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Eolo
recensioni
Matteo Tamborrino ha seguito da vicino per noi a Torino una particolare versione de "LA BELLA ADDORMENTATA"
LO SPETTACOLO E' ANDATO IN SCENA TRA GENNAIO E MAGGIO

BELLA SENZA TEMPO


Assemblo qui di seguito riflessioni e spunti impilati l'uno sull'altro nel corso di quattro mesi di osservazione diretta;ringrazio la Fondazione del Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale e l'Università degli Studi per la preziosa opportunità concessami.

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“Or proverò io, dopo doni di apparenza, a dar qualcosa che sia vera conoscenza. Per la bambina il mio dono sarà potente come un tuono, ma tanto alto il suo valore da cancellare ogni dolore. Sol chi il suo tempo sa ascoltare può davvero imparare ad amare. Non forzare, non forzare. A te, il dono di aspettare. Oltre ogni estate, oltre ogni inverno, ella un dì si ferirà; nessun dubbio, sarà eterno. Cadrà a terra e morirà!”


La belle au bois dormant, fiaba francese; Frère de joie et Soeur de plaisir, novella catalana; Sole, Luna e Talia, racconto napoletano; Dornröschen, märchen tedesco. Tanti, troppi nomi per la storia di una principessa che, in fondo, un vero nome non ce l'ha. Storia senza età – la sua – che, grazie alla sapiente regia di Elena Serra e a un tocco gozziano, è tornata a vivere sulle scene torinesi tra gennaio e maggio scorsi, come consueta proposta dello Stabile rivolta ai giovanissimi di asili e scuole elementari. E ovviamente alle loro famiglie.


La trama, che attualizza ove necessario ma si manitene pur sempre su un piano di trasognata irrealtà (complice anche il dettato attorico, quasi costantemente in rima, nonché la scelta musicale che spazia da Saint-Saëns e Prokofiev a Fabio Rovazzi), è presto detta: un Re e una Regina, che sprecano le proprie giornate spiando con un binocolo le delizie del giardino del dirimpettaio Cantalabutte (nella fiaba tradotta in italiano per Marsilio da Ida Porfido è l'imperatore Cantilcolle), si rendono presto conto di difettare del bene più prezioso di tutti, la gioia di essere genitori. Istruiti a dovere da un paio di guardie un po' rigidine, i due comprendono quale sia la strada giusta da imboccare per realizzare i propri desideri e dare alla luce una piccola creatura. Intonando un “Dammi un bacio e ti dico di sì…” escono di scena a passo di danza, non prima però di aver dato un bel bacio di benedizione all'agognata erede.


A questo punto, due fate bizzose (la bionda Fata Lità e la mora Fata Lista), dismessi – si fa per dire – gli oscuri panni cancellereschi, danno sfogo ad un tira e molla di gridolini e preoccupazioni circa l'onere che è stato loro affidato. Un onere piccino picciò che quieto riposa nella sua culla dorata. Arriva così per la bambina il momento del battesimo e sei fate (due in carne ed ossa, quattro in veste e gruccia) sono invitate per offrire alla neonata virtuosi presenti, ricevendone in cambio un astuccio ornato di diamanti e rubini, contente un cucchiaio, un coltello e una forchetta d'oro finissimo. D'un tratto però fa il suo ingresso l'ultima fata, che tutti credevano ormai estinta (e che invece si era solo rifugiata nella sua remota torre a leggere Cent'anni di solitudine), e indispettita per il fatto di non poter ricevere anche lei un'adeguata ricompensa maledice la bimba, condannandola a morte. In realtà – a ben guardare – il monologo della Fata (Fata Ale) è tutt'altro che semplice death sentence, perché permette di riflettere, per un attimo almeno, sul tema cardinale di questa messinscena, il tempo, il tempo che ciascuno di noi ha a disposizione ma che troppo spesso non sappiamo apprezzare. Ed è effettivamente questo “il più fulgido di tutti i doni”, come forse glosserebbe Walt Disney. Le fate buone (“buone”) riescono comunque ad alleggerire la pena: un sonno di cent'anni colpirà l'amate figlioccia. E tra editti e squilli di tromba, tutto si fa scuro.


La Bella cresce, nonostante l'occasionale mancanza di grazia che invece si addirebbe al ruolo (se ne lamentano durante una gustosa performance di “ginnastica da palco” le Fate, armate di steli fioriti); afflitta dal corso che il suo tempo sembra aver preso, dopo rapido consulto del peluche-confidente Puff, la principessina si risolve ad andare in cerca del proprio destino, e lo trova sul Monte Fato, onirica dimora di Fata Ale. Un gioco di sinuosi inseguimenti conduce la giovane a ferirsi al dito, cadendo così stesa a terra come morta. Le interevenute fate decidono allora di addormentare l'intero regno, intonando una ninna nanna trevigiana che dà sfogo a delicate luci bluastre. Dietro la tenda a fili si intravede l'ombra di un letto, che presto accoglierà il sonno della protagonista, la quale però – prima di stendersi celata da rovi e verzura – canticchia con le sue magiche balie un motivetto à la Lavoiser riguardante l'incessante mutare della natura, che continuamente cambia, ma in fondo rimane sempre la stessa.


