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Eolo
stelle lontane
Ragazzi, quest’anno non riusciamo ad andare a teatro...
Intervento di Fabio Naggi sulle difficoltà di proporre il teatro ragazzi nelle scuole.

“Ragazzi, quest’anno non riusciamo ad andare a teatro e neppure potremo organizzare il laboratorio al pomeriggio”. Questa frase artefatta, funzionale all'attacco di un articolo, può essere benissimo stata enunciata, più o meno nella stessa forma e contenuto, in molte aule d’Italia, da un paio d’anni a questa parte. E’ infatti noto ad ognuno di noi - cittadino, genitore, operatore teatrale, educatore, insegnante, funzionario o pubblico amministratore - quanto l’obbiettivo della formazione del singolo ragazzo e della sua comunità classe, basata su una stretta integrazione tra contenuti curriculari e occasioni di partecipazione alla vita culturale e alla sperimentazione dei suoi mille linguaggi, incontri oggi innumerevoli ostacoli. Basta elencare una lunga teoria di fatti che emergono non appena si parli dell’argomento, aspetti di una quotidiana cronaca di difficoltà sotto la quale emerge la crisi di un modello educativo e culturale e, soprattutto, del venir meno di politiche atte alla sua difesa, al suo sviluppo.

La mobilità dei ragazzi è il primo nodo cruciale. Le Amministrazioni comunali, costrette da bilanci sempre più ridotti e dal moltiplicarsi delle emergenze a loro carico, riducono i servizi di trasporto collettivo gratuito, negando gli scuolabus in orari lontani da quelli di entrata ed uscita dalla scuola. Nel testo delle gare di appalto per il servizio del trasporto scolastico scopriamo così i segnali di una metamorfosi della scuola in senso involutivo: il diritto allo studio, e dunque quanto è necessario imparare e vivere per crescere nella persona e con le persone, si limita alla sola frequenza delle ore in classe o include anche la formazione al di fuori di essa? Tradotto nel concreto dell'accordo che si sottoscriverà con le aziende di trasporto, le ore comprese tra l'inizio e la fine della giornata scolastica, almeno per un certo numero di volte all'anno, saranno coperte? Le molte notizie relative alla riduzione, alla sospensione, alla cancellazione dei servizi di scuolabus lasciano pensare che molto spesso ciò non accada e che, attraverso la soluzione tecnica adottata si affermi, anche e implicitamente, un nuovo modello di scuola, aperta con sempre maggiori difficoltà alle opportunità educative presenti al di fuori di essa.

A pesare sulla possibilità dei ragazzi di uscire da scuola sono anche aspetti regolamentari che, suggeriti a livello centrale e variamente adottati nel quadro dell’autonomia scolastica, indicano nel rapporto di un docente ogni 15 allievi i numeri necessari per organizzare le uscite didattiche, mentre le classi sono obbligatoriamente composte da 25 e più allievi. Un combinato che con la progressiva riduzione delle compresenze ha indiscutibilmente reso difficoltoso incardinare tali uscite nell’orario scolastico. E tuttavia, ciò che maggiormente pare incidere sulle uscite scolastiche negli ultimi mesi sono i frequenti scioperi bianchi , una forma di protesta adottata dai docenti delle scuole di ordini e gradi diversi in occasione di vertenze particolarmente sentite – come di recente il progetto che avrebbe elevato da 18 a 24 le ore di insegnamento frontale - e che ha previsto il più delle volte la cancellazione di ogni attività scolastica svolta al di fuori della classe, con immediata incidenza sull’insieme delle attività di carattere culturale.
Se a tutto questo aggiungiamo l’evidente difficoltà delle famiglie ad integrare la quota di iscrizione con risorse versate a diverso titolo – dalle cassa comune di classe per affrontare spese anche minute ma necessarie alle quote per le gite o, per l’appunto, per l’affitto di un autobus privato in assenza dello scuolabus – è facile dedurre una diffusa riduzione della partecipazione della scuola alle attività culturale e, spostando d’ora in avanti l’attenzione al nostro specifico, ai cartelloni proposti nei teatri riconosciuti per la loro offerta di Teatro Ragazzi.

