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Eolo
recensioni
INCANTI FESTIVAL A TORINO
IL REPORT CON LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI E EUGENIA PRALORAN

Come accade da oltre 15 anni, ci siamo recati a Torino per il festival di teatro di figura “ Incanti” giunto alla venticinquesima edizione. Nasceva infatti nel ’94, per merito di una coraggiosa compagnia di Ombre “Controluce”, guidata da Alberto Jona, Jenaro Meléndrez Chas e Cora De Maria. Quanti meravigliosi maestri abbiamo visto in questi 15 anni, quante nuove compagnie abbiamo conosciuto e seguito il loro percorso per merito di questo festival!
Tema dell’edizione 2018 è stato il viaggio, declinato in tutte le sue forme a partire da Omero, sino ai migranti dei giorni nostri,
Come è nostra usanza ci siamo recati a Torino per l'ultimo week end e vi racconteremo degli eventi a cui abbiamo partecipato, insieme alla nostra fida e dettagliatissima Eugenia Praloran, dove il Teatro di figura ha trionfato, sia attraverso gli spettacoli di maestri stranieri, sia di giovani alle prime armi, ma mossi da una passione autentica per una forma così particolare di teatro.

In questa direzione il Festival era iniziato nel nome di Controluce con il suo “Didone e Enea”, che è stato musicato dal vivo da alcuni giovani talenti della sezione specializzata in canto barocco del Conservatorio di Cuneo e da “Il labirinto”, l’esito del PIP – Progetto Incanti Produce, ogni anno affidato a un maestro diverso e che in questa edizione per l'occasione dei 25 anni , è stato diretto proprio da “Controluce “con i ragazzi che vi hanno aderito.
I giovani autori e attori che si avvicinano al teatro di figura sono stati anche i protagonisti del “Progetto Cantiere” , nato da 7 anni come “spazio off” per le giovani compagnie italiane che vede la partecipazione di una rete di sette festival (Puppet Festival di Gorizia, IF-OFF di Milano, Impertinente Festival di Parma, Festival Internazionale dei Burattini e delle Figure Arrivano dal Mare di Ravenna, Immagini dell’Interno di Pinerolo, L’altro volto del Teatro di Cagliari) i cui direttori selezioneranno e seguiranno per la durata di un anno, i progetti che potranno presentare il loro prodotto finale nell’edizione 2019 di Incanti. I sette giovani artisti di quest'anno sono stati Andrei Balan, Rita Laforgia, Gal Orsolya, Chronos3, String Theatre, Teatro Invisibile, Silvia Torri, Turcaret Teatro.

Ma c'è di più il festival, proprio per incrementare nelle nuove generazioni l'amore per il Teatro di figura, ogni anno presenta una serie di esiti dimostrativi delle varie accademie europee. Quest'anno è stata ospite la Staatliche Hochscule für Musik und Darstellende Kunst di Stoccarda che ha offerto agli spettatori 4 brevi performances: ECHO OF AN END di e con Li Kemme, THE MOST BEAUTIFUL FLOWERS di e con Britta Tränkler, Anne-Sophie Dautz, SANS TITRE di e con Coline Ledoux, supervisione Stephanie Rinke, CONFETTI di e con Emilien Truche, performances assai diverse tra loro dove il teatro di figura è stato coniugato con oggetti, pupazzi, marionette e che hanno testimoniato come sia importante come anche nel nostro paese dovrebbero esserci accademie teatrali coniugate in tal senso.“Confetti” ci è sembrato il più meditato ed intenso, dove al lati di una tavola, dopo una festa, quando gli amici se ne vanno, rimangono due personaggi, anzi uno, lui, vivo e vegeto, mentre l'altro è un pupazzo che gli assomiglia, con il quale l'essere vivente intergisce, dando anche a lui vita e anima. Una situazione beckettiana che come era partita, finisce, un atto senza parole di forte e muta intensità.
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Molto commovente è stato l' omaggio che il Festival ha tributato a Giuliano Scabia, autore che personalmente amiamo e conosciamo da oltre quarant'anni, per celebrare i 40 anni della Legge Basaglia, ricordando la forza propulsiva, in quest’ambito, del lavoro teatrale di Giuliano.
Scabia “drammaturgo che ha saputo attingere al teatro popolare, al teatro di strada e alla commedia dell’arte”, ha narrato l’avventura di “Marco Cavallo”, il famoso cavallo costruito nel manicomio di Trieste,
Introdotto da Alberto Jona e Maria Paola Pierini, attraverso le letture di Silvia Elena Montagnini, le ombre Elena Campanella, Alice De Bacco e gli interventi di T.Urbano: Claudia Appiano, Marta Barattia, Antonio Calianno, Claudio Dughera, Giulia Miniati, Andrea Puglisi, Francesca Savini, Marzia Scala, su un un progetto di Alberto Jona e Bobo Nigrone, è stato ricordato in modo significativo quel momento che ha segnato una svolta fondamentale nella concezione della malattia mentale, momento di cui il teatro di Giuliano Scabia è stato propulsore e catalizzatore magico.

