.
Eolo
assitej
EUGENIA PRALORAN CI PARLA DELLA DODICESIMA VETRINA DEL TEATRO DI FIGURA PIEMONTESE
A PINEROLO DAL 23 AL 25 OTTOBRE

Crescere con e nel Teatro di Figura: la XII Vetrina Teatro di Figura Piemonte - Growing Up a Pinerolo
TRASUMANARE E SDOGANARE, OPPURE CRESCERE E CREARE PER DAVVERO?

Georgina Castro Kustner e Damiano Privitera de "La Terra galleggiante", con un atto di fede spericolato e generoso, nonostante il loro budget sia stato ingiustamente dissanguato di gran parte del supporto delle istituzioni, ma anche in crisi di forma e contenuti a causa dello scarso impegno delle "nuove generazioni" di teatranti, hanno voluto indire  ancora una volta la Vetrina di TeatroFiguraPiemonte, che raggiunge quest'anno la dodicesima edizione.

Con il titolo Growing Up (Crescendo), la XII Vetrina Teatro di Figura Piemonte è stata configurata come una seconda fase di programmazione rispetto al XXI Festival Figura dell'Interno 2015, sganciando dal cartellone del Festival estivo la presentazione di spettacoli e studi di Compagnie piemontesi  prevalentemente esordienti, o in rodaggio.

La presentazione della XII Vetrina Teatro di Figura Piemonte-Growing Up è stata preceduta da una settimana di residenza artistica per le Compagnie e gli artisti partecipanti, che hanno potuto usufruire del palco del Teatro del Lavoro e del Salone dei Cavalieri presso la Caserma Fenulli per le prove e la messa a punto finale, oltre a poter contare sulla disponibilità ad offrire supervisione di Damiano Privitera.

La presentazione dei lavori è avvenuta sotto lo sguardo attento e come sempre estremamente benevolo del pubblico e della Direzione Artistica del Festival e della Giuria, presieduta da Giampaolo Bovone, presidente dell'Associazione Peppino Sarina di Tortona, con la partecipazione di Sara Celeghin, dell'Associazione Teatro Invisibili di Padova, e di Elena Morero, insegnante di scuola dell'infanzia in Pinerolo.
Dopo lunga e attenta discussione, la Giuria ha deciso l'assegnazione del Premio Gianduja di Pezza 2015 allo spettacolo "Metereoplastico" di Anna Rita Anselmi e Amandine Gros, cui verrà offerta una presentazione presso il Teatro Civico di Tortona nell'ambito della Rassegna Assoli organizzata dall'Associazione Peppino Sarina.

Ma prima di proseguire nella nostra disanima, conviene fare un appello che ci sembra essere doveroso.
Giurati, per favore, giurati di ogni ordine e grado, di qualunque Vetrina e di qualunque Concorso, Rassegna o Festival, per favore, siate esigenti, e dichiarate chiaramente le carenze altrimenti fatali dei lavori che vi sono sottoposti. Per le Compagnie, che devono crescere, sperando che lo vogliano, e per il pubblico cui questi lavori sono destinati, e che dovrebbe goderli, e non subirli, come spesso accade.

Per favore, giurati, se non ci sono lavori sufficientemente maturi e pronti, non premiate i vincitori con la presentazione pubblica nel corso di ulteriori manifestazioni, o perlomeno vincolate la Compagnia premiata all'obbligo di rielaborare il lavoro e presentarlo in forma più compiuta alla vostra attenzione, o ad attenzione altrettanto qualificata e scevra da spiriti di parte o da conflitti di interessi, prima di concedere la conferma della presentazione o di altro premio.

Nel 2014 il rifiuto della giuria del Festival Incanti di assegnare premi e menzioni ha inflitto indubbiamente una sferzata, ma anche un notevole stimolo a quanti davano per scontato di doversi portare a casa qualche riconoscimento per il semplice fatto di aver partecipato. Ragazzi (di tutte le età, etnie e provenienze), il palco non vi è dovuto, né vi è dovuto un cachet, né la pazienza del pubblico, solo perché avete deciso di vivere di teatro. Vi fareste operare di appendicectomia da un gruppo di individui che hanno deciso di aver talento per la chirurgia, senza preoccuparsi di acquisire tutte le competenze necessarie?

Per favore, giurati, quando un lavoro che ha le caratteristiche di uno studio viene presentato come creazione compiuta e finalizzata, fatene presente i limiti in modo chiaro e inequivocabile, perché le fette di salame cadano dagli occhi e le persone non possano crogiolarsi sugli allori quando avrebbero intelligenza e capacità di raggiungere un esito migliore, se non brillante.

