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Eolo
recensioni
TEATRO TRA LE GENERAZIONI 2019 A CASTELFIORENTINO
IL REPORT DI MARIO BIANCHI ROSSELLA MARCHI E NICOLETTA CARDONE JOHNSON

Ogni anno “Teatro fra le generazioni”, che si è tenuto per la nona volta a Castelfiorentino dal 19 al 22 Marzo, rappresenta il primo vero momento di incontro dell'anno in cui gli operatori del teatro rivolto alle nuove generazioni, hanno l'opportunità di assistere, confrontandosi tra loro e con gli artisti, alle più recenti creazioni della scena dedicata a questo tipo di pubblico così vitale e originale nella sua complessità, ma non solo. Una manifestazione organizzata da una piccola storica compagnia “Giallo mare minimal teatro” che non solo propone creazioni capaci di mettere in relazione pubblici di tutte le età, ma che si fa carico di far conoscere anche le realtà toscane più interessanti che si misurano per la prima volta con gli operatori di tutto il paese che arrivano nella piccola cittadina toscana, quest’anno più numerosi del solito, segno del successo crescente della manifestazione e della sua particolarità.
Non solo spettacoli finiti si diceva, ma anche studi avanzati (“ Amici per la pelle ", il nuovo spettacolo del Buratto con la regia di Renata Coluccini e la drammaturgia di Emanuele Aldrovandi che vedremo finito a Segnali in Maggio, “ Qamar e Budur” rivisitazione di Arts § Crafts di un racconto de Le mille e una notte) brani di creazioni già collaudate ( Ubu re ubu chi ? di Kanterstrasse che dopo Amletino ci ha regalato un piacevole e riuscito assaggio del capolavoro di Jarry ) corsi di formazione per docenti come quello della Casa dello spettatore e last but not least l' Assemblea di Assitej che sta in modo fecondo preparando la nuova edizione di In-Forma a Milano. Tra gli incontri reiterati nel corso degli anni poi abbiamo partecipato a “ In Fieri” dove Daria Paoletta, Atgtp Teatro Pirata e la giovane compagnia Maddalena Reversa, coordinati da Giorgio Testa, hanno presentato le intenzioni e le possibilità dei loro nuovi spettacoli, dialogando con il pubblico. Inoltre la manifestazione è iniziata con la riproposta di un classico spettacolo di Quelli di Grock ora Manifatture Teatrali Milanesi” Senza coda “. Ma eccoci ad approfondire gli spettacoli presentati di una edizione senza particolari luci, con molti spettacoli all'inizio del loro percorso, per cui in divenire, cosa che fa onore al Festival, assolutamente rappresentativa tra l'altro dei modi e delle direzioni del teatro italiano per le nuove generazioni. Giallo mare ha presentato poi un suo spettacolo mitico" Di segno in segno" di cui qui conosceremo le impressioni di Rossella Marchi che lo ha visto per la prima volta.
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LA MECCANICA DEL CUORE
Assai particolare, curato in tutti i suoi aspetti, ma ancora troppo complicato nel suo svolgersi, incamminato come è verso troppe direzioni, ci è parso “ La meccanica del cuore”, lo spettacolo prodotto dal Centro Teatrale MaMimò in collaborazione con Teatro Gioco Vita, tratto dall'affascinante romanzo omonimo di Mathias Malzieu.
