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Eolo
recensioni
MAGGIO ALL'INFANZIA 2019
A MONOPOLI LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI E ROSSELLA MARCHI

Quest’anno il “ Maggio all’infanzia”, l’annuale e attesissimo Festival dedicato da oltre trent’anni al teatro ragazzi, organizzato da Teatro Kismet, ora confluito con l’Abeliano ne I Teatri di Bari, diretto da Teresa Ludovico., non si è tenuto come al solito nel capoluogo pugliese, nella sede della Compagnia Barese, ora in ristrutturazione, bensì a Monopoli. La bellissima città distesa sul mare a una quarantina di Kilometri dal capoluogo pugliese, dal 16 al 19 maggio, si è così trasformata  per quattro giorni in un villaggio a misura di bambino con decine di eventi gratuiti. Un luogo incantevole che ha accolto benevolmente le decine di operatori giunti da tutta Italia, coordinati dallo staff del Kismet che ha fatto conoscere agli ospiti tutti i luoghi più interessanti della città.
Durante il Maggio all'Infanzia quest'anno è stato infatti possibile scoprire il territorio grazie all'organizzazione degli educational tour del progetto “Monopoli che spettacolo!” , nell’ambito di Puglia 365 (fondo FESR Asse VI, Azione 6.8 POR Puglia FESR-FSE 2014/2020) visite nella città a cura di InfoPoint Monopoli e Sistema Museo.
Non solo spettacoli hanno animato Monopoli, ma anche autobus attrezzati a piccolo palcoscenico, burattini nelle piazze più importanti, laboratori sulla lettura dedicati alla piccola infanzia, parate musicali, oltre alla postazione di una vera e propria Radio RKO che ha intervistato in diretta gli ospiti del Maggio.
Gli spettacoli teatrali del Festival sono stati ospitati invece al Teatro Radar, al Mariella e nella chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo.
Ma ovviamente il festival non ha dimenticato la formazione: insegnanti, operatori teatrali e genitori hanno partecipato come del resto è sempre avvenuto anche nelle edizioni precedenti al percorso di visione guidata, “Esplorazioni”, curato da Giorgio Testa e Sara Ferrari della Casa dello spettatore. Il " Maggio all’Infanzia" non è solo festival per le famiglie, ma anche per le scolaresche, e tante sono state quelle che hanno partecipato all’iniziativa “Invita una classe a teatro”, l’appello fatto dagli organizzatori alle aziende del territorio a contribuire al festival pagando il biglietto e il trasporto per gli alunni di scuole della città e dei paesi limitrofi.

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Una buona versione del Maggio all’Infanzia con due gemme : la profonda riflessione di Davide Giordano per le Briciole sul Bullismo e l’incanto del Teatro popolare proposto in tutte le sue forme in “Don Giovanni in carne e legno “ e altri, diversi spettacoli interessanti. In molte creazioni del teatro pugliese si è notata ,soprattutto nell’utilizzo delle scenografie e delle luci, l’influenza di una scuola teatrale legata alla poetica di Michelangelo Campanale che privilegia l’elemento visuale rispetto a quello testuale, influenzando a volte l’identità stessa delle compagnie. Inoltre sempre dal punto di vista drammaturgico abbiamo riscontrato nelle varie trasposizioni teatrali un’ eccessiva abbondanza di segni e direzioni che spostano il focus dello spettacolo verso ambiti spesso superflui alla comprensione del tutto, con inoltre un approccio didascalico alla resa dei significati. Ciò nasce anche a nostro avviso dall’esigenza di contrastare una evidente povertà educativa e di pensiero presente nella nostra società. In molte creazioni viste abbiamo anche notato la tendenza preoccupante che si perda di vista il destinatario e che si sfoci spesso nella creazione di puri e meri divertissement creati a misura per gli autori. Qui abbiamo rivisto “Il Principino” dove ,dopo esserci messo in gioco con Licia Lanera , Vito Signorile ci ha regalato una commovente vibrante interpretazione su un testo scrittogli da Damiano Nirchio .
Qui analizzeremo in profondo con Mario Bianchi e Rossella Marchi solo gli spettacoli che ci hanno generato pensieri importanti sul teatro lasciandoci anche dei segni significativi su esperienze legate alla sensibilità del tempo presente .
