.
Eolo
stelle lontane
QUALI STRATEGIE? SECONDA PUNTATA
OGGI GLI INTERVENTI DI LUCA RADAELLI DI TEATRO INVITO E FABIO NAGGI DI UNOTEATRO

QUESTA SECONDA PUNTATA VEDRA' DUE INTERVENTI CREATI DA DUE ANGOLAZIONI DIVERSE UN REGISTA E AUTORE : LUCA RADAELLI DELLA COMPAGNIA LOMBARDA TEATRO INVITO E FABIO NAGGI CHE SI OCCUPA DEI RAPPORTI CON LE ISTITUZIONI  PER UNOTEATRO. DUE SGUARDI DIVERSI MA COMPLEMENTARI SULLA DIFFICILE SITUAZIONE IN CUI E' PIOMBATO IL TEATRO RAGAZZI.



ll teatro è specchio alla vita, dicono all’unisono Shakespeare e Cervantes. Se questo è vero, il teatro di oggi deve riflettere Covid-19. Come? Non parlandone apertamente, secondo me, non facendolo entrare direttamente nelle drammaturgie ma piuttosto nelle modalità.
Il teatro si può proporre come vaccino dell’anima.
Certo, le scuole avranno problemi seri che faranno passare in secondo piano la “fruizione di offerte teatrali”, certo le famiglie vedranno con diffidenza luoghi “potenzialmente pericolosi” come le sale teatrali. Ma il teatro deve essere la cura e il sintomo del ritorno alla normalità.
Ci sono due temi fondamentali, tipici del teatro Ragazzi, che propongo di rimettere al centro delle drammaturgie.
La paura, che è il tema principe di tutte le fiabe: si può superare la paura della malattia come si supera la paura del lupo, del drago e della strega.
L’amore, inteso come affetto, coccole, rassicurazione. Un amore cioè normalmente fatto di vicinanza fisica che deve essere in parte sostituito dalla parola, dal gesto, dallo sguardo, cioè dagli strumenti dell’attore. In fondo noi comunichiamo a distanza (una distanza di sicurezza che non è però remoto!) dal palco alla platea e devono imparare a farlo tutti: amici, parenti e “congiunti” vari.
Sono assolutamente contrario al teatro on line, se non come possibili pillole che tengano desta l’attenzione verso il teatro vero, in carne e ossa, o come mezzo per promuoverlo. Ma il teatro o è incontro hic et nunc, o è rito in cui una comunità si ritrova nello stesso spazio/tempo, o non è.
Invece, trovo che questa sia una bella occasione per imporre e esaltare modalità alternative nel rapporto con il pubblico. Forse ci siamo un po’ “imborghesiti” nel pensare al teatro esclusivamnete con le sue quintature nere, le graticce, i piani luce e il palco 6x8 minimo. Forse è arrivato il momento di (ri)-tirare fuori la nostra indole situazionista, quella che ci consentiva di fare teatro ovunque: due teli, due tamburi e si va: in palestra, nel cortile, in piazza, dove si possano tenere gli spettatori distanziati, ma nello stesso tempo aggregati. Utilizzare spazi alternativi (come molti di noi peraltro hanno sempre fatto), magari all’aperto e con un numero più piccolo di spettatori.
Essere più agili, pensare a spettacoli versatili, modulari, un po’ come i comici dell’arte facevano in tempo di peste. Il che non significa assolutamente produzioni abborracciate o sciatte. Bisogna, anzi, tornare alla “cura” (come le parole si risemantizzano!) degli spettacoli e della relazione con gli spettatori, bisogna puntare sulla qualità della drammaturgia e della recitazione. Non sarà più possibile accontentarsi di qualche “effetto speciale”.
Ovviamente, tali modalità andranno supportate, logisticamente ed economicamente, comportando una drastica riduzione degli incassi per bigliettazione, una riorganizzazione degli spazi e degli strumenti dell’accoglienza. Ma forse farà capire (dipende anche da noi) che la quantità di spettatori non può essere il criterio per giudicare un’iniziativa. Anzi, dovrà essere ribadita l’importanza che può avere per un bambino, per un ragazzo l’esperienza del teatro, proprio in modo quasi taumaturgico.
Bisogna imporre il concetto che “meno è meglio”.
Se riusciremo a dare questi messaggi, il teatro tornerà a essere considerato “attività essenziale” .
LUCA RADAELLI / DIRETTORE ARTISTICO DEL TEATRO INVITO

Al quesito posto da Mario Bianchi per Eolo - Quali strategie pensate che dovrebbero essere messe in campo per favorire il rilancio del teatro ragazzi dopo l'emergenza causata dal Coronavirus? - sono giunti contributi che in modo puntuale ed esaustivo affrontano gli aspetti legati alla promozione, all’ospitalità, alla gestione di spazi, con analisi nelle che trovano Unoteatro concorde. Per questo, e soprattutto per il mio lavorare nel rapporto tra il teatro e le istituzioni, provo a leggere la domanda posta sotto questo specifico punto di vista, indicando non risposte ma possibili processi da avviare sul piano politico.

