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Eolo
stelle lontane
CIRA SANTORO E LAURA SQUARCIA SU "ADAMO ED EVA" DI SCENA VERTICALE
DUE ILLUMINANTI INTERVENTI SU TEATRO E GENERE


ABBIAMO CHIESTO A CIRA SANTORO E A LAURA SQUARCIA DI APPROFONDIRE ATTRAVERSO LO SPETTACOLO"IL DIARIO DI ADAMO ED EVA" DI SCENA VERTICALE IL TEMA DELL'IDENTITA' DI GENERE

Lo storico Yuval Noa Harari in Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, spiega bene la differenza tra ruoli di genere biologici e culturali. Sostiene che le femmine - esseri umani con due cromosomi X e corpo e ormoni corrispondenti - non siano affatto cambiate mentre le donne - esseri umani che operano nella società esercitando diritti secondo la legge, siano cambiate moltissimo. Da analfabete e di proprietà del marito sono diventate cittadine istruite e dotate di pari diritti. Anche se in molti luoghi le norme culturali continuano a imporre le diseguaglianze, le donne hanno assunto nuovi ruoli portando in evidenza e scardinando i pregiudizi sulle differenze sessuali e mettendo al centro il concetto di genere che attiene alla sfera culturale e identitaria.
Quando la mia amica e drammaturga Marina Allegri mi ha segnalato questo libro, imponendomi di leggerlo, pensavo a un barbosissimo trattato di antropologia poi, invece, mi sono resa conto che parlava di noi. Ciò che ci distingue dagli animali, dice infatti Harari, sono la forza dell’immaginazione e la capacità di creare storie a cui tutti credono, storie con cui la nostra specie è stata in grado di dominare il mondo ma anche di pensare se stesso come collettività e qui, anche se Harari non lo dice, io e Marina abbiamo pensato che ci trovavamo di fronte a un libro che parla di teatro e che ci riporta a una radice profonda della sua funzione: quella di governare l’immaginazione, di creare sempre nuove storie, di sanare i conflitti provocati dalle diverse credenze e far sì che questa possa condizionare il reale così come lo hanno condizionato altre forme di immaginazione.
Davanti a Il diario di Adamo ed Eva di Scena Verticale, visto a Matera nel corso di questo bellissimo Maggio all’Infanzia 2018, non ho potuto fare a meno di pensare al libro di Harari e connettere le domande di genere, che ormai da qualche anno guidano il mio sguardo nella visione degli spettacoli di Teatro Ragazzi all’evoluzione dell’umanità di Harari. Sono sempre più convinta che il Teatro Ragazzi debba darsi degli strumenti per orientarsi tra luoghi comuni, stereotipi e pregiudizi che, oltre a incidere nella vita delle persone formano modelli. Per dirla ancora con Harari, generano credenze. È encomiabile e necessaria l’intenzione di parlare ai bambini, oggi, delle differenze di genere ma forse, prima di farlo, dovremmo affrontare insieme alcune questioni nodali, che ci permettano di condividere un terreno e andare verso quelli che potrebbero essere considerati obiettivi comuni: aumentare la sensibilità del Teatro Ragazzi verso queste questioni, non significa semplicemente nominarle, ma introiettarle come domande drammaturgiche permanenti, significa riconoscere gli stereotipi e disattivarli, combattere una battaglia per l’empowerment femminile, inventare nuovi modelli, contrastare ogni forma di discriminazione, la violenza di genere e molto altro ancora.
Lo spettacolo di Scena Verticale, che si è posto l’obiettivo di parlare di differenza sessuale, ha suscitato molte domande tra gli operatori presenti, domande come al solito esaurite nello spazio a cavallo tra uno spettacolo e l’altro, ma sono state domande pregnanti, che penso possa essere interessante per tutti riprendere non come forma di recensione allo spettacolo, ma come un modo per esercitare un possibile sguardo di genere e in questo modo entrare nei dubbi che lo spettacolo ha suscitato per capirne i risvolti più profondi.
Sono sicura che la sensibilità della Compagnia, che si interroga su identità e generi da moltissimi anni, con attenzione e grande qualità artistica, mi aiuterà a dipanare alcune matasse e mi permetterà di fare un pezzo di cammino insieme a loro.
Le domande:
Perché parlare della guerra dei sessi ai bambini di oggi?
Nella scheda dello spettacolo si dice che questa è antica quanto l’umanità e per dimostrarlo il regista Dario De Luca, ricorre alla parabola biblica di Adamo ed Eva, che pur filtrata dalla versione di Mark Twain, rimane fondativa non solo dei rapporti tra i generi ma anche della loro percezione nel mondo. Adamo affidabile e di parola, anche se un po’ boccalone, Eva inaffidabile e pericolosa grazie anche alla sua sveglissima intelligenza. Chi segue il serpente? Chi osa entrare nel terreno del proibito? Chi provoca la cacciata dal Paradiso terrestre con conseguente complesso di colpa da cui ancora oggi, noi nate nella parte di mondo cristiana, non riusciamo a riscattarci? Se seguiamo le tracce di Harari la guerra dei generi - e non tra i sessi - potrebbe cominciare da qui e, secondo ciò che vediamo e viviamo non è ancora finita.
Come scardiniamo questa narrazione? Ci basta ricorrere a Mark Twain e al suo Diario di Adamo ed Eva?
Twain scrive questo libretto satirico nel 1883 ma sembra la sceneggiatura di un film di Woody Allen o per noi italiani, un copione dei grandi Vianello-Mondaini, mai superati nella loro capacità di rappresentare stereotipi di genere e conflitti di coppia. Twain scrisse questo libretto per sfatare il mito nascente dei nuovi coloni americani, che viaggiavano con moglie, figli e la Bibbia in mano e forse non è un caso se, in alcuni passi del libro, i caratteri di Adamo ed Eva, ricordano alcuni personaggi di Quella casa nella prateria. Twain ha verso di loro un amabile affetto, un po’ sornione, ma da uomo dell’800. Quando Eva elenca i motivi per cui ama Adamo, dice: “In fondo è buono, e io lo amo per questo, ma potrei amarlo anche se non lo fosse. Se mi picchiasse e approfittasse di me, continurei lo stesso ad amarlo, lo so. È una questione di sesso, credo”. Questa frase, ovviamente, nello spettacolo di De Luca non c’è, ma mi chiedo quanto lo sguardo irriverente di questo Twain, godibilissimo e arguto per noi adulti capaci di distanza critica e di discernimento nell’utilizzo delle categorie di sesso e genere, sia adatto per raccontare le differenze ai bambini, oggi.
Cos’è la diversità di genere? E come possiamo individuare gli stereotipi?
La coppia Adamo ed Eva, filtrati da Twain, sono, come ho detto prima, una sfilza di stereotipi: lei chiacchiera molto, dà i nomi alle cose, le piacciono le cose belle, ha una bella figura e i capelli lunghi. Nel libro, quando nasce Caino, Eva dimostra subito il senso della maternità mentre Adamo per diverso tempo cercherà di capire a che specie animale appartenga il nuovo arrivato e alla fine del diario lei riconoscerà la sua dipendenza da lui : “egli è forte e io sono debole” dice “io non sono così necessaria a lui quanto lui lo è a me”. Adamo inventa, scopre, caccia, pesca, ascolta e risolve problemi e alla fine del suo diario ringrazia Dio per aver messo Eva vicino a lui insegnandole “la bontà del suo cuore e la dolcezza del suo spirito”. Pur rimaneggiandolo, questo testo dà alla storia biblica una connotazione ben precisa, in cui il rapporto tra i sessi è regolato solo ed esclusivamente dalle differenze di genere ma la vera domanda è: come facciamo a smontare gli stereotipi? L’arma dell’ironia, a cui i bravi Elisabetta Raimondi Lucchetti e Davide Fasano ricorrono, è sufficiente per disattivarli davanti al pubblico bambino? E soprattutto perché raccontarli ai bambini dagli otto anni in su? Non ne vedono e subiscono abbastanza in televisione, tramite la pubblicità e con i giocattoli, sempre più sessualizzati e settorializzati al punto che nei negozi di giocattoli ci sono intere corsie rosa alternate a corsie blu? Qual è l’alternativa per raccontare i generi?

