eolo | rivista online di teatro ragazzi
recensioni
IL REPORT CRITICO DEL MAGGIO ALL'INFANZIA TRA BARI E MATERA
Col contributo di Mario Bianchi, Nicola Viesti, Rossella Marchi.

CONCERTO FRAGILE SOGNO POLLICINO ZANNA BIANCA della natura selvaggia CAPPUCCETTO ROSSO MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI I MUSICANTI DI BREMA ANFITRIONE TOMCAT CANTO LA STORIA DELL'ASTUTO ULISSE MOLSA UNA DISUBBIDIENZA STRAORDINARIA IL DIARIO DI ADAMO ED EVA IL PRINCIPE FELICE CON LIETO FINE

Anche questa volta abbiamo seguito, con la consueta passione, il “Maggio all’Infanzia”, il festival giunto alla ventunesima edizione, che, quest'anno, si è tenuto dal 17 al 20 maggio, invadendo con i suoi spettacoli oltre che Bari, come consuetudine, anche Matera, designata, come sappiamo, Capitale italiana della cultura.
Dunque il Festival, nato a Gioia del Colle per merito del Teatro Kismet e poi, dal 2009, adottato dal Comune di Bari, ha ampliato i suoi confini, attuando un'unione proficua con i Teatri Uniti di Basilicata e Fondazione Matera 2019. 15 gli spettacoli a cui abbiamo assistito che hanno animato la città di Bari (in particolare il Kismet, L' Abeliano e la Casa di Pulcinella) e,come detto, per la prima volta la bellissima Matera, che ha aperto al teatro il museo Ridola, Palazzo Lanfranchi, il Castello Tramontano e la Chiesa del Carmine.
La Fondazione SAT, formata da Teatro Kismet, studio Co&ma e compagnia Le Nuvole di Napoli, per tutto il mese di maggio ha poi realizzato nella città partenopea un programma parallelo, con iniziative rivolte a scuole e famiglie.
Il festival ha anche continuato il suo programma di formazione con il percorso di visione guidata “Esplorazioni” curato da Giorgio Testa e Sara Ferrari della Casa dello spettatore. Il festival ha inoltre ospitato un incontro organizzato dal progetto Planetarium, osservatorio critico sul teatro e le nuove generazioni, coordinato da Altre Velocità, assieme alle redazioni nazionali di Teatro e Critica, Il Tamburo di Kattrin e Stratagemmi che con nostra gioia ci affianca nei report di alcuni Festival.

Il ricco cartellone dedicato ai programmatori, giunti come ogni anno, da tutta l'italia, è stato completato anche con spettacoli stranieri come “Molsa” dell'ensamble spagnola Thomas Noone Dance, uno spettacolo di danza, pupazzi e video, basato sul libro “Molsa” di David Cirici, che porta in scena le avventure di un cane attraverso le tante ingiustizie create dall'uomo. Abbiamo rivisto anche al termine delle nostre quattro giornate di festival il bel lavoro di Principio attivo “Il Principe felice con lieto fine” sul tema del sacrificio.
Il Festival fuori programma ha ospitato anche una curiosa e chiassosa versione contemporanea del capolavoro di Tito Maccio Plauto “ Anfitrione”, il nuovo lavoro per adulti di Teresa Ludovico, direttrice artistica del Kismet e del Maggio, con in scena un nucleo di convincenti interpreti, immersi in un mondo che ricorda "Gommorra", ma che lascia intatto il gioco degli equivoci "divini" messi in scena dall'autore latino,così poco rappresentato nei nostri teatri.
Una edizione di grande livello, quest'anno del Festival, con parecchi lavori interessanti di cui vi relazioneremo attraverso gli interventi di Mario Bianchi, Nicola Viesti, Rossella Marchi .

