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Eolo
recensioni
ARRIVANO DAL MARE 2014
Il Festival visto da Mario Bianchi con una nota sui pupi dei Fratelli Napoli di Alfonso Cipolla

Ci sono Festival che per loro natura cercano in ogni modo l'innovazione andando a pescare le drammaturgie più impervie, i modi di porsi sul palcoscenico più desueti, indagando il contemporaneo nei suoi nervi più scoperti. Mentre ce ne sono altri che altrettanto meritoriamente affondano la loro ricerca nella tradizione per riportarla alla luce, per affermare che quel teatro non deve morire, anzi che non è mai morto e che tutti noi abbiamo bisogno ancora proprio di lui, della meraviglia che sprigiona e che ha sempre sprigionato.

Questo è “Arrivano dal mare” il Festival diretto da Stefano Giunchi e Sergio Diotti, nato a Cervia 39 anni fa, e che si è spostato da 3 anni nell'entroterra e tra Gambettola, Gatteo, Longiano e Montiano, dedicando sempre e ostinatamente la sua programmazione al teatro di figura e alla narrazione, due forme teatrali che appunto vivendo nella tradizione, sono sempre state e sempre saranno il tessuto vivificante dello stare in scena. E' qui che dal 18 al 21 Settembre abbiamo passato quattro giornate veramente epiche di cui ricordiamo qui i momenti salienti.

Al Festival abbiamo potuto rivedere quel capolavoro assoluto della comicità che è ancora, nonostante i suoi venticinque anni suonati, Buonanotte Brivido “ con e di Giorgio Donati Jacob Olesen e Ted Keijser con la regia di Giovanni Calò.

“Buonanotte Brivido” è un giallo radiofonico che rivive teatralmente sul palco attraverso un gioco scenico che solletica continuamente le percezioni visive ed uditive dello spettatore, una macchina ad orologeria perfetta dove gesto e parola, con un uso sempre inventivo degli oggetti, continuano a rincorrersi e a “imbrogliarsi” tra loro in un turbinio di situazioni spesso surreali ma che nascono sempre dall'osservazione minuziosa della realtà. E'infatti l'interferenza continua dei segnali diversi che giungono dalla scena nella comunicazione ordinaria dei fatti quotidiani a provocare equivoci e malintesi che fanno scaturire la comicità. Al centro del racconto vi è la ricerca da parte del Commissario Blumenfeld e del suo assistente Russò della polizia di Wuerstenbach di un pluriomicida uccisore di casalinghe. Perchè delle tracce di fango e dei garofani sono sempre trovati vicino alle sue vittime ? Da questi indizi i due conducono indagini “meticolosissime”, condotte in ambienti diversi e attraverso testimoni, per la verità non sempre attendibili, che li porteranno ad individuare il colpevole.

Lo spettacolo mescola sapientemente diverse fonti della tradizione, da Ionesco a Keaton a Tatì ma sono soprattutto I Fratelli Marx e i Monty Python a venirci in mente per il continuo sgretolamento del linguaggio e senso comune che avviene sulla scena, attraverso una perfetta intesa dei tre interpreti che si prodigano davvero in tour de force di alta maestria teatrale e di una regia che ne modella perfettamente i gesti e le parole in un meccanismo perfetto dal ritmo trascinante.


Una grande e gradita sorpresa del Festival è venuta dal ventitreenne Mattia Zecchi in baracca con Ilaria Iaboli che ha presentato con consumata perizia uno spettacolo di burattini tradizionali : “ La vendetta della strega Morgana “, una fiaba, rigorosamente in due tempi, che occhieggia in modo nuovo e divertente a “La bella addormentata nel bosco “, reinterpretata con i burattini e le maschere della tradizione bolognese. Ecco che in baracca vediamo che il Re Francesco ha indetto una grande festa per il matrimonio del figlio, il principe Ottavio, con la principessa Bianca figlia del re di Terrafelice dove sono stati invitati tutti i nobili del regno, sotto la supervisione del Dottor Balanzone.( Evidente qui nelle sue movenze e nella voce la lezione del maestro Romano Danielli che non per niente ha costruito anche i burattini). Durante la festa si presenta a corte la Strega Morgana che viene scacciata dal re, per questo Morgana rapirà il principe per vendicarsi. Per salvare Ottavio servirà l’aiuto di Fagiolino che partirà alla ricerca della strega che verrà naturalmente sconfitta a suon di bastonate. Dello spettacolo stupisce soprattutto come un ragazzo così giovane abbia interpretato in modo così perfetto, sia nell'uso dei movimenti che in quello delle voci, la lezione dei grandi maestri del passato. In più Zecchi, che nello spettacolo pone tutte le maschere della tradizione come Sandrone, Fagiolino, Balanzone e Tartaglia, si permette il lusso di immettere personaggi del tutto nuovi di esilarante comicità come lo scheletro, servo di Morgana, emulo dei Fratelli De Rege, che le fa continuamente il verso. Insomma uno spettacolo davvero divertente e di grande professionalità.