Se eventuali studi di teatro non hanno fornito ai partecipanti gli strumenti per capire la differenza fra un conato e un risultato compiuto, siate voi a indicare la strada, con parole chiare e dirette.

Per favore, giurati, quando occorre fate capire ad artisti e Compagnie che dichiarare nella scheda uno o più registi, magari sommato al contributo di un numero di drammaturghi variabile da uno a infinito, è come affermare che una stanza è stata costruita, arredata e riordinata da una, due o più persone. Se poi entriamo e troviamo un caos disorganizzato senza capo né coda, se vediamo che il comodino è stato capovolto sopra al frigorifero senza un perché, che si parla a vanvera o si ripetono azioni per gonfiare la durata dal format, e che si usa un cavatappi al posto di un martello non perché la cosa abbia uno scopo all'interno del lavoro, ma perché non si sa cosa sia un martello, perché non si ha voglia di procurarselo, o peggio ancora perché si pensa che il pubblico sia troppo fesso per accorgersene, per favore, giurati, difendete il pubblico.

Giurie, aiutate l'artista a crescere. E' uno spreco terribile quando si adagia sul proprio limite limitandosi a coltivare il proprio profilo Facebook e dintorni o poco più.

Sotto la spinta della generosità dunque non dimenticate il necessario rigore.


Per favore, giurati, siate esigenti, perché le Compagnie e gli artisti spesso davvero non si rendono conto di quel che occorre e di quel che manca. Se ne rende invece conto rapidamente il pubblico, con tutte le conseguenze del caso. Soprattutto per il pubblico giovane e giovanissimo, insidiato da pessima televisione, giocattoli diseducativi e passatempi ripetitivi, uno spettacolo teatrale bello o quantomeno valido può rappresentare l'inizio della salvezza, una scintilla di poesia, una promessa di contenuti oltre la soglia della quotidianità, l'apertura di un sentiero verso i mondi della fantasia e dell'immaginazione, uno stimolo verso la libertà di ideazione e di pensiero. Ma uno spettacolo brutto li respinge dritti nella cloaca delle convenzioni multimediali tanto utili a chi vende gadgets assortiti. E una volta assuefatti alla bruttezza e alla mancanza di senso risvegliare i cervelli è molto più difficile.

Torniamo ora alla XII Vetrina Teatro di Figura Piemonte-Growing Up ed esaminiamo la motivazione dell'attribuzione del Premio Gianduja di Pezza 2015 a "Metereoplastico" di Anna Rita Anselmi e Amandine Gros:

"Il lavoro teatrale, seppur con tratti drammaturgici aperti, si è distinto per l'originalità dell'allestimento caratterizzato da un impiego non scontato dei materiali, sostenuto da una ricerca stilistica che ha consentito di ottenere un risultato estetico molto soddisfacente e in alcuni momenti poetico. Si evidenzia un interessante lavoro di intreccio tra i diversi linguaggi espressivi nel rispetto dei codici e degli stilemi del teatro di figura, accompagnati, questi, da una partitura sonora perfettamente coerente".

Vorrà la Compagnia che ha presentato "Metereoplastico" riprendere il materiale sonoro in maniera da creare un contenitore in cui il volume viene modulato, e le musiche corrispondono, se non a una composizione originale, perlomeno a una cifra stilistica realmente omogenea rispetto al testo? Vorrà compiere per davvero un percorso drammaturgico compiuto e coerente, o preferirà continuare ad affidarsi alle qualità visive del grande (nel senso di grosso) oggetto scenico che costituisce il centro della messa in scena?

Vorrà la Compagnia che ha presentato "Metereoplastico" decifrare nella perifrasi "seppur con tratti drammaturgici aperti" l'indicazione della necessità assoluta di trovare un finale, e pertanto di definire chiaramente una drammaturgia valida, vale a dire operare delle scelte riguardo a soggetto e contenuti, stabilendo una solida partitura?

Cogliamo l'occasione per condividere qualche considerazione valida per qualunque lavoro teatrale.

In generale, e soprattutto con il pubblico più giovane, in sala la differenza fra avere un finale e non averlo è spesso espressa tramite le frasi "E' finito?" "Ma quando finisce?" e simili. Nota bene: quando il finale c'è, ed è chiaro, il pubblico, anche se giovanissimo, difficilmente esprime perplessità riguardo al fatto che lo spettacolo si sia concluso o meno. Nota bene numero due: se il pubblico comincia a pronunciare le frasi di cui sopra mezz'ora prima della fine del lavoro, a reclamare una via di fuga o la merenda, prendere nota e rifletterci su. Magari sono viziati, magari hanno ragione.