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Gli spagnoli di Trukitrek Puppet Company, hanno presentato, tratto da un semplice e intenso racconto di Tonino Guerra, nel nuovo bellissimo spazio del Cafè Muller, “Mr Train” con Kiko Lozano, Magda Mañé, Lu Pulici, regia di Josep Piris, montaggio video/audio d Lu Pulici. Tra cinema d'animazione e teatro, che utilizza la tecnica dell'humanette, viene narrata la difficile relazione tra un cane vagabondo e un vecchio solitario, dalla storia tragica, che vive in una stazione ferroviaria, dove non si ferma nessun treno. Il rapporto tra queste due solitudini, all'inizio molto tormentata, piano piano, si concretizza in un'affettuosa amicizia, che li unirà per sempre. La ripetitività delle situazioni, viene riscattata dalla poesia della storia che l'unione dei due linguaggi,quello cinematografico e quello teatrale, riesce a render tangibile e umanissima.
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Avevamo molta asspettativa per lo spettacolo Omero, “La Pelle Du Large”, adattamento per cavatappi dell’Odissea di Omero, della compagnia francese, diretta dal mitico Philippe Genty, realizzata da Amador Artiga, Hernan Bonet, Yoanelle Stratman su musica di René Aubry.
Purtroppo, dopo un bellissimo inizio, con la piccola nave di Ulisse, costruita con una pala e un manico di scopa, che si muoveva su un mare fatto con una tenda da doccia, lo spettacolo si snoda attraverso una serie di invenzioni spesso ripetitive, che mancano della necessaria forza poetica necessaria per narrare un'avventura epica come quella di Ulisse. Certo le cose diventano personaggi e gli ambienti vengono reinventati con semplici oggetti, stimolando l'attenzione e la curiosità ilare del pubblico : i compagni del gran viaggio infatti sono caramelle e dei palloncini pieni d'acqua, diventano nuvole che quando esplodono fanno piovere, le forbici incorniciano un'isola a forma di cavolo, costruendo i rami degli alberi, mentre i Proci hanno forma di posate e Penelope è rapprecentata da un blocco di ghiaccio che se ne va al ritorno dell'amato marito. Ma alla fine abbiamo visto sì una performance in alcuni momenti divertente e fantasiosa, ma più spesso affrontata con un ritmo spasmodico sempre sopra le righe, venato da una facile ironia, continuamente urlato e spesso superficiale, che non rende merito ad uno dei più meravigliosi poemi della nostra civiltà.
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Al contrario abbiamo assai apprezzato “Soleil Couchant” del belga “Tof theatre”, compagnia che seguiamo con favore da diversi anni, dove Alain Moreau con le coreografie e movimenti Seydou Boro e la regia Laura Durnez su musica di Max Vandervorst, muove, adattandolo al suo corpo,un grande pupazzo, raffigurante un vecchio uomo, sulla spiaggia, nella dolcezza di un fine giornata di sole. Lo spettacolo, pur senza parole, ci parla del tempo che irrimediabilmente passa e ci consuma, catapultandoci nella vita
di un'esistenza, anch'essa al suo crepuscolo, venata di ricordi belli e indimenticabili, che culmina con un melanconico brindisi con la morte che si avvicina.
Alain Moreau che vive in ogni momento dello spettacolo con il suo pupazzo seguendone le emozioni e i gesti, ci consegna un commovente e bellissimo ritratto della vecchiaia, con l'elogio dei ricordi che vengono proposti sulla scena, attraverso piccoli segni, minuscoli gesti, che riescono ad amplificare emozionalmente tutta la valenza che essi hanno rappresentato per il protagonista.
MARIO BIANCHI
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NEVILLE TRANTER THE GREAT

