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Eolo
recensioni
ZONA FRANCA A PARMA
Interventi di Mario Bianchi,Mafra Gagliardi e Remo Rostagno

ZONA FRANCA Anche quest’anno molte le suggestioni uscite dalla terza edizione di “Zona Franca”, il Festival di creazioni artistiche per un pubblico giovane, organizzato dall’Associazione Micro Macro e dal Teatro delle Briciole a Parma dal 9 al 13 Novembre e che quest’anno aveva come tema portante “I segreti dell’Infanzia”.
Molto interssante la grande parte delle nuove produzioni italiane, di grande impatto emozionale le “Trame segrete” originali “doni” offerti al festival da artisti e compagnie come Catalano,Cuppini, Abbiati, Rinaldi,T P O, meno riuscite in confronto alle edizioni precedenti invece le sezioni dedicate ai “Corti teatrali” e alle produzioni estere. Una manifestazione come si vede dunque composita che rappresenta una vera messe di stimoli al teatro italiano dedicato alle nuove generazioni, con una impostazione di tipo europeo che cerca di presentare tutte le direzioni possibili verso cui spingersi per superare le secche in cui il teatroragazzi italiano pare essere precipitato.

La buona qualità delle proposte è parsa subito evidente già dalla prima sera con le nuove creazioni del Teatro dei Sassi e di Gigio Brunello del Teatro della Marignana. Il teatro dei Sassi di Matera, in collaborazione con il Teatro delle Gru, ha messo in scena ,come sempre con uno stile molto personale che contraddistingue le creazioni di Massimo Lanzetta, in uno spazio del tutto inusuale composto da tre piani di sguardo, l’eterna lotta tra il bene ed il male trasportandolo in alcune tra le più celebri fiabe e ricordandoci come spesso il loro confine sia molto labile. Ben condotto da Luciana Paolicelli e dalle sue fide compagne Nadia Casamassima e Giovanna Staffieri lo spettacolo è nel complesso ben calibrato in tutte le sue componenti. Peccato che il tema dell’obbedienza, così importante nella nostra società , soprattutto rispetto alla guerra ,sia solo accennato, ma senz’altro dopo la prima di Parma “A-Hum (Specchio d’amore)avrà modo di registrarsi meglio anche nei tempi drammaturgici a volte troppo reiterati. Gigio Brunello , in collaborazione con Gyula Molnar, che ne ha curato anche la regia, ci ha regalato con “Beati i perseguitati a causa della Giustizia perché di loro è il regno dei cieli” uno dei momenti più significativi di Zona Franca. Gigio Brunello è uno dei pochi che al di fuori della tradizione ci fa ricordare che i burattini non sono solo fatti di legno ma che hanno un’anima e che possono uscire con la loro forza creativa dalla baracca. Nel chiuso di una prigione, Pinocchio e Gesù accomunati dalla stessa sorte avversa parlano di sé e quindi del mondo dilatando l’esiguo spazio a loro concesso in un gioco teatrale di rara lievità e finezza che racconta di un mondo dolente pieno di dignità.
Molto successo ha riscontrato l’ultima produzione del Teatro delle Briciole con in scena uno scatenato Bruno Stori che, con l’inseparabile ausilio drammaturgico di Letizia Quintavalla, mette in scena una vera e propria lezione di politica. Dopo averci parlato di Libertà ne” I Grandi Dittatori “, Stori con il suo stile fatto di giochi di parole, di digressioni, di gustose esemplificazioni, partendo dalla Grecia ma con frequenti richiami al presente, rifacendosi a Socrate, ci parla di Democrazia. Uno spettacolo dunque che mescolando sapientemente lievità e moralità ma anche con qualche eccessiva semplificazione parla alle nuove generazioni di un tema quanto mai d’attualità soprattutto in Italia in modo deliziosamente didattico come del resto fa Alessandro Libertini nel suo acuto e divertentemente narcisista “Con gli occhi di Pinocchio” una delle altre perle preziose di questa edizione del festival.
Molto godibile nella sua rara perfezione formale “Una Topolino alle Mille e Miglia”del Teatro Gioco Vita su un testo di Edoardo Erba che lo stesso autore ha reso per la scena in modo inpeccabile e che racconta l’avventura di due ragazzi alla mitica corsa. Affidando il presente a tre attori ed il passato alle ombre, il gruppo di Piacenza ha creato uno spettacolo calibratissimo realizzato ancora una volta da tre giovani di sicuro avvenire Marco Ferro, Filippo Gessi, Valeria Sacco, che ci fa ben sperare nelle sorti di un teatro antico come quello di figura.Infine il circo ed il suo mondo sono al centro dello spettacolo di Stefano Jotti 'L'Augusto ' omaggio proposto senza enfasi ma con calibrata misura ad un universo che riflette in sè tutte le gioie e le angosce della nostra esistenza

