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Eolo
stelle lontane
SEGNI D'INFANZIA 2014 IL REPORT FINALE
A MANTOVA DAL 5 AL9 DI NOVEMBRE SI E' SVOLTA LA NONA EDIZIONE

Oltre 200 eventi dedicati a bambini e ragazzi, tante sono state le occasioni teatrali, e non, che hanno contraddistinto la nona edizione di “Segni d’Infanzia” , il festival internazionale d’arte e teatro per le nuove generazioni, che ha trasformato letteralmente Mantova, dal 5 al 9 novembre in un grandissimo parco giochi dove finalmente i bambini sono stati i protagonisti.

Testimone d'eccezione di quest'anno è stato il ballerino e coreografo Virgilio Sieni, anche autore dell'animale simbolo di questa edizione del festival, la cicogna. “La Cicogna, un uccello migratore che ci consegna l’eco dei paesi lontani, il fascino del viaggio e dell’incontro con l’altro, ma al tempo stesso il suo nido ci ricorda l’importanza del costruire un luogo che ci appartiene e ci racconta, dove vivere, da dove partire e dove far ritorno. Il nido ci parla anche del senso dell’accudire, del prendersi cura non solo di qualcuno, ma anche di qualcosa: dei proprio sogni e delle proprie idee.”

Riconducibili alla sua arte e al suo modo particolarissimo di trasferire la passione del gesto danzato a ogni persona, di Virgilio Sieni abbiamo visto “Passione”, un emozionante spettacolo corale che ha animato il palco del Teatro Bibbiena con più di 100 persone con il canto e le azioni coreografiche eseguiti dalla Corale "Giuseppe Savani" su musiche di Giovanni Pierluigi da Palestrina, Angelo Badalamenti, Karl Jenkins e poi un altro palco della città “Cerbiatti” dove invece protagonisti erano due giovanissimi interpreti.

Nelle due giornate in cui abbiamo frequentato il festival abbiamo apprezzato molto lo spettacolo "Angeli e nuvole", una produzione di Segni d'Infanzia, curata da Cristina Cazzola e Lucio Diana con in scena Sara Zoia che incarna una maestra come le tante che popolano le scuole del nostro paese, che si trovano spesso spaesate davanti a una passione che sembra investire solo loro . Una passione che si chiama cultura che da sole faticano invece a donare disinteressatamente ai loro alunni.

“Angeli e nuvole” è uno spettacolo sull'ammaestramento, su come trasferire questa passione agli altri, in questo caso gli alunni, disegnati sulla cattedra come angeli, definiti come creature uniche e meravigliose, ma assai difficili da “addomesticare”. Al centro del racconto vi è una visita al museo entro il quale gli alunni girano spaesati e disinteressati, ma ecco l'idea : Cercare la Madonna di Foligno di Raffaello, trovare in un quadro loro stessi, degli angeli tra le nuvole e così i ragazzi corrono a cercarsi. E quasi subito lo trovano questo capolavoro e la maestra si mette a narrare loro i personaggi del dipinto, spiegando loro chi sono, la storia da cui Raffaello ha preso ispirazione, facendo gustare ai ragazzi anche i minimi particolari del quadro. E l'arte finalmente si fa gioco, appassiona, coinvolge.

Dobbiamo invece dire che “Invisible me“, una produzione della compagnia danese Limfjordsteatret, che parla dell’amico immaginario che ha suscitato i giudizi favorevoli di molti ci ha convinto solo in parte.

In un ambiente tutto bianco circondato ai quattro lati i bimbi si trovano davanti ad una buffa presenza che ben presto si sdoppia in un gioco di apparizioni, è il suo amico immaginario che la imita, la provoca, la fa giocare, apparendo e sparendo ed infine tirando fuori da una borsa rossa o oggetti comuni e figure fantastiche che interagiscono tra loro e con loro. Molto bello il gioco dei rumori ma ci sembra tutto già un po visto e i materiali utilizzati ci sono parsi grezzi e teatralmente poco convincenti e anche poco risolto il loro rapporto con le immagini video che invadono lo spazio retrostante le due pur brave interpreti.

A Mantova abbiamo visto ridimensionato ed in una parziale nuova veste “Il grande viaggio” di Alessandro Serra di Teatro Persona, preso in produzione e cura da Claudio Casadio di Accademia perduta.

Lo spettacolo di cui avevamo già parlato, lodandone la cura delle immagini e gli evidenti difetti di drammaturgia, ha ora un suo più giusto andamento,collegato come è dalla necessità del protagonista, forestiero, migrante che arriva in una grande città di trovare una medicina che possa curare la moglie.

