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Eolo
recensioni
SEGNALI
Le recensioni di Mario Bianchi,Elena Maestri,Valeria Ottolenghi e Eugenia Praloran

Giovedi 12 e venerdi13 Maggio si è svolta a Milano la ventiduesima edizione di “Segnali”.Un importante e fondamentale cambiamento ha caratterizzato quest'anno il festival di Teatro Ragazzi organizzaato dal Teatro del Buratto e Elsinor :il ritorno a Milano. Scelta questa dettata dalla mancanza, per quest’anno, del contributo della Regione Lombardia a causa degli ingenti tagli al bilancio dell’ente ma che risponde anche al desiderio di riportare lo storico festival di teatro ragazzi alla città che ventidue anni fa l’ha visto nascere.
Per quest’edizione gli enti organizzatori si sono fatti meritoriamente carico di tutte le spese, trovando un sostegno nell’Assessorato allo Sport e Tempo libero del Comune di Milano che ha elargito un contributo e nelle compagnie ospiti che si sono prestate gratuitamente a presentare il proprio spettacolo. “Segnali” era nata nel 1990 su impulso della Regione Lombardia come “Vetrina” per promuovere la produzione teatrale per ragazzi in Lombardia rappresentando un “luogo” privilegiato di riflessione e visibilità per compagnie professionali, e diventando un modello per altri Festival analoghi italiani, per cui stentiamo a capire il rifiuto della Regione Lombardia di sovvenzionare una sua creatura così importante.
Dal 2007 sono stati inseriti nella programmazione spettacoli provenienti dal panorama teatrale italiano e internazionale ed è stato dedicato più spazio ai progetti artistici di giovani compagnie. ll programma di quest’anno era composto da dieci spettacoli di cui due provenienti da compagnie del territorio nazionale: Kilodrammi,milanese ma formata da attori provenienti da tutto il paese, creazione finalista a Scenario Infanzia e Unoteatro/Stilema di Torino (TO).
La sera poi del 12 al Teatro Verdi sono stati consegnati come consuetudine del Festival i premi EOLO AWARDS – dedicato a Manuela Fralleone – organizzati dalla rivista di teatro ragazzi Eolo e in collaborazione con FIT Festival Internazionale del Teatro di Lugano che in autunno presenterà lo spettacolo vincitore “ Il Vecchio e il mare” della compagnia Pugliese La luna nel letto. “Segnali” quest'anno oltre che a Milano, al Teatro Verdi ,alla Sala Fontana e al Teatro Leonardo da Vinci messo gentilmente a disposizione dalla compagnia Quelli di Grock, ha visto l'allegra brigata degli organizzatori spostarsi anche a Cormano al BI, il nuovo centro dedicato all'infanzia dal Teatro del Buratto.
Edizione positiva di Segnali con una buona qualità degli spettacoli di cui tre dedicati significativamente agli adolescenti e alle loro difficoltà ( vi era inoltre dedicato ai più piccoli 'Il punto la linea e il gatto ' di Dario Moretti già visto e recensito a Mantova)con una grande presenza di operatori che hanno voluto essere vicini al festival in un momento cosi particolarmente oneroso per gli organizzatori che fa ben sperare in un futuro .


