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Eolo
stelle lontane
CARO FABRIZIO
Risposte di Carlo Presotto, Adriano Gallina Davide Di Pierro e Davide Venturini a Fabrizio Cassanelli sulla sua analisi della situazione del teatro ragazzi

Caro Fabrizio,
(e cari tutti voi, davvero e di cuore) provo anch'io a dire due parole sul perchè da 4 anni non vado più ad una vetrina. Si tratta del fatto che a me il teatro ragazzi piace, e che voglio difendere questo piacere e questa passione. Certo le vetrine servono. Mi dicono i miei compagni organizzatori che altrimenti sarebbe impossibile programmare se non per sentito dire o azzardando. E che i margini di errore non ci sono più. 'Deludere' il pubblico può costare il mancato rinnovo della fiducia, da parte di committenti che possono permettersi sempre meno di disegnare progetti culturali, obbligati come sono a erogare servizi.
Ritengo che il nostro settore partecipi dello stallo progettuale di quell'area culturale e politica che lo ha generato tra la fine degli anni '70 e gli anni '80. Governare ci ha fatto a volte dimenticare l'utopia. Lo slogan 'Siamo realisti, vogliamo l'impossibile' nasconde in realtà l'unico modo che abbiamo per continuare a fare arte, producendo tra errori e scarti, ogni tanto, lampi di significato.
La mia fortuna è stata quella di lavorare ad un sistema di rete territoriale che insegue proprio l'impossibilità di fare cultura e teatro in una realtà in cui 'non c'è tempo' da perdere, in cui tutto deve essere finalizzato, ottimizzato, quantificato, visibile, etc.etc. Una direzione di lavoro che non persegue la logica del conflitto rivoluzionario con uno status quo, ma che ne abita le pieghe e le zone d'ombra. Una direzione di lavoro che si basa sulla tenuta delle singole maglie ma soprattutto della rete nel suo complesso. Un modo di progettare elastico e mutevole. Antagonista, nel senso che non si fa incastrare in un ruolo, in un angolo. Continuare a spostarsi, non farsi prendere di mira. Può essere entusiasmante lavorare a nord-est.
Di cosa mi occupo io oggi? non certo più di teatro ragazzi. Video? Vjing? Agit prop? comunicazione d'azienda? teatro religioso? televisione dal basso? didattica dei beni culturali? Teatro musicale? cinema? fiction? intrattenimento? ricerca universitaria? teatro sociale? Carissimo Fabrizio, caro Mario, Renzo, Remo, Graziano, Letizia, Bruno, Bruno, Valeria, Stefano, Fabio, Francesco, Giorgio, e tutti gli altri amici.
In fondo è quello che stiamo facendo in modo diverso un po' tutti quanti. Lavoriamo sottotraccia, tenaci e testardi. Ricordo l'immagine di una vecchia talpa, che scava, scava, e sbuca fuori quando meno te lo aspetti.
Ed io di belli spettacoli ne vedo ancora, facendo qualche gita, andando a trovare gli amici, o aspettandoli sulle rive del Brenta. Sono molto intrigato a discutere di queste cose con i colleghi più giovani. Ma credo che ancora per un po' non ci vedremo alle vetrine, che pure molti di voi con dedizione e gran lavoro organizzano. Ma ne scuso, forse è un po' mia mancanza di coraggio , ma conto di riprendermi. Quanto prima.
Carlo Presotto