Ma certo non basta ancora, il personaggio del mago inventore e della sua macchina meravigliosa che invade la scena è ancora troppo insistito e rischia di spezzare l'unità dello spettacolo in tre parti ponendosi tra il bellissimo inizio pieno di migranti ed l'altrettanto splendido e significante finale con la città che si forma attraverso delle semplici valigie.

Tra le altre importanti presenze del festival dobbiamo segnalare anche quella di Frankie Hi-Nrg L’artista ha raccontato ai bambini presenti la propria storia professionale che l’hanno portato a diventare un artista che usa l’hip-hop come linguaggio e forma d’arte capace di comunicare concetti importanti in velocità e leggerezza.

La IX edizione del festival inoltre è diventato un punto di incontro fra artisti, critici e… giovani calabroni critici. Un gruppo di adolescenti ha infatti seguito gli spettacoli in programma e alla fine della giornata si sono confrontati con tre critici di professione Rui Pina Coelho, Nino Kovacic e Andea Porcheddu che si sono fermati ad assistere a tutti gli spettacoli del festival, iniziativa questa meritoriamente realizzata da Cristina Cazzola, direttrice del festival per avvicinare i critici più importanti al teatro ragazzi . Ed ora rimaniamo in attesa della decima edizione che verrà programmata alla fine dell'Expo milanese.

MARIO BIANCHI

Inseriamo qui anche le considerazioni che Andrea Porcheddu sul suo blog "Gli stati general"i ha voluto dedicare al festival per aggungere cosi un'altra voce autorevole alla nostra sul festival.

Il primo modo in cui molte famiglie italiane vengono a contatto con il teatro è, normalmente, la “recita scolastica”. Forse non sanno, però, che – più o meno raffazzonato, più o meno edificante (o addirittura cattolico: vi ricordate il presepe vivente natalizio, con la più carina di classe che faceva Maria e il più caruccetto che faceva l’Arcangelo?), più o meno ben fatto –  il teatro a scuola è frutto di una lunga battaglia, e di un complesso viaggio teatrale iniziato sul finire degli anni Sessanta, che getta le sue fondamenta molto prima. Era il 1923 quando Walter Benjamin scriveva il “Manifesto per un teatro proletario dei bambini”: lasciate liberi i bambini di recitare davanti agli adulti, scriveva più o meno, e vedrete che grande cambiamento pedagogico e didattico. Sarebbero stati gli adulti, secondo il filosofo, a imparare dai piccoli. Sul finire degli anni Sessanta del Novecento, poi, grazie a quella memorabile esperienza che fu definita Animazione Teatrale, il teatro invase la scuola: fu una rivoluzione, una spinta energica e creativa davvero notevole. Alcuni geniali teatranti abbandonarono i luoghi “istituzionali”, gli edifici per lo spettacolo, e portarono il teatro ovunque: nelle strade, nelle fabbriche, nelle carceri, negli ospedali. E ovviamente in quella scuola ancora paludata del pre-sessantotto. La meraviglia della fantasia contagiò tutti: non solo i bambini, ma anche i maestri, i bidelli, i genitori. Si era capito, insomma, che il teatro, inventato tutti assieme, non solo era divertente, ma faceva bene: liberava la creatività del bambino, lo stimolava, lo aiutava a crescere meglio. Riassumo grossolanamente, ma questa storia è invece molto lunga e complessa. Di fatto, passati dieci, quindici anni, quelle esperienze di grande innovazione si consolidarono in veri e propri “centri” di teatro per ragazzi: insomma, nacquero teatri destinati e dedicati al pubblico dei più piccini. E i teatranti svilupparono doti, tecniche, drammaturgie specifiche. Il teatro ragazzi italiano ha espresso genialità, momenti altissimi di poesia e pedagogia, di invenzione e istruzione. Intanto, oltre che negli spazi specializzati, si tornava a fare teatro a scuola, in classe, e con qualche competenza in più. Se ne parlava, in questi giorni, al bel festival Segni d’Infanzia di Mantova, diretto con affabile determinazione dall’appassionatissima regista Cristina Cazzola. Un festival che ogni anno chiama moltissime produzioni nazionali e internazionali, assolutamente di qualità. Prima di dedicare una riflessione agli spettacoli (che rimando a un altro articolo, non fosse altro per ragioni di spazio e leggibilità: ne ho visti 11 in due giorni), mi piace fare ancora qualche considerazione generale sul settore. Allora due constatazioni e una preoccupazione (davvero generalizzazioni: mi si perdonerà l’approssimazione). Quel che ho avvertito, a Mantova, diffuso tra artisti e compagnie, è una cosciente e condivisa voglia di resistere all’immaginario televisivo o al rutilante mondo Pixar. Sembra quasi che molti degli artisti si siano coalizzati per tenere viva l’esperienza (o la memoria?) del teatro, della teatralità, presso i più piccoli. Dunque, un ritorno all’artigianato, alla semplicità, ai segni diretti e vivi che possano contrastare il mare magmatico di immagini televisive che travolge, quotidianamente, i nostri figli. Illusione e allusione, fabula e fantasia: il teatro ragazzi gioca la carta di una “povertà” che è poetica immediatezza. La seconda constatazione concerne il ruolo dello spettatore-bambino. Mentre il teatro “per adulti”, ovvero il teatro “di ricerca”, si interroga sempre più su quello che il filosofo Jacques Rancière ha definito “lo spettatore emancipato”, coinvolgendo sempre più ogni singolo spettatore nel montaggio emotivo e finale del lavoro, il teatro ragazzi sembra tornare allo spettatore-contingentato, seduto e passivo.

