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Eolo
recensioni
IL report e le recensioni di"Segnali" 2017
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI ED ELENA SCOLARI CON CONTRIBUTI DI NICOLETTA CARDONE JOHNSON, ROSSELLA MARCHI E CLAUDIO INTROPIDO

Ed eccoci, all'arrivo di Maggio, qui, a relazionarvi su “Segnali” il Festival milanese, giunto alla sua XXVIII edizione, organizzato dal Teatro del Buratto e da Elsinor che quest'anno si è svolto dal 2 al 5 maggio coinvolgendo ben 3 spazi : il Teatro Verdi, il Teatro Sala Fontana e il Bì La fabbrica del Gioco e delle arti di Cormano.

Nato su impulso di Regione Lombardia, come “Vetrina”, per promuovere la produzione teatrale del territorio, e abbandonato da questa Istituzione, per troppo tempo, quest'anno finalmente con Regione Lombardia è nata una nuova sinergia, attraverso la collaborazione con Next – Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo, un progetto della Regione, sostenuto da Fondazione Cariplo e affidato nell’organizzazione ad AGIS Lombarda, che ha l’obiettivo di incentivare la circuitazione di nuove produzioni di spettacolo dal vivo lombarde e di sviluppare la rete di contatti tra operatori, a livello nazionale e internazionale. Al fine di realizzare un intervento più mirato e funzionale all’interno di un contesto dedicato esclusivamente agli operatori del teatro per l’infanzia e la gioventù, cinque compagnie lombarde selezionate per Next, da una Commissione ad hoc, hanno messo in scena a Segnali le loro nuove produzioni.

Segnali” quest'anno ha ospitato 19 spettacoli tra cui appunto 5 produzioni di Compagnie Lombarde sostenute da NEXT con ben 12 debutti nazionali, dimostrandosi ancora una volta momento irrinunciabile di conoscenza, scambio, confronto e approfondimento sulle poetiche e sui percorsi artistici della produzione teatrale che individua nel pubblico delle nuove generazioni il suo referente privilegiato.

Non è mancato ovviamente, lo storico appuntamento con la consegna degli EOLO

AWARDS organizzati dalla nostra rivista e dedicati a Manuela Fralleone, premi destinati agli spettacoli e agli artisti che si sono distinti nell’ambito del teatro ragazzi, di cui vi riferiamo nella sezione apposita.La consegna si è tenuta giovedì 4 maggio alle ore 21.00 al Teatro Sala Fontana.

Tanti gli altri appuntamenti da segnalare, il convegno promosso da Regione Lombardia dal titolo ‘Teatro è scuola’, Incontro di studio e confronto sui temi della creatività, del teatro e dell’innovazione nei percorsi didattici: un incontro/confronto sull’utilizzo didattico delle attività teatrali con i rappresentanti del Mibact e Miur, delle Istituzioni Regionali, delle Università, delle Associazioni di categoria e degli operatori di settore. Anche qui a Milano poi è stato attivato l' Osservatorio Critico nazionale sul teatro ragazzi, nato tra Segnali, il Festival Teatro fra le Generazioni di Castelfiorentino e Maggio all’Infanzia di Bari, nell’ottica di creare una rete fra Compagnie, Teatri e Festival in grado di sviluppare momenti di confronto costruttivi.

Inoltre è stato creato un blog" Planetarium" realizzato da “Altre Velocità” Teatro & Critica, Stratagemmi e Il tamburo di Kattrin, dedicato all’osservazione e alla realizzazione di articoli riguardanti opere, artisti e le varie proposte che faranno parte delle programmazioni dei tre Festival sopra citati. “ Eolo” come è successo per “ Castelfiorentino” si coordinerà con il Blog per avere uno spettro più ampio possibile di approfondimento sugli spettacoli visti.

In apertura e in conclusione del Festival sono stati presentati due spettacoli internazionali: il primo, “Swift” dalla Francia dedicato al grande scrittore inglese autore dei Viaggi di Gulliver, il secondo “Mister Green “, proveniente dall’Estonia, creato in collaborazione con Elsinor, sul rapporto tecnologia – natura, ambedue senza parole e di forte impatto visivo.

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Non ci è parsa ancora matura per la scena l'ultima produzione che gli Eccentrici Dadarò hanno affidato a Bruno Stori :la rilettura del capolavoro immortale, e quindi sempre attuale, dell' “Amleto”di William Shakespeare. A narrare la storia del Principe triste di Danimarca è qui Orazio, l'unico amico che alla fine della storia, in fondo, gli è rimasto, e che ha raccolto le sue ultime parole, il fido Orazio, un Orazio moltiplicato per tre, Rossella Rapisarda, Andrea Ruberti, Dadde Visconti, tre “Orazi” che a mo' di buffoni narratori di corte, hanno ricevuto, appunto, l’incarico di narrare la vicenda del principe di Danimarca, proprio al momento della sua morte. I nostri tre scalcagnati eroi evocano la vicenda in una specie di bellissimo ring palcoscenico, creato dalle luci disegnate da FabrizioVisconti, abitato da pochissimi segni, un quadrato nero, un telo per proiezioni sullo sfondo, dei bauli, qualche abito di scena.

La storia viene esplicitata sulla scena nei suoi momenti topici, spesso attraverso le stesse parole del bardo(molto brava Rossella Rapisarda nella famosa scena del racconto della morte di Ofelia) inframmezzata, come è nello stile di Stori, da momenti stralunati di forte ironico contrasto.

