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Eolo
recensioni
Tra Castelfiorentino e Porcari le recensioni di Mario Bianchi e Elena Scolari
"TEATRO FRA LE GENERAZIONI" E "COSA SONO LE NUVOLE"

Da mercoledì 16 a venerdì 18 marzo 2016 si è svolta tra Castelfiorentino e Empoli  la sesta  edizione di “Teatro fra le generazioni”, il “cantiere multidisciplinare” toscano legato al teatro d’innovazione per le nuove generazioni, come amano definirlo gli ideatori della iniziativa Vania Pucci e Renzo Boldrini della storica compagnia Giallo Mare Minimal Teatro.  Una manifestazione di grande e composito respiro che in questa edizione ha ospitato undici eventi in cartellone, oltre a momenti legati al confronto e al dibattito che tradizionalmente coinvolgono istituzioni ed operatori.   Undici sono stati gli spettacoli, con una particolare attenzione alla contaminazione fra diversi alfabeti comunicativi, rivolte a tutte le generazioni per i bambini, dai più piccoli agli adolescenti. Tre invece gli Incontri/laboratorio che hanno riguardato  altrettanti temi di particolare rilevanza, come l'iniziale  convegno sulla “ Rete teatro educazione, una rete teatrale lunga quanto l’Arno” al quale sono  stati  presenti i consiglieri regionali Alessandra Nardini ed Enrico Sostegni, oltre alla direttrice di FTS onlus Patrizia Coletta. La vice presidente della Regione Toscana, Monica Barni, nonché assessore alla cultura, ha invece concluso il dibattito “Residenze come pratica riformatrice e non eccezione periferica del sistema” che ha visto giovedì 17 marzo al Cenacolo degli Agostiniani di Empoli la presenza di tutto il teatro toscano nell'imminenza della pubblicazione del nuovo bando riferito appunto alle residenze. Vania Pucci di Giallo Mare e Donatella Diamanti di Fondazione Sipario Toscana hanno invece coordinato l'ultimo giorno del cantiere, un incontro sulla drammaturgia in vista di una loro coproduzione sul tema dell'adolescenza, a cui hanno partecipato insegnanti, drammaturghi ed operatori, giunti da tutta Italia che hanno proposto diverse ed interessanti suggestioni riguardo al tema assegnato.
Come detto 11 gli spettacoli proposti, alcuni dei quali presentati in altri festival e di cui Eolo ha già riferito come “ Piccole Emozioni” di FondazioneSipario Toscana,”Il cavaliere inesistente” di Teatro Gioco Vita, “Il sale della terra” di Teatro Telaio  e “Viaggio ad Auschwitz A/R” del Melarancio, emozionante riproposta della creazione di Jimmi Basilotta, vincitrice del Premio della nostra rivista nel 2014, come migliore progetto creativo.   

Già da subito intrigante l'inizio del Festival con l'inedito, almeno per noi, duo Roberto Abbiati e Maurizio Lupinelli, che conosciamo e che abbiamo già amato in altri contesti, e che in “Carezze” narrano l'infanzia attraverso le azioni e gli sguardi di due bizzarri e stralunati custodi di un vecchio istituto pieno di  ricordi. È un viaggio nella memoria di due adulti nel quale si intrecciano frammenti di vita quotidiana e immaginazione, utili per superare da una parte le difficoltà di un'età in cui il gioco ha perso ogni sua essenza di felicità e dall'altra per recuperare malinconicamente un mondo irrimediabilmente perduto.  Per questo sulla grande lavagna del tempo si intrecciano disegni di cose dimenticate, un grande sole, una  barchetta nel mare in tempesta, un naufragio, le bolle acquose di un pesce rosso, sciarpe rosse che svolazzano nell’aria. Con il teatro invece la magia di una pallina ridà il senso alle cose perdute, mentre tra cielo e terra si intrecciano piccole visioni di libertà che solo l'infanzia possiede. “Carezze” è uno spettacolo leggero leggero, a volte forse troppo nella sua voluta impalpabilità, racchiuso in una specie di piccola nicchia dove i piccoli spettatori vengono immersi in un mondo che tra poco dovranno per forza lasciare, ma che Roberto e Maurizio donano a loro ritornando per 50 minuti bambini.