Nero. Parte due. Al tono melodrammatico e favolistico della prima metà, questa seconda oppone un ritmo più agile e fresco. D'altronde i tempi sono cambiati: cento anni sono trascorsi e la principessa è prossima al risveglio. Bisogna pertanto trovarle un buon partito: ci pensa una giornalista dalla parlantina cadenzata che, affacciata dal palco reale, passa in rassegna una serie di bislacchi candidati, finché non arriva Fefè, il figlio del re. Se l'amore rende ciechi, nel suo caso rende scemi. Con rispetto parlando per Sua altezza. Il principe desta naturalmente il plauso fragoroso del pubblico quando fa il suo trionfale ingresso in platea: è vanesio, tonto e impacciato. Evidentemente è questo il modo migliore per confermare la centralità e autonomia del percorso della principessa (che verrà presto ribattezzata Rosa), evitando una nuova variazione sul topos ariosteco della vergine perseguitata tratta in salvo dal paladino. La giovane si desta (anzi lo è già ben prima del bacio): qualche cerimoniale di rito, un po' di scaramucce e finalmente quella parolina magica che tanto si è attesa. “Amore”. Quanto basta per condurre i due all'altare. Il tempo continua a correre via e nascono due bei bambini, Aurora e Sole. Nel frattempo però, dal regno di Fefè giungono tragiche notizie: il padre Carlo è morto e la consorte, l'orchessa Acquolina, ha bisogno che il figlio si decida ad “andare a comandare”. Dopo la disco-parentesi che ribalta la platea con una comicità di sicura presa, la situazione si calma: Fefè parte per la guerra e la sua famiglia resta a palazzo con la suocera famelica. Questa parte – eliminata dalla versione vulgata della fiaba e pertanto ai più ignota – è testimoniata dal solo Charles Perrault, che in questo modo propone al suo pubblico quel macabro taboo dell'antropofagia, tema che percorre fin dalla notte dei tempi la storia della letteratura mondiale, dalle beghe familiari di Tieste e Atreo ai thriller contemporanei. Sulle note di “A come armatura” Rosa culla i propri piccoli, ma Acquolina non resiste al profumo prelibato degli infanti e, dopo essersi a lungo repressa, decide di rivelare la propria vera natura. Chiede quindi al fido Robert, un istrione in berretto da chef, di preparale prima i nipoti, dopodiché di cucinarle anche la nuora. Ma il cuoco – astutamente – inganna la padrona, propinandole un maialino, un'agnellina e una crostate di rose. Strozzata dall'amaro boccone, la Regina madre cola a picco tra spiacevoli rantoli. Fefè rientra e tutti possono continuare a vivere il proprio “teenage dream in a teenage circus”.


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Che altro dire di questa bella fiaba a lunga tenitura? Innanzitutto una nota di merito sull'apparato visivo. Sia pur in un'ottica di spending-review, scene, abiti e attrezzeria sono brillantemente metonimici e mai meramente miniminali. Le cromie sono sempre forti e accese: al bianco candore della Principessa e delle Fate in veste nuziale, si oppone il nero pece di Fata Ale, che ricorda una Moira con il suo librone e la sua lunga piuma d'argento. Nel mezzo, una miriade di corpetti, gilet, poltroncine, ramoscelli, testiere dai colori più disparati. La costruzione cromatica è uno degli aspetti su cui maggiormente punta questo lavoro, o quanto meno uno dei più immediatamente emergenti. L'azione si svolge interamente sull'angusto corridoio della ribalta, ma grazie alla tenda di fili bianchi posta al centro del sipario semiaperto è possibile scorgere anche la retrostante scenografia dello spettacolo serale in cartellone. Il progetto scuole del Teatro Stabile nasce infatti con il proposito di avvicinare i bambini per la prima volta all'elegante cornice del Teatro Carignano, fondamentale monumento cittadino. Negli anni, alla visita guidata si è sostituita una forme più istituzionale di teatro-spettacolo. Tornando alla tenda, i giochi di luce che essa crea sono peculiari e d'impatto, ma di fatto non sfugge all'occhio più attento (e quello dei bambini lo è sempre) quanto essa infastidisca gli attori, impacciandone i movimenti.