------------------------------------------------------------------------------------------------
----------------------------------------------------------------------------------------------------

“Concerto fragile 2” con Sara Bevilacqua e Alessandra Manti, nello stile riconoscibilissimo di Antonio Catalano, che ne cura anche  la regia, è uno spettacolo piccolo piccolo e lieve, un vero e proprio
minuscolo concerto, che mette in scena la relazione tra gli oggetti di uso quotidiano e i suoni della natura. Da un sipario bianco miracoloso, sbucano oggetti, suoni che nascono dalla natura, rumori che si trasformano in delicate armonie di vento, di pioggia, di stelle, di neve, di fuoco, di ali, evocando il ponte fragile tra il suono e la musica. Uno spettacolo piccino piccino, dal cuore grande, dove gli adulti dovrebbero essere banditi, scandito solo dall'attenzione, composta di stupore e meraviglia, insita nello sguardo di un pubblico silenzioso, piccolo e mirato.
“Mio fratello rincorre i dinosauri”di Arditodesio, tratto dal libro di Giacomo Mazzariol “Mio fratello rincorre i dinosauri”è una narrazione di Christian Di Domenico e Carlo Turati, in cui Christian Di Domenico racconta con grande partecipazione i rapporti che intercorrono tra due fratelli, Giacomo e Giovanni. Giovanni, è un ragazzo molto speciale, ha un cromosoma in più, è Down! E' la storia di un amore fraterno spesso taciuto, a volte pieno di vergogna, narrata senza sconti in modo appassionato e appassionante da Christian Di Domenico, la storia di come Giacomo ha imparato piano piano a convivere con quel suo fratello così strano che gioca con i dinosauri, ma che in sé possiede qualità preziose che gli altri, quelli così detti normali, si sognano di avere. E, come si sa, se l'amore è così sofferto,quando si manifesta pienamente, è ancora più grande. Insieme a Zigulì di Francesco Colella, anch'esso tratto da un libro, “Mio fratello rincorre i dinosauri” forma un dittico di spettacoli importanti e necessari che mettono in scena tutte le difficoltà e le ricchezze di una famiglia a cui il destino ha affidato un congiunto, speciale in tutti i sensi.
----------------------------------
Alquanto difficcoltosa ci è parsa la messa in scena di “ La disubbidienza straordinaria” di Iac Teatro, Centro Arti Integrate di Matera, tratto da “Il mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante, su regia di Andrea Santantoni, dove, pur con buona immedesimazione, Nadia Casamassima impersona Carlotta, studentessa delle medie di Berlino, ragazzina ariana che, di fronte all’ordinanza di portare la stella gialla per tutti i Giudei, risponde con una disubbidienza straordinaria; uscendo di casa e ostentandola orgogliosamente sul petto, come una rosa, incita tutti a Berlino ad indossare la stessa stella gialla. Nella seconda parte dello spettacolo, assai distaccata e resa poco congruente con la prima, viene evocata sulle musiche di Wagner la discesa dal cielo di squadre angeliche. La regia di Andrea Santantoni ci pare, inoltre, molto macchinosa, con un eccessivo tempo dedicato a movere e smuovere i grossi cartoni che compongono la scenografia, dove si posizionano con fatica immagini ironiche sul Nazismo. Forse una narrazione più semplice e congrua del solo curioso marchingenio messo in campo dalla coraggiosa ragazzina ariana, avrebbe reso giustizia in modo più interessante e adeguato al testo della Morante.