A Castelfiorentino abbiamo visto l'ultimo spettacolo di Giallo Mare Minimal Teatro, firmato da Renzo Boldrini: “La Fiaba della Principessa Turandot” con le musiche originali di Ferruccio Busoni, eseguite dal vivo da Claudio Proietti.
Forse pochi sanno che oltre alla famosa opera, per altro incompiuta, di Giacomo Puccini” Turandot” ( che ovviamente lo spettacolo spesso riverbera) ne esiste un'altra, assolutamente diversa, dovuta a Ferruccio Busoni, nato ad Empoli, 150 anni fa.
Ed é appunto per questa occasione che l'empolese d'adozione Renzo Boldrini di Giallo Mare Minimal Teatro, in collaborazione con Centro Studi Musicali Ferruccio Busoni, nel “Progetto Musica da vedere Teatro da ascoltare”, ne ha riproposto, rivisitandola, a Castelfiorentino una gustosa versione teatrale per bambini che utilizza insieme a due poliedrici attori, Tommaso Taddei e Carlo Salvador, proiezioni, pupazzi, maschere e vari artifici visivi e sonori .
Come si sa Puccini trasse la vicenda di Turandot da Carlo Gozzi, ma la storia di Turandot viene da più lontano, avendo probabilmente  origine da una figura storica realmente esistita, la Principessa Khutullin – raggio di luna, figlia di un condottiero mongolo, che imponeva ai propri pretendenti di battersi con lei in prove di lotta e corsa con i cavalli nella quale era abilissima. Una storia che rimanda ad altre, come il famoso mito di Atalanta o come appunto quella raccolta dallo studioso François Petits de la Croix che nel 1710 la pubblicò, nel ciclo di fiabe e racconti, “I mille e un giorno “, cambiando il plot originale e trasformando il nome di Khutullin in Tourandocte. È da quest’ultima trasposizione della storia della principessa d’oriente di De la Croix che appunto  nel 1762 Carlo Gozzi costruisce la sua versione con il personaggio, che prende il nome definitivo di Turandot. Ed é nel 1905 che Ferruccio Busoni  ispirato dal Gozzi realizza un pezzo sinfonico (Turandot – suite) che nel 1917 trasforma in una vera opera.

Boldrini crea con “ La storia della Principessa Turandot”, mescolando le carte, una specie di prequel di quella immortalata da Puccini, dove ancor prima del suo arrivo a Pechino per rispondere ai quesiti di Turandot, seguiamo Calaf, dal momento  in cui viene spodestato dal suo regno felice e, complice un meraviglioso falcone, indirizzarsi verso un futuro pieno di incognite ma battezzato dalla fortuna. Nel suo viaggio, sarà sempre in compagnia di un personaggio, una maschera, dal nome di “Arlecino”, di madre toscana e padre di Pechino, che con la sua furbizia lo aiuterà a sconfiggere la strega Adelma, individuata come personaggio antagonista, sposa del padre di Turandot,  assai simile a quello della matrigna di Biancaneve. Mentre Turandot viene trasfigurata in una versione orientale della Bella Addormentata, in perenne attesa, di essere sciolta dal ghiaccio, che magicamente la ricopre, dal bacio di un principe che deve risolvere tre enigmi, diversi, da quelli omologhi della versione pucciniana. E così difatti avviene e insieme alla bella Turandot, ovviamente, alla fine, anche Pechino tornerà ad essere splendente ed accogliente come lo era un tempo.
Boldrini, egregiamente servito dalla scenografia, immagini e oggetti dI Lucio Diana imbastisce una specie di labirinto di storie in cui i bambini possono immergersi dove Carlo Salvador e soprattutto Tommaso Taddei si muovono con disinvoltura sul palco avendo il loro bel da fare per sostenere tutti i personaggi in campo. Ma sono diverse e composite le persone che hanno partecipato in tutti i campi alla realizzazione di “La Storia della principessa Turandot” a testimonianza di come il teatro ragazzi sia capace di mettere in campo competenze che non hanno niente da invidiare agli altri campi della scena del nostro paese.
Lo spettacolo, alle prime repliche ed ancora in forma di studio, ha ancora bisogno di trovare un suo giusto equilibrio tra le numerose componenti che lo costituiscono, ma si manifesta già in modo consono sia come  raffinata operazione intellettuale in onore di un musicista così poco conosciuto come Busoni sia come divertimento intelligente e composito per i bambini di tutte le età.