ANFITEATRO/COMO
FRATELLINI
Con Davide Marranchelli e Luca Visconti alla fisarmonica
Testo e regia di Giuseppe Di Bello
Chi non ha mai pensato, solo pensato, ovviamente, di strozzare il proprio fratellino che piange nella culla, impedendoti di dormire? O meglio impedendo alla mamma di darti il consueto bacio di mezzanotte. Chi non ha mai pensato di odiare , solo pensato, ovviamente, gli zii che fanno orrendi salamelecchi al proprio fratellino che ride nella culla, impedendoti di concentrarti sul tuo giornalino?O meglio impedendoti di riceverli anche tu perchè ormai sei diventato grande. “Fratellini” il nuovo spettacolo della compagnia Anfiteatro si muove in modo leggero e ammirevole nei meandri più segreti di questi pensieri, nelle piccole e grandi gelosie dei fratelli maggiori ed in definitiva di tutti quelli che si vedono defraudati in qualche modo del loro giusto ruolo nella vita.
Protagonista della storia è Matteo, un fratello grande che si trova d'improvviso alle prese con le esigenze primarie del nuovo arrivato nella sua famiglia,il piccolo Edo. E'lui che diventato adulto ci racconta, finalmente in maniera spensierata, quei momenti, i tormenti dello sconforto iniziale, le grandi gelosie che attraversavano il suo animo e pur anche le piccole vendette escogitate contro il pestifero intruso per placare il proprio disappunto.
Sulla scena a far da contraltare alla narrazione emozionale di Matteo interpretato da Davide Marranchelli, le reazioni di Edoardo sono affidate agli ammiccamenti e alla fisarmonica di Luca Visconti.che assecondano il racconto divertito e divertente del protagonista che presto si renderà conto come avere un fratello sia un'esperienza importante con cui convivere in modo responsabile. Alla fine scopriamo però che il vero protagonista della storia è il cuore della mamma che con una curiosa e bella invenzione scenografica si riverbera sugli spettatori ricordandoci che esso può contenere tutti i fratellini del mondo, lì c'è tanto posto per tutti.
Ed è proprio in questo modo che i piccoli spettatori, a cui lo spettacolo è rivolto, comprendono divertendosi in modo naturale ed intelligente come avere un fratello, grande o piccolo che sia, è un'avventura bellissima che ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e soprattutto le esigenze degli altri . Pino Di Bello firma uno spettacolo tenero e divertente dedicato a tutti i fratellini del mondo.

UNOTEATRO
IN MEZZO AL MARE
Con Silvano Antonelli e Sasha Cavalli
Testo e Regia Silvano Antonelli
“Siamo tutti in mezzo al mare” sembra suggerirci il buffo personaggio che per un'ora boccheggia sul palcoscenico, lo stesso forse che ci regalava fotografie in un altro spettacolo tanti anni fa o che rispondeva a tanti perchè in un altro ....
Sempre lui ... entra nuotando come un naufrago sbattuto dalle onde della vita quotidiana, è spaesato, si è ritrovato lì, in mezzo al mare, non si spiega come ci sia arrivato e dove stia andando. Sta aspettando una nave che lo raccolga che lo deponga sulla spiaggia placida di una quieta duratura pace , un luogo finalmente dove interloquire solo con sé stesso.
Ma questo sarà possibile solo alla fine, forse...., prima dovrà fare un viaggio in mezzo a gorghi assai pericolosi, a cavalloni grandi come case ad improvvisi risucchi. E' il mare della vita che ci racconta il nostro protagonista, vissuta da un adulto attraverso uno sguardo bambino.
Ecco il nuovo nato con i suoi bisogni primari e i suoi continui piagnistei , ecco la scuola con quel continuo andare e venire di maestre e bidelli, la casa poi con le ansie della mamma, in viaggio con papà tra pericoli di ogni sorta, il tempo libero che poi tanto libero non è, gli acquisti infine sempre contrassegnati da nuovi bisogni, mentre ogni situazione è interrotta dall’instabilità del mare e tutte le volte il nostro uomo deve riprendere a nuotare, se si ferma infatti rischia di affogare.
Silvano Antonelli è come se avesse voluto in questo spettacolo concentrare tutto i mondi e le domande degli spettacoli precedenti, come se avesse voluto ribadire il suo modo di intendere il teatro e l'infanzia.Un teatro dove il mondo, visto dal protagonista con gli occhi da bambino, ci si presenta d'incanto innanzi a noi con tutte le sue tenerezze ma anche con tutte le sue piccole impensabili crudeltà.
E' un modo teatrale quello di Antonelli, raro e prezioso, ormai codificato, dove si annida il profumo fresco dell'infanzia, respirato direttamente sul campo e dove alla sua presenza scenica tenerissima, che l'età rende meravigliosamente ansimante e quindi più cara e vera, fa da contraltare un deus ex machina nascosto che gli regala gli oggetti con cui la narrazione si riverbera sui piccoli spettatori ( meravigliosi e commoventi ci resteranno nella memoria i quaderni blu che diventano altrettanti bambini che sembrano avere emozioni e sentimenti) come i tanti che guardando lo spettacolo partecipando si emozionano e cantano allegramente con il nostro protagonista che suona con la sua chitarra, di colore blu ovviamente, perchè il mare come si sa è blu.