Ma secondo noi la creazione “fresca di stampa” non è ancora riuscita in modo coerente a mescolare gli elementi fortemente ironici con quelli drammatici, in modo da restituire in maniera contemporanea agli adolescenti tutte le domande che ancora oggi Amleto chiede e suggerisce, senza per altro rispondere, dubbioso, come si sa, è. Calato il sipario comunque in modo intrigante ed intelligente, gli Eccentrici Dadarò chiedono a noi se siamo in grado di trovarne almeno una di ragione per uccidere e in nome di qualcosa. Abbiamo scritto in apertura del nostro sguardo sullo spettacolo la parola ancora, perchè ci pare che assolutamente lo spettacolo possegga un impianto drammaturgico e interpretativo assolutamente originale nello stile riconoscibilissimo di Stori, ma che abbia ancora bisogno di essere oliato e secondo noi corretto ( l'uso ripetitivo dei taccuini , l'attualizzazione poco risolta del linguaggi giovanili, qualche banalizzazione)Per cui conoscendo Stori e la Compagnia ci ripromettiamo di rivedere lo spettacolo.
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Due gli spettacoli dedicati allo sport presentati a Segnali e ambedue degni di nota “ Ruote rosa”“ di Luna e Gnac e “Via da lì , storia del pugile zingaro” di Pandemonium.
 Michele Eynard, Laura Mola, che incarna con giusta armonia la passione e l'evoluzione sistenziale della protagonista e Federica Molteni, su drammaturgia e regia Carmen Pellegrinelli con il consueto fondamentale apporto del disegno dal vivo dello stesso Michele Eynard che è capace di trasportarci in un tempo lontano, narrano la storia nascosta ai più di Alfonsina Morini Strada, pioniera indiscussa delle donne in bicicletta, che nel 1924 partecipò, prima in assoluto, al Giro d’Italia, intervenendo a numerosissime gare, finché nel 1938, a Longchamp, conquistò il record femminile dell’ora (35,28 km).Lo spettacolo, come un vero e proprio romanzo di formazione, segue passo passo la vita di Alfonsina dai primi giri di bicicletta nella sua Emilia sino alle fatiche bibliche del giro d'Italia. Tra illustrazione e interpretazione (forse eviteremmo le inflessioni dialettali troppo caratterizzate della protagonista), lo spettacolo risulta essere un commovente e giusto omaggio non solo ad Alfonsina ma a tutte le donne che con coraggio hanno segnato,spesso in sordina, proprio perchè donne, la storia del nostro paese.In “Via da lì” su una regia e drammaturgia di Walter Maconi create in collaborazione con Lucio Guarinoni, invece, viene ricostruita, sin dai suoi esordi,( troppo lunga a nostro avviso la parte iniziale legata all'infanzia) la storia del pugile Johann Trolmann, detto Rukeli, atleta forte, sveglio e coraggioso che possiede inoltre un dono assai raro per un pugile, due gambe veloci e agili per dare e non prendere pugni, come mai si erano viste sopra un ring. Attraverso questo modo assai raro di combattere, Rukeli diventa campione di Germania dei pesi mediomassimi negli anni trenta, in uno sport che si basava essenzialmente sulla forza. E il titolo dello spettacolo riprende la frase che dal bordo ring i secondi lanciano al loro atleta quando stretto nell’angolo doveva essere incitato a uscire dalle trappole costruite dall'avversario. Nato ad Hannover, in Germania, aveva però un grande difetto, era di origine “sinti” quello che ancora oggi definiremmo “uno zingaro” per cui, una settimana dopo aver vinto il titolo contro Adolf Witt, il gerarca nazista Georg Radamm, che non può accettare che un pugile di razza ariana venga umiliato da uno zingaro, gli fa togliere il titolo.Il suo nuovo avversario sarà Gustav Eder e la sconfitta di Trollmann viene ancora una volta architettata ad arte.Ma lui non rinuncia a sbeffeggiare i suoi avversari presentandosi sul ring con il corpo cosparso di farina. Quell’affronto lo rende ancora più inviso ai nazisti che sapranno come vendicarsi, viene prima mandato al fronte e poi confinato in un lager dove, oltre alle ordinarie privazioni, è trattato come un fenomeno da baraccone, costretto, ormai scheletrico, allo stremo delle sue forze, a indossare i guantoni,. Anche in queste condizioni non rinuncia a mettere al tappeto il kapò di turno, firmando la sua definitiva condanna alla morte ma non all'oblio. Walter Maconi, aiutato efficacemente dalle immagini proiettate su gli schermi che incorniciano la scena, e dagli oggetti, con cui dialoga in maniera teatralmente significante, compie un commosso e commovente omaggio ad un altro personaggio dimenticato dalla storia che con il suo sacrificio ha dato senso profondo ad uno sport basato sull'aggressione dell'altro e nel contempo al significato più intrinsico del concetto di essere umano.

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Quante volte abbiamo visto in scena la famosa storia narrata da Perrault di “Barbablu”, antico serial killer di mogli respinte? Sicuramente, in mille modi, ma certamente nell' adattamento di Maddalena Caliumi non come ce l'ha raccontata il gruppo francese “Le nuvole nere”! In scena attorno ad un grande armadio, da cui escono ambienti e nuovi personaggi, quattro donne, Martina Raccanelli, Gabriel Durif Eva Durif, Marion Lherbeil, Laure Nonique-Desvergnes, una narratrice e tre cantanti,  si aggirano libere nello spazio scenico, riempiendolo di immagini collettive, leggere e oniriche dove, Barbablu, pur non presente fisicamente sulla scena, aleggia come un fantasma raccontato attraverso canto, movimento e narrazione. Lo spettacolo, partendo dal famoso canto popolare “ Donna lombarda”, in cui si racconta il tragico tentativo di una donna di uccidere il marito con il veleno, vuole essere un omaggio all'oralità e alle voci delle donne che nello spettacolo si rincorrono narrando e musicando la celebre fiaba con nenie e canzoni di diverse tradizioni. E nell'alveo sonoro di questo omaggio non sono più i due fratelli che irrompono appena in tempo per salvare la sorella più giovane dalle mani di Barbablù, ma sono le ombre canore delle donne uccise ad aiutarla nel tentativo forse di schivare la morte, in un finale aperto a suggestioni diverse. Spettacolo affascinante questo Barbablù e certamente originale, anche se troviamo, a volte, il canto troppo invasivo e ripetitivo rispetto all'andamento della fiaba con una narrazione non sempre confacente al rapporto con il canto.