 
Due gli  altri spettacoli di grande rilevanza visti a “Teatro fra le generazioni” “ Little Bang” di Riserva Canini e “I quattro moschettieri in America” de I Sacchi di Sabbia.


“Per me il nulla è dentro l'occhio di una pulce” “ Per me un inizio e quando ho imparato ad andare in bicicletta e mi sono sentito libero”
Little Bang” di Riserva Canini per i bambini che vi parteciperanno potrà essere un'esperienza forse unica, come per altro dovrebbe essere ogni uscita teatrale, potrà essere un evento irripetibile assai particolare, composto da due inscindibili momenti collegati tra loro e intrisi di stimoli fantastici e di nuove conoscenze.
In una prima parte, infatti i piccoli spettatori sono invitati a visitare una mostra d’arte “povera” delle opere che sono state collezionate nei diversi percorsi laboratoriali, fatti dalla compagnia  con i bambini dai 6 ai 10 anni delle diverse regioni di Italia che hanno sostenuto il progetto: Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Friuli Venezia Giulia.
Nella seconda parte gli stessi spettatori, entrati nella sala teatrale, assisteranno allo spettacolo vero e proprio, ovvero all’ipotesi immaginaria che Riserva Canini ha formulato, ponendosi anch’essa davanti  alla grande domanda: come comincia tutto quanto?
La compagnia si è seduta coraggiosamente  accanto ai bambini, come se fossero stati i loro  antenati. Da loro si sono fatti raccontare, attraverso gesti, suoni, materie e colori, come sono andate davvero le cose all’inizio di tutti i tempi, ponendo loro domande precise : Cosa c'è nell'invisibile da cui è nato tutto? E' possibile immaginare la materia tutta in un punto? Cosa é il nulla ? Inoltre li hanno invitati anche a riconsiderare alcune loro vitali esperienze. E' vero che da cosa nasce cosa e che tutto si trasforma? Ti va di narrarci un tuo  piccolo inizio?
Marco e Valeria hanno poi messo a disposizione dei bambini materiali di assemblaggio e materie prime (argilla, carta, cellophane, farina, colori) chiedendo loro, attraverso questi strumenti, di raccontarci le loro ipotesi immaginarie sulle Origini dell’Universo.
E' in questo modo che è nata la piccola galleria d'arte, che costituisce la prima parte dello spettacolo, galleria d'arte, fatta di opere che raccontano l'origine dell'universo e i cui autori sono bambini che non superano i dieci anni d’età .
Accanto ed in strettissima relazione con  questa personalissima collezione di “piccoli bang” prende vita lo spettacolo costruito dai grandi, “Little Bang”. Sul palco si materializzano mondi possibili, ipotesi e teorie forse al di fuori dalle basi scientifiche, ancora per altro incerte, immaginarie e teatrali, ma tutte tese ad entrare nel mistero di come tutto ogni volta abbia avuto e ha inizio e fine. Ciò rispetto anche all'esperienza individuale di ciascun bambino spettatore: del resto anche lui é all' inizio di un suo percorso nella vita, durante il quale, allo stesso modo, capita che da ogni esperienza ne nasca un'altra che formerà la sua coscienza e la sua conoscenza. L'attore in scena, abbracciando non solo metaforicamente i piccoli spettatori, li porta attraverso un 'immaginazione in continuo movimento, dentro un gioco incessante e sapiente di trasformazioni, realizzate con ogni tipo di materiale, dalla plastica, alla carta, dal cartone, alla plastilina, all'argilla e alla farina.
Marco Ferro e Valeria Sacco, scambiandosi spettacolo per spettacolo i ruoli di attore e di accompagnatore, fanno compiere ai bambini  attraverso il teatro un 'esperienza fondante della loro percezione del mondo. E infatti alla fine dello spettacolo quasi per magia, una magia che può accadere solo a teatro, l' Universo e il  palcoscenico diventano una sola ed unica cosa. 