------------------------
E' sempre stata ardua e, nel medesimo tempo, affascinante l'idea di mettere in scena la famosa e complessa fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen “ Scarpette Rosse”. Ci hanno tentato il giovane drammaturgo Emanuele Aldrovandi e il regista Andrea Chiodi, per Biboteatro, facendola raccontare non da Karen, la bambina al centro della storia, ma dalle stesse scarpe stregate.
La buona resa interpretativa di Alessia Candido e Miriam Costamagna e l'azzardo di narrare le vicende strabilianti della protagonista anche nei suoi rivolti più oscuri, non sono capaci però secondo noi di supplire ad una certa staticità dell'impianto narrativo, dove la danza recita un ruolo di mero supporto, non riuscendo a vivificare la resa di una fiaba che ci pare qua, più rivolta agli adulti che ai ragazzi.
----------
Il teatro di William Shakespeare è stato sempre, a causa delle sue suggestioni, un terreno fertile dove il teatro ragazzi ha piantato spesso semi che hanno germogliato spettacoli di forte impatto emozionale.
 La compagnia umbra Fontemaggiore in “Sogno” ha preso spunto da una delle sue opere più visitate “Sogno di una notte di Mezza Estate” per narrare ai ragazzi dagli 8 anni ( non certo dai 5 come riportato in locandina) come gli affetti umani siano spesso cangianti ed intrisi di umori impalpabili.
Scambiandosi in modo le parti gli efficaci Daniele Aureli ( davvero straordinario Puck ) Enrico De Meo, Greta Oldoni e Valentina Renzulli diretti da Beatrice Ripoli ne hanno regalato al Maggio all'infanzia una visione vestita di bianco, leggera, di giusta, poetica, dimensione scenica.
Sfrondando il testo dalla parte dedicata al matrimonio di Teseo con Ippolita e alle vicende di Bottom e dei suoi attori, la drammaturgia scritta direttamente dagli interpreti in collaborazione con la regista, mette al centro, i rapporti tra Oberon e Titania, Puck e Fiordipisello, fedeli servitori dei regnanti e le due coppie Elena- Demetrio, Ermia-Lisandro.
La storia si dipana in modo semplice e comprensibile ad un pubblico di ragazzi, iniziando quando, grazie
al potere magico di un fiore fatato, la pace infranta tra il re e la regina delle fate, sta per essere ristabilita. Ma ecco che all’improvviso a sconvolgere le cose sopraggiungono nel bosco due coppie di esseri umani. Dopo qualche traversia, dovuta soprattutto alla sbadataggine di Puck, l’amore torna a trionfare nel cuore di tutti e l’armonia torna a regnare nel bosco.
Le suggestive maschere di Beatrice Ripoli caratterizzano tutti i personaggi che riverberando la Commedia dell'Arte, escono ed entrano nella scena in un carosello di emozioni, ben equilibrato, dove tutti gli attori riescono a dare credibilità ai vari personaggi che di volta in volta impersonano.