ELSINOR
ARTU' E MERLINO
Testo e regia di Carlo Rossi
con Stefano Braschi e Andrea Soffiantini
Il rapporto tra Artu' e Merlino ha attraversato parecchie volte il teatro ragazzi- italiano, e non solo,in diversi modi, Carlo Rossi per Elsinor, ovviamente da par suo, ce ne ha regalata una versione assai anomala ed intrigante, tutta votata al versante comico assurdo che gli è, come sappiamo, congeniale, senza ovviamente trascurare tutti i risvolti meritatamente didascalici che la storia ed il rapporto ci consegnano da tempo immemorabile.
Ambientata ai nostri giorni, la storia del mago e del suo re, dell'allievo e del suo antico maestro, è collocata in una casa di riposo dove il buon mago, ormai apparentemente, ma solo apparentemente decrepito, vive alla giornata, aspettando ciò che prima o poi accade a tutti, anche ai maghi potenti come lui.
Qui Artù, uomo pieno di impegni e responsabilità, viene spesso, come è giusto o almeno dovrebbe essere, a trovare l’antico maestro, colui che lo ha formato come uomo e come re sovrano. E' un ospizio molto strano quello che accoglie Merlino, misterioso e magico, come si conviene ad un ospite così particolare, dove i mobili vanno e vengono, dove gli oggetti parlano e rispondono al vecchio incantatore.
Come si diceva, Merlino, costretto sulla sedia a rotelle, alterna momenti di lucidità ad altri di apparente follia, dove come una volta però non lesina qualche forte bacchettata al vecchio allievo. Insomma si sente forte e maestro come allora ed è per questo che cerca un nuovo allievo e lo trova tra il pubblico, sarà lui il nuovo Artù a cui affidare spada ed elmo per affrontare il mondo.
Perchè in un mondo siffatto come il nostro, abbiamo bisogno ancora di Merlino, ma non di un Merlino che ci dona promesse bugiarde ed invereconde ma di un Merlino saggio che ci insegni ancora una volta a far uscire la spada dalla roccia dell'esperienza.
Un inno alla vecchiaia e alla sua saggezza questo Artù e Merlino di Elsinor ma ancora una volta, se il teatro è specchio dei tempi, un inno a salvaguardare la scuola e l'insegnamento, perchè è da li che parte ogni possibilità di cambiamento della società. Stefano Braschi e Andrea Soffiantini si prestano volentieri e con consumata disinvoltura agli scherzi scenici di Carlo Rossi che gioca con gli oggetti modificandoli e reiventandoli ogni volta, assecondati dalla candida titubanza del piccolo protagonista, scelto in platea, a cui lo spettacolo, insieme ai suoi pari età, del resto, è espressamente dedicato .

KILODRAMMI
SOMARI
Progetto finalista al Premio Scenario Infanzia
con Renato Avallone Elisa Bottiglieri Marco Ripoldi
Testo e regia Francesca Cavallo
Nerone è un ragazzo, come si dice, difficile, che forse non ha né arte né parte, forse anche perchè non lo ascolta nessuno, anche perchè forse non è capace di ascoltare nessuno, ed è forse per questo che ha deciso di occupare una scuola, la sua scuola.
Come succede nei film d'azione ci si è barricato dentro ed ha preso in ostaggio Erri, Erri il secchione, forse il primo della classe, forse per questo deriso, forse per questo incapace di ascoltare gli altri. E' li che inaspettatamente si trovano davanti Lucia . I compagni di Lucia l'hanno chiusa nel cesso, ed ora lei è lì con loro. Lucia l'insicura, Lucia che non sa farsi ascoltare, quasi invisibile a tutti. Fuori sono accorsi i curiosi, ci sono i carabinieri, la polizia, uno di loro al telefono comunica con Nerone che con una pistola accenna ad uccidere Erri.
Dentro in un gioco che a volte è gioco ma che spesso intuiamo possa trasformarsi in dramma, ci appaiono piano piano tre solitudini che desiderano solamente di essere riconosciute, di essere ascoltate.
A volte si scontrano, a volte decidono di aiutarsi, Nerone, Erri e Lucia, Nerone infine, trovando ovviamente in Lucia una sponda consenziente, decide di esprimere la sua rabbia in diretta con la televisione, userà la web cam del computer della preside, ma non trovando, non avendole mai trovate, le giuste parole le affida sotto minaccia ad Erri, quello che invece è sempre stato capace di trovarle le parole, il compito di narrare il suo disagio.
E Erri, all'inizio recalcitrante, le usa le parole e le usa bene, narrando la sua però di disperazione e lo fa disperatamente uccidendosi in diretta. E sarà l'invisibile Lucia a diventare visibile, proprio Lucia a dirci come essere adolescenti sia difficilissimo in un mondo che non ti ascolta mai, in un mondo che ti infarcisce di facili promesse, sopprimendo i tuoi sogni e le tue speranze. Somari è uno spettacolo intenso e necessario sull'adolescenza e sulla scuola, sul bisogno di essere ascoltati, sulla necessità di sentirsi rappresentati.che trova in Renato Avallone Elisa Bottiglieri e Marco Ripoldi tre interpreti eccellenti e in Francesca Cavallo una regista ed autrice sensibile e di grande promettente futuro.