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PaneDentiTeatro in “Nemici”, liberamente ispirato a “Il Nemico”, libro illustrato di D. Calì e S. Bloch su drammaturgia di David Laurenzi ed Enrico De Meo su regia di Enrico De Meo e Benedetta Rocchi con in scena Enrico De Meo ci riporta ancora al tema della guerra.
Ecco dunque in scena un soldato solo, rintanato in una buca che fronteggia il nemico, nascosto in un riparo simile al suo; nel mezzo, una desolata terra di nessuno. La guerra che si sta combattendo è una di quelle orrende a cui ci ha abituato la stoltezza dell'essere umano “ piena di ferocia, pericoli, ordini ossessivi, paura e noia; a cui il protagonista può contrapporre solo la nostalgia del passato, della casa lontana, e pochi fragili sogni. Le munizioni e le razioni di cibo scarseggiano e il soldato è stanco, prigioniero della routine di ogni giorno e del terrore per il mostro davanti a lui; un nemico crudele, spietato, disumano, da odiare con tutte le forze. Fino a quando arriva, desiderato e temuto, l’ordine definitivo, quello di assaltare la postazione nemica e conquistarla, ad ogni costo “ Cosa succederà?Lastricato di buonissime intenzioni e propositi che rimandano anche al bellissimo racconto “ La Sentinella” di Fredric Brown, lo spettacolo viene meno proprio quando “il fuoco centrale” del discorso dovrebbe venire allo scoperto : il protagonista si trova finalmente davanti, anzi dentro, al presupposto nemico che non è altro che se stesso ( ci piacerebbe forse che avesse lo stesso nome) Così rispetto ad una prima parte troppo lunga e ripetitiva che andrebbe secondo noi sfoltita e rivisitata in chiave forse maggiormente parossistica, come assurda metafora evidente della follia della guerra, “ Nemici” in qualche modo ha paura di prendersi maggiormente la responsabilità di dire, chiaramente e con i mezzi che il teatro dispone, che la guerra da qualunque parte la si prenda non è un' offesa gratuita all'essere umano in generale, ma ad ogni essere umano. E' da lì, dalla conoscenza dell'altro, che, secondo noi, De Meo dovrebbe partire per fare in modo che lo spettacolo acquisti maggiore forza, dando così, se  maggiormente ripensata, piena autorità anche a tutta la prima parte.

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“ Becco di rame” narra la storia esemplare di un oca del tutto speciale, una bruna oca di Tolosa, una di quelle oche che qualche volta troviamo a fare la guardia nell'aia di qualche fattoria. A raccontarcela con il classico teatro di figura su nero, che lo ha reso famoso in Europa, è il Teatro del Buratto. Il teatro su nero è un teatro magico e unico nella sua grande potenza che ricordiamo utilizza forme e figure, mosse entro luci particolari da animatori che vestiti di nero si camuffano così nell'oscurità facendo apparire dal nulla pupazzi e oggetti. In questo curioso e antico modo di “fare teatro” seguiamo le avventure del nostro protagonista (perchè di maschio si tratta ) fin da quando, ancora pulcino, viene portato nella fattoria dove si svolge l’intera vicenda. Un pulcino che piano piano diventa grande, presentandosi in una forma assai anomala rispetto agli animali che popolano quel luogo, e, per questa ragione, non sapendo nemmeno in quale razza d'oca potrebbe identificarsi. Qui, incontra tre galline, tre vecchie zie brontolone dal cuore tenero e, per sua fortuna, una coppia di maiali, maia e lino, marito e moglie, che diventano genitori adottivi affettuosi. Ma è l'incontro con una cicogna di origine francese, viaggiatrice instancabile, che gli suggerisce in modo scientifico la sua origine, infondendogli il coraggio di essere sempre se stesso in tutte le occasioni. Una notte, per proteggere l’aia e il pollaio, perchè è quella come sappiamo la sua mansione, in una lotta furiosa con una volpe, il nostro protagonista perde la parte superiore del becco, rischiando di non poter sopravvivere. Un veterinario, il dottor Briganti (non lasciatevi ingannare dal suo cognome), però ha un 'idea geniale e fruttuosa, gli offre una protesi di rame che gli permette di continuare a vivere una vita normale nonostante la disabilità acquisita.

Una storia ben inventata direte voi, ed invece è verissima, Becco di rame e il dottor Briganti sono proprio reali e, alla fine dello spettacolo, sono miracolosamente comparsi sul palcoscenico, emozionando il pubblico presente, dimostrando così che a volte la realtà in quanto a bellezza conduce una bella gara con la finzione teatrale.Lo spettacolo curato in modo esemplare in tutti i suoi aspetti ( adattamento drammaturgico Ira Rubini, ideazione e messa in scena Jolanda Cappi, Giusy Colucci, Nadia Milani, Matteo Moglianesi, Serena Crocco con in scena Nadia Milani, Matteo Moglianesi, Serena Crocco, i pupazzi Chiara De Rota, Linda Vallone scenografie e oggetti Raffaella Montaldo realizzate dal Laboratorio del Teatro del Buratto in collaborazione con Raffaella Montaldo, Nadia Milani, Matteo Moglianesi, Serena Crocco) narra una storia vera e meravigliosa, utilizzando la splendida metafora del mondo animale, affrontando nel contempo, temi importanti e coniugati tra loro come quelli della diversità, della disabilità e dell’importanza di essere accolti, accettati. E Becco di Rame che sul palco in silenzio beatamente si fa' ammirare  in tutta la sua prorompente bellezza ce ne dà una prova vivente che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni!

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“ Ok Robot” del Teatro delle Briciole è il secondo capitolo del progetto di Beatrice Baruffini denominato “Trilogia disumana”, che comprende tre creazioni, la prima sul passato di cui abbiamo visto l'ottimo “Era Ieri”, la seconda sul presente, “ Ok Robot” appunto, la terza sul futuro. Tre storie che hanno come protagonisti, rispettivamente non esseri umani, ma dinosauri, robot e alieni. In scena gli Ok robot sono due, hanno aspetto umano, arti mobili e un’infinita capacità di memoria. Sono veloci, intelligenti, forti. Riconoscono gli oggetti e le persone, ricordano i compleanni, narrano perfino la fiaba di Cappuccetto rosso, a loro modo naturalmente. Accumulano dati e informazioni, accumulano, non mangiano, però, ma si ricaricano. Non dormono, vanno in stand by. Non sognano, cercano i desideri di altri. Non si chiedeno mai, trovano risposte alle domande di altri. Gli Ok robot poi ovviamente non muoiono mai.