----------------------

Ci sembrava logico e conseguente che, prima o poi, sotto le benefiche grinfie narrative del duo Niccolini- D'Elia dovessero cadere “Zanna bianca” e “Il richiamo della Foresta” di Jack London, e così è stato. Abbiamo infatti visto a Bari “Zanna Bianca” della natura selvaggia, una bellissima narrazione che collega insieme i due capolavori dello scrittore americano. Era infatti logico e conseguente che i temi tanto cari a Francesco Niccolini e Luigi D'Elia : la natura con le sue meraviglie e i suoi contraddittori rituali, la voglia di libertà, insita in tutte le creature del mondo che ci ospita, si dovessero esplicitare nelle avventure del famoso lupo. Ed infatti, attraverso la narrazione di D'Elia , come sempre intrisa di amore e di pietà per le cose animate e inanimate del mondo, assistiamo alla vita avventurosa e selvaggia di Zanna Bianca. Lupo tra i lupi, le cui sagome da lui costruite circondano, il narratore rende visibili e piene di pathos le parole sapientemente scelte da Niccolini, immerse  nelle atmosfere create dalle musiche di Ezio Bosso, che ne amplificano le emozioni.
Ecco che del lupo vediamo compiere i primi passi nel mondo con le prime lotte e le prime ferite. Ecco, diventato lupo, figlio di una lupa e di un cane, l'incontro con l'indiano Castoro Grigio che lo porta ad attraversare il Nord ghiacciato per cacciare alci e orsi, e poi ecco il feroce Smith il Bello che lo fa combattere nell'arena come un gladiatore. Ecco poi Jack, il cercatore d'oro da cui verrà salvato e che salverà. Tra epiche gare di forza e combattimenti all'ultimo sangue con alci, si consuma la grande epopea di questo personaggio leggendario, di questo lupo che alla fine sceglierà la sua vera natura di creatura, libera, non assoggettata ad alcun vincolo. E' in questo modo che gli spettatori, tutti, alla fine si immaginano, anzi vedono Zanna Bianca "correre, sempre in testa al branco, sotto la luna o con la luce blu dell'aurora boreale, gigantesco e bellissimo in mezzo agli altri lupi, mentre dalla sua grande gola spalancata si leva il canto dell'infanzia del mondo, che è il canto degli animali liberi di tutta la Terra”
Degno immaginifico finale di uno spettacolo che dopo” La grande foresta” ci regala la prova più matura ed intensa di un narratore di razza.
-----------------------------------------
In larga parte da ripensare, secondo noi, la curiosa e stimolante versione, spesso a suon di musica, che Fabrizio Pallara del Teatro delle Apparizioni , in collaborazione con l'attrice Tamara Bartolini e il musicista Michele Baronio, compie della famosa fiaba “ I Musicanti di Brema”.
Curiosa e stimolante, perchè ci è parsa molto attraente l'idea di narrare il cammino dei 4 animali protagonisti della storia, bistrattati dai loro padroni (Un asino, un cane, un gatto e un gallo) verso un futuro migliore, rappresentato da una banda musicale operante nella bella città tedesca, attraverso canzoni ( da "Che colpa abbiamo noi" ai Sex pistols ), che potessero entrare emozionalmente nei vari accadimenti della storia. Ma ci pare che l'idea venga sfruttata solo a metà, sacrificata da un utilizzo della narrazione non sempre puntuale e dall'uso stentato del Teatro di figura, in una cornice un poco sciatta che allude ad un universo operaio, corredato da interventi video di intento sociale, a nostro avviso per ora alquanto fuorvianti e superflui.
------------------------------------------------
Dario De Luca, in occasione dell' atteso ritorno di “Scena verticale” nell'immaginario del teatro ragazzi, ha scelto di ispirarsi a un testo poco noto dello scrittore americano Mark Twain “ Il Diario di Adamo ed Eva “ mettendo in scena direttamente i nostri progenitori in un Eden ricostruito con cartone e plastica.
Ecco che davanti agli occhi dei piccoli spettatori De Luca, ispirandosi a Twain, si diverte ad immaginare come siano potute andare realmente le cose tra la prima coppia ( gli efficaci e divertenti Elisabetta Raimondi Lucchetti e Davide Fasano ) che ha abitato il nostro mondo.
Adamo, dai modi un po’ rozzi e facilmente irritabile, inpacciato ma nel medesimo tempo prepotente, è subito infastidito dalla presenza di Eva, che parla continuamente, dando il nome ad ogni cosa, accorgendosi della luna in cielo e parlando con l'acqua, elementi ovviamente che a lui, Adamo, interessano poco o nulla. Avendo in sé cuore e testa, Eva è dunque romantica, un poco vanitosa, mentre Adamo è cinico, solitario, rude. Come ovvio, anche se piano piano, Adamo si avvicinerà sempre di più a quella strana creatura più intelligente di lui, che dialoga spesso con quella curiosa luce che provene dall'alto, non potendo, Adamo, più farne a meno.
Adamo ed Eva vivono senza eccessivi pensieri in una cornice idilliaca meravigliosa, finchè mangiando la mela che il serpente offre loro, quel piccolo universo viene distrutto. I nostri eroi sono così introdotti nel mondo reale, dove, come ben sappiamo, vigono la vergogna del loro corpo nudo e soprattutto le regole della vita e della morte.
Nel Diario di Adamo ed Eva, nel rapporto che si instaura tra il maschio e la femmina, i piccoli spettatori, in modo divertente, venato di ironia, possono riscontrare il loro medesimo percorso verso la conoscenza del mondo, verso la scoperta dell'altro sesso e dei sentimenti che li contraddistinguono.
Ci resta solo il rimpianto che lo spettacolo, quando l'Eden viene distrutto, essendo fino ad allora vissuto sugli stereotipi che ben conosciamo, dedicati al Femminile e al Maschile, invece di essere solo un pur riuscito divertissement sull'identità di genere, avrebbe potuto virare in modo forse più profondo su come oggi quegli stereotipi siano completamente cambiati, essendosi fusi finalmente in una consapevolezza del mondo più reale e matura.

IN UN PROSSIMO INTERVENTO APPROFONDIREMO GLI ARGOMENTI PROPOSTI DALLO SPETTACOLO CON CIRA SANTORO E LAURA SQUARCIA
---------------------------------------------------------