La vita vera è sì intrisa di guerra tra i generi, ma in termini di violenza e di sopraffazione, di omofobia, femminicidi e di corpi violati. Le piccole bagarre familiari, gli screzi tra una moglie ciarliera e un marito brontolone lasciamole al cinema, al teatro, alla televisione e alla narrativa per adulti. Quando sono fatti bene, come gli esempi riportati precedentemente, sono divertenti e innocui, ma solo se interni a ménage matrimoniali e a singole storie.
Se vogliamo raccontare ai bambini cosa sono i generi e le relative differenze, facciamolo per superarle e per incentivare il relativo rispetto, proviamo a concentrarci sui modelli, per trasmettere loro un’idea più ampia di umanità, lasciandoci dietro le idee preconcette e le categorie assegnate. La biologia ha smesso di essere un destino inevitabile sia per gli uomini sia per le donne. Certo, nella nostra parte di mondo le donne - e le bambine - sono ancora imbrigliate in ruoli di genere che le vogliono carine, materne e devote al marito contrapposte al modello delle seduttrici pericolose - le due facce di Eva - così come gli uomini sono ancora intrappolati in ruoli aggressivi, duri ma protettivi verso la propria famiglia - le due facce di Adamo. E’ importante per le ragazze non interiorizzare i cliché, così come per i ragazzi imparare che non è necessario essere sempre più forti, superiori e capaci di avere il controllo sugli altri.
Inoltre, se da una parte il lavoro di empowerment femminile rimane una priorità per trasmettere nelle bambine modelli di donne che sono andate oltre al consentito - e qui troviamo la vera forza di Eva - dall’altra non bisogna dimenticare che si sta facendo strada il concetto di fluidità di genere, raccontato da Fa’Afafine, di Giuliano Scarpinato proprio con il linguaggio del Teatro ragazzi. I generi si sono complicati, per quanto sia impressionante dirlo, non viviamo più in un sistema rigidamente binario del maschile e femminile e di questo bisognerà, ogni volta che parliamo di questioni di genere, tenerne conto. Cominciamo a rifondare la relazione tra i generi cancellando dal suo vocabolario la parola guerra e misuriamoci sulla capacità e la possibilità per ognuno di essere se stessi.
Secondo Harari, Homo sapiens si evolve grazie al potere dell’immaginazione: ebbene possiamo noi teatranti che parliamo ai ragazzi, che dell’immaginazione siamo forse gli ultimi depositari, immaginare un mondo in cui una persona non sia definita dal genere più di quanto lo sia dal colore della pelle o dall’etnia? L’attivista politica Gloria Steinem, nel numero del National Geografic dedicato alla rivoluzione gender, del gennaio 2017, dice: “Senza il peso delle aspettative legate al genere, ciascuno di noi può completare il suo cerchio di realizzazione personale”. Ecco, forse il teatro ragazzi può contribuire a superare le guerre tra i sessi creando una nuova e sovversiva narrazione sul generi, ancora forse, tutta da inventare.