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ZHORAN
Giuseppe Ciciriello e Piero Santoro, dopo Zhoran, il convincente omaggio in parole e musica alla cultura zigana, ci hanno regalato un nuovo tassello della loro arte musical- narrativa, raccontando L’Iliade, il poema omerico che narra la decennale guerra intrapresa dai Greci per conquistare la città di Troia. Uno spettacolo ancora in gestazione che, per ora, si è limitato a narrarne i fatti salienti per poi nella versione definitiva riempirli del giusto pathos emozionale che contraddistingueva anche lo spettacolo precedente. Inoltre già ora lo spettacolo si presenta come una riflessione sulla inutilità di tutte le guerre che si ritorcono sempre sulle persone comuni mai sui potenti che fanno in modo che avvengano .
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COSTELLAZIONI
Di poetica invenzione, pur nella sua semplice fruibilità, la nuova coreografia di Giorgio Rossi, creata per Sosta Palmizi “Costellazioni” dove Savino Italiano, Olga Mascolo e Anna Moscatelli, sulle parole di Margherita Hack, ci invitano a visitare, attraverso una meravigliosa astronave, creata con sapienza immaginativa da Bruno Soriato, le diverse entità che popolano e potrebbero popolare il nostro universo. Gioachino Rossini e Maurice Ravel accompagnano la danza dei tre performer in modo gioioso e accattivante, proponendo immagini di semplice e immediata fruibilità, costruita con luci, oggetti, marchingegni vari, che intendono avvicinare il pubblico dei ragazzi in modo empatico al linguaggio della Danza.
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ULISSE NESSUNO E' PERFETTO
“Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”È con queste parole che Dante immagina che Ulisse sproni i suoi compagni durante il lungo e tragico viaggio che da Troia lo spinse ad arrivare solingo e misero a Itaca la sua patria. Ma Ulisse era veramente così illuminato come ce lo presenta il Divino poeta o come dice un celebre personaggio alla fine di un famoso film di Wilder “Nessuno è perfetto?
Lo spettacolo del Crest di Taranto in “ Ulisse nessuno è perfetto “ci presenta l’eroe greco in modo nuovo, spesso pervaso da forte ironia, smitizzandone la figura e facendone emergere vizi e contraddizioni , rendendocelo in definitiva più umano.
All’inizio lo vediamo albergare nell’isola di Ogigia, tramutata da Paolo Gubello e Salvatore Marci in un Blues Bar dove un’avvenente Calipso lo irretisce con la sua bellezza.
Nicola Conversano, Simonetta Damato, Salvatore Marci e Giuseppe Marzio, accompagnati dai continui riverberi a miti contemporanei (Hopper, Cooder, Bowie, Paris Texas, Jack Kerouac, Muddy Waters, Bob Dylan) conducono il gioco continuo dei rimandi al poema di Omero che vede Ulisse protagonista, trasportandoci in modo parossistico, sino alla reggia dei Proci, non prima di essere sfuggito a Polifemo e alle Sirene ed avere visitato l’oltretomba. A Itaca vediamo i Proci immaginarsi Penelope come un sogno erotico e parlare con lei al telefono e l’eroe incontrare il figlio Telemaco, l'unico ad avere una speranza di purezza, diventato il narratore.
Ma Ulisse ci è presentato anche come un uomo vendicativo capace di usare anche la sua astuzia per far uccidere con l’inganno Palamede che aveva scoperto i suoi inganni per non andare in guerra.
Ma lo spettacolo è capace anche di indagare nel profondo i personaggi presentandoci una Penelope,forse bugiarda come il marito, ma fiera di avere condotto con perizia il potere per 20 anni costringendo in qualche modo il marito a ritornare in mare ed un Ulisse votato ancora una volta dal suo destino a superare i limiti della conoscenza che lo porterà alla morte. Questa elaborata creazione  alla fine risulta un intelligente e inventivo divertissement. Per ragazzi? Non ne siamo certi, ma forse presentare quelli che abbiamo sempre considerato eroi e Dei come uomini e donne con vizi evirtù, come noi siamo, può servire meglio a far comprendere alle nuove generazioni le varie sfaccettature di come è composto il mondo.