Preambolo

Il teatro, come ben sappiamo, si concretizza in virtù dell’interazione stretta di due soggetti entrambi attivi: gli attori in scena e il pubblico in platea. Mancando uno dei due elementi, il teatro semplicemente non c’è.
Generazioni di teatranti sono cresciuti su questo assunto, pagine e pagine di storiografia teatrale sono state scritte nel trattare le sue molte varianti. È una visione sedimentata nell’esperienza e che si rappresenta nel profondo delle menti di noi tutti. Per questo possiamo solo in parte comprendere quale sia la forza d’urto che stiamo contrastando, perché mai avremmo potuto concepire un accadimento che mettesse a rischio spettatori, da un lato, e attori dall’altro. Di fronte a una simile realtà, con la coscienza di essere in parte ciechi di fronte al fluire degli eventi, è però di loro che dobbiamo innanzitutto occuparci.

Spettatori

Gli interventi dei colleghi, prima di questo individuano precisi ambiti, indicano gli snodi critici, fanno proposte mirate. Tra i settori individuati vorrei anche io orientare una luce diretta verso la Scuola.
Come noto la conoscenza passa attraverso i linguaggi e la Scuola è luogo di entrambi. Ed è anche, inevitabilmente, luogo di sperimentazioni e modificazioni, molte intenzionali, altre indotte dalla forza della realtà. Oggi viviamo una di queste situazioni. Si parla molto e giustamente della necessaria distinzione tra il linguaggio virtuale e le relazioni in presenza, dove il corpo è il punto focale di ogni processo. E lo spettacolo dal vivo ha ragion d’essere solo ed esclusivamente in questo secondo caso.
È tuttavia utile osservare, uscendo dalla cornice di questo dibattito, come dal punto di vista di bambini e ragazzi, protagonisti di questo insolito presente, sia possibile percepire un nuovo equilibrio tra questi due livelli di interazione. Mai come oggi, infatti, l’assenza della compagna o del compagno è percepita in tutta la sua fisicità e provoca un sentimento di mancanza - non è raro sentire narrazioni di genitori che raccontano il desiderio, talvolta emerso nella verità del sogno, di tornare a scuola-; e nel contempo mai come adesso gli strumenti che ci mettono in contatto con il reale stanno dimostrando la loro insostituibile utilità nel collegarci ai contenuti del mondo e la loro insufficienza nel farci stare con le persone, per davvero.
Scrivo questo perché credo che qualunque ragionamento di sistema nel rapporto con la Scuola, cui accennerò tra breve, debba anche poggiare su possibili ragioni culturali di nuove e strette relazioni. In questo caso la centralità acquisita dal corpo e la necessità della presenza e della relazione come fatto costitutivo del vivere, così intensamente provato sulla pelle di tutti, fanno del teatro, alla cui base della grammatica proprio questo troviamo, un linguaggio privilegiato per la ripresa di contatto delle generazioni più giovani con un mondo nuovo.
Venendo ad una visione sistemica, correttamente negli interventi precedenti sono stati identificati tutti gli ostacoli che si frappongono tra i teatri e le scuole, ostacoli che, nella stragrande maggioranza dei casi, non saranno superabili. Ciò porta a valutare - come tendenza prevalente - una difficoltà nell’ospitare/rappresentare spettacoli destinati alla Scuola fino alla primavera del 2021, determinando la perdita secca di due intere stagioni. La presente e la futura.
Parallelamente - probabilmente in un contemporaneo sovrapporsi di domanda e offerta - assai più di quanto già non sia fin qui accaduto, la scuola diventerà luogo attrattore di attività teatrali, in modo particolare di proposte spettacolari succedanee di quelle svolte nei luoghi deputati. Più che gli aspetti di potenziale sperimentazione sono propenso a sottolineare i rischi insiti in questo processo. Non è difficile immaginare un incremento della già elevata offerta di attività teatrale, in un contesto di carattere economico che va dalla sussistenza nei plessi di più piccole dimensioni, alla dequalificazione della remunerazione in presenza di scale dimensionali maggiori. Una squalifica del proprio lavoro che tuttavia avrebbe il suo punto di maggior peso sul piano artistico, nelle modalità con le quali gli spettacoli andrebbero “adattati” alla nuova situazione.
Tuttavia, poiché un periodo di interregno tra il prima e il ritorno ai teatri vi sarà; e poiché in questo periodo la Scuola sarà al centro delle dinamiche che, in modo certamente parziale, ho indicato, ritengo che il Teatro Ragazzi debba interrogarsi come gestire questa fase.
L’opportunità di agire è certa. E alcuni strumenti associativi di cui disponiamo consentono una interlocuzione diretta con il MIUR, in una dimensione interministeriale con il MIBACT. A livello centrale possono essere valutate linee guida che aiutino a far superare le resistenze nell’accogliere nei plessi gli esperti esterni, salvaguardando così il grande patrimonio di lavoro rappresentato dai laboratori teatrali. Allo stesso modo possono essere condivise indicazioni che favoriscano la presenza di operatori e soggetti qualificati, con uno sguardo alla tutela delle condizioni di lavoro.
Sul piano più squisitamente culturale, invece, parrebbe opportuna un’azione corale da parte del Teatro ragazzi di qualificazione e distinzione dei format spettacolari che imprese riconosciute di questo settore potrebbero decidere di proporre. Occorrerebbe infatti individuare e presentare forme di interazione presentate chiaramente come cosa diversa dagli spettacoli; lontane dall’essere, per i loro contenuti, ancelle delle materie curriculari; occasioni di incontro che preludano al ritorno nei teatri. Insomma, un poco come la parata per le strade degli artisti circensi sta allo spettacolo sotto il tendone.
E infine, da svolgere in questo caso nel contesto dei diversi territori, ad esempio su scala regionale, ancora una volta pare strategica un’azione di dialogo e formazione, nonché occasione di reciproco aggiornamento, rivolta alla classe docente. Una necessità resa più forte dai processi di avvicendamento tra generazioni di insegnanti, ora accelerati dai concorsi che proprio in questi giorni sono stati banditi, e che ci metteranno in rapporto a una platea nuova di potenziali compagni di strada.