Lo spettacolo di Beatrice Baruffini, con in scena Simone Evangelisti, Agnese Scotti, su musiche e ambienti sonori di Dario Andreoli, possiede un impianto scenico davvero notevole, dove i due protagonisti con assoluta coerenza interpretativa ci trasportano in un presente che abbiamo per molto tempo ipotizzato come futuro, regno incontrastato dei Robot. Ci spiace solo che il vero senso poetico della diversità tra essere umano e Robot sia accennato solo nel bellissimo finale, lasciando troppo spazio durante lo spettacolo a riferimenti e giochi intellettuali, secondo noi, un poco troppo adulti ( e se avendo a disposizione anche di un piccolo robot parlassimo di infanzia?) A parte i nostri “desiderata”,  avvertiamo comunque  che " OK Robot ", al suo debutto,  avrebbe ancora diversi margini di miglioramento.

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Manuela Capace, Davide Doro della compagnia Rodisio hanno presentato il primissimo affscinante studio di “Cuccioli” che li vede in residenza presso Espace600 Grenoble e che verrà alla luce nel 2018, uno studio di grande potenza visuale, come è spesso nello stile originale della compagnia. Entrando in teatro, la nebbia copre tutto il palcoscenico e parte della sala, ma tra la nebbia mentre il vento sibila, ecco che intravvediamo due esseri che accumulano fascine, ecco poi che ci accorgiamo che il fuoco vi riverbera sotto, e poi che piano piano sul pacoscenico, senza che noi quasi ce ne accorgiamo, si forma una piccola casa. Una piccola casa persa in un grande bosco dove regano incontrastati i lupi che sentiamo ululare fuori. Una voce ci avverte che tra poco un bambino busserà alla casa, l'attesa ( il vero centro di questo studio che però alla fine parlerà di crescita) è tanta, ed infatti un bambino bussa alla porta, i due esseri, un uomo e una donna vanno ad aprire …. TO BE CONTINUED

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Due spettacoli a Segnali hanno messo in scena come protagonisti due improbabili animali, uno da migliaia di secoli estinto e uno inserito nel nostro immaginario fiabesco:” Rex. Gli amici non si mangiano diTeatro Prova” e “ Un amico accanto” di Monica Mattioli. Nel primo un Tirannosaurus Rex nel secondo un Dragone. Due animali terribili e feroci ma qui tutti e due bisognosi di affetto.

In “Rex. Gli amici non si mangiano” con Romina Alfieri e Stefano Mecca, regia di Francesca Poliani e drammaturgia di Silvia Gilardi in una scenografia Giulia Brena, assistiamo all'amicizia tra un dragone e un topolino, un amicizia assai difficile visto che il nostro dinosauro tenta di ingoiare tutto ciò che vede. Sarà il topo Molly, munita di un navigatore satellitare e di una cucina portatile l’unica a riuscire a non farsi divorare da lui, complice una finta formula magica che, al grido “Bubu” renderebbe la sua carne immangiabile.

La preparazione di una torta poi cementerà la loro amicizia spiegando ai bambini come anche le persone più diverse tra loro possono essere amici, e lo potranno fare solo comprendendo le ragioni uno dell'altro.

Anche in “Un amico accanto “produzione Compagnia Teatrale Mattioli, adattamento liberamente ispirato a “Un amico per Dragone” di Dav Pilkey con Alice Bossi, servo di scena e Monica Mattioli, protagonista, vi è un animale, un piccolo Dragone, solo al mondo, che desidera ardentemente un amico che gli possa stare accanto. Quando ogni speranza sembra perduta, ecco sul suo cammino una mela, la prima che lo chiamerà col suo proprio nome, anche se poco dopo la sua amica verrà crudelmente mangiata. E per Drotto, il Dragone, questo è il regalo più bello della sua vita. Tra alti e bassi come succede nella vita, capirà alla fine che la vita è fatta proprio così e che spesso da un dolore può anche accadere che il sole possa risplendere ancora più alto.

Proposti in modi assolutamente diversi, il primo in chiave improbabilmente naturalista con qualche stereotipo di troppo e una scenografia troppo invadente, il secondo con tratti fumettistici e con una recitazione per noi fastidiosa, ma capace forse di rendere più umano e compassionevole il nostro Dragone, i due spettacoli potranno non deludere le attese degli spettatori piccoli piccoli, a cui, per noi, sono dedicati.
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“Racconto alla rovescia”,  con le scenografie di Elisabetta Viganò, Armando Milani, le musiche di Debora Chiantella, Emanuele Lo Porto, Andrea Bernasconi, la progettazione elettronica Marco Trapanese,le luci di Fulvio Melli, le fotografie di Paolo Luppino, la poesia di Paolo Ceccato e la realizzazione dei teli  di Monica Molteni, senza ombra di dubbio lo spettacolo più significativo visto al Festival, rappresenta il primo spettacolo della neonata compagnia Momom, sotto la cui sigla Claudio Milani ha deciso di produrre e creare i suoi nuovi spettacoli.“Racconto alla rovescia” parla dell'incontro tra un bambino e la morte, tra Arturo e la morte, la famosa e triste regina dei conti alla rovescia. Arturo è un ragazzino alto alto e molto molto curioso, così curioso che se gli fanno un regalo lo vuole aprire subito. Per questo ad Arturo piacciono molto le feste di compleanno. Soprattutto la sua, perché appunto gli fanno un sacco di regali. Forse è per questo che la Morte ( una figura alta alta, magra magra, secca secca con in mano una falce che gioca con le farfalle ) ha deciso di regalare ad Arturo proprio nel giorno del suo compleanno ben 7 regali, tutti di diversa grandezza, tutti in bella vista sul palco.Nel grande racconto alla rovescia, che Claudio narra sul palco, tutti questi doni vengono, piano piano, svelati per scoprire tutte le meraviglie che nella vita di ognuno di noi servono per diventare grande e per poter con i ricordi ritornare indietro a comprendere come ognuno di loro sia servito a farci diventare come siamo.

