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Eolo
altrisguardi
RIMINI PROTOKOLL A SHORT TEATRE
Nachlass al Teatro India

Il tema della morte e dell'eredità, intesa spesso come memoria che lasciamo agli altri sta attraversando molti degli spettacoli che ci hanno colpito maggiormente in questa estate teatrale.

A Kilowatt ci aveva toccato molto “Act to forget”, del performer belga Tom Struyf, chea partire dal ritrovamento di una vecchia fotografia dimenticata in un cassetto, che lo ritrae, anni prima, mentre bacia una donna sconosciuta e della quale non ha alcun ricordo, indaga il concetto di memoria,

Tra performance, teatro e documentario, lo spettacolo si trasforma poeticamente, alla fine, in un’indagine affascinante e appassionata sui ricordi e sui sentimenti che sanno travalicare tempo e generazioni.

Perché è proprio questo che fa il cervello attraverso la memoria: conservare i ricordi, i quali, alla fine della nostra vita, saranno tutto ciò che ci rimane e che nessuno potrà toglierci.Tom Struyf trasporta tutto questo al cuore e all’intelligenza dello spettatore, accompagnando la nonna sul luogo della luna di miele dove, con il marito, ha trascorso i momenti più belli della propria vita, ricordi, questi si, incisi indelebilmente nella sua memoria.

A Drodesera invece in “Gardens Speak”, dell’artista libanese Tania El Khoury, erano state ricreate dieci piccole tombe, con tanto di lapidi, che contengono le storie di dieci persone ordinarie, morte per la loro libertà, sepolte all’interno di giardini siriani. Lo spettatore, chino sulla terra, ascolta i loro racconti di morte, ricostruiti grazie agli amici e alla famiglia del defunto, come accade in quel martoriato Paese, dove molti giardini nascondono i corpi degli attivisti dei primi periodi della rivolta.

Così, in scena, l’ascolto della storia accende un rapporto emozionale tra morto e vivo che va al di là del fatto teatrale, grazie anche alla consegna di una lettera( l'Eredità) che verrà poi sepolta sotto la terra, vicino al corpo di un defunto immaginario ma reso perfettamente teatrale. Come per la performance di Tom Struyf vista a Sansepolcro, fondamentale è pure qui il legame con il ricordo: raccontandone le storie, i vivi proteggono i morti conservandone le identità.

Queste due performance ci sono venute in mente a Short Theatre al Teatro India dopo aver visitato le 8 stanze di “Nachlass” dei Rimini Protokoll, prestigiosa compagnia che nel 2011 è stata insignita del leone d’argento alla Biennale Teatro, “Nachlass” in tedesco vuol dire eredità.

Ancora una volta dunque questa parola coniugata in tutte le sue forme viene prepotentemente a galla in uno spettacolo, anzi, anche qui, come in“Gardens Speak”, in una istallazione di sole parole e oggetti, senza attori in carne ed ossa. Eccoci subito proiettati in un ambiente ovale, sopra di noi un planisfero dove si contano quante persone muoiono in un giorno, intorno a noi invece otto porte a tempo che si aprono automaticamente e si richiudono, otto porte che contengono una storia relativa a qualcuno che ci ha lasciato, che sta per lasciarci o si prepara a farlo. Sono queste storie il lascito affidato a noi spettatori .

Ecco una donna che colta da una malattia degenerativa, decide di andare a suicidarsi in Svizzera non prima di averci fatto ascoltare la prima canzone cantata in palcoscenico, quando davanti a lei sembravano aprirsi le porte del successo, c'è poi una stanza piena di scatoloni, lasciata da una donna che vorrebbe regalarli a una fondazione per gli artisti africani dopo essere stata attiva in Africa, con progetti di cooperazione, un jumper che praticando uno sport estremo si pone il problema di poter anche morire, c'è un malato terminale, appassionato di pesca, che racconta il rapporto con sua figlia attraverso un video commovente e una signora anziana che ragiona sulle foto, che resteranno quando lei non ci sarà più e che noi possiamo toccare e osservare, e c 'è il medico neurologo che ci invita a ricordare il nostro volto come è, come era, prima che la nebbia dell'età possa occultarlo. Poi entriamo in una piccola moschea dove un vecchio turco che vive da cinquant’anni in Germania ci racconta tutti i preparativi fatti per essere sepolto a Istanbul la sua patria, e poi e poi una stanza misteriosa in cui non possiamo entrare che …..........

Ogni narrazione non trasuda mai rabbia o disgusto perchè dobbiamo morire, ma la calma dell'accettazione della morte e soprattutto del fatto che la vita vale la pena di essere vissuta se lasciamo qualcosa di autentico agli altri. Stefan Kaegi e Dominic Huber imbandiscono nel solco del postdrammatico un percorso coraggioso, nella sua autenticità, sul senso della vita attraverso l'accettazione consapevole della morte .

MARIO BIANCHI














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