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BARBABLUES
NEL CASTELLO DI BARBABLU'
Due gli spettacoli che hanno messo in scena la famosa fiaba di Perrault “Barbablù” il divertissement di Lucia Zotti per Teatri di Bari e il nuovo lavoro per ragazzi di Kuziba,
Difficile argomentare la prima creazione, dovuta ad un’artista che con grazia e leggerezza ha attraversato il nostro sguardo da spettatore da più di trent’anni e che abbiamo apprezzato come attrice meravigliosa avendola ammirata sia in “Ahia” di Damiano Nirchio e soprattutto in”La beatitudine” di Licia Lanera e Riccardo Spagnulo. Qui in "Barbablues", mettendo in scena un Barbablù collezionista di Bambole non di mogli compie un’operazione a nostro modo di vedere molto problematica sia per i sottotesti assai ambigui soprattutto se proposti per un pubblico dell’infanzia, sia per una messa in scena che pur contenendo momenti teatrali efficaci( il continuo parossistico arrivo nel castello di Barbablù, la caduta dall’alto delle bambole in pezzi) risulta alla fine confusa, nel suo continuo cambio di registri, spesso irritante e alla fine necessariamente didascalica, per giustificarne il bizzarro svolgimento.
Kuziba invece dopo averci spaventato con “Vassilissa e la Baba Yaga” ci riprova con successo “ Nel castello di Barbablù” mettendo in scena il famoso crudele personaggio inventato da Perrault, uccisore seriale di mogli , in modo immaginifico, rispettando tutti i dettami della trama. Ci riprova sempre con la regia di Raffaella Giancipoli e con le imponenti, cangianti e suggestive scenografie di Bruno Soriato che piano piano invadono la scena per mezzo di due aiutanti tra cui abbiamo riconosciuto con piacere la presenza leggiadra di Rossana Farinati. Ma non solo le scenografie rendono in modo plausibile la vicenda, grande cura è stata data agli oggetti e al loro utilizzo, le chiavi delle stanze, il grande letto nuziale e le musiche tra cui abbiamo riconosciuto una melodia di Tenco che caratterizza l’arrivo di Barbablù .E sarà un fratello, scelto tra il pubblico, a salvare la protagonista da morte certa, fermando il grande coltello che sta per ucciderla. Una versione della fiaba raffinata e coinvolgente.
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PULCINELLA IN CARNE E LEGNO
Ci sono degli spettacoli in cui avverti che il teatro si manifesti nella sua meravigliosa e potente essenza, dove gli occhi, il cuore e la testa partecipano tutti insieme al miracolo che ti trovi davanti. Spettacoli in cui tutto funziona a meraviglia, dove i vari linguaggi sono capaci di invadere in modo impercettibile e vitale il campo degli altri, sorretti dalla capacità interpretativa di tutti gli attori . Questo è quello che accade allo spettatore assistendo a “ Don Giovanni, in carne e legno”, creato da TAP Ensemble, prodotto da Teatro Giocovita” Qui la fusione tra teatro di figura, il grottesco della maschera e lo spirito della Commedia dell’Arte, si fondono per fare in modo che la grande tradizione scenica diventi teatro popolare nell’accezione più alta del termine, miracolosamente contemporanea .
Lo spettacolo partendo dalla morte di Don Giovanni, ne racconta le avventure: l’uccisione da parte sua del padre di Donna Isabella, l’amore disperato di Donna Elvira per lui, i tentativi di sfuggire alla pena di morte facendo incolpare il servo e la sua disfatta davanti a Pulcinella, qui subentrato a Sganarello. Ed è infatti Pulcinella il vero eroe della storia, è lui che pur essendo il servo di Don Giovanni ne evidenzia i misfatti, facendo in modo che si impicchi da solo, come avviene con la morte nelle Guarratelle . Lo spettacolo è una girandola di invenzioni coordinata impeccabilmente da Ted Kejiser, dove la baracca burattinesca, creata insieme a tutto l’apparato scenico e le maschere da Brina Babini, diventa una prodigiosa macchina teatrale dal ritmo indiavolato e dove il palco si trasforma in un crogiolo immaginifico di situazioni in cui la carne ed il legno continuano a mescolarsi capovolgendo ogni volta il gioco nell’occhio dello spettatore.
E ciò non potrebbe essere se non ci fossero straordinari interpreti, Luca Ronga, sublime guarratellaio, Eleonora Giovanardi cangiante, affascinante presenza femminile, Nicola Cavallari straordinario Pantalone snocciolatore di scioglilingua prodigiosi, Gianluca Soren, Pulcinella in carne ed ossa, vitale e infingardo.
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TERRY
Il tema sempre più scottante del bullismo in una società come la nostra, in cui osserviamo sempre più di frequente che le esistenze più fragili e deboli sono ogni giorno sempre più penalizzate, è oltremodo necessario che venga proposto nel teatro dedicato alle nuove generazioni.Già diversi spettacoli negli scorsi anni per la verità ne hanno trattato in modo esemplare le connessioni e i pericoli più evidenti.
