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Eolo
stelle lontane
LE BUONE PRATICHE A MILANO
IL RESOCONTO DEL NOSTRO INVIATO MARIO NUZZO

Sintesi di una giornata di parole, le buone pratiche. Le Buone Pratiche 2007si aprono con un’assenza, quella di Franco D’Ippolito, purtroppo impossibilitato a partecipare a causa di impegni, un’assenza che priva l’uditorio di una delle voci che ha caratterizzato le scorse edizioni della manifestazione per la capacità di “calare nella realtà” tutte le problematiche via via affrontate
L’apertura di Oliviero Ponte di Pino, dopo i consueti ringraziamenti alla Scuola Civica e ai ragazzi del corso operatori, è dedicata a un excursus sulle edizioni precedenti e sulla struttura della giornata, ovvero sui punti sui quali verterà la discussione: formazione, accesso alla professione, mercato del lavoro e visibilità. Un’ultima parte sarà dedicata alle geografie delle buone pratiche. Ponte di Pino si cimenta anche in un'introduzione al capitolo della formazione distinguendo come essa sia cambiata negli anni e ipotizzando due grandi modifiche: l’arricchirsi dell’offerta formativa, fra scuole, laboratori e quant’altro, e il prolungarsi del periodo di formazione. La conseguenza è un intreccio fra scuola e lavoro che rischia di rendere fine a se stessa la didattica e utopica lo sbocco professionale.
Troppo spesso le compagnie devono vivere di attività animative e formative, perché vivere di spettacolo è un lusso che non possono permettersi. Questo quadro disarmante viene ulteriormente peggiorato dai dati che Giulio Stumpo dell’Osservatorio dello spettacolo riporta con la consueta dovizia, nonostante le fonti siano spesso inesatte e imprecise. L’argomento è sempre quello del finanziamento pubblico per lo spettacolo, di come il Fondo Unico per lo Spettacolo stia variando in questi anni e di quanto questa variazione incida sul lavoro delle compagnie rispetto a parametri fissi quali fra gli altri numero di spettacoli, numero di biglietti venduti, numero di spettatori, spesa pubblica, giornate contributive e giornate medie lavorate. L’aspetto più inquietante dell’analisi che riporta sia dati positivi, incremento dei biglietti venduti, sia dati negativi, ovvero la diminuzione della spesa pubblica e i numeri relativi alle giornate e ai salari medi, è la ormai ricorrente denuncia della poca affidabilità delle fonti di provenienza dei dati che rende il lavoro dell’osservatorio molto meno incisivo di quanto si vorrebbe.
L’armonizzazione fra i dati è una promessa che si è sentita più volte negli scorsi anni, ma purtroppo sembra che l’unica speranza sia procedere verso una raccolta di dati affidabile e coerente piuttosto che tentare di mettere insieme numeri provenienti da fonti sempre diverse.

Antonio Taormina (Fondazione Ater) continua sulla linea tracciata da Giulio Stumpo, identificando ancor più criticamente quelle che sono le conseguenze negative di un sistema di formazione sicuramente ricco, ma che non riesce a lavorare sulle competenze specifiche. La mancanza di una reale sinergia fra aziende, strutture di ricerca, università e sindacati dà come risultato un’offerta ampia ma indiscriminata in cui l’eccellenza non esiste e in cui la crescita professionale è zero. In questo senso una buona politica dovrebbe incentivare le imprese perché intercettino finanziamenti, come quelli dei Fondi Sociali Europei, da utilizzare per la formazione e la specializzazione. D’altra parte è necessario che vi sia uno standard per le qualifiche professionali, perché è inconcepibile che vi siano regioni che formano un macchinista teatrale con 400 ore e altre con 800, a titolo di esempio. Taormina riferisce di un’intenzione da parte del Ministero del Lavoro di creare un tavolo unico per l’elaborazione delle qualifiche professionali da unificare anche agli standard europei.
A questo punto è intervenuta la senatrice Giovanna Cappelli della Commissione Cultura che invita a considerare tale commissione come riferimento per portare avanti istanze che spesso in sede di dibattito governativo non vengono sostenute con la corretta determinazione. In questo senso Mimma Gallina aggiunge che uno dei grandi problemi dell’ambito teatrale è quello della rappresentanza e questo determina un’assenza totale di trasparenza nell’assegnazione dei contributi.