L’Animazione Teatrale cercava il coinvolgimento totale dello scolaro; altrettanto ha fatto, decenni dopo, Chiara Guidi con la Socìetas Raffaello Sanzio nella sua “scuola per l’infanzia”: obiettivo della regista era calare il bambino “in fabula”, letteralmente, con effetti sorprendentemente belli e emozionanti. Oggi, mi pare, si sia recuperato lo spettatorino seduto: in aggiunta vessato continuamente da maestre che non fanno altro che chiedere l’immobilità e il silenzio (“sssssshhhh”, si sente ogni due secondi!). Il pubblico dei bambini, si sa, è implacabile – lo dice Peter Brook, non lo dico io – e se si annoia lo dimostra subito: ma tenerli lì, inchiodati, forse non è utile a nessuno. C’è un tentativo, negli spettacoli definiti dai francesi “tout public”, di mettere avanti i bambini e dietro gli adulti-genitori: è già qualcosa, ma pare che i genitori ansiosi non si separino volentieri dai figli, nemmeno per il tempo della rappresentazione! Ecco, infine, la preoccupazione. Si è detto che il settore teatro ragazzi si è “specializzato”, ed è un bene. Un settore importantissimo, perché aiuta a formare i nostri bimbi non solo come “spettatori” possibilmente attenti e critici, ma anche come futuri cittadini – che vorremmo partecipi e fantasiosi. Eppure ci sono molti “improvvisati”: dal momento che nelle scuole ancora “si lavora”, in tanti si buttano a fare teatro ragazzi come attività di ripiego, ma almeno blandamente redditizia, pur senza avere quelle necessarie competenze. Chi fa questo teatro, invece, deve acquisire saperi e consapevolezze indispensabili. Rovescio della medaglia della specializzazione: c’è il rischio, sotterraneo, di un’eccessiva formalizzazione e banalizzazione di stili e stilemi, di tecniche e retoriche. Resta, comunque, un settore vivacissimo, e a Mantova ne ho avuto conferma: pieno di poesia, capace di affrontare archetipi e temi complessi, di raccontare il lato oscuro delle fiabe e di scatenare gioiose fantasie. Con buona pace della Melevisione, i commenti ad alta voce, i pianti, le gioie, l’applauso lieve e commovente dei bambini, fa ancora del teatro ragazzi un momento meraviglioso e ricco di senso. 

C’è un bisogno diffuso di discussione, di dibattito, di confronto all’interno del settore teatro ragazzi: questa almeno l’impressione che mi sono fatto nei tre giorni in cui ho frequentato il festival Segni d’Infanzia di Mantova, interamente dedicato a una programmazione di spettacoli per l’infanzia e la gioventù.

Assieme ai critici Rui Pima Coelho, portoghese, e Nino Kovacic, croato, avevamo il compito di gestire gli incontri subito dopo gli spettacoli: occasione non solo per fare recensioni “live”, ma anche, e soprattutto, per provare a ragionare meglio attorno a questo strano teatro che si dà in pasto al pubblico dei bambini. Un po’ ho provato, nel primo articolo dedicato al festival, di riprendere alcuni dei temi emersi.

Qui, ora, provo a dar conto di una selezione degli spettacoli visti (tutti sarebbe troppo).

Intanto le creazioni dei “maestri”, ovvero di quelle compagnie che vantano una lunga storia cui corrisponde una grande sapienza scenica.

Parlo, ad esempio, di Teatro Gioco Vita, e del lavoro con le ombre, espresso magistralmente anche in Il Cielo degli orsi, favola danzata e narrata, con l’interpretazione di Deniz Azhar Azari e Andrea Coppone. Tratto dall’opera di Dolf Verroen e Wolf Erlbruch, lo spettacolo ha, dalla sua, la magia (sempre valida) del recitare con gli oggetti e una drammaturgia robusta, capace di affrontare – in modo traslato ma non troppo – il tema della procreazione e quello, spinoso assai, dell’elaborazione del lutto. Sulle musiche di Alessandro Nidi, le coreografie di Valerio Longo per questi orsi-danzatori sono senza dubbio funzionali e affascinanti.