Bellissimo “Babylon”, in Prima Nazionale presso la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino: ancora una volta il talento di Stuffed Puppet ci ha incantati con un capolavoro inedito, esilarante, di sconcertante poesia e assoluta attualità. Dietro alla risata: lampi di ribelle ironia, un pizzico di follia, e oceanico mestiere: l’umanità restituitaci attraverso l’arte di Neville Tranter nell’intenso paesaggio sonoro di Ferdinand Bakker, assistente Wim Sitvast, è irresistibile.

Con Babylon si guarda in faccia una pagina di storia determinante per il nostro futuro, e che non è concesso ignorare solo perché si vive a qualche manciata di chilometri da certe terribili spiagge.

Attraverso gli imperdibili “Punch and Judy in Afghanistan” e “Mathilda” abbiamo iniziato a scoprire le mille sfaccettature di Neville Tranter interprete acuto della storia e della società contemporanea, per un Teatro consapevole, profondamente radicato nella nostra epoca. Con “Babylon” ancora una volta si ride, ma si contempla da vicino l’essenza della realtà più tragica, senza distogliere lo sguardo. Perché l’opera è teatralmente perfetta, a tal punto coinvolgente che dal primo all’ultimo istante dello spettacolo il pubblico è catturato dalla magia dei personaggi, i fantastici Stuffed Puppets, come sempre realizzati e manipolati con ritmo impareggiabile dal Maestro del Lip Sync sulla partitura impeccabile e incisiva che caratterizza la sua scrittura.

Un’ultima nave deve salpare alla volta di Babilonia. Un’ultima opportunità di salvezza (forse) per profughi e perseguitati in fuga dalla fame, dalla guerra, dalla strage. Laggiù oltre il mare brillano le luci della terra promessa (forse). Su una spiaggia perduta convergono i destini. In cielo e in terra si trepida e dagli inferi risale un messaggero. L’occasione è ghiotta e l’attesa lunga.
Fra mille miserie, l’amore, ancòra, e àncora di salvezza. Come in cielo così in terra.
Lassù, anzi quaggiù, anzi lassù e quaggiù si pensa anche ai diritti degli animali, al cambio climatico, oltre che ai destini delle persone.

La macchina scenica è come sempre nelle creazioni di Stuffed Puppet essenziale, meravigliosa. Il gesto incontra l’anima e la voce dell’interprete, declinata in ogni sfumatura, ci porge il respiro di ciascun personaggio, umano o animale, divino o diabolico. La vita stessa palpita in scena.

Il daimon di Neville Tranter è immenso e la sua cifra è ancora una volta sotto il segno di un’immensa pietas per l’umanità dolente.
Un agnello cresciutello, un demonio, un capitano e un nocchiero (attenzione ai nomi!), angeli burocrati della celeste diplomazia alata, padri e figli perduti (ma chi ha perso chi, e cosa?) si inseguono. L’amore a due e a quattro zampe spezza la solitudine e l’angoscia e indica la strada verso la speranza e (forse) verso la vita stessa, prima ancora che verso una vita migliore.
Puro, meraviglioso Teatro!
Bigotti e anime nere astenersi. Anzi, no. Poesia e umorismo, gesto e parola in stato di grazia teatrale possono operare prodigi: possiamo tutti imparare qualcosa. Con Neville Tranter si ride a crepapelle, a crepapelo, fra corna ed aureole (amate bestiole! Qualcuno si scandalizza? A un bambino che durante l’udienza papale piangeva disperatamente per il suo cane morto, Giovanni XXIII disse che l’avrebbe ritrovato nel mistero di Cristo.)
Gesù!
Appunto.
Non perdetevi “Babylon”! E’ miracoloso.