In questi luoghi deputati si osserva infatti un doppio fenomeno. L’offerta alle famiglie di spettacoli nel fine settimana, infatti, non solo non registra battute d’arresto, ma mostrerebbe in taluni casi una possibilità di potenziamento, se solo questa programmazione non soffrisse del suo carattere fortemente stagionale. Diversa invece la situazione della programmazione durante il tempo scuola, ove la partecipazione non è venuta meno, ma certamente appare rallentata dalla riduzione della frequenza con la quale le classi più assidue diventano spettatrici di teatro e dalla rotazione nel piano di offerta formativa delle attività integrative perseguite, non essendo più possibile, per le ragioni logistiche e finanziarie di cui si è detto sopra, perseguirne più d’una in parallelo.

Nel quadro strutturale appena delineato la scuola diviene così maggiormente disposta ad accogliere iniziative dall'esterno. La questione a cui dedicare qualche pensiero è quale possa essere, in questo caso, l’offerta e come si articoli la domanda.
Cominciamo da quest’ultima, rilevando un ulteriore segnale di preoccupazione. Tradizionalmente il teatro e la scuola si incontrano su due piani tra loro complementari ed entrambi ugualmente necessari: vedere il teatro e fare il teatro. L’esperienza del laboratorio a scuola ha sempre rappresentato un percorso formativo di alto valore educativo ed è valsa per molti artisti quale terreno di frequentazione del loro pubblico e di ispirazione per i loro spettacoli. Insomma, un ambito ricco di scambi di idee ed esperienza tra formatori professionisti, ragazzi e insegnanti. Negli anni passati, a testimoniare della diffusione di simile fenomeno, tra le altre esperienze, si sono moltiplicate le rassegne di teatro della scuola, ove i ragazzi diventano protagonisti delle loro messe in scena, sovente allestite in partenariato con operatori teatrali professionisti. Avere notizia, oggi, di un forte ridimensionamento di queste stesse rassegne significa pertanto rilevare un potente indizio circa l’avvenuto mutamento della struttura stessa della domanda di teatro da parte della scuola. Occorrerebbe analizzarne con maggiore attenzione le molteplici ragioni ma una certamente accampa sulle altre.

Essa attiene al ricambio generazionale dei docenti, formati in percorsi accademici ove l’espressività e la comunicazione teatrale non sono considerate discipline caratterizzanti la preparazione dei futuri insegnanti di scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado e secondo grado, così come sancito dal Decreto Ministeriale 249/2010. Il teatro diviene così privo di uno statuto disciplinare riconosciuto e per questo materia periferica al percorso di studi dei futuri docenti, che ne conosceranno solo raramente la sua recente storia di stretto intreccio con alcuni orizzonti ideali di mutamento della scuola e della società, storia per altro in parte mitigata da una istituzionalizzazione delle imprese teatrali che ne ha ridotto la spinta d’azione iniziale. Relegato all’iniziativa individuale di qualche insegnante, che ne coltiva la passione e ne trasmette lo stesso piacere ai suoi allievi, in seno ai collegi docenti è facile immaginare che le proposte indirizzate al teatro possano incontrare minore sostegno e uno spazio inferiore. Può essere dunque questo il contesto in cui maturano scelte delle quali si ha notizia, ovvero la riduzione del tempo che viene concesso ai laboratori, la necessità di formulare percorsi con un numero sempre più ridotto di incontri, l’abbandono pertanto di obbiettivi formativi efficaci, quale la sperimentazione su di se del linguaggio teatrale in un tempo congruo, sostituito da incontri spot, che insistono sull’efficacia dell’intrattenimento breve e del tema in stretto collegamento con i programmi da svolgere.