Ecco dunque il miracolo della nascita, poi i primi abbracci, il saper comprendere cosa è bene e cosa è male. Poi che ognuno di noi è uguale a chi ci sta vicino ma anche diverso. Quindi s aper entrare nelle ragioni degli altri e e e poter osservare la straziante bellezza del creato. E poi ecco l'ultimo, forse se non il più importante, il più utile però, accettare in modo positivo tutto ciò che la vita ti regala, “perché più grande è il nero, più forti, dopo, sono i colori”

Ora che tutti i regali sono stati scoperti, Arturo e la Morte sorridono e Arturo, curioso come è chiede alla Morte: “ci rivedremo?”. E la Morte : “puoi stare sicuro, ma tra molti, molti anni”.E siccome Arturo è molto curioso prosegue : “Quanti anni?” E la Morte : “Tu inizia a contare...”

Ancora una volta il teatro ragazzi mette in scena il tema della morte e lo fa in modo poetico, senza enfasi e senza fronzoli, attraverso un colloquio franco e quasi cordiale tra un bambino e la nera signora. Ma lo spettacolo ha anche il dono di utilizzare la tecnologia non come mero supporto, ma finalmente come linguaggio emotivamente e teatralmente forte. Infatti tutti i regali che Arturo-Claudio scopre, attraverso dei meccanismi tecnologici nascosti, appaiono al pubblico dei bambini come veri miracoli, affidati a segni di semplicissima materia che fa parte dell'infanzia, fili di lana, palloncini, uova, strisce di carta, fiori ed erba colorata. Miracolosi appunto, perchè è proprio del grande teatro far apparire miracoloso tutto ciò che avviene sul palco e non solo con le parole.

MARIO BIANCHI


Tempesta 6+ | Residenza Idra

L'opera testamento di Shakespeare realizzata per i bambini, partendo dalla traduzione del testo di Eduardo De Filippo in napoletano. Un progetto composito, una riduzione non facile. Residenza Idra mette in scena La tempesta con tre attori (Roberto Capaldo, Sacha Oliviero e Francesca Perilli) e le scenografie à la Robinson Crusoe di Antonio Catalano. L'ambientazione dell'isola è resa con teli leggeri appesi a canne, come un temporaneo rifugio, fragile come le vite dei personaggi, manipolate dal mago Prospero. 
L'isola è un luogo immaginario, è lo spazio dove un uomo studioso delle arti magiche vive - da esule - con la figlia Miranda e il selvaggio Calibano dopo essere stato spodestato dal fratello Antonio assurto surrettiziamente al regno di Milano. Di ritorno da Cartagine, Antonio e il suo complice Alonso si trovano in nave su una rotta vicina all'isola e a Prospero si offre l'occasione di vendicarsi: inscena così una tempesta e fa naufragare tutto l'equipaggio, guidando i comportamenti di tutti con inganni e incantesimi grazie all'aiuto dello spiritello Ariel, fino a rimettere ordine nel suo mondo riappacificandosi con chi l'aveva esiliato. Questa, in estrema sintesi, la trama dell'opera shakespeariana.
Nello spettacolo si sottolineano gli aspetti giocosi del testo, si sfruttano gli effetti di diversi linguaggi teatrali: le ombre, le maschere, i travestimenti, i dialetti, stili ancora da amalgamare ma utilizzati con attenzione. C'è però qualche difetto nella caratterizzazione dei personaggi: Ariel è una piccola lucciola rossa che non prende mai corpo, bella soluzione più che sufficiente a rendere il suo carattere aereo, potrebbe quindi usare un tono di voce più adulto; Calibano è giustamente un essere terrigno col corpo ricoperto di tatuaggi/simboli e che parla in napoletano, il che sarebbe una metafora linguistica più riuscita se fosse il solo a usare questo dialetto; infatti Stefano e Trinculo confondono un po' con le loro cadenze regionali; Miranda potrebbe ancora lavorare sull'incantamento che deve provocare in Ferdinando, ora un po' repentino. 
Tempesta 6+ è un lavoro che riesce ad avvicinarsi al pubblico dei piccoli con la creazione di belle atmosfere, che sanno trasportare in un luogo dove le magie servono a cancellare i rancori, a restituire una geometria "giusta" ai rapporti umani: perdonando ci si libera dei propri fardelli.
Il lavoro per rendere leggibile l'intreccio è riuscito, da aggiustare gli equilibri di durata tra le scene e qualche ingranaggio ancora non oliato perfettamente. La scelta di affrontare l'importanza del sogno e della finzione nel mondo dell'infanzia tramite le parole di Shakespeare è un'idea niente affatto banale ed estremamente rispettosa delle capacità di un pubblico troppo spesso sottovalutato.
Il vento finale, il soffio che riporterà tutti al loro posto, arriverà dai bambini senza che venga loro richiesto.

ELENA SCOLARI
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ABBIAMO CHIESTO A NICOLETTA CARDONE JOHNSON, DALL'ALTO DELLA SUA ESPERIENZA  COME OPERATRICE DI PARLARCI DI DUE SPETTACOLI DEDICATI AI PICCOLISSIMI

ECCO. IO. QUI. NUDOECRUDOTEATRO

In un ambiente in penombra siamo accolti da due sorridenti e silenziose attrici che accompagnano mamme e bambini (piccolissimi) ad accomodarsi intorno ad un palco-tappeto , al centro del quale un grande cubo di legno nasconde una tana azzurra imbottita, che invita ad entrare. Sul fondo si intravedono altri cubi, altri oggetti che, poco alla volta, verranno proposti ai bambini. Le due attrici - Judith Annoni e Alessandra Pasi, la regia è della stessa Pasi, - cantano e bisbigliano una filastrocca che sembra una formula magica: che accarezza con le parole e culla con i gesti. Raccontano parole semplici che coccolano ed affascinano. Sottolineano, con piccoli rumori creati dal corpo e dagli oggetti, quanto narrano: per fare sì che il canto ed il suono divengano chiavi per entrare in relazione con il TEATRO , inteso come territorio magico. Le attrici invitano i bambini ad entrare e ad esplorare questo mondo magico fatto di sensazioni tattili ed auditive, giocando con loro ed assecondando i loro muti suggerimenti .