Gli interventi successivi costituiscono una serie di suggestioni che si staccano dal livello dei numeri per fornire delle analisi pratiche delle situazioni a cui fanno riferimento. Andrea Rebaglio, della Fondazione Cariplo, parla delle Fondazioni Bancarie come di una potente risorsa che può in questo momento assegnare risorse ulteriori per il perseguimento di una finalità culturale e sociale; esiste un sito www.acri.it che riporta l’elenco delle fondazioni e le loro attività, che può essere uno strumento per verificare la compatibilità del proprio progetto con quanto finanziato dalle fondazioni.Le modalità di assegnazione sono quelle dei bandi o dei progetti e questo garantisce una certa trasparenza nelle assegnazioni. Antonio Calbiparla della situazione milanese e del fatto che lo schianto avuto dal sistema teatrale negli anni novanta ha corrisposto con la frattura della collettività che si è avuta nell’era di tangentopoli. Il sistema comunque ha saputo reagire e presenta tutt’ora una realtà ricca fatta anche di piccole sale molto interessanti nel cuore della città: il problema è però determinato dall’incapacità dell’amministrazione di gestire e riorganizzare le risorse necessarie, oltre che dalla mancanza di esse. Il primo passo sarà la messa in discussione delle regole attuali e la ricerca di criteri ulteriori sia per il sistema delle convenzioni sia per il sostegno delle attività delle compagnie e delle sale.

Angelo Curti riporta invece la situazione di Napoli in cui la tendenza di spostare il centro delle risorse dall’ordinario allo straordinario ha sovvertito completamente le realtà culturali, e quindi ha costretto amministratori e operatori culturali a cercare sempre nuove risorse che siano quanto meno equivalenti a quelle erogate dal pubblico. Questa tendenza alla flessibilità e alla precarietà rende necessaria la capacità di mostrarsi forti e compatti come “industria” culturale, e allo stesso tempo visibili per le istituzioni.
Emanuele Patti dell’Arci, racconta dell’attività dell’associazione e delle numerose iniziative che fanno parte dell’offerta culturale. In relazione a quelle teatrali, presenti comunque nell’aria cittadina, sofferma la propria analisi su due aspetti problematici, ovvero i costi alti specifici dell’attività teatrale, e la difficoltà di ragionare con una sola compagnia anziché con una rete di soggetti.

Maurizio Schmidt, direttore della scuola d’arte drammatica Paolo Grassi, in merito alla formazione ed al suo impoverimento, indirizza la sua analisi su quella che potrebbe e dovrebbe essere una direzione nuova della struttura, ovvero sulla creazione di una formazione continua che non crei eterni allievi, ma che possa essere un luogo ove rigenerarsi anche per gli ex allievi. La risposta che l’istituzione formativa deve dare anche all’evidente ritardo esperienziale e culturale degli allievi provenienti dalla scuola secondaria, non può essere la compressione della disciplina in tre anni, ma deve andare nella direzione di una pedagogia multiforme e permanente.
Nella stessa direzione è l’intervento di Bruno Fornasari sull’Ecole des ecoles, un’iniziativa che mette insieme diverse strutture di formazione artistica europea alla ricerca di un vero scambio di saperi. Fornasari pone l’accento anche sulla formazione dei formatori, attività necessaria perché ci si difenda dai frequenti cattivi maestri o maestri senza esperienza; altro punto sostanziale dell’iniziativa è la necessità che le strutture dialoghino sui problemi che hanno determinato fallimenti in termini di opportunità formative, in modo che si possa apprendere anche dalle esperienze meno fortunate.

Dopo la pausa dedicata al pranzo ed al proseguimento delle chiacchiere in momenti meno formali si è passati alla seconda parte dell’incontro, dedicata per lo più a racconti di esperienze che possono costituire esemplificazioni di buone pratiche. La parola è passata a Angela Fumarola che ha parlato dell’esperienza di Armunia ed i progetti legati al territorio di Castiglioncello, con il coinvolgimento attivo dei suoi abitanti e delle istituzioni locali. Linda Di Pietro, dell’Adac, che ha parlato di come la danza si sta organizzando per proporre nuove forme e nuovi progetti, soprattutto in merito alla legge sullo spettacolo dal vivo e al finanziamento determinato dal Patto Stato/Regioni. Molto particolare è stato il racconto di Roberto Magnani che ha descritto il suo ingresso nel Teatro delle Albe e la parabola che lo ha portato da adolescente allievo dell’Istituto Tecnico e iscritto ad un corso realizzato da Martinelli e Lupinelli ad essere Palotino dello spettacolo I Polacchi prima, e poi insegnante in un corso proposto all’interno della medesima scuola. Un toccante racconto di dedizione assoluta al teatro. L’intervento di Claudio Meldolesiha invece voluto definire cosa può essere il ruolo del teatro oggi e come questo si è differenziato nel tempo, attraverso il punto di vista delle accademie e dell’attore, e quindi la necessità che smettano di esistere quelle scuole che cercano di addomesticare gli attori a un espressivismo medio o comunque a identificare un identità, e si proceda sempre verso la trasmissione degli stimoli. Le suggestioni e le esperienze diventano materie di insegnamento e non la semplice riduzione a tecniche. D’altra parte anche il ruolo degli organizzatori deve essere ridiscusso perché devono essere in grado di portare un apporto intellettuale e percepire con sapienza quale può e deve essere il nucleo da affermare. L’organizzatore è il fratello dell’artista, il vero nemico è l’esattore!