Tutta la vicenda ha il suo inizio nella notte più fredda del mondo, dove, in una vecchia casa in cima alla collina più alta di Edimburgo, il piccolo Jack nasce con il cuore completamente ghiacciato. La bizzarra levatrice Madeleine, dai più considerata una strega, salverà il neonato, applicandogli al suo cuore difettoso un orologio a cucù. La protesi è tanto ingegnosa quanto fragile e i sentimenti estremi potrebbero risultare fatali al ragazzo, l‘amore, innanzitutto. Da qui parte lo spettacolo, costruito con attori e ombre. Ma non bastano tutte le suggestioni che già intrigano lo spettatore davanti a una storia siffatta, perchè ecco che il nostro protagonista, ormai cresciuto, si trova a chiedere aiuto a Georges Meliès, grande conoscitore di meccanismi, l‘inventore del cinema, che nello stesso periodo lavora nel suo laboratorio presso il circo Extraordinarium. Riuscirà il regista de “ Le Voyage dans la Lune” a risolvere i problemi di meccanica e d'amore del nostro Jack e i creatori dello spettacolo “ La meccanica del cuore” a proporre la loro storia in modo più coerente per il pubblico ? Secondo noi potrà essere possibile se l'adattamento del romanzo di Mathias Malzieu dovuto a Marco Maccieri e Angela Ruozzi che ne firmano anche la regia, potesse essere sfrondato di qualche eccessiva suggestione e da qualche improbabile intreccio di accadimenti che complica la vita dello spettatore, incantato comunque dalle sagome, scene e ombre di Nicoletta Garioni e Fabrizio Montecchi e dalla credibile interpretazione di Fabio Banfo, Cecilia Di Donato e Paolo Grossi.
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VULCANIA
Parte costellato da buonissime intenzioni lo spettacolo di Catalyst “Vulcania “, sia perché intende parlare della nostra Costituzione alle nuove generazioni, sia perchè per farlo intende utilizzare le parole e le filastrocche che Anna Sarfatti ha dedicato alla nostra carta fondamentale, sia infine perché si muove partendo da una situazione carica di innumerevoli suggestioni. Vulcania, la nave dove si svolge la storia, infatti è una nave che pur cambiando mansioni, ha attraversato la storia del 900. Qui nello spettacolo siamo nel 1947 e su Vulcania si incontrano 4 persone assai diverse tra loro: Bice, una astronoma fiorentina, Fifì, un maestro siciliano, sfuggiti alle retate fasciste e le due cameriere Lia e Rosa, ladre per fame . Tutti e quattro i nostri personaggi, ignari degli ultimi avvenimenti del loro paese, cominciano, in sintonia con i padri fondatori della nostra Repubblica, a immaginare una Carta che rappresenti la loro/nostra terra, una Carta che possa unire tutte le regioni  del loro martoriato paese in un solo stato, libero da ogni dittatura. Come è nello stile di Catalyst , Alba Grigatti, Rosario Campisi, Virginia Billi, Giorgia Calandrini mescolano canto e recitazione per raccontare tutta questa storia e le situazioni che ne scaturiscono. A nostro parere però, l'idea di interfacciare la vicenda dei 4 protagonisti con le parole e le canzoni della Sarfatti funziona solo sulla carta, ingarbugliando non poco una drammaturgia che spesso si incarta su sé stessa, producendo nel medesimo tempo messaggi di forte retorica che non sempre si amalgamano coerentemente con lo svolgersi della vicenda.

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CAPPUCCETTO ROSSO
Siamo qui a raccontarvi una nuova edizione di Cappuccetto Rosso, realizzato questa volta da Zaches, una delle compagnie più fervide ed immaginative del Teatro di figura italiano, che anche in questa nuova creazione riesce a utilizzarlo in modo sapiente, attraverso anche l’uso della danza, accompagnato da un coerente e suggestivo progetto sonoro, creato dalle musiche originali di Stefano Ciardi.