Di taglio teatrale di rara raffinatezza, condito di ironia sopraffina, dove convivono splendidamente pubblicità, teatro, radiofonia e grafica, ci é sembrato il radiodramma animato de I Sacchi di Sabbia  “I quattro moschettieri in America” spettacolo che si rifà a mo'di omaggio alla famosa trasmissione radiofonica, andata in onda per la prima volta Giovedì 18 ottobre 1934 “I 4 moschettieri” «parodia di Nizza e Morbelli con musiche di E. Storaci», "radiorivista" (così venne definita ai tempi) che era  abbinata ad un famoso concorso di figurine, sponsorizzato dalla Perugina e che ovviamente era ispirata alle gesta di Athos, Porthos Aramis e D’Artagnan, rese famose da Dumas.
I Sacchi di Sabbia dopo il  radiodramma, realizzato per Radio 3, all’interno del progetto Radio Days di Santarcangelo14, riprendono quella esperienza, proponendola per il palcoscenico in una specie di  sequel de “I 3 moschettieri”, che si esprime in un’inedita sperimentazione visiva dove rivivono  le atmosfere e i personaggi del radiodramma.
“I 4 moschettieri in America” cambia tempo e contesto, essendo ambientato nell’America degli Anni Trenta: qui, i famosi eroi di Dumas si ritrovano, dopo aver meditato il suicidio, a inseguire, tra gangster, pupe e sparatorie , il sogno di una nuova grandezza, che solo il cinema potrebbe soddisfare. Giovanni Guerrieri conduce un gioco delizioso dove da una parte e dall'altra del palco  sullo sfondo di una New York cangiante e misteriosa,  si muovono con perizia Giulia Gallo,  Giulia Solano e Guido Bartoli chiamato a illustrare il teatro giocattolo che costituisce il centro della scena, mossi dalle voci di Marco Azzurrini, Gabriele Carli, Paolo Castellano, Enzo Illiano, Carlo Ipata, Matteo Pizzanelli, Federico Polacci, Daniele Tarini.
Un pastiche dunque, come lo avrebbero immaginato Nizza e Morbelli, che si avvale di gustose contaminazioni, dove sul ritmo di un film di Clair convivono Verne , “A qualcuno piace caldo” ,  le moderne graphic novel e i libri pop up, immancabili ormai negli spettacoli di Giovanni Guerrieri.
Uno spettacolo godibilissimo sulle orme di “ Buonanotte brivido” dei Donati e Olesen, che restituisce al radiodramma alla sua fruizione visiva.
Non sappiamo se“I Quattro moschettieri in America” sia davvero uno spettacolo per ragazzi, sappiamo che le avventure di questi improbabili eroi ci hanno scaldato il cuore e l'immaginazione, proiettandoci per un 'ora in un mondo credibilissimo, creato attraverso mezzi illusori di grande sostanza teatrale. 

Alla fine del Cantiere di Castelfiorentino siamo stati trasportati a Porcari vicino a Lucca per l'ultima giornata di “Cosa sono le nuvole” Lucca Teatro Festival: la seconda edizione del festival curato dalla La Cattiva Compagnia che per  dieci giorni  dall' 11-20 marzo ha invaso Lucca di teatro per bambini con quasi 3000 presenze.
Il festival è inserito nella programmazione di teatro ragazzi curata dal Teatro del Giglio con  la partecipazione di compagnie di livello nazionale, provenienti da tutto il territorio italiano per decine di appuntamenti dedicati ai giovane e alle famiglie.
Durante l'ultima giornata del Festival  abbiamo potuto seguire 3 nuovi spettacoli in prima nazionale oltre alla riproposizione, questa volta più meditata, del cavallo di battaglia dei padroni di casa della Cattiva Compagnia  “ Ernest e Celestine” tratto da Daniel Pennac con la regia di Giovanni Fedeli.
Tra Castelfiorentino e Porcari, due spettacoli hanno utilizzato le così dette nuove tecnologie per narrare due fiabe, assai diverse tra loro, Babayaga del TPO e “L'albero della felicità di Giacomo Verde e nel contempo tutti e due cercando una via diversa al loro comune stile di messa in scena. 