Si rivolge invece allo spettatore minuscolo, a bambinetti davvero piccoli, il bel lavoro di Dario Moretti e Saya Namikawa, che parte da un testo poetico di Mafra Gagliardi, per il Teatro All’Improvviso. Piccola Ballata per Peu, questo il titolo, narra il mistero e forse il miracolo della nascita, il passaggio dalla pancia della mamma al mondo. È un impianto semplicissimo ed efficacissimo. Dietro un pannello di rigida plastica trasparente, Moretti dipinge, trattando direttamente con le mani i colori, mentre viene eseguita dal vivo una composizione originale per vibrafono. A pensarci, la prima performance di Cage, Cunningham e Rauschenberg, del 1959, aveva lo stesso impianto: là c’era Cunningham che danzava, qui c’è un manipolo di spettatori che si incanta, e incanta, allo stesso modo. Peccato solo per quel tono, davvero troppo mesto, con cui Moretti apre e chiude il lavoro, leggendo le pagine della Gagliardi.

Per restare sul tema performance, fa scintille il geniale Cabaret Noir di Giorgio Gabrielli: marionette, burattini, pupazzi, manipolati con maestria e grandissima ironia. Gabrielli dialoga col pubblico, si schernisce, gioca al ribasso, racconta la sua biografia per cenni divertentissimi e spiazzanti, poi dà spazio e voce alle sue creature, costruite e agite dialetticamente, con intelligenza, amore e passione. Fino all’apparizione esplosiva di un diavolo che parla dialetto e fuma, forse uno dei pezzi di teatro più belli e intensi che ho visto negli ultimi mesi. 

Tra i “maggiori” resta da dire – almeno per me – di Il grande viaggio, spettacolo di raffinata fattura, prodotto da Accademia Perduta/Romagna Teatri con Teatro Persona. Il regista Alessandro Serra, anche autore, firma una storia ariosa, articolata, fatta di emigrazione e sogni, di incontri fortuiti e nostalgie. Lo spettacolo, al debutto, necessita ancora una messa a punto – mi è parsa troppo lunga, ad esempio, la prima parte – ma si avverte subito grande eleganza, ampiezza di visione, gusto per l’invenzione.

Ancora tre lavori da segnalare.

Il primo è Angeli e Nuvole, curato da Cristina Cazzola e Lucio Diana, con l’interpretazione della brava Sara Zoia. Divertente monologo che unisce un afflato fortemente pedagogico e didattico (la possibile “lettura” della “Madonna di Foligno” di Raffaello) con il racconto di un “viaggio di formazione”: stavolta non è un bambino ad apprendere e a crescere, ma la maestra grazie all’ascolto dei suoi studenti. Il lavoro, di gran grazia, insegue la suggestione delle nuvole, sa mettere allegramente assieme citazioni pasoliniane, flaianee e – purtroppo per me – rimandi all’odiosissimo Piccolo Principe.

(Colgo l’occasione per lanciare una proposta di messa al bando dell’orrida favoletta di Saint-Exupery: per almeno dieci anni via da ogni palcoscenico!).

A proposito di favole, vince la brillante versione di Cappuccetto Rosso imbandita dalla Compagnia Rodisio, dal titolo Ma mère l’oye. Insinuante, sottile, l’esecuzione del bravissimo Davide Doro, anche autore con Manuela Capece di uno spettacolo (ancora perfettibile) che gioca con la paura dei più piccoli, e pure dei grandi, mettendo assieme con smalto canzoni in playback e racconto, oche ballerine e lupi pericolosi, magici fuochi e scheletri danzanti degni di Jodorovski.

Ultimo lavoro di cui voglio parlare: Knup, della francese Compagnie d’A…!. Un quartetto di musicisti-cantanti straordinari, di cui uno anche narratore – con grande generosità in italiano, per l’occasione – danno vita a un concerto-favola geniale, divertentissimo. Basta leggere al contrario il nome del “principe” protagonista per capire il clima (musicale e non solo) dello spettacolo. Tra mille avventure e imprese, tra capovolgimenti simbolici e reali, incontri con la morte e con i draghi, tra nemici che ricordano molto l’ex presidente Sarkozy, il principe-carbonaro Knup sposerà, ovviamente, la principessa, ma il nuovo regno sarà molto anarchico: no past, no future, dice Knup. E come dargli torto?
ANDREA PORCHEDDU



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