Davanti a noi senza parole con il solo utilizzo delle immagini si snoda in modo lento ed inesorabile la vicenda della bambina dal famoso Cappuccetto rosso che porta alla nonna il pane, di cui assistiamo all'immaginifica creazione, preparato con cura dalla mamma. Assistiamo poi al suo cammino in un bosco pieno di incanti e di mistero che la protagonista affronta con coraggio, incontrando il lupo e danzando con lui. Solo affrontando le paure riusciamo a sconfiggerle ed è per questo che il lupo si aggira in platea intorno ai bambini. Ancora una volta, dopo Pinocchio, Zaches a modo suo, con grande accento visionario, visita un altro classico per l'infanzia: c'è ancora però secondo noi un certo compiacimento formale che in qualche modo amplifica troppo i momenti della storia, soprattutto nel rapporto tra la protagonista con il lupo, disturbando l'attenzione dello spettatore. Ma " Cappuccetto rosso" è ancora fresco di stampa e siamo sicuri che lo spettacolo curato dalla regia, drammaturgia, coreografia di Luana Gramegna con le scene, luci, costumi e maschere di Francesco Givone con in scena Gianluca Gabriele, Amalia Ruocco, Daria Menichetti, potrà acquisire una sua dimensione più consona ad una partecipazione più articolata e partecipativa del pubblico dell'infanzia, ma non solo.
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BUONO COME IL LUPO
Quante volte, troppe, abbiamo visto nella scena rivolta ai ragazzi il lupo. Il lupo che incontra Cappuccetto Rosso, che insidia i tre porcellini, che vuole mangiare le 7 caprette. Ma forse non lo abbiamo mai visto come in”Buono come il lupo “ , la nuova creazione di Giallo Mare minimal teatro che vede la collaborazione di Renzo Boldrini con Giovanni Guerrieri dei Sacchi di sabbia, due artisti assai diversi tra loro, accomunati però da un’ironia sempre corroborante . Il protagonista dello spettacolo, Tommaso Taddei, anche se a prima vista non sembra, è un lupo, un povero lupo sottoposto ad una lunga cura che lo ha reso buono, forse troppo. Insieme a lui nello spettacolo due entità, un maestro particolarmente abile nell’usare le note per far fare al lupo tutto quello che vuole e una voce fuori campo che ha il compito ingrato e incerto di verificare se la bestia stia solo fingendo o che per davvero abbia lasciato per via la sua natura da tutti ritenuta maligna. Boldrini e Guerrieri imbastiscono una serie di prove esilaranti per verificarlo a cui il povero lupo si adegua a malincuore. Non vi sveleremo se il lupo guarirà veramente, vi diremo solo che alla fine una serie di filmati, ma non solo questo, ci porteranno ad essere gioiosamente dalla sua parte, dalla parte di un personaggio apparentemente cattivo, forse , ma che in tutte le occasioni risulta sempre bastonato e irriso dalla sorte e dai protagonisti ,definiti buoni, solo per antonomasia . Ma poi non si dice forse “ in bocca al lupo” per augurare una buona riuscita ad un’ impresa che si sta per compiere? Buono come il lupo risulta alla fine uno spettacolo di intelligente divertimento in cui i piccoli spettatori possono chiedersi se davvero la realtà è quella che è o se possiede lati nascosti, sempre da approfondire. Cosa è cattivo e cosa è veramente buono, cosa è brutto e cosa è bello? In bocca al lupo ragazzi !
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LA RAGAZZA E IL BAMBINO
“Il Cerchio di Gesso del Caucaso” di Bertold Brecht, nei modi consoni al grande drammaturgo tedesco, è una storia di grande forza drammatica, durante la quale vengono proposte situazioni esemplari, dove i sentimenti e le caratteristiche più positive dell'essere umano spesso vincono in un mondo dominato dall'odio e dalla volontà dei potenti. La storia, non sempre nota a tutti anche nel suo totale svolgimento, narra di una regina che fuggendo dalla sua città, sconvolta dalla guerra civile, abbandona il figlio in fasce, preferendo salvare il suo guardaroba. Per fortuna sarà una sua giovane, umile serva a salvare il piccolo, allevandolo come suo, non avendo paura del giudizio della gente per una ragazza che si fa madre, senza marito. Quando, finita la guerra, la regina ritornata, pretende di riavere il figlio abbandonato, sarà un giudice a decidere, attraverso una indiscutibile prova di fedeltà e amore, se sono più forti le ragioni del cuore e della cura o quelle dell'alterigia e della volontà di possesso. “ La ragazza e il bambino” spettacolo dovuto alla compagnia storica lombarda Teatro del Vento, si ricollega al teatro ragazzi di una volta, al “giochiamo che io ero” ricreato sul palcoscenico dalla veterana Chiara Magri (forse impegnata in troppe caratterizzazioni) e dalla giovane Cristina Caio. Uno spettacolo che pur senza invenzioni di sorta, muovendosi nelle funzionali scenografie di Lando Francini, vive di un onestà di intenti e di una verità che arriva in modo coerente ad ogni tipo di pubblico.