Al Festival, l'artista veneto Gigio Brunello ha presentato per la prima volta in tutta la sua interezza la sua particolarissima trilogia “Il Teatro sopra la città”, dedicata alla città di Mestre, scritta con Giulio Molnar, vista in tre momenti e in tre prospettive del tutto diverse :"Vite Senza Fine", “Teste Calde. Storia del Risorgimento", già da noi recensite e "Lumi dall’alto. Corse clandestine in città", ultimo tassello di un progetto davvero unico nel panorama teatrale italiano, dove l'animatore, attraverso una vera e propria partitura per oggetti, fa prendere vita su un tavolo ai suoi personaggi, costituiti da piccole statue di legno.

La città di Mestre viene qui rivissuta dagli occhi degli immigrati albanesi che la abitano con il racconto del muratore Vassillaq che narra in chiave realistico fiabesca dell'amore contrastato tra i suoi connazionali Ginco e Kira, la quale, secondo i piani del padre di lei, Bregan, dovrebbe cadere invece nelle braccia del cugino canadese Adamar, qui rappresentato non da semplici statuette ma da una grande faccia scomponibile.

Sul tavolo, in modo assolutamente credibile, prendono vita tra oggetti significanti, tutti i personaggi che sono intorno alla coppia, Nonna Svetla Oxa, mamma Belina, il piccolo figlio Bato, la zia Ariona, e pur anco il cavallo alato dal nome che è tutto un programma" C'est la vie! " che uno specialissimo aiutante magico, Dadu Lima del Burkina Fazo, laureato in ingegneria vende ai due ragazzi per fuggire in cambio di un motore. Ed è sulla groppa del cavallo alato che i due amanti guarderanno dall'alto “Mestre” per partire da un mondo che li respinge. Ma come tutte le fiabe che si rispettano la storia avrà un lieto fine. Solo che il narratore, incoronato di fiori, perderà beffardamente la vita in una corsa di macchina clandestina, proprio il giorno del matrimonio tra Ginco e Kira.

Così, senza retorica alcuna rivive l'epopea della comunità albanese di Mestre, attraverso la storia vera di una sedicenne arrivata dall’acqua in Italia con il fratellino con le proprie cose ben avvolte e sigillate nel nylon per preservarle dall'acqua. Brunello e Molnar creano per mezzo di un teatro poverissimo dove sono gli oggetti a prendere vita con l'immaginazione dello spettatore uno spettacolo di rara potenza poetica ed evocativa.


Il multiforme annoso e proverbiale interesse di Stefano Giunchi e Sergio Diotti per il teatro di figura e la narrazione li ha portati a presentare a Gambettola in anteprima, in occasione del centenario della prima guerra mondiale : “Sganapino in Trincea “, eroe suo malgrado.La fame, la fuga, il fango della I Guerra mondiale, realizzato con i Burattini dell'Atelier delle Figure e dalla Piccola Banda del Soldato.

“Un pomeriggio, alla ricerca di vecchi copioni, ci è caduto in testa un canovaccio per burattini degli anni '20.Parlava di guerra, di tentativi di fuga, di punizioni epocali, di miseria, di generosità.Protagonisti Sganapino e i suoi compagni della commedia Bolognese.La storia ci ha preso. Abbiamo cercato altre storie analoghe, scoprendo che, nelle retrovie della Prima Guerra Mondiale, burattinai, attori e musicisti si dettero un gran da fare per accogliere ed alleviare i tormenti dei feriti (spesso senza speranza) e dei mutilati convalescenti.A Bologna in via San Vitale n. 40, nel giardino che fu della contessa Cornelia Martinetti, viene aperta la Casa del Soldato, su iniziativa di don Antonio Bottoni.Vi si svolgono spettacoli e concerti per i militari feriti o in riserva dal fronte di guerra e si presta ogni tipo di assistenza, anche legale.Restano famose le recite di burattinai bolognesi alla Casa del Soldato, con Giulio Gandolfi, Dina Galli, Amerigo Guasti e altri celebri attori.