TEATRO DEL SOLE
VIA DEGLI UCCELLI 78
Il ghetto di Varsavia attraverso gli occhi di un bambino
Testo e regia di Massimo Navone
con Antonio Rota
E' sempre molto rischioso trasporre per il teatro un'opera letteraria, tanto più un libro come “Via degli Uccelli” di Uri Orlov, già per altro visitata dal cinema meritoriamente dal bel film omonimo di Seren Kragh Jacobsen, dove protagonista assoluto è un personaggio solo, il giovane ebreo , Alex. Il ragazzo, abbarbicato all’ultimo piano di un edificio bombardato in via degli Uccelli, nel bel mezzo del ghetto di Varsavia, allestisce per nascondersi dai nazisti una specie di tana per sé e per il fedele topino Neve, dove metaforicamente legge il suo romanzo preferito Robinson Crusoe e dove, aspettando il padre, osserva il mondo impietoso circostante.
Bene ha fatto a nostro avviso Massimo Navone a conservare il linguaggio letterario del libro, trasportandolo in un monologo interiore che narra soprattutto i fatti, affidandosi quasi esclusivamente alla sola forza narrante della parola.
Ne è venuto fuori un curioso spettacolo, non di narrazione comunemente intesa, ma quasi una lettura espressiva, ambientata in un altrettanto semplice scenografia “ formata da una struttura/ponteggio praticabile su più livelli con alcuni oggetti emblematici e concreti (una corda, due mattoni, un paio di stivali) e una colonna sonora una doppia funzione: emotiva ed ambientale”.
Antonio Rota si è concesso volonterosamente alla difficile prova d'attore proposta, riuscendo nel complesso con il suo discreto quasi sommesso racconto a rendere credibilmente verosimile una storia tragicamente vera , severo monito per le generazioni che verranno.
MARIO BIANCHI


TEATRO DEL BURATTO BINGE DRINKING
Un eccellente lavoro d’attori, una costruzione drammaturgica ardua (tre personaggi e più ruoli, con passaggi anche molto veloci, tempi lontani nel racconto e interni diversi), un tema complesso affrontato con intelligenza e bel ritmo d’insieme, a tratti una sorta di coreografia di corpi, sedie e luci: viva l’attenzione del pubblico - spettatori abituali del Teatro Verdi e i tanti operatori del Teatro Ragazzi giunti a Milano per Segnali - nel seguire “Binge Drinking. Mondo liquido” del Teatro del Buratto, drammaturgia di Mario Bianchi e Renata Coluccini, che firma anche la regia, protagonisti Elisa Canfora, Stefano Panzeri e Dario De Falco, scene di Marco Muzzolon, luci di Marco Zennaro. Tre amici. Un tempo sempre insieme.
A scuola. Ma in particolare poi nei week end per il “Binge Drinking” del titolo, tanto alcol fino a smarrirsi, bere un bicchiere dietro l’altro velocemente, ubriacarsi aspettando di star male. Ma sono passati alcuni anni. Sonia e Luca vivono insieme. Lorenzo lavora proprio lì. Lì dove? Si scoprirà presto che quello è un corridoio d’ospedale. E l’ansia è grande.
Tornano i ricordi, che diventano azione. I viaggi in motorino. Scene familiari. Una madre depressa, che piange sempre, per Lorenzo, il padre orgoglioso e ricattatorio, buono stipendio lavorando lontano. Un’altra madre distratta, egocentrica (quante preoccupazioni per dieta e palestra!): per Sonia. Quella di Luca, “Il Rosso”, lascia invece messaggi, un affetto stereotipato e parole ripetute, con l’invito, sufficientemente perentorio, di prendersi cura del fratello minore, Jacopo. Passato e presente si alternano, così le situazioni in classe, oppure soli tra loro, o nelle stanze di famiglia. Pochi gesti, posture e toni di voce mutati per diventare i genitori o gli insegnanti. Teatri della memoria.
Ma: chi è ricoverato? Come mai si parla di “regolamento”? Cosa si deve aspettare? Nel passato che ritorna riaffiora Paolino, il pesciolino rosso amato in particolare da Jacopo/ Jacopino, il piccolo del gruppo. Che i ragazzi avevano cominciato a portare con loro...anche per lo sballo del sabato sera... Il pesciolino, quel “mondo liquido”, sono realtà e metafora. E la normativa dice che per il trapianto di fegato ci deve essere la certezza che il paziente ha compiuto davvero una scelta radicale, un’altra direzione alla vita...
Valeria Ottolenghi