"Babayaga" del TPO, è una delle storie più visitate dal teatro ragazzi, è la storia di una bambina che è costretta ad abbandonare la propria famiglia per andare a servire nella casa di una terribile orchessa. Nel suo viaggio verso la casa della vecchia, pieno di pericoli e mistero saprà farsi aiutare da alcuni animali  e solo con il suo coraggio, alla fine, riuscirà a superare tutte le prove che il destino le porrà davanti.
Dal punto di vista figurativo Davide Venturini e Francesco Gandi mettono in scena questa celebre fiaba russa attraverso le bellissime immagini della illustratrice francese Rébecca Dautremer che questa volta non vengono proiettate come al solito su un tappeto circondato dai piccoli spettatori,ma in modo molto suggestivo invadono tutto il palcoscenico su cui si muovono due danzatrici. Nei momenti salienti inoltre, come accade in tutti gli spettacoli del TPO, alcuni bambini salgono sulla scena mettendosi nei panni della protagonista, in prima persona. Dal mondo meraviglioso dipinto dalla Dautremer nascono i paesaggi e i personaggi di una fiaba che vede al centro come antagonista la figura dell’orchessa e le farfalle come aiutanti magici, le quali si materializzano nel corpo delle due danzatrici che accompagnano i bambini nell'avventura.Il cambio di prospettive operato dalla compagnia risulta non ancora del tutto risolto nella sua eccessiva ripetitività che obbliga i bambini a salire troppe volte sul palco, ma apre coraggiosamente dimensioni nuove, cercando e sperimentando una diversa narratività delle immagini che in diversi momenti ( su tutte l'apertura del cancello per sfuggire all'orchessa) raggiunge benissimo l'obiettivo ultimo di rendere effettivamente il piccolo pubblico protagonista di un 'esperienza unica ed irripetibile.

Anche "L'Albero della Felicità" di Giacomo Verde intende  sperimentare una nuova dimensione narrativa dell'immagine, mettendo in scena una fiaba della tradizione polacca "Il melo incantato", attraverso un  teatrino olografico realizzato da Silvia Avigo, la computer grafica e le musiche  dei Whisky Trail. L''artista lucchese si misura in un nuovo modo di raccontare, non utilizzando più un vero e proprio teleracconto, ma ponendo  i personaggi della storia in un "teatrino olografico", attraverso la grafica 3D. Non è un videogame ma nello stesso modo e con gli stessi intenti parlando di una storia antica e di antichi mestieri, lo spettacolo tende al raggiungimento di un fine ultimo, la felicità appunto.  
La storia del  giovane protagonista  che non riesce a trovare un lavoro si muove infatti  tra le esigenze di una povera madre, una lucertola magica in pericolo, una vecchia strega benefica e un Re malato molto prepotente e delle pere magiche molto colorate che alla fine porteranno il protagonista alla tanto agognata felicità.
"L'Albero della Felicità",  proprio per la tecnica innovativa utilizzata, ci è sembrato non ancora del tutto risolto nella sua eccessiva ripetitività, non supportata ancora da un gioco inventivo efficace tra parole e immagine, ma ci pare offrire nuove insperate dimensioni al racconto  che secondo noi saranno foriere di nuove creazioni più amalgamate in tutte le sue componenti.