«La drammaturgia è nata in modo laboratoriale», racconta Elena Serra, che dopo essersi formata con i Marcido Marcidoris e aver lavorato al fianco di Valter Malosti, accetta ora la sfida di confrontarsi con il teatro ragazzi. «Nelle quattro settimane di prova ci siamo ampiamente dedicati al lavoro sul testo. Volevo che gli attori fossero coscienti del fatto che la fiaba si porta dietro una tradizione estremamente densa dal punto di vista letteraria. Nonostante la semplicità del suo lessico, la stratificazione culturale è massima. Siamo così partiti da testi più familiare per gli attori – Shakespeare, Moliere – e abbiamo cercato di rintracciare affinità e continuguità con la fiaba. Abbiamo perciò isolato dei nuclei tematici: il rapporto con i genitori, l'apprendimento, l'amore. E a partire da questi abbiamo sviluppato i personaggi, attraverso un linguaggio semplice ma non banale, intelligibile a tutti ma che fornisse nel contempo all'attore gli strumenti necessari per “prendere alla lettera” la fiaba. Volevo infatti evitare in tutti i modi l'attore che recita con ironia, che scredita parodicamente il proprio personaggio, che ne fa una caricatura (sia pur inconsapevole). Ovviamente poi lo spettacolo è anche comico, perché si cerca di non terrorizzare i bambini, semplificando i momenti più drammatici».


Il cast è ben costruito: gli attori sono giovani, ma già solidi, essendosi formati con grandi nomi della scena italiana. Oltre alla veterana delle produzioni torinesi per bambini (e non solo) Giorgia Cipolla (impegnata nella passata stagione anche negli studi sul teatro di Natalia Ginzburg di Leonardo Lidi), l'ensemble conta Clio Cipolletta (che ha lavorato – fra gli altri – con Luca Ronconi), il recente premio Ubu come miglior attrice under 35 (insieme ai colleghi dell'acclamato Santa Estasi di Latella) Marta Cortellazzo Wiel, e i reduci dall'esperienza martoniana della Morte di Danton Marcello Spinetta, Vittorio Camarota e Beatrice Vecchione. Confrontarsi con i bambini è però – quasi per tutti – una sfida nuova. Una sfida – quasi sempre – vinta. Lo spettacolo, invero all'esordio eccessivamente rinchiuso nella contemplazione di forme esteriori (mancando pertanto di “elettricità” e carica), ha raggiunto, una replica dopo l'altra, un ottimo grado di definizione, divenendo capace di scaldare i cuori anche degli spettatori più timidi. Contribuiscono a “rompere il ghiaccio” e a conferire dinamismo alla rappresentazione anche le frequenti sequenze metateatrali (l'introduzione con l'attrice-trascinatrice che accoglie il pubblico, l'arrivo di Fefè che saluta i suoi sudditi comodamente adagiati sulle poltrone, il prosperiano finale sui versi di “Ora i miei incantesimi si sono tutti spenti”) e le dislocazioni spaziali (come l'intera sequenza dell'inviata di Mario – è il nome del misterioso giornalista-corrispondente in studio – traslata sul palco reale, come già si accennava). La pratica del doubling è d'obbligo: Clio Cipolletta è – tanto per dirne una – Regina madre, Fata Ale e Acquolina insieme. Non c'è tempo sufficiente (appena un'ora) per fare di queste figure sulla scena dei veri personaggi: nelle fiabe, d'altronde, gli amori sono “a prima vista”, le cose accadono “d'un tratto”, i protagonisti non hanno di norma un nome che non sia parlante. Ce lo insegna Ada Ruschioni nel suo pionieristico saggio sui fratelli Grimm. Grazie comunque alla loro vis attorica, gli interpreti diventano concrezioni di particolari stigmi umani. Spinetta la leggerezza, il duo Cipolla/Cortellazzo Wiel l'ilarità, incisività per la Cipolletta, la Vecchione è l'onirico e meditabondo ricercare e – dulcis in fundo – Camarota il camaleontismo.


L'osservazione delle reazioni dei giovani spettatori e il dialogo talvolta intrattenuto a fine rappresentazione con alcuni di essi, permette di cogliere un dato interessante: la tendenza dei bambini (su un campione di almeno quindici repliche e ottanta classi) a non riconoscere l'attore dietro il personaggio, a non saper/voler distinguere magia del teatro e vita. È il potere dell'incanto, o meglio del sapersi lasciar incantare, che prima ancora di una qualsiasi morale per verginelle (tale è quella di Perrault) è ciò che la fiaba deve saper insegnare. E questa Bella addormentata nel bosco sa insegnarcelo.


Aspettiamo perciò di rivederla a Natale, dal 26 al 31 dicembre, sempre all'interno del cartellone del Teatro Stabile di Torino, questa volta però spostata sul palco del Gobetti.

Manca ancora del tempo, ma di certo volerà via veloce. Evidentemente anche lui ha comprato un paio di stivaletti dal nano Dante Galante.


La bella addormentata nel bosco

da Charles Perrault

con Vittorio Camarota, Giorgia Cipolla, Clio Cipolletta, Marta Cortellazzo Wiel, Marcello Spinetta, Beatrice Vecchione

regia Elena Serra

produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

con il sostegno di Crédit Agricole Cariparma


MATTEO TAMBORRINO



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