Si diceva meno interssante degli anni precedenti la sezione dedicata ai corti teatrali dove accanto ad artisti già in parte affermati come Veronica Cruciani, Pietro Minniti e Silvia Gallerano compagnie e artisti giovani affrontavano appositamente per il festival il tema dei segreti. E quello che ci è sembrato più sentito, meno costruito per l’occasione, è stato il “corto” della giovane Sara Zanella che, coadiuvata dall'affiatato duo Doro Capece, ha messo in scena tutti i dubbi, le domande e le incertezze dell’infanzia in un monologo davanti allo specchio fatto di nervose insicurezze che rendono l’immagine riflessa senza contorni della protagonista, ben esemplificata dal gustoso gioco con gli alimenti disseminati per terra.
I momenti più emozionanti del festival sono arrivati però da” Trame Segrete “, una sorta di regali teatrali che 5 artisti provenienti da esperienze diverse hanno regalato al festival. Morello Rinaldi entra letteralmente nelle viscere della sua terra ,la Romagna, parlandoci con l’ausilio anche di filmati d’epoca delle miniere di zolfo. L’affettuoso monologo, ambientato in una specie di fucina di Vulcano tra umori ed odori dall’attore simbolo di tanti spettacoli memorabili delle Briciole, ci restituisce la memoria di un passato appena trascorso in un’atmosfera di grande suggestione. Altro momento emozionante del Festival il dono di Antonio Catalano che in un luogo di passaggio del Teatro al Parco ha ricreato una sorta di Cattedrale dei “meravigliati” dipinta di forme appena accennate che le sue qualità di affabulatore staccano letteralmente dalla parete per riprodurre attraverso il racconto un mondo parallelo al nostro, questa volta fatto solo di poesia ed emozioni. Il TPO infine ha reinventato lo spazio in verticale del foyer del Teatro al Parco con immagini virtuali dentro le quali una danzatrice si muoveva dialogando con le apparizioni che via via il computer suggeriva con esiti veramente suggestivi.Il gioco a rimpiattino temporale con i segreti delle ombre di una bambina proponeva una narrazione questa volta compiuta non con le parole ma con le immagini fatta di rimandi e di allusioni. E' significativo come il gruppo di Prato che ha presentato a Parma anche il suo 'Giardino curdo ' insieme a molti artisti come Panzuto che ha riproposto in forma più totale il suo Haiku,Libertini,Abbiati pongano sotto varie forme al centro del loro percorso la ricerca legata all'arte e all'immagine ,una direzione questa che andrebbe maggiormente approfondita e frequentata da altri gruppi e artisti.
Questa volta meno significative le presenze estere ad eccezione delgruppo tedesco Kammertheater en exil che con il suo circo di peluches ha ottenuto l’applauso più lungo del festival.
Mario Bianchi


Il pinguino senza frac
Teatro delle Briciole

Il bestiario, si sa, è un polo di forte attrazione per l’infanzia. E quando sulla scena il personaggio animale si muove con tutta la sapienza di un linguaggio corporeo lungamente studiato in tutte le sue valenze espressive, lo spettacolo si fa affascinante. Affascinati erano infatti i piccoli spettatori (dai 4 ai 7 anni) che a Parma assistevano a “Il pinguino senza frac” di Letizia Quintavalla, derivato da un racconto di Silvio d’Arzo, autore emiliano di short stories degli anni ’50. Si assiste in diretta alla nascita del Nostro:sulla scena un grande uovo bianco si incrina, si crepa ed ecco uscire Limpo, un piccolo pinguino tutto bianco, povero e senza livrea. Un appartenente alla categoria degli esclusi, parente stretto del Brutto Anatroccolo e di tutti gli outsider che sollecitano un’immediata identificazione: ma dotato di un caparbio desiderio di conoscenza e di esperienza. Perciò si allontana dalla famiglia, obbedendo al movimento centrifugo di ogni fiaba che spinge l’eroe sulle strade del mondo.
In questo caso il mondo è il grande deserto polare ( evocato dagli suggestivi scenari di Abel Herrero), in cui si muovono vari personaggi - un grande orso, foche, trichechi, gabbiani, renne - che in vario modo aiutano , o ostacolano, il suo percorso di crescita. La storia confluisce naturalmente verso il lieto fine: scampato a una tempesta e arricchito dalle molte esperienze, il piccolo può tornare in famiglia : scoprendo di aver nel frattempo acquisito il suo nero frac, che gli garantisce l’inserimento a pieno diritto nella società adulta. Questo rito di passaggio in miniatura, declinato in versione bestiario, ha un suo poetico incanto: grazie anche dell’eccellenza dei tre interpreti (Salvatore Arena, Beatrice Baruffino, Agnese Scotti) che veramente riescono a esprimere tutte le sfumature di una sensibilità animale, così vicina a quella dell’infanzia.