Di solida e divertente consistenza ci è parso “Valentina e i giganti”  lo spettacolo di Sandro Mabellini prodotto da Accademia Perduta/Romagna, che, dopo essersi confrontato con la classicità della fiaba, si misura con le suggestioni tratte da un capolavoro della letteratura infantile,  GGG (The BFG) di Roald Dahl, rendendone in modo semplice ma estremamente immediato tutte le varie situazioni.  Lo spettacolo narra di una bambina, Valentina appunto, che chiusa in un orfanotrofio, guardando casualmente fuori da una finestra, vede un gigante e per questo viene da lui condotta nel paese dei giganti. Il gigante fa molta paura a Valentina ma in poco tempo la bambina si accorgerà quanto la realtà sia ben diversa da come se l'era immaginata. Il gigante infatti  si rivela  buono e sensibile, anche se parla in modo strambo e ha gusti culinari assai strampalati. E' facile capire come i due diventeranno presto amici e che Valentina aiuterà il suo nuovo compagno nella guerra contro i giganti cattivi ma soprattutto a regalare sogni belli a tutti i bambini del mondo, sogni che il nostro soffia nelle orecchie dei piccoli mentre dormono.
Il Gigante nel suo zaino infatti porta ampolle dove miscelare i sogni, in mano ha la tromba con cui soffiarli nell’orecchio dei più piccoli, sui pantaloni dei carillon per farli addormentare e sulla sua bombetta degli occhiali caleidoscopici perché si sa che sognare vuol dire vedere il mondo con occhi diversi
Tra pochissimi significanti oggetti di scena e scenografie minimaliste, lo spettacolo di Mabellini è soprattutto uno spettacolo di attori, tutti e tre efficaci nelle loro particolari caratterizzazioni, Valentina Vandelli è la protagonista della storia che simpaticamente porta il suo nome, Chiara Spoletini, sui trampoli e senza, raccorda la storia e porta in scena i comprimari, mentre il simpaticissimo, dolce gigante è Riccardo Festa che rende in modo credibile e vero un personaggio così bizzarro.


 
Assai difficile narrare ancora una volta in modo nuovo e senza retorica il sistematico attacco che gli adulti ogni giorno compiono rispetto alla natura.” Semi” di Coquelicot Teatro, l'ultimo spettacolo da noi visto a Porcari, ci prova narrando la progressiva sparizione di un parco che tre buffi personaggi intendono salvare dalle ruspe che incombono, prontissime a cancellare tutto il verde. Alla fine nonostante tutto ci riusciranno utilizzando un tesoro sepolto tanto tempo prima, contenente alcuni semi, simbolo di un mondo che non ha ancora perso la speranza di poter cambiare le logiche terribili chel'essere umano ha messo in atto per distruggere il mondo in cui vive. Marica Bonelli, Claudio Maestrelli, Laerte Neri e Paolo Simonelli su testo e regia di Carlo Oltolini imbastiscono uno spettacolo divertente con qualche filo di retorica eccessivo, ma forse necessario per una creazione che intende far riflettere il pubblico di riferimento su un tema così importante.  

MARIO BIANCHI


MILITE IGNOTO QUINDICIDICIOTTO/MARIO PERROTTA

Mario Perrotta è un attore molto molto bravo, senz’altro tra i migliori venuti alla ribalta negli ultimi 15 anni in Italia. Lo diciamo subito perché è una convinzione forte, confermata da Milite Ignoto Quindicidiciotto. Non vi stupirà ma è giusto sottolinearlo di nuovo.
Questo spettacolo è poi il risultato di un’operazione bella, accurata e interessante sulla lingua e sui dialetti italiani: Perrotta scrive un testo composto da un misto di italiano, piemontese, siciliano, napoletano, romagnolo, veneto… quasi una nuova lingua, nella quale le parlate dei soldati coinvolti nella Prima Guerra Mondiale, provenienti da tutte le latitudini della penisola, si mescolano in un suono sfaccettato ma melodioso.
Il milite ignoto è tutti i militi, parla tutte le loro lingue, una sola recluta poliglotta che racchiude in sé tutti gli accenti e la trasversalità geografica dei milioni di soldati falcidiati nella Grande Guerra.
Il personaggio/milite è seduto, per tutto lo spettacolo, vestito di grigio, su un mucchio di sacchi di juta mentre la panoramica terrena delle miserie del conflitto è sciorinata in tutta la sua fosca realtà. E’ come trattenuto dalla sua condizione, come avesse piedi e gambe fissati nella fossa scavata prima a difesa e che poi lo inghiottirà, per sempre, insieme a decine di compagni caduti. Bloccato come i tanti, fermi, monumenti che saranno eretti a imperituro ricordo.
Bella è anche la terribile descrizione della trincea con tutti gli orrori e le insopportabili condizioni cui i militari erano costretti. Facciamo fatica ad immaginarle, ma anche a sentirle.

