da Cenerentola alla Bella addormentata ma nutrendosi anche di echi che vanno da Tim Burton, alla pittura del 600, con un occhio al mito di Selene, Mammaluna risulta essere uno spettacolo coraggioso e per molti versi intrigante, anche se forse avremmo voluto che l'astro celeste avesse avuto più spazio, spruzzando più frequentemente di melanconia la concitazione della scena.


STORIE D'AMORE E ALBERI
Cooperativa Thalassia
Testo di Francesco Niccolini
Con Luigi D'Elia

Narrazione piccola piccola ma di grande poesia con oggetti su cui aleggia lo spirito di Antonio Catalano e Roberto Abbiati su di un testo di Francesco Niccolini, lo spettacolo è tratto dal libro di Jean Giono “L'uomo che piantava gli alberi “. Uno spettacolo che narra storie di angeli e di barboni ma soprattutto di alberi, storie già sentite mille volte ma che l'umanissimo Luigi D'Elia rende con accenti poetici ancora stupefacenti, un piccolo gioiello narrativo in difesa della natura e dell'impegno civile, un messaggio d'amore per l'albero e il suo valore universale.
Protagonista della storia è un angelo che, chiamato da Dio alla sua ardua missione, concede la sua protezione prima ad un clown, poi ad un pastore ed infine ad un barbone. Ma è il pastore e la sua meravigliosa occupazione ad essere al centro dello spettacolo, il suo nome è Elzeard Bouffier che per amore (o forse per cercare la felicità) pianta querce in una terra brulla e inospitale Lentamente e quasi per incanto il mondo intorno a lui cambia , basta solo un poco d'amore , di cura e d'attenzione per tutto quello che ci sta intorno, sembra dirci il narratore, per fare in modo che il mondo possa diventare anche se di poco migliore. Facendosi aiutare dal pubblico e da piccoli segni che incorniciano una specie di grande altare di legno alle sue spalle, D'Elia affida il suo messaggio ad una recitazione teneramente misurata che rende in modo autentico significati che parrebbero scontati e intrisi di facile buonismo, e non è poco in una società come la nostra che ha perduto la dimensione del rispetto reciproco e del mondo che la circonda.
MARIO BIANCHI


Bottega degli Apocrifi
NEL BOSCO ADDORMENTATO
regia Cosimo Severo, drammaturgia Stefania Marrone
con Livia Gionfrida, Fabio Trimigno, Vincenzo Scarpiello, Aurora Tota, Franck Nassirou

Quante Belle Addormentate abbiamo visto ? Quante volte la celebre fiaba è stata messa in scena ? Innumerevoli. Eppure questo nuovo lavoro della Bottega degli Apocrifi ha il dono di sorprenderci e di svelarci la storia consentendoci un nuovo divertimento e non solo.
Certo la vicenda è quella ma qui è vista dalla parte della fata sbadata – una bravissima Livia Gionfrida – e nuove suggestioni la arricchiscono con una specie di clown triste e forzuto che tenta di rubare i raggi della luna con un secchio e con quell'astro non più pallido ma di genere maschile e di colore. Ma la sottile fascinazione della messa in scena – fascinazione che sempre più spesso risulta essere elemento fondante degli spettacoli degli Apocrifi – non dimentica un diverso e nuovo valore sociale da attribuire al racconto che esplode, dirompente e straordinario, nel finale.
La buona fata nel momento in cui la fanciulla si punge e cade addormentata può solo attenuare il maleficio e le promette il risveglio se un principe realmente innamorato di lei la bacerà.
Passano gli inevitabili cento anni e principi danzanti si avvicendano al capezzale dispensando baci ma nessuno ha il potere di svegliarla sino all'arrivo di un principe nero che la bacia e ribacia e bacia ancora sino a raggiungere il suo obiettivo. A dispetto probabilmente di una parte del regno fatta da razzisti e da detestare vivranno – forse - felici e contenti. La messa in scena è accurata e di gran livello, gli attori gareggiano in bravura, e Cosimo Severo lascia che un leggero, impalpabile erotismo si diffonda “Nel bosco addormentato” come è giusto che sia e che incanta i ragazzi. Uno spettacolo bellissimo.
NICOLA VIESTI

BABILONIA TEATRI
TEATRO DELLE BRICIOLE/FONDAZIONE SOLARES
BABY DON'T CRY
DI VALERIA RAIMONDI E ENRICO CASTELLANI
CON MARCO OLIVIERI E FRANCESCO SPERI

È sempre bello quando uno spettacolo per l’infanzia mostra una scelta precisa, un deciso punto di vista, un linguaggio affinato e una forte identità. È sempre bello quando uno spettacolo fa discutere e apre spunti di riflessione mettendo in crisi gli operatori, il loro sguardo bambino col quale sono chiamati a filtrare le mille proposte per disegnare un percorso interessante di crescita per il proprio pubblico.
E’ accaduto a Bari in questa edizione del “Maggio all’infanzia”, dove abbiamo visto 'BABY DON’T CRY ' di Babilonia teatri, prodotto dal teatro delle Briciole di Parma, stabile d’innovazione, che merita un plauso speciale per la straordinaria e coraggiosa attenzione che persegue da anni, verso i giovani e le nuove generazioni, accanto alle raffinate e pure sperimentali proposte del nucleo storico.
'Baby don’t cry ' è uno spettacolo dedicato al pianto di cui si sviscerano nella consueta forma catalogica che procede per associazioni, allitterazioni, germinazioni di flussi di parole lucide e incisive, cui il gruppo veronese ci ha abituati, le piccole e grandi ragioni del suo essere, vere o fittizie che siano per ogni bambino, i ricordi e i desideri legati alle lacrime, senza però rischiare di incorrere in un deja-vù o in un freddo esercizio di stile.
Nei lunghi elenchi che non passano assolutamente inascoltati dai bambini, riconosciamo sensazioni e frasi fatte della nostra e di tutte le infanzie, il punto di vista dei più piccoli affidato alle voci distorte di adulti, che come bambini sembrano quasi confidarsi con assoluta innocenza e verità. Il pianto come la musica diventa liberazione, gioco e arriva ad infastidire solo noi adulti che da sempre fatichiamo a capirne l’improvvisa comparsa tra i neonati che come il suono di una sirena ci lascia attoniti, storditi e impotenti.
Pochi e inequivocabili i segni composti per i due interpreti dai due registi autori, immagini pop e rock, graffianti e allo stesso tempo di grande sensibilità. Una piccola osservazione riguarda la tenuta di scene e musiche a volte molto lunghe che forse col tempo potrebbero trovare una loro fuga senza necessariamente giungere allo sfiancamento....ma in fondo...non è questo l’effetto che sortisce il pianto incontrollato di un qualsiasi bambino?
TONIO DI NITTO

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