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LA GAZZA LADRA
Ancora fortemente da registrare “La gazza Ladra”, spettacolo come recita il sottotitolo “di filastrocche, suoni, ombre, quadri, oggetti, magie e qualche stupidaggineche” che vede per la seconda volta insieme la Compagnia toscana Arca Azzurra e il duo dell 'Asina sull'isola, Paolo Valli Katarina Janoskova, in collaborazione con le Marionette degli Acetella. Uno spettacolo di teatro di figura che intende rendere omaggio a Lele Luzzati e a Gioachino Rossini, binomio inconfondibile per chi ama il grande illustratore e l’opera lirica. I due amici inseparabili, plasmati in piccole simpatiche figure, vivono avventure meravigliose accompagnati da una piccola gazza. Purtroppo la drammaturgia, questa volta ancora assai confusa di Francesco Niccolini, si muove in mondi molto diversi tra loro, tanto che ci è stato difficile districarci nel nodo delle storie narrate, che alla fine si concentrano in un arca dove vengono raggruppati animali in ogni sorta. Secondo il nostro parere molte sono le cose da rivedere: le musiche del grande pesarese dovrebbero essere restituite originalmente ai ragazzi e non campionate, bisognerebbe far muovere attraverso una coreografia precisa i due animatori, rendendo infine plausibile una storia così complicata, che per ora sul palcoscenico riesce a vivere solamente attraverso un calendoscopio di immagini suggestive e sagome colorate, pregevoli, ma senza vita, che alla fine popolano il palcoscenico.

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PINOCCHI
“Pinocchi “ de Il Lavoratorio, almeno per noi, è stato uno degli spettacoli più intriganti del festival: non una creazione per ragazzi, ma un vero e proprio manifesto di come il teatro possa sgorgare senza orpelli, per di più attraverso la presenza di tre attori dalla improbabile fisicità, Giusi Merli che ricordiamo indimenticabile santa ne “La grande bellezza” di Sorrentino, Mila Vanzini, Michele Demaria, vestito da balilla, che si scambiano inopinatamente le parti. Nulla insomma parebbe necessario e verosimile  per rendere il capolavoro di Collodi. Ciò nonostante Andrea Macaluso imbastisce una interessantissima riduzione del Pinocchio collodiano, rifacendosi alla prima sua versione che sappiamo piena di atmosfere macabre dove regnano la notte, la morte, la metamorfosi. Il mistero di una storia senza tempo ci sono restituiti attraverso meccanismi teatrali semplicissimi che tengono piano piano sempre desta l'attenzione dello spettatore e che entrano in modo diretto e profondo nei fatti raccontati, restituendocene l'essenza. Bellissimo il finale che interrompe la storia sul più bello, durante la famosa notte degli assassini, con un Pinocchio rappresentato dal semplice pezzo di legno da cui inizia la storia, legato ad un nodo scorsoio, nel bel mezzo della scena. To be continued ?