Compagnie, il pubblico non è il vostro ostaggio né vi deve attenzione ad oltranza. Se perde il filo e l'interesse per quel che fate in scena, c'è un motivo.

Se i bambini non capiscono che lo spettacolo è finito, se continuano a chiedere quando finisce, anzitutto imparate a rendervene conto, e poi chiedetevi perché.

A spettacolo finito, con il dovuto rispetto, chiedete al vostro pubblico, ai bambini, agli adolescenti, agli adulti (se è al pubblico che davvero vi rivolgete, e non agli operatori) se è piaciuto, cosa non è piaciuto, cosa non hanno capito e avrebbero voluto capire o vedere meglio. Ma soprattutto, non chiedete compiaciuti del fatto vostro ai bambini "Cosa possiamo dire agli altri bambini perché vengano a vedere questo spettacolo?". E' una domanda disonesta, degna dei peggiori format televisivi e dei più biechi sondaggi di mercato. Vi darà ottimi risultati. Se avete astutamente scelto di intervistare i bambini più beneducati ed evoluti di di tutta la sala, vi faranno dono, nella loro generosità, di ciò che offre la loro visione poetica innata e non ancora devastata da Playstation e pessimi programmi per l'infanzia. I bambini vi faranno dono di ciò che la loro meravigliosa fantasia ha proiettato sugli oggetti che avete presentato loro, completandoli e corredandoli di un senso che il vostro lavoro forse non aveva, perché incompleto. E voi sfrutterete le loro parole senza rimorsi, quando potreste ricevere da loro il migliore, il più valido dei feed back, se voleste imparare ad ascoltare sia durante che dopo lo spettacolo, ad esempio come fanno il poeta dell'immagine Gek Tessaro e il rigoroso Beppe Rizzo.

Chiedete ai bambini le loro vere impressioni, ascoltateli con attenzione e senza suggerire loro le vostre parole, loro vi indicheranno chiaramente i punti in cui il senso latita, la chiarezza dell'immagine è puramente visiva e non di contenuti. E rileggiamoci tutti quanti la Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari, e la terribile meravigliosa ultima intervista di Furio Colombo a Pasolini poche ora prima della fine. Farà bene ad ognuno di noi.

"Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini". Quale avventura più grande e più bella che esplorarli, sperimentarli per davvero, come teatranti e come teatrati, ossia spettatori? "Tu mi uccidi. Tu mi fai del bene" diceva una delle amanti descritte nelle pagine di Marguerite Duras. "Tu mi trasmetti emozioni. Tu mi fai del bene" vorrebbe dire lo spettatore, e invece spesso si trova a pensare "Tu mi hai annoiato a morte. Tu mi usi come pretesto. Tu mi (e ti) fai del male."

E' tragicamente di moda trasumanar ( coltivar public relations a destra e a manca, elaborar filmati accattivanti (tipico il montaggio strategico, con tanto di ralenti e fermo immagine, degli unici ventidue secondi validi su due ore di vaneggiamenti) e sdoganar ( spedire i suddetti filmati in giro per il globo, far di tutto perché un lavoro passi e venga comprato, distribuito, recensito, presentato, a prescindere dal fatto che sia compiuto e digeribile, evitando soprattutto di riprenderlo in mano per smussarne gli spigoli). Troppi fra quanti pretendono di lavorare in teatro si dedicano a qualunque cosa tranne acquisire e praticare le basi del mestiere teatrale in profondità.

Invece bisogna, soprattutto se si è convinti di essere i migliori, rimettersi in discussione, analizzare il lavoro compiuto, invece di cercare sempre e solo acquirenti e conferme. Cercare personalità di riferimento competenti, ricordando che i maestri sono importanti, studiare è un lusso e una goduria, "i maestri vanno mangiati in salsa piccante" (Uccellacci e Uccellini).

Tornando alla XII Vetrina Teatro di Figura Piemonte-Growing Up, è un piacere ricordare alcuni dei numerosi momenti più fertili e promettenti.