Possiamo ben dire che lo spettacolo Terry “ di Davide Giordano, prodotto dal Teatro delle Briciole, visto a Monopoli, lo abbia fatto in modo assolutamente diverso e dirompente.
“Terry” personaggio che già conoscevamo per averlo incontrato di sfuggita in John Tammet”, lo spettacolo precedente di Giordano, qui diventa protagonista. Ma non si presenta subito sul palco, Terry viene preceduto proprio significativamente da John Tammet, ragazzo con la sindrome di Asperger, tipico soggetto da bullizzare, viste “Le particolarità “che compongono il suo carattere. Ma subito dopo appare il nostro protagonista, lui, Terry, che affabile e simpatico acquisisce subito i favori del pubblico. E lui non si lascia sfuggire l’occasione, dialogando subito con gli spettatori. Anzi sempre più baldanzoso incomincia a parlare di sé, della sua famiglia ma soprattutto di come riesce a cavarsela magnificamente nella vita. E per dimostrarcelo ancor meglio invita uno dei ragazzi del pubblico a salire sul palcoscenico.
Terry” si presenta come uno spettacolo coraggioso nel suo rischio sempre latente di mettere in scena un personaggio che diviene sempre più respingente. Un personaggio poi apparentemente sicuro di sé, ma che nasconde fragilità abissali di cui ha paura e che, in uno dei pochi momenti di autocoscienza di Terry, Giordano esprime in modi altamente poetici: Terry in questo modo tanto simile a John. Scopriremo un ragazzo con i suoi sogni, le sue paure, le sue domande e le sue debolezze. Ma nel contempo , attraverso il personaggio, lo spettacolo, a nostro avviso, uno dei più stimolanti degli ultimi anni, ci mostra in diretta tutte le caratteristiche con cui il bullismo si manifesta. Non ce le racconta, le esibisce, facendocene scoprire i meccanismi nel medesimo tempo più banali e oscuri E se all’inizio la platea ride e partecipa al rito del massacro del compagno salito sul palco, alla fine si raggela, dividendosi . Così Terry si dimostra una performance sempre diversa, perché diverso è il pubblico e la sua reazione, perché diversa è la vittima che alla fine riceve i complimenti dell’attore per aver resistito al gioco crudele su di lui perpetrato, questa volta condotto in modo squisitamente e profondamente teatrale ma che purtroppo si perpetua molto frequente anche nella vita reale.
MARIO BIANCHI

ERaULISSE –L'ULTIMO VIAGGIO
Molto interessante la rilettura del mito platonico di Er, il giovane soldato della Panfilia figlio di Armenio che dopo esser stato ucciso in battaglia ed esser stato arso sul rogo come voleva la tradizione, tornò dall’Aldilà e raccontò quello che aveva visto. Lo spettacolo, bella co-produzione Compagnia del Sole/Baraccca – Testoni Ragazzi dal titolo “ERaULISSE – L’ultimo viaggio”, si concentra in particolare sull’incontro con Ulisse, interpretato da un bravissimo, sornione, Flavio Albanese, che accompagna Er, un giovane, forse ancora un pochino acerbo, Bruno Frabetti, in un viaggio nell’Altrove. Il soldato non comprende né la sua condizione né il luogo dove si trova e non riconosce Ulisse il quale per tutto il viaggio si prenderà bonariamente gioco del giovane ragazzo non rivelando la sua identità e lasciando il giovane nel dubbio di essere vivo o morto. Durante il viaggio Ulisse racconta le sue imprese fino a che si ode una Voce, quella di Anànke, che lo ammonisce chiamandolo per nome. Scoprendo quindi l’identità di Ulisse, Er riconosce e comprende di essere morto e, spaventato, chiede come può tornare indietro da quel Non Luogo. La Voce gli indicherà di seguire Ulisse nel suo viaggio verso l’Alba. E questo sarà l’enigma più impegnativo da risolvere. I due cominceranno seguendo una strada di luce per comprendere poi che la strada giusta non sarà quella. Attraverso snodi filosofici e importanti pensieri resi con grande abilità dai due attori e da una drammaturgia leggera ma puntuale e profonda, comprenderemo che la luce dipende dai propri occhi e non dall’esterno, che l’alternanza della vita e della morte come quella del giorno e della notte sono soltanto parte dell’esistenza ed è importante e possibile coglierle insieme. Il viaggio giunge così al termine e al suo più importante momento: è ora di scegliere, dirà la Voce. Scegliere di rinascere e