Caro Eolo,
molto stimolante ed interessante il dibattito tra Cassanelli e Presotto. Ma forse, come immancabilmente accade da qualche anno quando si lamenta il declino motivazionale ed artistico del teatro ragazzi, non viene centrato il problema. Si denunciano gli effetti e - almeno apparentemente - si ignorano del tutto le cause. E le cause sono, a mio modo di vedere, da ricercarsi in ambito politico-organizzativo, non (o non solo) artistico. Il primato dell'organizzazione, teorizzato da Paolo Grassi, si riversa in modo dirompente nell'universo della produzione, determinandone i limiti, i tempi, i temi, gli orientamenti.
Il sistema economico-organizzativo del Teatro Ragazzi - emerge anche in modo evidente dalla ricerca che abbiamo effettuato con Fabio Naggi ed Antonio Massena - è un sistema largamente autopoietico, nel quale produttori e consumatori intermedi (i programmatori) tendono, statisticamente, ad identificarsi. Il Teatro Ragazzi produce Teatro Ragazzi e compra Teatro Ragazzi. E' dunque il Teatro Ragazzi che si produce e riproduce e che - per molti versi - determina ed orienta le regole e gli standard (anche qualitativi) del proprio essere (o non essere) sistema e koiné.

Ora, io ritengo che - con tutto il bene ed il male che si può dire di festival e vetrine - il nodo fondamentale, politico ed organizzativo e dunque artistico si trovi nell'incapacità storica (paradossale, in fondo, in un settore che per molti versi si è venuto autoregolando) di tutelare i repertori nei confronti del consumatore finale (scuole e famiglie), dal quale - incomprensibilmente - abbiamo supinamente accettato (o l'abbiamo imposta noi?) la necessità di una produzione a ritmi serrati, quasi imprescindibilmente annuale, priva dei necessari tempi di maturazione delle urgenze, delle vocazioni, dei momenti di laboratorio e ricerca. Si vengono sempre più avverando le lucidissime profezie già ipotizzate da Morteo nel convegno del 1984 sull'Immaginario Bambino.
I nostri spettacoli migliori campano due-tre stagioni mentre al contrario - per loro natura, dal momento che i bambini se ne vanno dalla scuola (anche se gli insegnanti restano: ma mica produrremo per loro?) - potrebbero sopravvivere economicamente ed artisticamente molto, molto più a lungo.
Una sorta di frenesia produttiva che - ovviamente anche e soprattutto nelle vetrine e nelle loro regole - riflette non già o non solo la crisi di vocazioni ma, più probabilmente, l'impossibilità del loro realizzarsi compiutamente. Se devo produrre - perchè questo è il mio mestiere - e devo rendere visibile il mio prodotto (perchè la visibilità coincide con l'esistenza) tenterò il tutto e per tutto in quella vetrina. Ed ecco le crisi di identità, le crisi vocazionali, le compagnie e gli operatori sull'orlo di una crisi di nervi, le cazzate televisive, gli allestimenti d'accatto, gli scimmiottamenti disneyani... Ma se le vetrine, i festival, il mercato che noi stessi costruiamo iniziassero a difendere i repertori; prendessero in considerazione - come del resto fanno tutti con i propri spettacoli, nelle proprie programmazioni - la possibilità che quello spettacolo, bello, d'eccellenza, di senso e con un senso, venga programmato per una, due, tre stagioni consecutive; iniziassero a negoziare con gli insegnanti e i comuni le proprie prerogative di direzione artistica; ed iniziassero - da produttori - a rifiutare questi ritmi, a rivendicare la necessità artistica delle pause, della ricerca, della riflessione, dell'emergere reale di 'qualcosa da dire'; se tutto questo diventasse - anche e precipuamente - politica di settore, non cambierebbe qualcosa? In caso contrario le litanie e le lamentazioni non servono a molto: se non all'interrogarsi un po' manierato su una crisi che dura da molto, troppo tempo, ma di cui noi stessi siamo la causa.>br> Adriano Gallina