Premesso che ancora una volta si sono presentati alla Vetrina individui che anno dopo anno si ostinano ad agire in scena senza acquisire le basi del mestiere, accumulando pretese anziché competenza tecnica e contenuti; premesso che alcuni dei lavori presentati erano accattivanti sotto vari punti di vista, ma immaturi, o inadatti al pubblico più giovane, cui si rivolge la Rassegna che ospiterà il lavoro vincitore; premesso che fare ampio uso delle più note colonne sonore dei film d'animazione di Hayao Miyazaki non può salvare, anzi affossa testo e azione scenica se carenti; premesso che non tutti possono essere definiti esordienti, e soprattutto non in crescita, quando vengono superati determinati spartiacque anagrafici continuando a frequentare la scena senza dar segni di evoluzione; premesso che purtroppo non ci è stato possibile vedere tutti i lavori in programma, la XII Vetrina Teatro di Figura Piemonte-Growing Up è stata molto interessante, anche se come sempre vorremmo che alla generosità e disponibilità della Direzione Artistica corrispondessero altrettanta professionalità e impegno da parte dei partecipanti.

"Prima della valle delle ombre" di Andy Rivieni II, liberamente ispirato a "The Book of Thell" e agli universi di William Blake, è una creazione che esprime pienamente la cifra nera e il virtuosismo dell'antica arte (affascinante, impegnativa, e ormai quasi perduta) della fantasmagoria, praticata con grande abilità tecnica dall'autore/costruttore/manipolatore. Efficace, stilisticamente omogeneo e coerente, "Prima della valle delle ombre" è stato meritatamente premiato come vincitore della selezione "Performance" dell'INTERIORA hORROR fEST di Roma 2014. Decisamente adatto a una galleria d'arte, o comunque ad un pubblico adulto e maturo, amante delle atmosfere crepuscolari/(nec)romantiche/oniriche, "Prima della valle delle ombre" di Andy Rivieni II è un piccolo gioiello dark/horror di sconcertante attualità, con sfumature iridate, soffici nuvole, pallide albe e volti di bambina malinconica alla ricerca di risposte a domande indicibili. Alla fine di un'angosciosa ricerca, un candido, umile Verme conosce, e rivela, la sua segreta versione del senso della vita (e della bellezza), valido ai tempi della Peste Nera come ai tempi dell'ossessiva peste multimediale che inflaziona gli schermi del globo. Suggestivo, ossessivo, sussurrato, inquietante ed oscuro: secondo lo stile inconfondibile di Andy Rivieni II. Oltre al macabro e all'onirico, sarebbe bello scoprire ulteriori registri del maestro della fantasmagoria

La ricerca della Compagnia "La Vecchia Soffitta" in "Ari Ari Ciuco Butta Denari" merita rispetto e simpatia. Rispetto, perché i due autori/interpreti amano veramente il Teatro di Figura, e sono a caccia della loro cifra, e soprattutto dei giusti ritmi per dare ai loro burattini a guanto lo slancio e il respiro che meritano. Simpatia, perché agiscono le storie che desiderano sviluppare mettendosi al servizio dei personaggi che creano, ponendosi mille domande. La chiave che cercano da tempo apparirà certamente attraverso un'adeguata ricerca drammaturgica che permetta loro di chiudere il cerchio e definire vicende e personaggi. In bocca al lupo, anzi al ciuco.

Estremamente stimolante sotto tutti i punti di vista lo studio presentato da Martina Soragna, attrice e performer, e Matteo Frau, musicista sensibile e fantasioso, compositore intelligente, che qui esordisce come performer, partner e complice di avventure e misfatti (forse) preistorici. Notevole (visti tempora & mores) l'onestà non scontata con cui gli autori e interpreti hanno dichiarato la natura sperimentale del lavoro. Interessante perché nel caos creativo (che caratterizza la fase iniziale di qualunque studio che si rispetti) c'è abbondanza di ottime idee (e adesso, potare, sperimentare…), diverse immagini altamente suggestive, teatralmente funzionali. Finalmente abbiamo potuto ascoltare musiche belle e davvero originali, sia in improvvisazione dal vivo che composte da Matteo Frau e Ruben Zambon, sonorità elettroniche ispirate e mai scontate, raffinata attenzione al volume e alle sfumature di ogni nota anche nel gioco dell'improvvisazione. Come sempre Martina Soragna agisce la scena con una fisicità tagliente e suggestiva che esplora il limiti del clown sfiorando i confini del teatro dell'assurdo. Matteo Frau in scena rilancia e sostiene degnamente l'impresa. Martina Soragna e Matteo Frau in scena hanno la giusta intesa, la giusta chimica, la giusta dose di follìa. Fra uno stegosauro, una Shruti Box e una tromba, in un paesaggio apocalittico (o forse primordiale? Ah, scegliere e sviluppare…) la promessa di una creazione davvero nuova e originale. Ci siamo molto divertiti. Attendiamo sviluppi.
EUGENIA PRALORAN




Stampa pagina  Link alla pagina

Segnala questo articolo ad un amico:

Tuo nome

Tua mail

Nome amico

Mail amico




Torna alla lista