QUELLI DI GROCK KOME UN KIODO NELLA TESTA – Uno spettacolo sulle dipendenze di Valeria Cavalli Regia Claudio Intropido e Valeria Cavalli. Con Clara Terranova, Simone Severgnini, Andrea Robbiano. Scene e luci Claudio Intropido. Musiche originali, canzone, suono Gipo Gurrado.
“Kome un kiodo nella testa” prosegue il coraggioso percorso teatrale di Quelli di Grock che affronta temi difficili per tutti e ostici da raccontare ai ragazzi che ne sono protagonisti: dal bullismo con “ Io me ne frego” all’anoressia di “Quasi perfetta. “
Questo lavoro invece tratta le dipendenze giovanili: i tre protagonisti, Letizia, Tommaso e Riccardo sono tre amici, adolescenti ansiosi di diventare maggiorenni, la ragazza si lascia irretire dai cubi delle discoteche, Tommaso ha problemi con le droghe (ahimè non si distingue tra pesanti e leggere) e Riccardo sta nottate intere sui videogiochi trasformandosi in “cavaliere mannaro”.
Bella l’apertura dello spettacolo in cui due spacciatori/Lucignolo cercano di attirare i clienti/pinocchi verso un paese di cuccagna dove è sempre vacanza e ci introducono in un mondo di illusioni diabolicamente pericolose che hanno irretito i tre protagpnisti.
Clara Terranova, Simone Severgnini, Andrea Robbiano sono bravi risultando credibili nei panni di ragazzini arrabbiati, annoiati, timidi ma sfacciati e impreparati alla vita “da grandi”.
Il testo dello spettacolo pecca invece secondo noi di ingenuità in alcuni frangenti che appaiono incongrui rispetto al carattere dei personaggi, per come ci sono mostrati, per esempio la spavalda Letizia ha un’improvvisa nostalgia del nonno, sentimento naturale in sé ma che spunta in modo un po’ estemporaneo nel contesto, così come le frasi sagge dette qua e là da Tommaso, che sembrano proprio quelle di un adulto.
Ma come si sa è assai difficile sfuggir alla retorica in tali frangenti
Ma molti sono anche le situazioni che crediamo possano essere coinvolgenti per un pubblico giovanile, i momenti di incontro e scontro delle tre solitudini soprattutto dove il linguaggio usato è senz’altro incisivo e in cui i giovani spettatori possono ritrovare uno specchio convincente del loro mondo.
Quello che non ci convince fino in fondo, fatto salvo il lodevole e come dicevamo rischioso impegno teatrale della compagnia verso argomenti così delicati, è l’equiparazione delle tre diverse dipendenze presenti (fuga dalla realtà nel virtuale dei videogiochi, fama tramite la facile esposizione di sé e del proprio corpo e droga) che finiscono un po per confondersi, essendo tutte e tre complesse e assai differenti tra loro e quindi difficili da analizzare a tutto tondo in un solo spettacolo.
Molto bello invece l'inserimento di una dimensione poetico/metaforica nello spettacolo che è però è a nostro avviso concentrata in troppo pochi momenti e soprattutto nel monologo finale, che rischia di apparire un corpo estraneo rispetto al tono realistico di questa ultima creazione di Quelli di Grock, comunque, al di là di questi rilievi, coraggiosamente necessaria
ELENA MAESTRI