Carissimi tutti,
Approfittando di un temporaneo stop ai box,provo ad intervenire nell’interessante dibattito che si è aperto su Eolo e provo a formulare una risposta a quanto sollevato da Fabrizio Cassanelli ,da Presotto e da Adriano Gallina. Partiamo dalle riflessioni interessanti di Adriano Gallina che identifica una delle cause delle crisi nell’organizzazione del T.R. e nella sua autopoieticità ( ammetto che ho dovuto cercare su Wikipedia cosa volesse dire) , per poi parlare di una difesa del repertorio del T.R. Quando un sistema diventa autopoietico ,inevitabilmente è destinato a morire ( io preferisco definire il tutto utoreferenziale),ancor peggio quando si autoprotegge. E’la storia che lo insegna ( e non credo ci sia bisogno di portare in questa sede gli esempi cancellati dalla storia). Riguardo alla frenesia produttiva ,non trovo sia necessariamente dannosa quando si ha qualcosa da dire ( e guardando alle storie delle Compagnie non mi risulta che negli anni ottanta si producesse meno),il problema drammatico non è quando non si ha nulla da dire, ma quando quello che produci non è solo scadente a livello attoriale,ma non arriva nemmeno ad essere una bella scatola. In tutto questo la responsabilità politica è enorme:in tanti avete ( almeno in questo non mi ritengo colpevole),costruito questo sistema con il Ministero,con le Regioni,con le Provincie, e allora via ben vengano le 2 produzioni all’anno,anche 3,4,5...è il Sistema che lo chiede.
Ed è questa autentica perversione che andrebbe cambiata,come, francamente,non ne ho idea. Forse basterebbe prendere esempio dalle progettualità francesi,dalle residenze vere e non camuffate,questo basta volerlo:e non mi si racconti che i soldi non ci sono. Basta vedere Report alla domenica,o semplicemente basta confrontarci con l’Europa e la spesa in Cultura:La Francia spende l’1%del Pil,La Spagna lo 0,66,l’Austria l’1,5%,la Germania altrettanto…noi un misero 0,25%, mi sembra davvero che non ci sia la volontà reale di cambiare le cose. In prima istanza a livello politico ,ma in seconda ( e vorrei essere smentito)dalle varie associazioni di categoria. In Francia quando i lavoratori dello spettacolo scioperano bloccano Aurillac e Avignone,da noi quando va bene posticipano le recite di 15 minuti…
Noi andiamo avanti, a trattare con Assessori sui cachet che devono per forza scendere da 1200 a 1000 euro,per la solita barzelletta che non ci sono soldi.

Non credo che ci sia bisogno di ribadire che se uno spettacolo è bello,possa girare per piu’ di una stagione…perché è già così!Prendo a titolo esemplificativo due lavori:Pigiami e Strip( non a caso ex equo Stregagatto nel 2004) che le loro 30,40 talvolta 50 repliche annue le fanno ancora.
Ed è un bene ( anche se mi preoccupa non poco che il primo spettacolo di mia nipote sia stato lo stesso mio…)e sono sicuro che se ci saranno altre produzioni da difendere e da diffondere il T.R. non esiterà a promuoverle.# #Il problema continua ad essere Artistico a mio parere ,e di Immaginari che sono sempre piu’ lontani dall’Infanzia del 2007.( a volte guardando gli spettacoli mi chiedo se siamo nel 1977 o nel 2007).
Oggi non solo molti lavori nascono a tavolino,ma portano in scena gli stereotipi del bambino e le storie ( sempre piu’ rare) di adolescenti sfigati. Poi ci sono le piacevolissime sorprese almeno una per Festival ( e per non fare torto a nessuno non faccio nomi),ma se su 70-80 produzioni che girano nei Festival ,vi sono 5-6 opere d’arte vuol dire che si rischia la paralisi o di dover ricorrere ( ed in quest’ottica non credo ci sia bisogno di proteggere nulla)a spettacoli di repertorio.

Credo, e concludo che un buon organizzatore debba riuscire a fiutare ( oggi),nel liminale al Teatro Ragazzi ,cercando nei tanti altrove ( e in questo mi riconosco nello scritto di Presotto) che la nostra società ci offre:si chiami esso Circo Contemporaneo ( e qualcuno si muove in questa direzione), si chiami Video si chiami danza , o semplicemente caccia allo spettacolo che non appartiene al Sistema. E di queste realtà l’Italia è piena,basta cercare,basta che il Teatro Ragazzi allontani da se,la sindrome da Piccolo Villaggio Gallico,anche perché Asterix e Obelix sono ormai usciti dal recinto.( per andare su youtube)
Davide Di Pierro

p.s cari colleghi Under 35 la storia è di chi la fa…non degli assenti…intervenite!


