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Eolo
recensioni
LE RECENSIONI E IL REPORT DI CONTEMPORANEO FUTURO A ROMA /PRIMA PARTE
A CURA DI ROSSELLA MARCHI CON INTERVENTI DI NADIA MILANI, GIOVANNA PALMIERI E ROBERTA FERRARI

Guarda le foto di Massimo Bertoni

Il 22 luglio ha finalmente visto la luce l’atteso festival “Contemporaneo futuro” dedicato agli spettacoli per l’infanzia e l’adolescenza. Ma, dopo aver assistito alla sua programmazione, ci viene da sottolineare come il programma offerto da questo festival abbia sì evidenziato l’importanza peculiare del destinatario ma anche come la creazione, quand’è artistica e di qualità, trovi sguardi d’accoglienza anche da parte del pubblico adulto. “Contemporaneo futuro” nasce dalla caparbietà del Teatro delle Apparizioni, dalle visioni del suo fondatore e direttore artistico Fabrizio Pallara e dall’accoglienza del Teatro di Roma che lo hanno sostenuto e organizzato. Un gran lavoro di cooperazione e sinergie che ha portato ad una prima edizione davvero interessante piena di spunti di riflessione sul futuro. Mai nome infatti fu più azzeccato: “Contemporaneo futuro” traccia una linea importante verso l’orizzonte tenendo comunque una mano tesa a raccogliere il buono dell’esperienza del passato e della tradizione. Molteplici infatti i linguaggi che si sono succeduti sui palchi delle sale del Teatro India, frutto ben riuscito della ristrutturazione dell’ex fabbrica della Mira Lanza e di quell’interessante filone relativo alla riqualificazione dell’archeologia industriale, e del Teatro Torlonia, gioiello della fine del 1800 che ha rivisto lo sguardo del pubblico nel 2013 quando è stato inaugurato dopo il restauro. Le compagnie, scelte accuratamente per il loro peculiare percorso artistico, hanno portato forme e linguaggi che hanno spaziato dalla danza, alla prosa al teatro di figura. Un viaggio di quattro giorni che ha visto spettacoli, proiezioni e dibattiti avvicendarsi in modo equilibrato per dare il tempo allo spettatore di confrontarsi, commuoversi e sentire dentro di sé il frutto dell’ascolto e della visione.

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PARLAMI TERRA – Compagnia TeatroViola
Il festival si è aperto felicemente con la nuova produzione della Compagnia TeatroViola che ha presentato la sua ultima gestazione “Parlami Terra”, già vincitrice del bando In Viva Voce promosso da ATCL Lazio, frutto di un lungo ed interessante lavoro destinato ai bambini dai 4 anni e cominciato poco prima della pandemia da un’idea di Federica Migliotti poi sviluppata in collaborazione con il danzatore e coreografo Damiano Ottavio Bigi e l'attrice Chiara De Bonis .  In scena c'è infatti  un’intensa e brava Chiara De Bonis che ci porta con lei in un viaggio di conoscenza e di consapevolezza. Gaia, la nostra protagonista, viene infatti risvegliata dalla Madre Terra in un sogno che sembra reale. Gaia, con curiosità e stupore, comincerà il suo viaggio di conoscenza del mondo e dei suoi elementi partendo da una cassettiera che scopriremo essere magica sulla quale si ritrova addormentata e, guidata dalla voce/musica della Madre Terra, attraverserà intensi stati d’animo, dall’euforia, alla stanchezza, alla meraviglia, e farà conoscenza degli elementi. Molto interessante il taglio dato allo spettacolo: la protagonista infatti, in un crescendo di emozioni, fa esperienza degli elementi come se fosse essa stessa uno di questi. Non si tratta infatti di un viaggio di esplorazione ma di un vero e proprio intimo percorso di scoperta di sé e della propria natura. Attraverso il viaggio di Gaia ognuno di noi ha la percezione di essere parte di un universo grande con cui fa quotidianamente i conti anche se non sempre in modo cosciente. La scoperta della nostra protagonista, che una forza Madre spinge ad andare nel mondo, ad infilarsi le scarpe ed un meraviglioso vestito/divisa che già racchiude nella sua fattezza e nei suoi colori tutta la straordinaria complessità di ciò di cui Gaia farà esperienza, sarà che quella voce Madre è racchiusa dentro di lei, parte costituente del suo essere. Pochissime le parole che accompagnano questo lavoro e non ne sentiamo l’esigenza. Lo sguardo dello spettatore è rapito dalle immagini poetiche e dalla curiosità degli incontri che Gaia esperisce nel suo viaggio e che culminano nella magica fioritura della cassettiera, nell’esplosione di una Natura che, nonostante la nostra poca attenzione, trova il modo di ricordare qual è l’origine da cui tutto proviene. Molto interessante la ricerca musicale ad opera di Valerio Camporini Faggioni che, in questo spettacolo, diviene vera e propria partitura drammaturgica. Da ogni elemento di questo lavoro traspare cura e coerenza: gli originali costumi ad opera di Anna Coluccia, l’animazione degli oggetti di Anton De Guglielmo. Rilevante anche il lavoro sui movimenti di scena curati da Damiano Ottavio Bigi che hanno reso l’incontro con gli elementi della protagonista quasi uno sposalizio tra materia e movimento. Una regia pulita, curata ed efficace ad opera di Federica Migliotti in cui ogni passo della protagonista delinea un passaggio ad un quadro/terreno diverso che porta ad elementi ogni volta inediti che danno vita ad un nuovo racco-l/n-to.