Attori, ovvero i lavoratori dello spettacolo e le loro imprese.

Il blocco, mai avvenuto in tempi recenti, di ogni attività ha reso evidente la necessità di sostenere il mondo delle imprese dello spettacolo con ammortizzatori sociali fino ad oggi non previsti per il nostro settore. Per la prima volta è stata presa coscienza da parte del Governo di una debolezza strutturale del sistema di protezione e, sull’onda dell’emergenza, è stata predisposta una prima iniziativa per via di decreto. Alla platea delle nostre imprese sono state così estese la Cassa integrazione in deroga e iI Fondo di Integrazione Salariale. La stessa dimensione di urgenza ha però fatto emergere la parziale inadeguatezza di un approccio a questo mondo, perché realizzato con un corredo di strumenti di analisi e lettura buono per gli altri comparti produttivi. Così, non è stato infrequente il caso che i criteri adottati per l’accesso alle diverse misure di sostegno alle imprese non potessero essere applicate dalle stesse, e ciò in ragione della specificità della natura del rapporto di lavoro incardinato sulla scrittura o sulla intermittenza, di cui è stata data una lettura parziale.

Alla luce di questo, e del clima di attenzione creatosi per la prima volta in modo così evidente, la crisi Covid-19 diventa un’occasione forse unica, e comunque da cogliere, per avviare un processo che faccia transitare dalla dimensione straordinaria a quella ordinaria l’obbiettivo di dotare il sistema delle imprese e dei lavoratori dello spettacolo di strumenti specifici, appositamente studiati e pertanto efficaci nel leggere la realtà così composita del nostro comparto professionale. Strumenti che possano venire incontro, nell’ordinario, all’esigenza dell’azienda in crisi e alla necessità di tutelare il singolo lavoratore quando ricopra le mansioni più fragili, come quella di attore o di tecnico.
Passare dalla straordinarietà all’ordinarietà significa dialogare strettamente con le parti sociali, operare in una dimensione interministeriale che coniughi i dicasteri del Lavoro e quello per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, passare da una legiferazione per via di decreto ad una per legge ordinaria, dunque impegnare in questa discussione tanto l’Esecutivo quanto il Parlamento. Si apre una finestra, terminata la più stretta emergenza, per poter compiere un lavoro che ha l’obbiettivo di far fare un passo avanti allo Spettacolo dal Vivo nell’equiparazione, sul piano dei diritti e delle tutele, con altri settori del lavoro.
Lo so, questa non è una strategia che riguardi esigenze tipiche del Teatro Ragazzi. Ma l’abitudine del Teatro Ragazzi di agire in una dimensione imprenditoriale suggerisce l’atto di alzare lo sguardo e tentare di agire per obbiettivi generali e conquiste durature. Un lusso di questi tempi? Giudicate voi.

FABIO NAGGI/UNOTEATRO


Stampa pagina  Link alla pagina

Segnala questo articolo ad un amico:

Tuo nome

Tua mail

Nome amico

Mail amico




Torna alla lista