MARIO BIANCHI
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IL RE DEI PAVONI
Non ci ha troppo convinto la messa in scena della fiaba “Il re dei pavoni” che troviamo nella celebre raccolta “Fiabe italiane” di Italo Calvino. La compagnia Pilar Ternera,  con questa fiaba comincia il suo percorso triennale che la porterà ad esplorare e rappresentare tre racconti del nostro patrimonio culturale. Ci è stata presentata una versione piuttosto grottesca di questa fiaba che narra le peripezie di una principessa che viene costretta a sposarsi dai due fratelli, i quali vogliono a tutti i costi accasarla  per potersi sposare a loro volta. La principessa, che si aggira per gli ambienti del castello con il suo inseparabile pavone, s’impunta, dichiarando che sposerà soltanto il Re dei pavoni che, si scoprirà più tardi, vive in Perù. I fratelli partono così alla sua ricerca  e, dopo averlo trovato e avergli mostrato la foto dell’avvenente sorella, si accordano per il matrimonio. La sorella, con il suo fido pavone, si mette dunque in viaggio per raggiungere il Perù e, finalmente, coronare il suo sogno d’amore. Durante il viaggio per mare però, la cattiva balia con la sua brutta e invidiosa figlia corrompono il marinaio della nave, costringendolo a gettare in acqua, nottetempo, la povera principessa, affinché la brutta figlia della balia possa prenderne il posto e sposare lei,in questo modo,  il Re dei pavoni. Una volta arrivati a destinazione il Re dei pavoni, vedendo la brutta ragazza, per nulla somigliante alla foto della sua amata, e sentendosi raggirato, comanda di rinchiudere tutti quanti in galera. Nel frattempo la principessa, che si era fortunatamente  salvata dalla morte, riesce a smascherare il complotto, a far liberare i suoi fratelli e a sposare il Re dei pavoni. Questo è il plot di questa storia assai bizzarra e poco conosciuta.  Ma veniamo alla messa in scena. Non si comprende la scelta di inserire, in veste di narratori, tre personaggi incappucciati e vestiti di nero con del vistoso borotalco cosparso sul capo che viene spesso, incomprensibilmente, percosso per sprigionarne il suo alone bianco e profumato. I tre personaggi, così inutilmente ed eccessivamente caratterizzati, non trovano risoluzione né motivazione nella messa in scena dello spettacolo e non si riesce ad intuirne la giustificazione. Anche la scelta della compagnia di raccontarci questa fiaba utilizzando un registro grottesco non convince, in quanto quel che vorrebbe essere grottesco sconfina invece nella macchietta e nella caricatura.  Ecco dunque, la balia e la figlia, interpretate dai due attori con la barba, l’utilizzo continuo di registri di voce camuffati in toni ora striduli ora bassi senza che si rilevi un lavoro profondo sul personaggio accompagnati da movimenti scenici non curati. Tutto ciò secondo noi  rende lo spettacolo senza lo spessore che conviene ad un lavoro che possa definirsi appena sufficientemente interessante.
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NON HO L’ETA’
Si chiude in Bellezza il festival di Castelfiorentino. Riserva Canini, che da sempre ci accompagna attraverso i suoi lavori con grande delicatezza e poesia, ci porta una riflessione sul Tempo. “Non ho l’età” nasce dall’attività laboratoriale che Valeria Sacco e Marco Ferro hanno condotto con bambini dai 6 ai 10 anni sul tema del Tempo affrontandone i diversi punti di vista: dal suo scorrere, al ricordo, alle diverse stagioni della vita. Una parte del materiale raccolto e prodotto nei laboratori va a comporre la piccola mostra allestita nel foyer del teatro C’Art come già la compagnia ci aveva abituato con la passata, bellissima produzione “Little bang”. In scena questa volta i performer Manuela De Meo e Pietro Traldi che con grande delicatezza ci accompagnano all’interno di una visione che riesce a far vivere allo spettatore le dimensioni temporali e allo stesso tempo universali di una categoria così misteriosa. Lo spettatore si trova ad osservare ma allo stesso tempo a sentirsi completamente assorbito dal racconto che lo ri-guarda profondamente. Non ci sono parole nello spettacolo e non ne sentiamo la mancanza perché la loro fragilità interromperebbe la narrazione che non vuole far comprendere ma sentire, non vuole spiegare ma far