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ARMANDO – Lettere resistenti - Armamaxa
Con tutta la potenza di un racconto autobiografico irrompe la nuova produzione di Armamaxa per la regia di Enrico Messina. Una racconto che attraversa le generazioni: quella del figlio, Enrico, quella del padre Mario e quella del nonno Armando. La storia è quella dell’attore in scena, Enrico Vezzelli. Enrico ritrova una valigia, forse la valigia che tutti vorremmo trovare per ricostruire la matrice della nostra esistenza. Nella valigia Enrico trova le lettere che suo padre Mario scrive al padre Armando, portato via da casa quando lui ha soltanto 12 anni. E’ un viaggio attraverso la storia di Mario nella sua relazione con l’assenza del padre ma anche attraverso un’epoca che ha segnato la storia del nostro paese: il fascismo e la seconda guerra mondiale. Enrico racconta con grande leggerezza e attraverso questo racconto si riappropria della sua storia ma allo stesso tempo ne regala una a noi. La testimonianza di un periodo scuro che rende questo spettacolo prezioso perché da un lato com-muove e dall’altro ha l’importante compito di non far dimenticare un pezzo di storia che appartiene a tutti noi. Armando è un maestro che aiuta nel doposcuola i bambini e che viene arrestato in quanto, si dice, ribelle. Ma dal racconto si ritrova un uomo che lottava contro le ingiustizie e che, in quanto non aderente al pensiero unico, viene catturato e imprigionato in un campo di concentramento dal quale non tornerà. Mario ha 12 anni e affronta questa assenza con un grande interrogativo che attraverserà tutta la durata dello spettacolo: perché il padre non è scappato quando ha saputo che sarebbero andati a prenderlo? Mario non lo sa, fino in fondo non lo capisce, non riesce a fare i conti con questa improvvisa assenza, si scaglia in silenzio sopra questo dolore sordo di cui scrive e poco parla. E questo dolore cresce con lui, si fa uomo, si fa, a sua volta, padre. Ed Enrico, il figlio, sarà colui capace di fare i conti con la propria storia, di togliere la polvere dal dolore e farlo, finalmente germogliare. “Armando è un gerundio: irregolare e tende all’infinito”. Ed ecco infatti come ancora concepisce le sue gemme. Enrico, magistralmente diretto dal regista Messina, affronta un registro che a tratti cade nel clownesco ma in realtà quello che vediamo in scena è l’alternarsi della consapevolezza dell’adulto con l’irrompere nella narrazione del bambino rimasto dentro di lui. Testo ben scritto che scivola via trascinando con sé sorrisi e commozione e il consolante pensiero che ognuno di noi ha una valigia, reale o potenziale, che racchiude le radici più profonde capaci di raccontare la verità di ogni esistenza.