Gli oggetti di scena hanno tutti un pensiero, una voce, una forma, un odore: dichiaratamente pensati e realizzati per essere utilizzati autonomamente dai bambini, in un gioco teatrale guidato di continua scoperta. Un cuscino con un’ imbottitura scricchiolante, una pelliccia morbida, e poi ecco un altro cubo di legno ma l’interno di questo è tappezzato di specchi, dove le luci di una piccola pila si riflettono creando un caleidoscopio. Oggetti , morbidi, duri; oggetti che producono suoni e rumori;oggetti da prendere, costruzioni da esplorare. Il gioco del “Cucù” con teli leggeri, la costruzione di un tunnel da attraversare da soli,… I bambini sono lasciati ai loro tempi, guidati e dolcemente invitati alla scoperta da Judith e Alessandra e, dopo qualche minuto di insicurezza, lasciano gli adulti e si lanciano ad esplorare – gattonando, traballando o camminando – lo spazio , ad utilizzare gli oggetti .

Lo spettacolo si conclude con lo stesso canto con il quale era iniziato: la formula magica che aveva fatto entrare i bambini nella magia del teatro, ora li accompagna all’uscita.Una deliziosa performance per bambini davvero piccolissimi e per i loro - estasiati e stupiti - adulti accompagnatori.

NIDO TEATRO DEL TELAIO

Il Teatro Telaio chiude conNIDOlaTrilogia degli affetti, continuando a sperimentare con efficacia la proposta di un linguaggio teatrale senza parole e con pochi oggetti. Dopo “Storia di un bambino e di un pinguino” e “Abbracci”  sempre con i bravi Michele Beltrami e Paola Cannizzaro, affida l’interpretazione dell’attesa di un bambino da parte dei genitori a due cicogne: uccelli-emblema della costruzione del “nido” familiare.E i due uccelli si danno molto da fare per costruire un nuovo nucleo familiare.

Dopo una felice interpretazione del corteggiamento e del volo nuziale, compare, scendendo magicamente dal cielo, l’UOVO: simbolo del loro amore. Ed ecco i nostri due alle prese con la costruzione della casa, in questo caso del NIDO. Si sa: la casa è un problema complesso per qualsiasi nuova coppia e le cicogne non ne sono esenti. Si accaniscono nella complessa costruzione di un nido enorme, dandosi l’un l’altro indicazioni, litigando, aiutandosi, utilizzando una grande quantità di materiale che non sono in grado di gestire. Niente da fare: il nido più volte comicamente crolla ed a nulla serve l’aiuto del pubblico coinvolto che, volenterosamente, si affanna insieme a loro.

Non riusciranno dunque a costruire una casa dove far crescere il pulcino che è nell’uovo? Ma certo che sì: quello che serve non è il superfluo ma l’essenziale. Ed un nido, piccolo piccolo, fatto di un solo rametto , c’è. Anzi, c’era fin dall’inizio; ma le cicogne non l’avevano preso in considerazione, forse in quanto troppo banale, ma che risulta essere efficace e giusto per entrambi. E sull’uovo, posto finalmente nel luogo deputato alla nascita del piccolo, con la gioia delle cicogne, si conclude la storia.Uno spettacolo grazioso e delicato, se sfrondato da alcune lungaggini (nella costruzione dei nidi) che ben conclude la Trilogia, nell’omogeneo stile del Teatro Telaio e del regista Angelo Facchetti.

NICOLETTA CARDONE JOHNSON 

ALAN E IL MARE

Ed eccoci davanti ad  "Alan e il mare" lo spettacolo di Giuliano Scarpinato che ha nettamente diviso i giudizi a "Segnali". Per questo abbiamo voluto proporre due giudizi diametralmente opposti, quello negativo della nostra Elena Scolari e quello positivo di Rossella Marchi, operatrice romana del Brancaccino. I nostri lettori potranno agevolmente comprendere attraverso questi due sguardi diversi le debolezze e le ricchezze che lo spettacolo contiene.


testo e regia Giuliano Scarpinato
assistente alla drammaturgia Gioia Salvatori
interpreti
Federico Brugnone, Michele Degirolamo
in video Elena Aimone
scene/luci
scene Diana Ciufo
luci Danilo Facco
e...
videoproiezioni Daniele Salaris
movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich
costumi Giuliano Scarpinato
progetto grafico Rooy Charlie Lana
produzione
CSS Teatro stabile di innovazione del FVG / Accademia Perduta Romagna Teatri