Caro Eolo,
Il declino o meglio il degrado artistico del teatro ragazzi Italiano (TRI) è una realtà conclamata, non credo ci sia più molto da dire. Molti artisti sono fuggiti, altri sono prossimi alla pensione, nessuna nuova generazione sembra affacciarsi. Non è una crisi, è una morte lenta. E’ proprio il contesto adatto per una rivoluzione che spazzi via un sistema di istituzioni vecchie e reazionarie. La rivoluzione è guidata un gruppo che chiamero’ “direttori artistici indipendenti” (DAI), ecco a voi il “Manifesto”:

1 Il TRI è composto da quattro soggetti: le compagnie di produzione, i teatri per la diffusione delle produzioni, i festival nazionali o internazionali, i DAI.

2 Nessun teatro per la diffusione delle produzioni o festival può essere titolare di una compagnia o può produrre propri spettacoli.

3 I teatri per la diffusione delle produzioni ed i festival sono curati dai DAI i quali hanno dei propri strumenti (incontri biennali per operatori) per il monitoraggio degli spettacoli.

4 I DAI promuovono le produzioni di teatro ragazzi operano in un ambito nazionale e internazionale e sono responsabili della qualità dell’ospitalità e degli spazi teatrali scelti. Anche i direttori di festival o altre strutture non TR possono essere dei DAI.

5 I DAI promuovono tipologie di spettacolo contemporanee, adatte ai ragazzi, in modo da favorire lo sviluppo dei diversi generi (teatro di figura, teatro di narrazione, danza, teatro contaminato con altre arti, ecc…)

6 I DAI fanno cultura e non intrattenimento, sono responsabili della qualità artistica dei progetti presentati ed hanno l’obbligo di tutelare, valorizzare, stimolare lo sviluppo artistico del TRI in un’ottica attenta al rapporto tra teatro, arti contemporanee e pubblico giovanile.

7 I DAI operano anche in collaborazione con festival o altre strutture non dedicate al TR (Biennale di Venezia, altri Festival Nazionali) in modo da promuovere le migliori produzioni del TRI in contesti artistici più generali.

8 I DAI promuovono un sistema di residenze artistiche per compagnie o singoli artisti all’interno delle strutture nelle quali operano. I DAI sono pagati dalle strutture per le quali operano, sono incorruttibili e lottano per creare il Grande Festival Nazionale del TRI.

9 Spariscono tutti i “vecchi” Centri Teatro Ragazzi tranne Le Briciole di Parma e La Casa del Teatro di Torino che diventano le due strutture Italiane di riferimento del TRI nelle quali hanno sede i due incontri annuali dei DAI.

10 Tutti gli altri “vecchi” Centri debbono optare se diventare compagnia o teatri per la diffusione delle produzioni di TR. Tutte le Vetrine Regionali vengono convertite in Festival Nazionali o Internazionali e sono dirette da un Dai che può avere un incarico per un massimo di due anni.

11 almeno il 20% della programmazione dei teatri per la diffusione delle produzioni di TR deve prevedere spettacoli di paesi europei od extraeuropei.

13 Il giudizio complessivo di tutti i DAI italiani sulle singole compagnie contribuisce a formare il parametro artistico valido per i contributi dello stato e delle regioni.

14 Le recite svolte dalle compagnie in contesti internazionali fanno parte dell’attività riconosciuta ai fini dei contributi statali o regionali e sono costituiscono un elemento di valutazione per i DAI.

15 Il finanziamento pubblico per le compagnie prevede tre parametri, il punteggio artistico attribuito dai DAI, un punteggio relativo alla “qualità/quantità del giro ed un punteggio relativo al costo di almeno una produzione l’anno.

16 Il comitato promotore dei DAI che darà vita all’associazione dei DAI è composto da Mario Bianchi, Linda Eroli, Marino Pedroni, Velia Papa.

un saluto a tutti
davide venturni

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