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Eolo
stelle lontane
QUALI LE CAUSE?
Intervento di Adriano Gallina sulla lettera aperta di Fabrizio Cassanelli

Caro Eolo,
molto stimolante ed interessante il dibattito tra Cassanelli e Presotto. Ma forse, come immancabilmente accade da qualche anno quando si lamenta il declino motivazionale ed artistico del teatro ragazzi, non viene centrato il problema. Si denunciano gli effetti e - almeno apparentemente - si ignorano del tutto le cause. E le cause sono, a mio modo di vedere, da ricercarsi in ambito politico-organizzativo, non (o non solo) artistico. Il primato dell'organizzazione, teorizzato da Paolo Grassi, si riversa in modo dirompente nell'universo della produzione, determinandone i limiti, i tempi, i temi, gli orientamenti.
Il sistema economico-organizzativo del Teatro Ragazzi - emerge anche in modo evidente dalla ricerca che abbiamo effettuato con Fabio Naggi ed Antonio Massena - è un sistema largamente autopoietico, nel quale produttori e consumatori intermedi (i programmatori) tendono, statisticamente, ad identificarsi. Il Teatro Ragazzi produce Teatro Ragazzi e compra Teatro Ragazzi. E' dunque il Teatro Ragazzi che si produce e riproduce e che - per molti versi - determina ed orienta le regole e gli standard (anche qualitativi) del proprio essere (o non essere) sistema e koiné.

Ora, io ritengo che - con tutto il bene ed il male che si può dire di festival e vetrine - il nodo fondamentale, politico ed organizzativo e dunque artistico si trovi nell'incapacità storica (paradossale, in fondo, in un settore che per molti versi si è venuto autoregolando) di tutelare i repertori nei confronti del consumatore finale (scuole e famiglie), dal quale - incomprensibilmente - abbiamo supinamente accettato (o l'abbiamo imposta noi?) la necessità di una produzione a ritmi serrati, quasi imprescindibilmente annuale, priva dei necessari tempi di maturazione delle urgenze, delle vocazioni, dei momenti di laboratorio e ricerca. Si vengono sempre più avverando le lucidissime profezie già ipotizzate da Morteo nel convegno del 1984 sull'Immaginario Bambino.
I nostri spettacoli migliori campano due-tre stagioni mentre al contrario - per loro natura, dal momento che i bambini se ne vanno dalla scuola (anche se gli insegnanti restano: ma mica produrremo per loro?) - potrebbero sopravvivere economicamente ed artisticamente molto, molto più a lungo. Una sorta di frenesia produttiva che - ovviamente anche e soprattutto nelle vetrine e nelle loro regole - riflette non già o non solo la crisi di vocazioni ma, più probabilmente, l'impossibilità del loro realizzarsi compiutamente. Se devo produrre - perchè questo è il mio mestiere - e devo rendere visibile il mio prodotto (perchè la visibilità coincide con l'esistenza) tenterò il tutto e per tutto in quella vetrina. Ed ecco le crisi di identità, le crisi vocazionali, le compagnie e gli operatori sull'orlo di una crisi di nervi, le cazzate televisive, gli allestimenti d'accatto, gli scimmiottamenti disneyani...

Ma se le vetrine, i festival, il mercato che noi stessi costruiamo iniziassero a difendere i repertori; prendessero in considerazione - come del resto fanno tutti con i propri spettacoli, nelle proprie programmazioni - la possibilità che quello spettacolo, bello, d'eccellenza, di senso e con un senso, venga programmato per una, due, tre stagioni consecutive; iniziassero a negoziare con gli insegnanti e i comuni le proprie prerogative di direzione artistica; ed iniziassero - da produttori - a rifiutare questi ritmi, a rivendicare la necessità artistica delle pause, della ricerca, della riflessione, dell'emergere reale di 'qualcosa da dire'; se tutto questo diventasse - anche e precipuamente - politica di settore, non cambierebbe qualcosa?
In caso contrario le litanie e le lamentazioni non servono a molto: se non all'interrogarsi un po' manierato su una crisi che dura da molto, troppo tempo, ma di cui noi stessi siamo la causa.
Adriano Gallina

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