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Eolo
stelle lontane
UN TEATRO PER I RAGAZZI ?
INTERVENTO DI SILVANO ANTONELLI DOPO UNA GIORNATA PASSATA AL FESTIVAL DI VIMERCATE

Provo sempre un grande imbarazzo ad avere delle opinioni sulle produzioni di teatro ragazzi. Ho sempre pensato che chi fa spettacoli non dovesse esprimerne, se non in privato. Per altro ho sempre pensato che chi fa il critico non dovesse produrre spettacoli. Nel tempo mi sono arreso alle tante commistioni tra i due ruoli. In Italia il conflitto d'interessi non riguarda solo esempi eclatanti. Mancando interlocutori istituzionali e “sistemi di riferimento”, tali sistemi si creano dal basso e sono le stesse persone che compongono un settore che finiscono per costituirne gli “organi di garanzia”. Rispetto a chi sale sul palco, per altro, in me prevale sempre la solidarietà umana e professionale.
Penso sempre a quanti pensieri quella persona ha messo in quello spettacolo, a quante attese, quanta energia, quanta paura, quanta onestà. Alla fine della replica, soprattutto se è un debutto, ha spesso lo sguardo indifeso di chi ha appena consumato un pezzo di anima. Che lo spettacolo mi sia piaciuto o non mi sia piaciuto, quello che ho ricevuto mi sembra sempre un regalo prezioso.
Ho imparato nel tempo ad apprezzare la delicatezza con la quale i colleghi (attori o organizzatori) ti dicono le loro opinioni; sanno che quello o quella lì, che ha appena finito di recitare, è, in quel momento, completamente indifeso; anche un po' scorticato. Per questo faccio una fatica notevole a derogare da questi propositi ma dopo una giornata di spettacoli visti a Vimercate sono tornato a casa con una sensazione strana.
E' come se in molti spettacoli dedicati ai ragazzi, e ai bambini in particolare, non si capisse più “dove stanno i ragazzi”. Dove stanno nella testa di chi sta facendo lo spettacolo, nella testa di chi lo ha scritto e nella testa di chi lo ha diretto. Dedicare uno spettacolo a qualcuno ho sempre pensato che prevedesse che chi lo fa avesse un'idea di questo qualcuno. Molto spesso questa idea trovava un fondamento nella frequentazione stessa del proprio destinatario attraverso l'animazione teatrale. Questa giornata (a parte preziose eccezioni) mi ha dato la sensazione che spesso gli spettacoli per bambini si producano “indipendentemente” dai bambini; che quelli che li recitano ne abbiano un'idea standard; che i bambini vengano dati per scontati. Che spesso questo mondo è terra di scorribande di grandi autori del teatro contemporaneo che mai si sognerebbero, nelle loro produzioni, tali leggerezze di approccio. Una delle scommesse fondanti del teatro ragazzi non era solo quella di produrre spettacoli per i ragazzi ma anche (e soprattutto) quella che si formassero attoralità specifiche, che coltivassero e crescessero specifiche sensibilità.

Non perché i ragazzi siano un ghetto ma perché se io voglio dedicare una poesia a qualcuno devo “sentire” come questo qualcuno si emoziona. Vedere attori che sembrano parlare a bambini ma hanno in testa, con evidenza, altri immaginari è come creasse, in chi assiste allo spettacolo, uno strabismo poetico. Le forme sono quelle “standard” del teatro ragazzi e il modo di fare è quello di altri mondi.
Se non fossi convinto che c'è poca consapevolezza direi che tutto ciò è decisamente scorretto. Non penso che basti, perché uno spettacolo sia per ragazzi, mettersi le trecce e sorridere ai bambini. In due degli spettacoli che ho visto (e questo prescinde dal fatto che mi siano piaciuti o meno) c'era qualcuno che toccava i genitali di qualcun altro. Non ne faccio una questione di censura. So che “nel mondo” i bambini vedono di peggio. Semplicemente mi immaginavo le conseguenze del farlo durante un incontro di animazione in una quarta elementare (o primaria, dir si voglia). Mi sembrava che non ci fosse una scelta ma solo che chi aveva scritto lo spettacolo, o lo stava recitando, avesse in mente altro; forse il cabaret televisivo? Ma se uno “ha in mente altro” perché si rivolge ai ragazzi? Ho sempre rispettato tutte le idee di teatro che abitano il teatro ragazzi. Mi sembra una ricchezza avere visioni del teatro differenti ma, in questo piccolo mondo, mi sembra ci sia una “conditio sine qua non”: questo pubblico devi almeno un po' conoscerlo, devi frequentarlo. E non solo durante la replica.
Non è solo un problema di tematiche ma soprattutto un problema di linguaggio, di capacità di stare con quel particolare pubblico. Questa cosa diventa evidente quando il pubblico è quello di una bassa fascia di età.
Il buon esito di uno spettacolo per la scuola materna penso dipenda, per i tre quarti, dalla capacità attorale di entrare in empatia con quel tipo di pubblico. Questa capacità non si improvvisa ma è frutto di anni di applicazione e di esperimenti. Se il teatro ragazzi si mette a produrre in un modo “qualsiasi” non può che produrre “spettacoli qualsiasi”. Penso non ci si dovrebbe accontentare, per decretare il buon esito di uno spettacolo, constatare che “i bambini ridevano”. I bambini sono brave persone. E' chi fa che, secondo me, deve porsi il problema.
E poi, si sa, si ride anche per il solletico e si piange anche per le cipolle. Quando si parla di crisi della drammaturgia (ricordo le parole dette da Mario Bianchi alla consegna dei premi Eolo) non si deve intendere solo la capacità di costruire un testo che stia in piedi ma anche, penso, la cura di un ecosistema-teatroragazzi; un ecosistema fatto di tante cose: dissodare il terreno, piantare semi, innaffiare, attendere, raccogliere, imparare i ritmi della terra, ecc. Altrimenti si rischia di pensare che i frutti nascano per aria o sugli scaffali del supermercato e lì, nel luccicare delle superfici, tutte le merci si confondono.
Chiedo scusa se ho invaso un territorio che non è il mio; chiedo scusa di non avere detto queste cose con la sapienza di una Mafra Gagliardi, di un Giorgio Testa, di un Remo Rostagno, di una Bruna Pellegrini e di tanti altri. Ho affetto sincero per tutti i sognatori che abitano questo piccolo mondo e volevo solo condividere una sensazione tra amici. Mi sembra che, in festival e vetrine, troppo spesso lo scambio di opinioni si riduca a “mi è piaciuto- non mi è piaciuto” oppure a “bello-brutto”. E se provassimo, pur nelle difficoltà del momento, a parlarci del senso del fare le cose?

Silvano Antonelli

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