vivere, come in una macchina del tempo dotata di oblò, il mistero dalla nascita alla morte. In scena i due performer animano oggetti e meravigliose figure: un piccolo, bianco scimmiotto racchiude nella sua nascita il mistero della nostra ma anche quello dell’evoluzione dell’essere umano. Di tutto parla e tutto mette in campo, questo spettacolo piccolo e prezioso passando dal micro al macro, con-fondendo le due dimensioni in cerchi concentrici appartenenti ad un’unica sfera. La densità e la cura dei particolari fanno emergere la necessità e l’attenzione degli autori al tema e riescono a renderlo immediatamente un’urgenza anche per lo spettatore. La compagnia riesce mirabilmente nell’intento di scandire gli eventi dell’esistenza dalla nascita alla morte ma allo stesso tempo riesce a tenerli uniti e inscindibili, com-presi e compiuti l’uno dentro l’altro. La semplicità e la naturalezza che si snodano tra le maglie del viaggio al quale partecipiamo durante la visione, non intaccano minimamente la complessità del tema che rimane insondabile per tutta la durata della messa in scena ma riescono a donarle la leggerezza che garantisce la condivisione mantenendone la profondità. Commuove il piccolo, bianco scimmiotto che ritroviamo all’interno del Vecchio Uomo che arriva alla fine della sua vita. Ognuno di noi è prezioso perché serba in sé il Racconto, la Storia e il Tempo dell’Universo. Due Esseri Umani al centro della scena danzano insieme. Vale sempre la pena che ricominci tutto o forse, meglio, che tutto continui. Buio.
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DI SEGNO IN SEGNO
Si è festeggiato un compleanno a Castelfiorentino: lo spettacolo di Vania Pucci “Di segno in segno” ha compiuto 20 anni. Davanti ad un Teatro del Popolo gremito di bambini festaioli, è andato in scena ancora una volta questo spettacolo che ha e avrà ancora molto da raccontare. E’ infatti uno di quegli spettacoli semplici e poetici che non avvertono il tempo che passa ma che attraverso gli anni catturano l’attenzione ora per un elemento ora per un altro. L’utilizzo della lavagna luminosa, un’assoluta novità al debutto dello spettacolo, conserva ancora adesso la magia e il mistero per i bambini di oggi come per quelli di allora. L’allestimento è semplice e pulito: una pedana e un telo diviso in due parti che ricordano le tende di una finestra che si apre sul mondo oppure le vele di una nave che permette di salpare con l’ immaginazione. Tutto di un bianco immacolato come il costume della stessa attrice che per tutto lo spettacolo, con grande empatia, ci accompagna alla scoperta del mondo facendo parte lei stessa del dipinto che si creerà sul palco. Lo spettacolo è infatti un viaggio onirico tra gli interrogativi che appartengono a tutti i bambini, i grandi “perché” che ad una certa età affiorano prepotenti in cerca di risposte. E si salpa così, insieme alla brava autrice/attrice Vania Pucci , per una escursione notturna partendo dalla nascita del mondo, un tempo “piccolo piccolo tanto da stare in una mano”, passando per il cielo chiedendosi perché le stelle brillano e il giorno e la notte si alternano; si entra in acqua per esplorare il mondo marino scoprendo perché non si può parlare sott’acqua e ci si addentra nel profondo della terra per scoprire cosa c’è al centro del mondo. Le immagini bellissime che si compongono sulla scena sono l’altro fondamentale protagonista dello spettacolo. L’artista Adriana Zamboni con la lavagna luminosa crea infatti sul momento le immagini, utilizzando diversi tipi di materiale, dall’acqua alla sabbia, dalle tempere alla carta. Le visioni che si proiettano sulla scena rendono la relazione che si compie sul palco tra l’attrice e le immagini, un dialogo che sorprende per la perfetta fusione tra le parti: il rapporto equilibrato tra la parte attoriale e quella immaginifica crea una sorta di danza, di musica ottica dove alcune volte la proiezione incalza l’attrice quasi travolgendola e altre in cui al contrario l’attrice interroga e porta l’immagine. In tre quarti d’ora si materializza il gioco di parole del titolo stesso: Di segno in segno, Disegno in segno, Disegno insegno, tutto accolto e fuso nelle volute profonde dell’animo umano. Pronto per esser visto e goduto per altri vent’anni.