"CONTRO" ALAN
Fare un nuovo spettacolo dopo un grande successo è sempre difficile, si sa. Specialmente se il lavoro precedente ha avuto un'eco tale da andare oltre le aspettattive dell'artista stesso. Giuliano Scarpinato, autore di Fa'afafine - Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, è stato infatti salutato come un astro teatrale sorprendente, sicuramente anche per la scomodità del tema affrontato con il suo primo lavoro: il famigerato gender.
Anche per questa ragione, la platea del teatro ragazzi ha visto Alan e il mare e lo ha guardato con occhi pregiudizialmente bendisposti (pure alla commozione facile), perchè l'autore  (nonchè regista) dichiara di essersi ispirato al caso del piccolo Aylan, il bambino siriano che tutti abbiamo visto nella foto in cui il cadavere è riverso sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Come rimanere indifferenti?
Già.
Lo spettacolo di Scarpinato accenna però solo debolmente al fatto che i due protagonisti, padre e figlio (Michele Degirolamo e Federico Brugnone) stiano scappando dal loro paese (quale?), su una barca, per raggiungere Stoccolma, ma poi abbandona completamente questo aspetto (tanto che nel finale ha ritenuto di dover aggiungere un'approssimativa spiegazione posticcia per ricordarlo), per concentrarsi, confusamente, sul rapporto del padre col figlio morto durante la traversata.
Drammaturgicamente non è facile seguire come la faccenda si dipani, lo spettacolo comincia con una lunga sequenza in cui i due attori mimano l'uccellino di un orologio a cucù (la sveglia di inizio giornata?), scalano montagne sulla musica del videogioco di Supermario Bros, le montagne sono proiettate su pannelli irregolari come vetri rotti (metafora del sogno infranto?!), ad ogni modo capiamo che il bambino, inghiottito dai flutti durante il viaggio, si è fiabescamente trasformato in un pesce (riferimenti a Colapesce e La sirenetta), tra proiezioni di anemoni e stelle marine, ma com'è questo bambino? E' interpretato da un attore adulto in maglietta, pantaloncini e zainetto, costretto a indossare le ginocchiere perché dalla trasformazione ittica in avanti, nei frangenti in cui può uscire dall'acqua - emergendo da una sorta di diaframma elastico - per rivedere il padre, si sbatte sgraziatamente sul palco boccheggiando senza più poter parlare. Una gran fatica per un risultato esteticamente discutibile. Si assiste poi a una sequela di clichés, geografici e non, perché negli incontri il padre gioca col bambino a immaginare viaggi e città: per Parigi le immagini proiettate includono chilometriche baguettes, Tour Eiffel e croissants semoventi, per Roma il Colosseo e sottofondo di Nel blu dipinto di blu, non mancano i Beatles e una partita di pallone nella quale per altro il ragazzo/bambino riacquista magicamente la parola per dire "Papà, ho fatto un supergoal". 
C'è anche il cucciolo, il cane Abibi che nell'ottica marina è diventato un paguro.
Il padre, qua e là, si rivolge anche alla madre, che appare sorridente sui soliti pannelli in una foto icona, a mo' di santino, ma del conflitto che ha costretto la famiglia a disgregarsi non si fa parola, si accenna soltanto a qualcuno cui il padre ha dato "un sacco di soldi" per assicurarsi il posto sul barcone, nè si cita la Siria o qualcosa che non appartenga all'immaginario occidentale. I dialoghi tra i due sono elementari, retorici, si intuisce la volontà di rappresentare un rapporto poetico tra padre e figlio, ma il testo non prova nemmeno ad esprimere la sofferenza della separazione, può davvero bastare un "voglio restare per sempre con te"? 
La regia non consente agli attori di assumere caratteristiche davvero credibili, il padre risulta anonimo e il figlio prima svenevole e poi solo affannato nell'andirivieni terracqueo cui è vincolato.
Alan e il mare è comunicato come un modo per spiegare ai bambini il dramma delle migrazioni. Posto che si debba farlo con il teatro, che non è un utensile, non pare proprio che uno spettacolo come questo possa "servire" a dare elementi al pubblico dei piccoli per capire un fenomeno così complesso.
Introdurre l'elemento fiabesco potrebbe certamente essere una via giusta ma non se si trascura del tutto di contestualizzare la metafora nell'ambito reale. La debolezza di fondo infatti sta nell'intenzione, forzata dalla stretta attualità, di trattare un argomento di cronaca ostico e doloroso quando la pulsione naturale dell'autore è quella legata al linguaggio della favola, dove gli stereotipi sono elementi portanti ma l'abilità starebbe nel riscriverli in modo originale, creando una lettura nuova e magari anche collegata al mondo odierno.
Se uno dei riferimenti (citato in un'intervista all'autore Scarpinato) è il film La vita è bella, va però ricordato che la favola che Benigni racconta al figlio per rendere il lager un gioco, è tutta calata nell'inferno vero del campo di concentramento, e non si allontana mai da quell'ambientazione.
L'origine storica di quella foto diventata simbolo è qui invece dimenticata, negli abissi.