Ad Adriano Gallina è affidato il compito di gettare uno sguardo sulla questione della visibilità e la selezione, sulla quale, in disaccordo con quanto espresso da Angelo Curti durante la mattinata, afferma che non può esservi in quel caso un sostegno per il nuovo. Se, cioè, visibilità e selezione si coimplicano e determinano un meccanismo protezionistico, non permettono un emergere delle istanze nuove. Questo è determinato anche dal parziale fallimento dei Teatri Stabili d’Innovazione che hanno disatteso la missione della tutela dell’emergente e del nuovo, obbligando alla nascita di progettualità indipendenti che vanno sostenute e favorite. I successivi interventi sono stati il racconto di buone pratiche attualmente in realizzazione: Teresa Bettarini ha citato l’esempio di Officina Giovani, Rosi Fagiolo l’esperianza di TeatroNet Edoardo Favetti quella del PiM di Milano, Luca Ricci il Kilowatt Festival, Antonia Pingitore quella di Bancone di Prova e Roberta Nicolai quella romana di Teatri di Vetro. Dopo il racconto di queste positive esperienza commentate anche da Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino, la parola è passata a Filippo Del Corno che da subito fa riferimento al suo intervento nel 2005 a Mira, riferendo che poco e niente rispetto ad allora è cambiato. In particolare ha identificato la divisione netta in Sommersi e Salvati. I primi accomunati da una certa distanza dall’articolazione del potere, un’età anagrafica comune, la necessità di stare sul mercato e un riconoscimento maggiore fuori dall’Italia. I secondi invece rimangono nella loro condizione perché sono grandi istituzioni storiche e perché si ipotizza che il costo della loro dismissione sarebbe troppo alto in termini sociali. A questo proposito cita il caso delle quattro orchestre della rai unificate a metà degli anni 90: tale operazione garantì la salvaguardia di una qualità pregevole e fu fatta pur dovendo affrontare notevoli costi sociali. Lo slogan che quindi propone Del Corno è: sommegiamo i salvati e salviamo i sommersi.

In merito alle geografie delle buone pratiche gli ultimi interventi sono quello di Massimo Luconi che racconta di un’esperienza di scambio e di collaborazione artistica con il Senegal che dura da parecchi anni grazie anche alla collaborazione della Bicocca, e quello di Gerarda Ventura che racconta delle proprie esperienze di collaborazione con l’area arabo-musulmana e con il loro modo di fare arte e cultura. In particolare questo intervento si interroga sul senso di emersione ed emergenza in quel territorio e nel nostro territorio. L’essere programmati o visibili vuol dire fare dello spettacolo un’esperienza mediatici e rischia di non dare il giusto senso al rapporto dell’arte con la società e la cittadinanza. E’ necessario riappropriarsi di un reale senso di fare cultura. La chiusura delle buone pratiche è affidata a Barbara Tomache affida a due liste di buone pratiche o buoni consigli, una per se stessa e l’altra dedicata a un ipotetico giovane coreografo, una sorta di amaro ritratto della condizione in cui si deve dibattere chi cerca di fare il mestiere dell’artista.

L’incontro delle buone pratiche, che sta diventando un appuntamento rituale, può mettere a bilancio una nutrita partecipazione, anche se da molti parti è stata criticata la comunicazione forse meno efficace delle scorse edizioni. Gli argomenti trattati sono stati molti e la sensazione è la stessa degli scorsi anni, ovvero che la parte di presentazione delle “pratiche” tolga spazio a un dibattito che prosegue molto acceso nei corridoi ma che non diventa mai centro della discussione. La sensazione è che questo appuntamento dovrebbe cercare di focalizzare ancor di più gli argomenti da mettere in discussione in modo da stimolare un dibattito più fitto e aperto che possa portare alla creazione di documenti che abbiano anche una valenza politica maggiore. Lo spazio del racconto delle buone pratiche, infine, è sicuramente un momento interessante ma se non è accompagnato da un moderatore che sappia approfondire le modalità di queste pratiche rischia di diventare una passerella più che uno stimolo all’approfondimento o alla rete.

MARIO NUZZO

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