INCANTI DI LADISLAS STAREVICH

Gran finale al Cinema Massimo per la venticinquesima edizione del Festival Incanti con una serata in onore di Ladislas Starevich, grande pioniere del cinema di animazione e creatore di incantevoli marionette animali e antropomorfe.
Eugenia Gaglianone, studiosa di lingua e letteratura russa, cultrice di cinema russo e sovietico, e Andrea Pagliardi di ASIFA Italia, esperto e docente di Storia e tecniche di cinema di animazione presso lo IED, appassionati divulgatori, anche quest’anno hanno selezionato le opere ed introdotto la proiezione con una concisa gustosissima introduzione, contestualizzando il percorso dell’autore e il significato delle sue opere attraverso le vicende storiche del Novecento.

Studenti del DAMS, nerd degli universi disegnati, e tutti coloro che infestano la rete con cumuli di conati realizzati a partire da un’unica piatta idea affidata agli algoritmi più o meno rozzi di un qualunque software di animazione: dove siete quando si presenta la possibilità di godersi un capolavoro introdotto da esperti cinefili che senza alcuna fatica da parte vostra vi possono mettere in condizioni di fare un grande balzo in avanti, oltretutto divertendovi? Se rimanete sempre a casa a trafficare davanti alle immagini rachitiche dello schermino del computer, non coglierete mai a fondo l’incanto della visione.

Il Festival Incanti invece ha offerto ancora una volta al suo pubblico la possibilità di vedere il grande cinema storico nelle uniche condizioni in cui può essere pienamente fruito: sul grande schermo, con un’eccellente acustica, e preceduto da una succosa presentazione.

Ladislas Starevich, nato Wladislaw Starewicz a Mosca da genitori polacchi originari dell’attuale Lituania, creò il primo film di animazione in stop motion della storia del cinema nel 1910. Distintosi professionalmente in Russia, successivamente trasferitosi a Parigi (le rivoluzioni sono grandi ispiratrici di traslochi internazionali), fu artista colto, cosmopolita, fantasioso, tecnicamente virtuoso nel realizzare creazioni capaci di meravigliosi cambi di espressione, di movimento realistico, fluido più ancora del modello vivo cui erano ispirate. Fu uno dei massimi animatori di pupazzi per il cinema, e il pioniere assoluto della tecnica di stop motion. Pazientissimo e perfezionista, realizzò i suoi maggiori capolavori in famiglia, insieme alla moglie, Irène, e alla figlia. Lo si ricorda capace di scartare e ricostruire da zero un pupazzo pur di aggiungere al nuovo modello una possibilità di movimento, o di espressione, di cui aveva avvertito la necessità per ragioni di drammaturgia. Esperto entomologo (fu per breve tempo anche direttore del Museo di Storia Naturale di Kaunas), realizzò poi con carapaci di insetti veri, e arti in fil di ferro, minuscole marionette che filmò in stop motion all’interno di accurate ma essenziali scenografie. Le sue originalissime creazioni traboccano di invenzioni sceniche, azioni complesse perfettamente congegnate, e brillanti soluzioni visive. Anche nei cortometraggi più brevi sempre troviamo conflitto, colpi di scena, sorprese a non finire, e finali sorprendenti. La sua drammaturgia è solida ma agile, e la sua fantasia inesauribile. La bellezza della sua arte non è invecchiata di un giorno. Starevich non fu mai uomo da una sola idea (attenzione, voi, che su un unico stiracchiatissimo espediente pretendete di basare un’intera serie in ventiquattro e passa puntate, più le ulteriori insostenibili stagioni).