PRO ALAN

Dopo il temerario e significante “Fa’afafine” che tanto ha fatto rumoreggiare l’intera penisola, ecco “Alan e il mare” che tocca un tema che fa parte della nostra quotidianità ma di cui è difficile parlare. Ricordiamo tutti la foto di Aylan, il piccolo bambino con la maglietta rossa e i pantaloncini blu riverso sulla sabbia. Ricordiamo il dolore e l’impossibilità di soffermarsi troppo su quella immagine per la definitiva crudezza e l’infinito senso di ingiustizia e di impotenza che trasmetteva. Scarpinato parte proprio da quella foto, sfiorandola però solo un istante ma essa rimane indelebile per tutta la durata dello spettacolo. La scena si apre su Alan, un bambino che ricorda in modo impressionante la foto a cui abbiamo accennato per la posizione in cui dorme. Una mattina molto presto viene svegliato dal padre che in fretta e furia lo aiuta a prepararsi per partire. Il veicolo del viaggio sarà uno di quelli che quotidianamente vediamo sui giornali e in televisione: un barcone della speranza. Il padre di Alan affronterà il tragitto con il figlio, facendo di tutto per non permettergli di comprendere la realtà che stanno vivendo, riportandoci alla memoria  il padre de la  “La vita è bella”. La traversata diventerà quindi un’occasione continua di gioco e di invenzioni. La notte sul barcone sarà il tragitto viaggiato su una mappatura di stelle immaginaria dove Alan e il padre proietteranno figure divertenti unendo le stelle/puntini come tutti noi abbiamo fatto da bambini. Fino all’arrivo dell’onda gigantesca che tutto si porta via. Anche il bimbo. Lasciando un disperato padre con la sua piccola giacca tra le mani dopo aver tentato inutilmente di tenerlo stretto a sé per proteggerlo dalla furia dell’acqua. E qui merita fare un accenno all’interessante scenografia composta da una parete frastagliata di vetri rotti composti insieme, il sogno infranto, che sono contemporaneamente parete di proiezione e fondo marino. Comincia così la vita in terra straniera del padre di Alan, che tutti i giorni torna alla spiaggia dov’è arrivato solo e rimane in attesa fino a che da quel mare, che pare quasi metafora del liquido amniotico, esce un giorno il figlio trasformato in pesce. La partenza, in un contesto come quello migratorio, comporta sempre una perdita di identità, è importante ricordarlo. La trasformazione di Alan, a parte rievocare la terra di origine di Scarpinato che evidentemente si ritrova dentro un costitutivo Colapesce , testimonia un cambiamento di identità. Dal viaggio si esce mutati, il viaggio è sempre sinonimo di trasformazione: il cambiamento comporta la morte di qualcosa che c’era e la nascita di qualcosa di nuovo. Ed ecco che dunque la membrana elastica dell’efficace  scenografia viene ad essere una verosimile placenta dalla quale il bambino può rinascere e così  tornare ad avere una speranza. Così quei momenti insieme al suo pesce/bambino permettono a entrambi giochi di immaginazione, viaggi che vengono proiettati con immagini molto diverse tra loro per dimensione spazio-temporale e che testimoniano l’aspetto onirico di questi incontri. Accade però che Alan, appartenendo oramai al mare, abbia un tempo ridotto di permanenza sulla terra e non appena sente la chiamata delle acque debba ritornarci  lasciando il padre sconfortato sulla spiaggia. Molto curato è stato il lavoro con gli attori: credibile Federico Brugnone nel ruolo del padre e molto interessante il lavoro di Michele Degirolamo, il figlio, soprattutto dal momento della sua rinascita sotto forma di pesce. Il suo fluttuare nell’acqua, aiutato dall’efficace scenografia, è molto emozionante, come il suo dibattersi scomposto quando esce dall’acqua: come un pesciolino rosso rimasto all’asciutto. Interessante inoltre la presenza silenziosa ma molto intensa di un altro personaggio, che appare solo in video come Scarpinato ci ha abituato con “Fa’afafine”, la madre di Alan che viene ad essere quasi una moglie/coscienza che lo sostiene e lo consola. Ma, come accade al pescatore di Wildiana memoria deciso a perdere l’anima pur di vivere nelle profondità marine accanto alla sua amata, il padre di Alan, non tollerando più la lontananza dal figlio, decide di seguirlo negli abissi e, al termine del loro ultimo incontro, si immerge con lui. Ma sarà Alan a convincerlo a tornare sulla terra e ritrovare la Bellezza nel vivere. Lo spettacolo, di pregevole fattura, è  interessante anche per un pubblico adulto. E’ uno spettacolo popolare, nel senso più alto del termine: alleggerisce il genitore dalla responsabilità di accendere la televisione tutti i giorni davanti ai figli e non saper spiegare loro ciò che è inspiegabile e consente all’educatore di trovare un appiglio poetico per affrontare un tema che in qualche modo la scuola deve affrontare. Scarpinato trova il coraggio di farlo attraverso la favola. Regalandoci l’immagine del prima e del dopo di quella foto.

ROSSELLA MARCHI

ED INFINE ABBIAMO CHIESTO A CLAUDIO INTROPIDO, REGISTA E AUTORE DELLA COMPAGNIA MILANESE"QUELLI DI GROCK" DI DARCI UN SUO SGUARDO SU "PICCOLI EROI" DEL TEATRO DEL PICCIONE, SPETTACOLO VINCITORE DELL'EOLO AWARD COME MIGLIORE NOVITA', SPETTACOLO LONTANISSIMO DALLO STILE E DALLA SENSIBILITA' AUTORALE DI INTROPIDO.

PICCOLI EROI: FINALMENTE UNO SPETTACOLO DA SERIE A
Sono in fila lungo il corridoio centrale che attraversa perpendicolarmente tutta la platea,  a destra e a sinistra le poltroncine rosse del teatro, vuote, la luce di sala accesa non è fastidiosa e il declivio della platea mi permette di vedere dietro di me la lunga fila di spettatori/operatori, un po’ impazienti,  in attesa.
La giornata è stata lunga ma ci hanno assicurato che ci faranno entrare tutti.  Io sono lì davanti e sarò uno dei primi  a salire sul palcoscenico..... ecco….. ci siamo, si entra. Una luce fioca ci accoglie e il silenzio regna sovrano, solo i passi rispettosi di tutti, che si muovono per accomodarsi e sedersi a ferro di cavallo su due file di praticabili.
Siamo lì tutti seduti a guardare e ad ascoltare in silenzio.    Buio….  Siamo dunque già partiti. La CASA, fuoco emotivo imprescindibile, è il punto di partenza di questo viaggio metaforico che riunisce in un unico respiro lo sguardo di grandi e piccoli.
Al centro del palco una doppia fila di arbusti e rami fanno da contorno al cuore della scena e, mentre le luci si attenuano, mi sento come quando da bambino a piedi nudi davanti al mare devo trovare il coraggio di buttarmi… ed è proprio così.  Allora chiudo gli occhi, ma è difficile, sento le parole di mia madre che risuonano dolci e rassicuranti, ma quando li riapro vedo solo il mare grande grande.
E allora li richiudo subito e le parole si mischiano e si fanno più forti, apro gli occhi e mi ritrovo ad ascoltare il coraggio di una madre che esplora nell’anima dei propri figli.
Una madre che racconta di un partire nobile e dignitoso.
SETTE PICCOLI EROI (scelti a caso tra il pubblico) seduti intorno a un tavolo  pronti a spiccare il volo sono i protagonisti di questa emozionante esperienza condotta mirabilmente da una bravissima Simona Gambaro (Attrice/Autrice).
Finalmente un teatro che respira e non annaspa a rincorrere stereotipi che troppo spesso nascondono una qualità mediocre.
Qui il teatro diventa interazione e il riconoscimento delle emozioni è condivisibile tra i Sette Piccoli Eroi seduti al tavolo, protagonisti loro malgrado, e noi spettatori silenti, giudici osservatori.
Forse tutti assiepati sullo stesso barcone della speranza,  ma questa volta gli sguardi impauriti e curiosi si mischiano alle parole rassicuranti di una narrazione fluida ed efficace di tre figure femminili interpretate autenticamente dalla stessa Gambaro.
La fiaba di Pollicino sullo sfondo, ma non tanto, si insinua con forza in questa azione teatrale  che diventa sempre di più consapevolezza.  Così l’intuizione drammaturgica del doppio piano fiaba/realtà  restituisce il coraggio  di affrontare  il proprio viaggio senza paura.

CLAUDIO INTROPIDO      

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