Dopo aver assisstito a Milano per “Segnali” a due belle versioni della celebre fiaba “Pollicino “ in cui venivano messe in connessione poeticamente ed intelligentemente l'infanzia con la vecchiaia, abbiamo finalmente potuto assisterne all'attesa messa in scena, in qualche modo classica, del Teatro del Piccione, coprodotto con il Teatro della Tosse, su regia e drammaturgia della Compagnia Rodisio.
Lo spettacolo è nettamente diviso in due parti, nella prima, dominata dai due genitori dei celebri sette fratelli e dalla presenza di una casa troppo stretta per accoglierli tutti, vengono esplicitate in modo coerente e incalzante, attraverso una corroborante vis comica paradossale, tutte le dinamiche esistenti nella famiglia di Pollicino: la povertà assoluta che grava sulla casa, la soverchiante volontà della madre di famiglia sulla natura bonaria del padre, che nonostante tutto accetta l'abbandono dei figli nel bosco, la particolare intelligenza di quel figlio così piccolo ma così scaltro. Tra narrazione e interpretazione assistiamo poi all'abbandono dei ragazzi, alle inutili furbizie del ragazzo per tornare con i fratelli nella casa in cui è cresciuto e al loro perdersi nel fitto del bsco. Nella seconda parte lo spettacolo prende il volo in modo visionario, attraverso le musiche di Verdi e Wagner: l'orco con il suo coltellaccio e sua moglie, assisa ai piè del fuoco, escono piano piano dalle tenebre per infondere nei bambini quella giusta e doverosa paura che rendono ancora necessarie le fiabe.
Il buio e la luce del fuoco definiscono lo spazio e dipingono i personaggi in una scena dove tutte le armi che il teatro possiede vengono espresse in modo immaginifico e potente per narrare una storia esemplare.
E' però un mondo terribile quello che i bambini vedono rappresentato sul palco, dominato dalla morte, dove solo la pioggia d'oro finale che ricopre i genitori può rendere felice ; è compito poi a chi sta intorno al piccolo spettatore, assalito da una giusta paura che lo farà comunque crescere, prospettargli la possibilità che sono soprattutto gli affetti veri quelli che rendono la nostra esistenza degna di essere vissuta.
Simona Gambaro e Paolo Piano, orco, così diverso dalla sua natura “ umana”, superano brillantemente la prova a loro affidata da Davde Doro e Manuela Capece, che confermano sulla scena il loro riconoscibilissimo e originale stile compositivo e drammaturgico.
MARIO BIANCHI
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


TOMCAT
Di James Ruschbrooke – traduzione Robero Vertolomo
Con Francesca de Nicolais, Luca Iervolino, Elisabetta Pogliani, Fabiana Fazio, Rosario Sparno
Regia Rosario Sparno
Prod.Progetto Bottega Bombardini con Teatro Stabile Mercadante e Le Nuvole – Casa del contemporaneo

La compagnia napoletana “Le nuvole” si è sempre distinta per aver dedicato parte della sua produzione per l’infanzia a progetti particolarmente impegnativi e – a vari motivi – innovativi. Solo per rimanere alle ultime stagioni ricordiamo la riscrittura di classici per un pubblico adolescente che ha dato eccellenti risultati e almeno un piccolo capolavoro come la messa in scena de “La grande magia” di Eduardo. Ora Rosario Sparno allestisce in prima italiana “Tomcat”, un testo di grande impatto dell’inglese James Rushbrooke che al suo apparire- tre anni fa – sulle scene britanniche suscitò comprensibile scalpore. Protagonista una bambina dodicenne, Jesse, da anni rinchiusa in una clinica e considerata soggetto a rischio, probabilmente pericolosa per la comunità. Il testo incrocia diversi livelli di racconto : il rapporto, quasi da padre-figlia, che lega Jesse a Tom, l’infermiere che l’accudisce; la necessità, anche crudele, di condurre esperimenti ligi ad una scienza che dimentica l’umanità degli individui, incarnata da un medico forse troppo ambizioso e poco sereno; le vicende personali del medico stesso e della sua compagna di fronte alla prospettiva di un figlio che potrebbe nascere affetto da un handicap. Ambientato in un futuro prossimo in cui la ricerca medica ha fatto passi da gigante nel preservare l’uomo dalle malattie ma ne ha ucciso la pietà e la comprensione, “Tomcat” è un racconto che sollecita domande terribili e che spiazza per l’aria di indeterminatezza che pervade ogni situazione. La regia di Sparno, che interpreta anche il controverso dottore, non tende ad attenuare la potenza della scrittura anzi l’amplifica, donando alla rappresentazione ritmi secchi e cadenzati, facendone un teorema inquietante senza risoluzione così da dare al finale la valenza di un vero pugno nello stomaco. Proposta problematica e coraggiosa, “Tomcat” conta su di un cast e su di un allestimento di ottimo livello capace di avvincere i giovani spettatori per novanta minuti emozionalmente ardui ma assi fecondi.