soprattutto scegliere chi essere nel viaggio che si aprirà dopo l’uscita dall’Altrove: saranno loro a scegliere il Daìmond e non i Daìmones a scegliere loro. In un Altrove con fasci di luce che si congiungono, Er ci racconta di una pioggerella sottile con gocce/chicchi ognuno dei quali contiene le diverse possibilità di scelta: si potrà decidere di essere un uomo, una pianta o un animale. Improvvisamente, prosegue Er nel suo racconto, migliaia di ombre riempiono lo spazio e si materializzano le figure delle tre sorelle di Anànke: Passato, Presente e Futuro. Ognuno sceglierà la sua nuova identità in un processo di metempsicosi che permetterà a tutti di essere padroni delle proprie scelte. Questo il destino di tutti tranne di Er perché, come racconta il mito platonico, lui è l’unico in realtà ad essere vivo. Il suo compito sarà quello di tornare per narrare ciò che ha vissuto nel lungo viaggio con Ulisse, e dell’incontro dell’eroe con Anànke a cui lui solo ha assistito. Lo spettacolo, destinato a nostro parere in modo azzardato ad un pubblico dai 6 ai 10 anni, tiene desta l’attenzione per tutta la sua durata coinvolgendo gli spettatori e riuscendo egregiamente nell’intento di semplificare senza banalizzare concetti filosofici complessi. Ci si alza dalla platea con la sensazione bellissima di aver vissuto un’avventura e di sperare presto di viverne un’altra.
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AMICI IN(DI)VISIBILI
Prende spunto dal romanzo di grande successo “L’amico immaginario” di Matthew Dicks la nuova produzione degli Eccentrici Dadarò con il sostegno di TRAC (Compagnia La luna nel letto/Teatro comunale di Ruvo di Puglia) e dell’Associazione Ca’ Rossa/Comune di Sasso Marconi dal titolo “Amici in(di)visibili”. Uno spettacolo dalle molteplici chiavi di lettura e dall’impianto scenico importante che porta lo spettatore nel mondo degli amici immaginari, creature delicate ed evanescenti che alcune volte i bambini creano per affrontare le grandi sfide che ogni età mette davanti. I due protagonisti, Budo e Max, rispettivamente l’amico immaginario e il bambino reale, sono insieme da molto tempo: Max è infatti un bambino speciale perché “vive tutto dentro se stesso” e, probabilmente proprio per questo motivo, Budo non è ancora svanito come normalmente fanno tutti gli amici immaginari. Vivranno insieme un’avventura, lunga il tempo di una notte, che porterà entrambi alla scelta coraggiosa e naturale di lasciar finalmente andare l’altro. L’atmosfera è quella di un film giallo, siamo infatti in un parcheggio di notte tra nebbia e strani figuri che si aggirano. Su di una panchina troviamo Budo, una trasognata Rossella Rapisarda con un caschetto azzurro, in grande pena per Max: il bambino infatti è stato rapito da una strana signora ribattezzata da Budo “Signorina Pissipissi” che ha tratto in trappola il bambino offrendogli fuori da scuola una delle sue caramelle gialle preferite. Budo conosce quel parcheggio, ha già visto la signorina Pissipissi fermarsi là numerose volte ma per lui è impossibile affrontare tutto questo da solo. Budo sa anche che nessuno gli darà mai retta: il padre di Max e nessun essere reale infatti riesce a vederlo. Ma Max è in pericolo e va aiutato. Budo si ricorda allora di Osvald, un amico immaginario che è rimasto bloccato dal coma del suo bambino reale in seguito ad un incidente: lui è l’unico amico immaginario che possa agire sul reale. Ma Osvald ha un pessimo carattere e sarà molto difficile affrontarlo e farsi aiutare da lui. Sarà così che in una notte scura, popolata dalle immagini curate da Leandro Summo e affollata da personaggi improbabili ora loschi ora bizzarri e divertenti, tutti interpretati dal bravissimo attore e performer Francesco Manenti, Budo deciderà di seguire l’auto della Signorina Pissipissi per vedere dov’è stato nascosto Max. Una volta trovato l’amico raccoglierà tutto il suo coraggio e si presenterà ad Osvald chiedendo il suo aiuto. Dopo un iniziale rifiuto Osvald deciderà di aiutare Budo e , ritrovando il sentiero nel bosco che porta al nascondiglio dove si trova Max, aprirà la porta che tiene prigioniero il bambino che troverà finalmente il coraggio di uscire dalla sua prigione e tornare