Con gli occhi di Pinocchio
Teatro dei Piccoli principi

E’ possibile ripercorrere in maniera originale quel testo iperfrequentato e già infinitamente riletto che è il romanzo di Collodi? E’ possibile, a patto di saper scegliere un punto di vista particolarissimo, come hanno fatto Alessandro Libertini e Véronique Nah in questo spettacolo, adottando, per così dire, un’ottica molto collodiana nel coniugare il quotidiano con il meraviglioso, il realistico con l’immaginario. Punto di partenza, il paesaggio: quello di Castello, un quartiere periferico di Firenze, in cui vivono i due artisti. Ma è anche lo stesso stesso in cui Carlo Lorenzini scrisse, dal 1883 al 1885 il suo romanzo. Libertini parte dalla propria autobiografia - la sua casa, il suo giardino, i parenti, i vicini - per guardare luoghi e persone “con gli occhi di Pinocchio”, evocando così atmosfere collodiane.
I luoghi e i paesaggi, questi dintorni di Firenze per metà ancora campestri, per metà già urbani - ci vengono incontro in un video con cui l’attore continuamente interagisce, contaminando il racconto con l’immagine. In questa trama di rimandi tra realtà e finzione, tra ricordi soggettivi e riproposta di personaggi collodiani, lo spettacolo si dipana sotto il segno di una sapida ironia: gioco di raffinata intelligenza, che procede per piazzamenti, ribalta luoghi comuni e istituisce inedite associazioni, con un ritmo impeccabile..
Mafra Gagliardi


VISIONI IN BRICIOLE

Parma. Zona Franca. Giusto. E dove, se non a Parma. Ma che zona franca sarebbe se non ci fossero delle sorprese, dei tranelli, delle curiosità, degli errori. Ed è così che, quando mi pareva d'aver dato abbastanza in tempo e attenzione, compare lui, l'hidalgo, che porta altri cento come me in un buco di corridoio dove il figlio dei colori ha dipinto il tutto e il nulla. Non mi sono prenotato ma una dama gentile mi offre il suo biglietto. Gliene sono grato perché lì, scopro, è nascosto il più alto concentrato di poesia distillato in tempo di festival. Un vecchio ragazzo accoglie gli spettatori, uditori, astanti, schiacciati uno contro l'altro con il naso all'insù. Fermi. Si chiude la porta. E parte il silenzio. Cantato dal nostro come nessun'altro ha mai saputo fare. Che cosa canta, che cosa racconta, non solo è del tutto superfluo ma è valore d’attesa, come nella musica di Paolo Conte o in un racconto di Raymond Carver. Lì si ferma l’orologio del tempo e non mi rendo conto che il treno, maledetto, è in orario, se n’è andato. Non me ne può importare di meno perché nel frattempo ho conquistato un posto sulle ali di un piccione che sta imparando a leggere e ci riesce svelando, alla fine, un segreto celato nel bronzo dei secoli. Grazie, Antonio Catalano.
E poi? Poi il piacere d’incontrare Roberto Benigni che ci parla meravigliosamente di democrazia imperfetta con un racconto che la Signora Moratti dovrebbe distribuire gratis a tutte le scuole del regno di Bruscolandia. Ad una condizione. Che venga riscritta l’ultimissima parte, quella che inizia nel momento in cui si piantano i paletti per segnare i confini. Che stringono Benigni fino a farlo diventare Bruno Stori. Caro Bruno, Letizia mi ha giurato che lo farà. Verrò a controllare. Poi due Pinocchi, uno in compagnia di Gesù Nazareno e l’altro di Alessandro Libertini che è riuscito a salire ai piani nobili dell’arte, là dove osano gli artisti quando smollano l’estasi della visione del loro ombelico: fare uno spettacolo d’arte didattico. Qualcosa che viene tentato ogni giorno e ogni ora migliaia di volte a tutte le latitudini. Naturalmente senza riuscirci mai. Poi ho visto tante altre cose e tante altre non le ho viste. Magari mi sono perso l’angolo delle divinità. Ma sono soddisfatto d’essere stato accompagnato per un momento da una fiamma all’acetilene relegata nell’area dei corti, ma tanto splendente da segnare la strada per chi è smarrito, come me.
Remo Rostagno

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