CIRA SANTORO






Ma se il teatro non lo sa ?
In macchina, di ritorno a Roma dopo l’esperienza del Maggio all’infanzia riflettevo sullo spettacolo teatrale come possibile veicolo di stereotipi.

Lontana dal voler dare un giudizio al riguardo su ogni singolo spettacolo perché non sono una critica ma un’educatrice appassionata alla sua funzione mediatrice tra pubblico e oggetto teatro, cercavo, invece, di inserire l’esperienza appena fatta e la riflessione appena scaturita, nell’ambito più generale dell’educazione al genere.
Diverse ricerche ormai ci confermano che i bambini e le bambine già dai primi due anni di vita iniziano a manifestare un interesse attivo a conoscere ed utilizzare gli stereotipi di genere, a sperimentare il loro utilizzo anche come chiave per ricercare la propria identità collettiva, rendendoli inizialmente molto resistenti al cambiamento. Il genere, l’età e l’etnia rappresentano le prime distinzioni categoriali che i bambini, anche molto piccoli, percepiscono e utilizzano con competenza. La comparsa del pregiudizio verso l’altro sesso è collocabile intorno ai 5-6 anni. Dai 10 anni le categorizzazioni si ammorbidiscono .

Durante questo processo di crescita acquisiscono inevitabilmente delle informazioni sui ruoli di genere non solo osservando i comportamenti delle figure adulte di riferimento ma anche attraverso il gioco, la lettura e il teatro. Immerso nella collettività degli spettatori cittadini il bambino esperisce la relazione profonda con la scena e conosce guardando, impara a riconoscere, a scegliere, a inventare, ad inventarsi, viene a conoscenza di valori di cui ha bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali che contribuiscono all’accettazione o al rifiuto dei ruoli tradizionali.

Ma, se il teatro destinato e pensato per i ragazzi non ha consapevolezza di avere una responsabilità educativa nel veicolare e consolidare modelli e stereotipi e in alcune produzioni mette in scena come consolidata la guerra tra i sessi, modelli stereotipati di relazione uomo donna, uomini valorosi e donne leggiadre e bucoliche, mogli isteriche e mariti succubi, disparità tra generi, quale cittadino o cittadina può educare?

Se il teatro, come spazio-tempo dove l’immaginazione diventa processo di trasformazione e apprendimento a livello affettivo, relazionale e cognitivo non offre possibilità nuove, strade altre, se non offre la possibilità di vedere qualcosa che non c’è ancora e che dovrà diventare, anzi consolida atteggiamenti e approcci al reale, stereotipati, stiamo perdendo un’occasione, uno strumento educativo unico nella sua capacità di gettare lo sguardo sulle potenzialità del futuro, sulla ricerca di soluzioni e sulla consapevolezza di guardare al proprio processo di sviluppo e apportarne cambiamenti non può permettersi di non indagare nuovi modi di esprimersi e nuovi linguaggi, nuovi modelli, nuove relazioni e nuovi immaginari.
Forse, per iniziare ad avere un’idea, si potrebbe buttare un occhio, al percorso di educazione alle differenze che sta affrontando il mondo della letteratura per l’infanzia che soprattutto negli ultimi anni ha visto nascere case editrici dedicate al tema, progetti di formazione che creano reti di operatori, autori, insegnanti, genitori intorno a questo tema importante e fondante dell’identità dell’essere umano. Come educatrice e spettatrice avverto come urgente l’apertura di una ricerca che vada in questa direzione e mi auguro che il teatro, soprattutto quello destinato ai ragazzi, inizi un processo di indagine e consapevolezza intorno al genere. Giuliano Scarpinato lo aveva iniziato che qualcuno inizi a seguirlo. Un’esortazione piena di stima e affetto. Coraggio c’è solo che da rimboccarsi le maniche!

LAURA SQUARCIA

SAREMO ARCICONTENTI DI ACCOGLIERE ALTRI INTERVENTI


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