Per ciò che riguarda, invece, l'offerta indirizzata alla scuola, essa assume la forma di un flusso di proposte da parte di un variegato mondo professionale o para professionale che, in ragione della crisi, è cresciuto esponenzialmente. Impossibile, in tale contesto, sfuggire al rischio di aprire le porte delle classi a coloro che vi intravedono un potenziale ambito di lavoro, da cogliere spesso in una logica occasionale, di precarietà e di autosfruttamento. Ne consegue un decadimento della qualità dell'intervento – sia esso spettacolare o formativo - e un mancato rispetto delle regole del lavoro, con conseguente perdita della tutela del singolo lavoratore – oltre che della sua dignità professionale - e l’affacciarsi di fenomeni di concorrenza sleale tra le imprese. In tale contesto, sono soprattutto due gli effetti deteriori. Il primo equivale al rischio che la professionalità di coloro che incontrano i ragazzi sia improvvisata e ciò proprio in un segmento – quello dell'intervento sulle giovani generazioni – che presuppone all'opposto qualità e competenze indiscusse e misurabili, così come richieste in altri settori quali la stessa educazione,la sanità, l'alimentazione. La seconda è che coloro che invece tale competenza la posseggono, perché incardinata su un binomio di vocazione ed esperienza, ovvero le Compagnie e i Teatri Stabili di Innovazione in tale specifico riconosciuti, e tutte le altre imprese e operatori che operano professionalmente nel campo del teatro per l’infanzia e i ragazzi, progressivamente vengano espulsi dal circuito delle iniziative scolastiche, a causa della concorrenza sui prezzi, mentre i teatri deputati, esterni alla scuola, soffrono, come abbiamo visto, della diminuzione del pubblico. Si manca l'obbiettivo di crescita culturale delle nuove generazioni e si disperde il sapere di una professione accumulato in quasi quaranta anni di esperienza, con conseguente perdita di lavoro qualificato.

Se questa è una possibile analisi, che preghiamo il lettore di accettare nella sua formulazione qualitativa e dunque di primo orientamento, essendo impossibile restituire una visione statistica anche e soprattutto in ragione di una geografia del fenomeno estremamente variegata, quasi atomizzata; se questa è una possibile analisi, si diceva, occorre identificare alcuni punti di attacco per iniziative che siano orientate ad attivare politiche per condizioni nuove e possibili nel rapporto tra scuola e teatro.
E’ del dicembre scorso la sottoscrizione di un protocollo di intesa tra Il Miur, il Mibac , AGITA, AGIS Scuola, la Federazione Italiana Teatro Amatori, L’Unione Italiana Libero Teatro e l’Istituto Italiano per l’Industria Culturale per l’attuazione di iniziative volte alla promozione e alla valorizzazione del linguaggio teatrale nelle scuole e per la realizzazione della Giornata Mondiale del Teatro. Mentre è iniziativa recente di AGIS As.T.RA la richiesta pubblica di istituzione di un tavolo interministeriale Mibac – Direzione Generale dello Spettacolo e Miur per stabilire percorsi comuni per il riconoscimento delle competenze e delle qualifiche di esperienza necessarie a garantire una offerta teatrale di qualità alle giovani generazioni, in un quadro di difesa dei lavoratori e delle imprese. Le recente costituzione del governo dovrebbe consentire l’avvio dei lavori di queste due iniziative, non prive di ambiti di convergenza.

Ma accanto a questo agire a livello statale, non meno importante è operare sul piano locale della Pubblica Amministrazione, con particolare riferimento ai Comuni. Sono questi ultimi, infatti, a porsi come strategico punto di coordinamento e realizzazione delle migliori politiche attive; sono gli Uffici Scuola e i loro dirigenti a poter incardinare in una architettura di accordi preliminari e reciprocamente vincolanti – convenzioni da un lato, POF dall’altro – le attività assegnando loro una dimensione di sistema, connettendo nuovamente in un unico percorso formativo e promozionale il fare e il vedere teatro – i laboratori a scuola, lo spettacolo a teatro – e orientando i servizi e le poche risorse disponibile a perseguire in tutto o in parte tale obbiettivo. Insomma, occorre ripartire dai territori, molti dei quali vedono ancora la presenza, nonostante le difficoltà, di presìdi, grandi e piccoli di teatro con la scuola, nella scuola e per la scuola.

Come nel tessuto drammaturgico di uno spettacolo, anche nella trama di un articolo esiste un perché più profondo degli altri, che sorregge le ragioni che appaiono in superficie. Conviene infine esplicitarlo. Da molte parti si sostiene infatti che uno dei passaggi cruciali della crisi in corso sia il recupero di fiducia da parte dei cittadini e che tale fiducia poggi di necessità su una ritrovata etica comune. Ma per ristabilire relazioni positive tra le persone occorre coltivare i valori della cooperazione, della solidarietà, della responsabilità, della legalità, della bellezza oggi più che mai premesse stesse per una rinascita, anche economica. Occorre dunque un grande progetto culturale ed educativo della società intera. Riflettere della scuola e del teatro, dei problemi che li attanagliano, significa entrare a piè pari nel campo di questa azione, significa porre una chiara candidatura a concorrervi, significa liberare la volontà di farlo.

Torino, 6 maggio 2013         
             
Fabio Naggi


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