Protagonista della serata di chiusura del Festival: una meravigliosa edizione restaurata del Roman de Renard, unico lungometraggio di Starevich, preceduto da un’altra perla: La vendetta del Cineoperatore (Mest kinematograficheskogo operatora, 1912!), cortometraggio di animazione realizzato con le famose marionette-insetto: capricci dei signori Zhukov, coniugi benestanti ormai insofferenti del tran tran familiare, ed esilarante vendetta della cavalletta cineoperatore ai danni del cervo volante che si è prepotentemente accaparrato le grazie dell’appassionata libellula, con tutte le conseguenze del caso, dato che anche la signora ha un amante lungo di zampa ma non troppo abile nel darsi alla fuga. Con tanto di implicita riflessione ante litteram sul potenziale voyeuristico delle riprese di qualsivoglia natura, dell’uso che se ne può fare, e del pericolo di bazzicare in certi locali per poi appartarsi in certi accoglienti hôtel…

Le Roman de Renard di Ladislas Starevich (1929-1930) ripercorre e reinventa l’antica saga europea della Volpe Ingannatrice, trionfatrice su potenti e prepotenti di ogni sorta, che sempre riesce a sottrarsi alla pur meritata punizione. In una versione francese medievale sfugge alla pena capitale fingendosi pellegrina in partenza per la Terra Santa (come si soleva effettivamente fare all’epoca), con tanto di mantelluccio e bordone porti dal sovrano in persona, credulone quanto e più di tutti gli altri. Per Starevich invece la Volpe si accontenta…di diventare ministro del regno.

Per Le Roman de Renard Starevich attinse all’opera di Goethe, ma ancor più al ricchissimo ciclo di favole allegoriche medievali sulla Volpe Rossa (Renardus, Reineke, Reinhardt…), le cui prime fonti scritte risalgono alla seconda metà del dodicesimo secolo, assorbendo materiali di una tradizione orale ben più antica. Frutto di un decennio di lavoro paziente ed appassionato, la creazione di Starevich dovette poi attendere per oltre dieci anni il doppiaggio in lingua francese (1941), mentre una prima versione tedesca venne elaborata assai più rapidamente (1937), avendo la propaganda di regime colto al volo la ghiotta occasione di insinuare contenuti antisemiti laddove Starevich aveva inteso celebrare l’astuzia proverbiale del suo personaggio, e criticare con arguzia avidità, doppiezza, e altre umane debolezze attraverso il suo universo di animali antropomorfizzati.

Deliziosa la serenata del gatto-trovatore alla leonessa-regina; irresistibili le scene con i coniglietti e la volpe in abito religioso, e tutti i momenti in cui qualche animale carnivoro ingoia di nascosto un qualche indifeso malcapitato, in spregio all’editto reale che vuol tutti vegetariani (ad eccezione del nobile sire leone e della pelosa consorte, ovviamente). Un mondo di animali a specchio del mondo umano, nella tradizione della favola allegorica. I Maestri sanno rispettare le fonti, anche quando innovano.

Da centellinare con occhi attenti, il bellissimo bianco e nero di Starevich, ricchissimo di ardite invenzioni visive, è poi da mettere a confronto con il cortometraggio USA Steamboat Willie (1928), prima creazione cardine di Walt Disney ed Ub Iwerks con sonoro sincronizzato, dalla quale lo separano due soli anni, l’oceano Atlantico, e la crescente ricchezza di mezzi degli studi Disney. L’universo Disney capitanato dal topo in braghette coi bottoni era in ascesa, e avrebbe conquistato il mondo, ma non avrebbe mai raggiunto la profondità poetica della vena di Ladislas Starevich: dalla Polonia alla Russia con passione, poi al cuore dell’Europa del Novecento, e oggi al mondo intero.

Impossibile raccomandare una scena specifica del Roman de Renard: sono sessantacinque minuti di pura gioia visiva.
Vi auguriamo di cuore che vi sia riproposta questa serata. E che possiate anche vedere la scena, non inclusa nell’attuale montaggio, della Volpe travestita in abito talare che confessa una gallina.
EUGENIA PRALORAN





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