E' nato da questi materiali uno spettacolo che mette in scena, secondo lo stile della Compagnia, burattinai, musicisti, un "Fulèsta" e un organetto di barberia “.

Così spiegano la nascita dello spettacolo, i due cari nostri compari che si sono subito messi all'opera per imbastire questo spettacolo che mescolando narrazione, musica e burattini rievoca le tante contraddizioni di quella guerra attraverso il sentire del popolo che non poteva essere meglio espresso se non dai burattini. Ovviamente essendo un'anteprima lo spettacolo deve essere ancora registrato, addolcendone le parti troppo didascaliche, rendendo il canto della pur brava Elisa Ridolfi, consumata interprete di Fado,  più consono allo stile della creazione, ma onore al merito soprattutto a Giunchi che alla sua (nostra) veneranda età si è messo in baracca muovendo con valente perizia le teste di legno  aiutato dal fido Jacopo Orsolini per ricordare quell' orrenda, inutile, strage di uomini.





Molti altri poi i momenti da ricordare di questo piccolo grande festival, la narrazione di Alessio Di Modica dedicata a Placido Rizzotto coniugata con la fiaba dell'uccello Grifone, i commossi omaggi tributati, rispettivamente al padre e alla nonna, da Paolo Valli e Katarina Janoskova dell'Asina sull'isola e i diversi narratori che hanno popolato i cortili di Gambettola con le loro storie divertendo i numerosi spettatori che sono accorsi ad ascoltarli.


Il clou del Featival, esempio bellissimo della stupenda arte del teatro di figura e molto difficile da poter incontrare nel corso di un festival è il teatro dei Pupi. Nel teatro di Gambettola, posto significativamente nello stesso stabile del comune, abbiamo potuto assistere con grande gioia ad uno degli esempi più eclatanti di questa antichissima forma teatrale ad opera di una pregiata compagnia catanese: I Fratelli Napoli che hanno rappresentato:La Rovenza incantata storia che risale a un anonimo cantare del sec. XV e che confluì poi nella Storia dei Paladini di Francia di Giusto Lodico, compilazione ottocentesca, che da sempre è la fonte letteraria principale di tutti i pupari.

Lo spettacolo già da subito si mostra portentoso nel vero senso della parola con la fabbricazione da parte dei diavoli del castello di Montalbano sulle note de : “L'apprendista stregone di Dukas”. Protagonista della storia è Dama Rovenza di Soria che armata di un temibile martello, resa invulnerabile dal mago Tuttofuoco, assedia Parigi. Rinaldo, nonostante le trame di Gano di Magonza, il cattivo per antonomasia dei Pupi, giunge sotto Parigi ed affronta Rovenza, uccidendola dopo che Malagigi, vincitore di TuttoFuoco, nel corso di un epico duello, ha rivelato a Rinaldo l’unico punto vulnerabile della saracena. Molte le scene di questa meraviglia non solo visiva che contrappuntate dal suono del tamburo, vera anima delle emozioni che trasudano dal palco, ci rimarranno nella memoria : lo scontro tra Tuttofuoco e Malagigi, l'intervento dell'Angelo per la vittoria del bene, Rovenza con la sua fulgente armatura che sconfigge i nemici, Bradamante sorella di Rinaldo e il suo servo Famiglio, unico personaggio popolare della storia, Rovenza che mentre si china sul corpo di Rinaldo, creduto morto, viene colpita a morte. Il tutto mosso da 9 animatori e recitato con nobiltà di accenti, sempre diversi di eletta e fiera intensità, pur nella radice popolare di quest'antica arte mai doma e per fortuna ancora praticata così magnificamente.