La bravura di Perrotta è nota anche a Perrotta stesso, ormai, e vi indulge forse un tantino, la preoccupazione per la qualità interpretativa ha finito per indurre a trascurare un po’ di complessità di analisi sui fatti storici in sé: la sequela – ironica – delle dichiarazioni di guerra tra nazione e nazione, per esempio, risulta una semplificazione. E’ vero che in questa guerra forse più che in altre ci fu un’insensatezza diffusa ma questa ricostruzione rischia di essere un po’ troppo schematica al principale scopo di schernire gli alti generali, a costo di non spiegare granché della Storia.

Del resto siamo tutti con le vittime e siamo tutti con chi era in trincea e non con i graduati che ordinavano strategie fallimentari facendole realizzare ai sottoposti.
Lo spettacolo ha indubbiamente il merito di ridare – temporaneamente - esistenza alla massa di giovanissime vittime, senza nome e senza gloria che una memoria onesta non deve invece trascurare. E ai ragazzi, che non hanno nonni che gli possano raccontare cosa è stata la Grande Guerra, farà bene sentire cosa hanno vissuto i loro coetanei, un secolo fa.



ENRICO E QUINTO/STEFANO CIPICIANI

Raccontare la guerra dei cent’anni attraverso la passione per il teatro, per Shakespeare e per il tiro con l’arco. Questo fa Stefano Cipiciani in Enrico e Quinto, uno spettacolo semplice nella sua più bella accezione: un uomo di teatro che ci racconta, colloquialmente, l’importanza che gli arcieri hanno avuto nel lungo conflitto che impegnò Francia e Inghilterra tra XIV e XV secolo, Plantageneti contro monarchi francesi. Selve di frecce che oscuravano il cielo, scoccate per annientare il nemico.
Cipiciani ci spiega con una discrezione misurata e insieme appassionata, come si costruisce e come si monta un arco, quali legni si usano, come si chiamano le parti di questo strumento, e anche i termini tecnici sono belli: flettenti, bottone, faretra, guantino, parabraccio, carichi di libbre… Impariamo molte cose su una disciplina poco conosciuta e che ha una sua poesia agonistica.
Veniamo anche a sapere che il gesto V di vittoria con le due dita nasce da qui: il vincitore tagliava le dita all’avversario battuto per impedirgli di tirare ancora e chi vinceva le mostrava
per testimoniare la supremazia.
Quinto, il personaggio/raccontatore in scena ci parla di quando ha scelto, in spiaggia, i tronchi invecchiati dal mare, poi levigati e dipinti per farne Enrico V e il Delfino di Francia , situati ai lati del palco. Anche i bellissimi soldatini a cavallo sono dipinti, intagliati a mano e colorati con il pensiero all’arazzo di Bayeux, 68 metri di tessuto con lo storyboard medievale della conquista normanna dell’Inghilterra. Dentro a due cassettine di legno, i soldatini stanno rispettivamente sotto i loro sovrani, ci sarebbe piaciuto vederli mossi un po’ di più, specialmente nella parte di telecronaca bellica, che potrebbe essere forse più efficace con qualche spiegazione sulle tecniche di schieramento, per esempio.

La regia di Massimiliano Civica è leggera, giusta per uno spettacolo nel quale si segue la spontaneità di un testo senza fronzoli, sincero nel narrare una personale ricerca di felicità, che accomuna però tutti noi, ognuno intorno al proprio fuoco, bivacchi di passioni che allungano la vita, come la gittata di una freccia.
Il testo originale di Shakespeare Enrico V è presente brevemente, si fonde con i cenni di vita del protagonista, è l’ispirazione per parlare della lotta quotidiana che attori e teatranti devono ingaggiare per continuare a seguire la propria rotta: raccontare storie, davanti a qualcuno che le voglia ascoltare.
Il nostro regno è la scena, il nostro re è il teatro.
ELENA SCOLARI


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