CAPPUCETTO ROSSO STORIA ETERNA PER ESSERI MORTALI
Deammaturgia, regia, scene e luci Michelangelo Campanale
Coreografie Vito Cassano – assistente alla regia Annarita De Michele
Con Claudia Cavalli, Erika Di Carlo, Francesco Lacatena, Marco Curci, Roberto Vitelli
Prod.Associazione culturale Tra il Dire e il Fare/Compagnia La Luna nel Letto - Coproduzione Crest, Teatri di Bari


E’ ormai nota la maestria di Michelangelo Campanale nel creare spettacoli per il mondo infantile, e non solo. Ad ogni sua nuova proposta ci si chiede se riuscirà ancora a sorprendere e – il più delle volte – la risposta è affermativa. Non è cosa da poco data la qualità delle sue messe in scena ma – come dire – questa volta ha superato se stesso con ”Cappuccetto rosso, storia eterna per esseri mortali”. Certo lo spettacolo ha ancora bisogno di qualche leggera limatura ma è normale per Campanale che sembra pensarla come Peter Brook che riteneva ogni proposta nascere al debutto e farsi grazie al rapporto con il pubblico ed ad un affiatamento sempre più intenso tra gli interpreti. Comunque, dettagli assolutamente ininfluenti perché questo “Cappuccetto Rosso” è bellissimo e avvincente e costituisce una novità che, ne siamo certi, sarà preludio di nuove avventure spettacolari. Ciò che rende in qualche maniera inedito questo lavoro è la collaborazione con la compagnia di danza acrobatica Eleina D e soprattutto l’esemplare equilibrio delle componenti spettacolari tanto da far sembrare l’apporto dei danzatori sorprendentemente espressivo, funzionale ad una narrazione all’insegna della visionarietà. Contare sulla proficua complicità di un ensemble efficace e di valore come i ragazzi di Eleina D - una vera scoperta - ha consentito a Campanale infatti di tuffarsi totalmente nel suo talento immaginifico, cosa in cui particolarmente eccelle. Non a caso il famoso racconto viene riletto come il susseguirsi di sogni, quelli del lupo. Sogni in cui sempre presente è la ragazza dal mantello rosso, boccone prelibato e tormento, passione e morte. Innumerevoli i momenti memorabili, dai passi a due tra la bella e la bestia, agli ululati del lupo di fronte alla luna, dal fiore rosso che diventa ossessione e che indica la via della perdizione – per lei? per lui? – all’inquietante astro che sembra precipitare sulla terra, alla foresta che arde durante la furia animale. Lo spettatore di ogni età sogna a sua volta di entrare nel sogno del lupo, diventa egli stesso parte dell’effimero incanto della scena. Danza e teatro sono tutt’uno concorrendo ad un risultato di grande spessore drammaturgico, con corpi che sanno farsi parola e riescono a dirci le tante verità di una grande fiaba che, come tale, è sempre crudele e tenera come qualsiasi esistenza.



LE NUOVE AVVENTURE DI BRUNO LO ZOZZO
Adattamento di Paolo Comentale liberamente ispirato al libro di Simone Frasca – regia di Marianna Di Muro
Con Anna Chiara Castellano Visaggi e Giacomo Dimase
Pupazzi Lucrezia Tritone
Prod.Granteatrino



A sei anni da “Bruno lo zozzo e gli amici immaginari” il Granteatrino ritorna al personaggio creato dalla penna di Simone Frasca. Un bambino curioso della vita e dei rapporti che ha come amico del cuore un maialino, Giovanni. Questa volta Bruno ha molte domande da fare intorno all’amore specie quando scopre il compagno di tante avventure palpitare per una maialina rosa. Interesserà quindi all’argomento, di cui ovviamente sa poco, la madre e i compagni ricevendone risposte che in fondo lo confondono di più fino a quando non farà in prima persona l’esperienza, fulminato dalla piccina amica della maialina. All’occorrenza pensa quindi di darsi una radicale ripulita – sostanzioso bagno, capelli finalmente pettinati, lindi vestiti – ma nessuno lo riconosce più ad iniziare dalla bambina dei suoi sogni. Tutti amano Bruno lo zozzo e non quel bambino tanto diverso e così scarso di personalità. Non è difficile però per il nostro eroe correre ai ripari, sicuro ormai che zozzo è bello e piace.
Bella la morale che insegna ai più piccoli che non sono le apparenze a contare ma quello che si è e che l’amore è un sentimento non estraneo al mondo bambino, anzi vissuto con grandi dubbi e profonde emozioni. Gustosi inoltre i tanti personggi che circondano il protagonista, tutti molto presi dai battiti del cuore, con le bambine che si dimostrano più sagge e mature dei maschietti. Lo spettacolo di Marianna Di Muro sa essere tenero, coinvolgente e piacevole al punto giusto anche se non può evitare di essere sfiorato da un che di televisivo, da una condiscendenza verso linguaggi a cui l’infanzia ormai è assuefatta.
NICOLA VIESTI