MARIO BIANCHI


Ci sono forme di spettacolo di cui si crede di saper tutto. L’idea aprioristica, radicata in un immaginario appiattito, porta a un pre-giudizio spicciolo che non ammette varianti. Si conosce un frammento di un dato fenomeno teatrale e si è indotti a generalizzarlo banalizzandolo. Sono soprattutto quelle componenti di ascendenza popolare a essere considerate con sufficienza, bollandole nel migliore dei casi come resti museali di un mondo ingenuo che non ci tange. E così, l’Opera dei Pupi - ma è un esempio tra i tanti che si potrebbero fare - viene relegata ad accozzaglia di ferramenta a uso di attrazione turistica.

La smemoratezza è un vanto del nostro teatro, che non solo rimuove il proprio passato, ma pare vergognarsene.

Eppure, a dispetto di questo, quale indescrivibile emozione può nascere di fronte a uno spettacolo che sa ingemmarsi di un’arte antica, che non recide la sapienza dei propri avi, ma anzi se ne fa grimaldello per scardinare le corazze di diffidenza e far vibrare corde sopite che altro non aspettano che di essere incantate.

La Marionettistica Fratelli Napoli, sa compiere questo miracolo.

Il loro Il duello di Agricane e Orlando rappresentato in manierasvelata, ossia senza la facciata dal teatro che nasconde manianti (animatori) e parlatori, è prima di tutto una grande lezione di teatro, anzi una lectio magistralis da imprimere nella memoria in maniera indelebile.

Il duello di Agricane e Orlando, tratto dallOrlando innamorato del Boiardo è una delle più serate più ricche della Storia dei Paladini di Francia raccontata dallOpera dei Pupi catanese. La sua ricchezza nasce dal trascolorare continuo dalleroico al patetico, dal comico al tragico, dal declamato solenne al realismo terrigno, e il tutto immerso in una tenue ironia di fondo capace di rendere ancora più vibranti, per contrasto, i momenti topici dellazione. Nulla manca a questa serata deccezione: la fedeltà a Carlo Magno, il tradimento di Gano, linarrestabile amore per Angelica, la salacità di Peppennino e poi banditi travestiti da eremiti, draghi, giganti, combattimenti a sangue vivo, squartamenti e grandezze danimo tanto nei paladini, quanto nel forte e generoso Agricane, il Gran Khan dei Tartari.

Detto così direbbe uno spettacolo antologico, atto a presentare gli aspetti essenziali dell’Opera dei Pupi. Ma non è così. Lo “svelamento” si innesta nel tessuto drammaturgico e narrativo, per diventare uno spettacolo nello spettacolo. È assolutamente incredibile come quella che si crede essere la “legnosità” dei pupi sappia trovare nelle mani espertissime dei fratelli Napoli un codice gestuale, anche tenuissimo, e una ricchezza di movimenti tale da rimandare ad altrettanti stati d’animo. Ma ciò che lascia esterrefatti è la totale fusione tra quei gesti e la recitazione. A lato del palcoscenico, a imprimere ritmo all’azione, con la parola, il gesto, un tamburo è il “parlatore”: custode della storia e dei sentimenti dei personaggi che la vivono. Gli stilemi recitativi che sono giunti fino a lui, e che lui ripropone, sono un’autentica tavolozza: echi di voci lontane sempre giocate sul limite. Basterebbe un nonnulla per scivolare nel ridicolo o nel parodico, ma quel nonnulla non può capitare mai, tanto è il controllo esercitato e la forza di straniamento e di verità simbolica offerta dei pupi. Fiorenzo Napoli è maestro in questo e la scena di Orlando che abbandona la sposa fedele, interpretata nella sua essenza vibrante da Agnese Torrisi, lascia sgomenti, tanto è struggente, tanto squarcia il cuore, tanto prende per mano per tuffare nella più pura commozione.

Alfonso Cipolla

Le SIRENE D'ORO, il premio che il Festival assegna alle persone che con il loro lavoro hanno sostenuto il teatro di figura,quest'anno sono state assegnate a ROBERTO PAPETTI MARIONETTISTICA FRATELLI NAPOLI E ALLA COMPAGNIA DONATI E OLESEN 

Menzione speciale di Eolo a Ciro Carbone amministratore del Festival per aver lavorato molto anche su di sè dimagrendo a vista d'occhio e diventando sempre di più un ragazzo da sposare.



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