TEATRO INVITO
CAPPUCCETTO BLUES
Con Stefano Bresciani e Valerio Maffioletti
Testo e regia di Luca Radaelli
Con Cappuccetto Blues la Compagnia Teatro Invito offre al suo pubblico una versione fresca e divertente delle avventure del famoso Cappuccetto e del Lupo, in questo caso non poi tanto Cattivo e neppure troppo sfortunato, perché qui si balla con i lupi, non con le nonne svampite e le bambine sventate...
Sulla strada del Wolf Pride i due nipoti del grande George Wolf (Lupo), Willie Wolf e Rolf Wolf, ripercorrono le gesta dello zio rivelando i retroscena inediti della vicenda in salsa Rock & Blues, punteggiando la narrazione con vivaci testi originali interpretati su musica dal vivo di grandi successi musicali con ritmo e mordente.
Belle voci, buona musica, presenza scenica ad hoc dei due bravi protagonisti attori/cantanti/chitarristi con molte battute ad effetto e qualche vezzo. Fra tante versioni, questo vispo Cappuccetto Blues della Compagnia Teatro Invito piace ai piccoli, incanta i piccolissimi (nasce per il pubblico da tre a otto anni), diverte il pubblico adulto con una messa in scena agilissima, adatta a tutti gli spazi teatrali, fondata sul connubio fra musica e narrazione e sull'ottima intesa degli interpreti/musicisti Stefano Bresciani e Valerio Maffioletti, con testi e regia di Luca Redaelli. Per tutti gli amanti di Cappuccetto Rosso, la fiaba raccontata dal punto di vista del Lupo, versione On The Road, oh yeah.

TEATRO CITTA'MURATA E ALBERO BLU
I TRE CAPELLI DEL DIAVOLO
Con Stefano Andreoli e Enrico De Meo
di Mario Bianchi e Marco Continanza
Adattamento e regia di Marco Continanza
I Tre Capelli del Diavolo è uno spettacolo destinato al pubblico dai sei ai dodici anni liberamente tratto da 'I tre capelli d'oro del diavolo ' dei Fratelli Grimm, su soggetto originale di Mario Bianchi e Marco Continanza, adattamento e regia di Mario Continanza. I Tre Capelli del Diavolo di Teatro Città Murata e Compagnia Albero Blu conta su Stefano Andreoli e Enrico De Meo, validi interpreti di ottimo mestiere e provata simpatia per il pubblico giovane, e su un soggetto decisamente accattivante per i giovani spettatori: cosa succederebbe se due personaggi di allegri avventurieri, protagonisti dimenticati di una fiaba 'minore', aspirassero ad emulare il successo dei ben più noti Hansel e Gretel, Biancaneve e Cenerentola, sognando di traslocare dal trascurato secondo volume al prestigioso primo tomo delle fiabe più belle del mondo? Succederebbe che i due malandrini incomincerebbero a narrare loro la storia del giovane Fortunato che, nonostante le mille traversie a cui va incontro, riesce a sposare la figlia del re, dopo aver rubato tre capelli niente meno che al diavolo, adattandola alle loro esigenze per farla conoscere maggiormente a tutti i bambini Lo spettacolo nel complesso divertente e pieno di gag non ha ancora trovato però la sua giusta misura e la narrazione ci è parsa in alcuni momenti sovraccarica di ripetizioni che a nostro avviso allungano i tempi oltremisura, perdendo l'occasione di alleggerire il testo per concentrarsi maggiormente sull'azione scenica. “I Tre Capelli del Diavolo” ha tutte le carte in regola per piacere al suo giovane pubblico che è parso divertirsi molto durante lo spettacolo, ma secondo noi ha ancora bisogno di trovare i giusti tempi teatrali per alleggerirsi e valorizzare interpreti e soggetto.
EUGENIA PRALORAN

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