a vivere. Arriva il momento di lasciar andare, dunque. Come accade in ogni romanzo di formazione, l’evoluzione passa attraverso una presa di coscienza e l’acquisizione di strumenti utili per affrontare le difficoltà. Budo non è più necessario a Max e ora può lasciarlo andare senza aver più paura di sparire. Il lavoro, molto intenso in alcune sue parti, presenta a nostro avviso alcune zone sfuocate che un normale rodaggio dello spettacolo, in debutto nazionale al festival, sicuramente chiarirà. Il filo drammaturgico non sempre risulta chiaro e non aiuta lo spettatore ad inquadrare con chiarezza il protagonista della storia: è Budo, con la sua paura di sparire, il suo mondo fantastico e il suo amore per il bambino reale oppure è Max, bambino speciale, che crea Budo come strategia per affrontare i momenti difficili come quello di trovare in sé la forza di sottrarsi al disegno criminale della sconosciuta dalle caramelle gialle? Siamo certi che lo spettacolo abbia ampi margini di crescita. Gli attori ben diretti da Fabrizio Visconti che firma la regia di questo lavoro, le suggestive scene e le luci di Michelangelo Campanale, i costumi di Maria Pascale, i due bravi attori, denotano una ricerca interessante che culmina nella molteplicità dei linguaggi utilizzati e in un universo immaginifico ben delineato. Non rimane dunque che lasciarsi andare.
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CORRI, DAFNE
Si affaccia felicemente al mondo della narrazione Ilaria Carlucci, talentuosa autrice ed interprete dello spettacolo “Corri, Dafne” tratto dalle Metamorfosi di Ovidio e prodotto da Factory Compagnia Transadriatica e Tessuto Corporeo. In scena soltanto lei, aggraziata ninfa e narratrice di uno dei più conosciuti miti greci, che ripercorre la storia di Dafne in modo incredibilmente fedele ma essendo in grado allo stesso tempo di connotarne l’attualità restituendone un taglio drammaticamente moderno. La storia la conosciamo: Dafne, piccola e bellissima ninfa entusiasta della vita e curiosa del mondo, passa le giornate ad esplorare senza paura alcuna tutto ciò che la circonda noncurante della sua bellezza e della sua splendida ingenuità. Nell’Olimpo intanto Cupido, l’eterno bambino, adirato per un dire beffardo di Apollo, decide di colpire quest’ultimo con una delle sue frecce che lo farà innamorare perdutamente della prima ninfa incontrata che, aimè, sarà proprio Dafne la quale, a sua volta, sarà colpita da una freccia di segno opposto: mai e poi mai potrà amare il più bello di tutti gli dei. Apollo vuole sposare Dafne. Ad ogni costo. Assistiamo così, impotenti, alla vestizione da sposa di Dafne che, dopo essere stata riportata alla “ragione” sulla convenienza di quell’unione dalle sorelle, si accinge a raggiungere Apollo per unirsi a lui in matrimonio. Ma una volta vicino a quel dio non amato si volta e fugge correndo nel bosco inseguita da Apollo. Sarà impossibile per lei trovare riparo da lui ed esausta, dopo tre giorni e tre notti di fuga, invoca Gea, affinché la salvi. Madre Terra ascolterà il suo grido e, frenando la sua corsa, la trasformerà lentamente in albero. Apollo, una volta giunto davanti a Dafne ormai trasformata, le si stringerà intorno facendo esperienza per la prima volta del dolore umano. Molta parte degli snodi cruciali della vita delle donne si possono ritrovare nel taglio scelto dalla narrattrice che usa con grande abilità e sapienza corpo e voce per portarci questo racconto. In tre quarti d’ora si dipana di fronte a noi l’attualissimo tema della violenza sulle donne e non soltanto di quella dell’uomo sulla donna ma anche e soprattutto della costrizione delle convenzioni sociali: ciò che è opportuno e ciò che non è opportuno fare, come ci si deve comportare e cos’è conveniente fare. Scorrono anni di battaglie delle donne su quel palco, scorrono in ogni piega del corpo di Ilaria, in ogni innervatura della sua schiena che si fa corteccia. Crediamo ci fosse bisogno di questo spettacolo, di una luce così chiaramente diretta nel profondo di questa lettura. Ognuno potrà leggere quello che vorrà: basterà decidere a quale strato fermare la propria visione.
ROSSELLA MARCHI




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