ROSSELLA MARCHI

ANDROMACA
Un improbabile personaggio, apparentemente femminile ma con tanto di barba accoglie dal palco il pubblico che entra in sala.Si lamenta in modo monotono e, dato che stiamo aspettando alcuni politici locali … in ritardo, la lamentazione continua a lungo tempo fra lo scoramento eil divertimento .Inizia così ANDROMACA della Compagnia Sacchi di Sabbia, co-prodotta con Compagnia Lombardi-Tezzi, con la direzione di Massimiliano Civica: riscrittura intelligente ed efficace della tragedia di Euripide.Alla nostra eroina ne sono successe di tutti i colori e anche il futuro è pieno di fosche nubi. Felice e ricca moglie di Ettore, ha visto: il marito morire per mano di Achille, il figlio ucciso dagli invasori di Troia, l'incendio della sua città, la schiavitù a Ptia come schiava concubina di Neottolemo (figlio di Achille) al quale ha dato un figlio, in alternativa alla di lui moglie, Ermione, sterile. A causa di questo, in un momento nel quale Neottolemo è in viaggio, lontano da Ptia, è minacciata di morte insieme al figlioletto da Ermione .Ed è proprio lei lo strano personaggio che vediamo all'inizio dello spettacolo: attaccata per propria protezione all'altare della dea Teti che, nella finzione scenica, è rappresentata da una sorta di Madonna di Lourdes. Ad Andromaca fa da supporto l'ancella che rappresenta anche il coro, richiamato al proprio compito, qua e là durante lo spettacolo, dagli altri personaggi e che conversando con lei, spiega e mette ordine nelle disavventure presenti e future della padrona, intervenendo per spiegare i complessi rapporti di parentela e i personaggi della vicenda, deprecando il fatto che Neottolemo si sia allontanato lasciando Andromaca in grandi difficoltà. Ciascuno dei personaggi della tragedia cerca di attuare quanto ritiene sia più giusto per sé, certo che il padrone di casa, al suo ritorno, gli darà ragione e rimetterà ordine. Ma le ambasce dell'eroina, la sete di vendetta di Ermione, l'intervento di Menelao e quello in extremis di Peleo, saranno inutili, in quanto risulterà, alla fine, che Neottolemo è morto, si suppone prima ancora dell'inizio di tutti gli intrighi, i ricatti, le malvagità.Il regista riesce a trasmettere in maniera comica e leggera la tragedia di Euripide, nulla levando ai personaggi e alle loro emozioni. Uomini interpretano tutti i personaggi sia maschili che femminili (a parte l'ancella/coro) utilizzando l'alternanza dell'italiano e dei dialetti toscano e napoletano. Se talvolta lo spettacolo scivola un po' in farsa, la comunicazione è estremamente efficace: chiara nell'intrico delle storie, divertente nel succedersi dei personaggi en travesti, ironica nelle interpretazioni. Uno spettacolo teatrale interessante, proposto in maniera estremamente comprensibile, per un pubblico ampio.

NICOLETTA CARDONE JOHNSON


Per la recensione di Metamorfosi di Paoletta, Colella, Messina su KLP vi rimandiamo a
http://www.klpteatro.it/metamorfosi-paoletta-colella-messina-recensione

Per altri approfondimenti sul festival
http://www.teatroragazziosservatorio.it/

PER LE RECENSIONI DI ELENA SCOLARI

https://paneacquaculture.net/


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