---------------------------------------------------------------------------------
------------------------------------------------------------------------------------

CANTO LA STORIA DELL'ASTUTO ULISSE/ FLAVIO ALBANESE COMPAGNIA DEL SOLE
Ulisse è sicuramente uno tra i personaggi più raccontati e cantati. Il suo essere archetipo lo rende attuale e contemporaneo in ogni tempo. Il tema del coraggio, del misurarsi con se stessi, del confrontarsi con il proprio limite attraversa tutte le epoche proprio perché insito nella natura dell’uomo. Le avventure di Ulisse, quindi, diventano momento catartico sia, probabilmente, per chi le racconta che, sicuramente, per chi le ascolta. Il nostro Flavio Albanese, reduce dal successo de L’universo è un materasso, si confronta con questo mito in "Canto la storia dell’astuto Ulisse", interessante produzione che, oltre a comprendere ovviamente la Compagnia del Sole, vede la partecipazione del Piccolo Teatro di Milano e la preziosa collaborazione artistica del Teatro Giocovita. L’inizio dello spettacolo è particolare: il bravo Albanese introduce la storia di Ulisse attraverso un gioco scherzoso con i bambini a cui è rivolto il lavoro. Il pubblico collabora volentieri e vivacemente a ripercorrere insieme all’attore la storia da cui si dipanano le gesta di Ulisse. L’attore, dopo esser riuscito abilmente a costruire insieme ai bambini questo terreno comune, entra in scena nei panni di Ulisse e ci racconta, con la grande capacità alla quale ormai ci ha abituato, il viaggio dell’eroe omerico. La narrazione è meravigliosamente accompagnata da uno spettacolo nello spettacolo: le ombre di Lele Luzzati e l’abilità degli animatori di sagome, chiamati così perché davvero gli donano un’anima, del Teatro Giocovita. Ecco quindi apparire una gigantesca ombra del cavallo di Troia, che si materializzerà davvero più tardi, dal quale calano le piccole sagome dei greci nella notte, Polifemo e il celebre atto d’astuzia di Odisseo che si ribattezza Nessuno per sfuggire alla cattura, il canto delle sirene. Interessante la rappresentazione del mare in tempesta impreziosito dal suono prodotto in scena dallo stesso Albanese che mentre racconta riproduce, con inusuali strumenti a percussione, il suono dei tuoni e delle onde. Ci sentiamo inoltre di sottolineare la fantastica trasformazione dei compagni d’avventura di Ulisse in porci ad opera della maga Circe, magistralmente giocata con le ombre. Il racconto si snoda agile toccando tutti gli eventi della storia del nostro eroe grazie all’attore che ci accompagna vestendo ora i panni del narratore ora quelli di Ulisse. Il tessuto drammaturgico dello stesso Albanese rende convincente lo spettacolo e porta con leggerezza il pubblico in un viaggio che attraversa molteplici stati emotivi: dal divertimento dell’iniziale partecipazione attiva, alla paura nella tempesta, per finire con la relazione empatica con il protagonista nel desiderio del ritorno e nel coraggio necessario all’ultima sfida ad Itaca. Si esce così dal teatro con l’intima sensazione che il dantesco “folle volo” riguardi in fondo ognuno di noi.
ROSSELLA MARCHI

IL RESOCONTO FOTOGRAFICO E' DI MASSIMO BERTONI


QUI TROVATE LE ALTRE RECENSIONI DOVUTE A PLANETARIUM E A RENZO FRANCABANDERA

www.teatroragazziosservatorio.it/
paneacquaculture.net/