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TRAME SU MISURA – Giallo Mare Minimal
Nella splendida cornice del Teatro Torlonia va in scena “Trame su misura – Vol. 1” divertentissima narrazione con composizione grafica dal vivo e animazione di oggetti e figure, ad opera della compagnia Giallo Mare Minimal. Renzo Boldrini in scena con un testo magistralmente scritto in rima, dove la rima è a servizio della narrazione e non viceversa, ci racconta due storie riscritte e adattate in chiave contemporanea: “Lupo Romeo e Capretta Giulietta”, rivisitazione de “Il lupo e i sette capretti”, e “Casa di paglia, di legno e di mattoni”, rivisitazione de “I tre porcellini”. Il nostro narratore racconta da un pulpito le due storie con l’ausilio delle immagini che gli scorrono sotto le spalle che non risultano mai una componente didascalica della narrazione bensì seguono il racconto e diventano strumento dell’attore che, sapientemente, le mescola con le parole. Scorrono via leggere le due storie raccontate che, come accade agli spettacoli ben fatti, catturano occhi e orecchie di bambini e di adulti. La capretta Giulietta infatti, entra nel cuore di tutti quando, dopo la lettura di Romeo e Giulietta, cerca disperatamente il proprio Romeo e lo identifica proprio con il Lupo che, una volta entrato nella sua casa, sta minacciando le sue sei sorelle caprette. Ma l’amore così puro della capretta Giulietta avrà la meglio sul cuore del Lupo Romeo che risparmierà le caprette e vivrà felice e contento con la sua dolce, ovina Giulietta. Con un risvolto rosso la storia riscritta dei Tre porcellini: i porcelli felici di mangiare, fanno manifestazioni a salvaguardia del diritto di essere liberi di mangiare come maiali. E sarà proprio sulla capacità di mangiare che il porcellino più furbo tra i tre fratelli riuscirà ad avere la meglio sul lupo. Il lupo infatti, come se conoscesse già il copione, affronta immediatamente la casa di mattoni e, passando astutamente dal camino, si mangia il primo porcello. Passerà poi alla casa di legno che con facilità butterà giù mangiandosi anche il secondo porcello. Ma sarà dal terzo porcello che il lupo incontrerà il suo destino: il maiale infatti lo sfiderà ad una gara sostenendo che il maiale sia in grado di mangiare più del lupo. Il lupo per dimostrare il contrario mangerà talmente tanto da gonfiarsi la pancia come un pallone fino allo scoppio finale. Ben congeniate e originali le animazioni agite con l’ausilio della lavagna luminosa da Daria Palotti. Impreziosiscono ulteriormente l’ottimo lavoro drammaturgico e la magistrale leggerezza di quello attoriale.
ROSSELLA MARCHI
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I CANTI DELL’ALBERO - Controluce Teatro d'Ombre
Nella suggestiva cornice di Teatro Torlonia, gioiello architettonico ottocentesco immerso nel parco della Villa omonima, abbiamo assistito a “I canti dell’albero”, spettacolo della compagnia Controluce Teatro d’ombre. E’ la storia di una ragazza e di un ragazzo, Alice e Pierre, che ritornano nel bosco della loro infanzia, laddove c’è un albero, custode del libro delle fiabe che Alice bambina, era solita leggere all’ombra delle sue rigogliose fronde. Ma l’albero è malato, è spoglio, quasi senza vita, poiché una strega ha rubato il libro delle fiabe e lo ha nascosto sotto l’albero di corallo nei profondi abissi dell’oceano, quel libro capace di trasformare le parole in musica. Un uccellino viene in soccorso di Alice e Pierre e l’intervento degli animali del bosco, del mare e degli oceani, riesce a riportare il libro sotto le radici del grande albero. Ritrovato il libro, leggendo le fiabe in esso contenute, i due ragazzi riusciranno a riportare in vita il vecchio albero spoglio, simboleggiando quanto l’Arte sappia essere nutrimento per l’anima e sappia far rifiorire bellezza anche laddove non sembra esserci più speranza. La genesi dello spettacolo, commissionato da MiTO Settembre Musica 2019, si fonda su due opere del compositore e pianista Maurice Ravel: “Miroirs” ("Specchi") Op. 43, una suite in cinque movimenti per pianoforte solista del 1906, di cui ne ritroviamo tre all’interno dello spettacolo e “Ma Mère l'Oye” ( Mamma oca) una suite originalmente composta per pianoforte a quattro mani e successivamente ampliata e trascritta per orchestra. La versione pianistica, pubblicata nel 1910, è composta di cinque pezzi, ispirati alle illustrazioni tratte dal libro per l'infanzia “Contes de ma mère l’Oye” (I racconti di Mamma Oca), una celebre raccolta di fiabe di Charles Perrault. Dello spettacolo esistono due versioni: una con la musica eseguita dal vivo da due pianisti che danno origine alle azioni come fossero un “deus ex machina” ed una con la musica registrata. Delle due, noi abbiamo visto la seconda. Partendo dai meravigliosi arabeschi delle opere di Ravel e con il desiderio di avvicinare il pubblico molto giovane alla cosiddetta musica colta, nasce uno spettacolo fatto di ombre e musica uniti in un connubio imprescindibile. Al centro della scena, un grande albero spoglio, che si staglia su un ampio fondale bianco su cui disegnare mondi ogni volta diversi e immaginifici grazie al sapiente utilizzo del teatro d’ ombre. All’interno dello spettacolo vengono utilizzate differenti tecniche: sagome colorate, sagome nere, riflessioni ottenute con specchi e trasparenze, unite all’ombra corporea dei protagonisti che viaggiano nelle visioni che si disegnano alle loro spalle, ricamando una ricca sequela di immagini che danno corpo ad alcune tra le fiabe più celebri e conosciute. La rifioritura dell’albero spoglio, è invece risolta con delle sculture “mobiles” fatte con foglie pendenti, che meriterebbero un momento dedicato e maggiormente ricco di stupore. Ciò che ci sembra piùdebole è la drammaturgia con cui si sviluppa lo spettacolo: nonostante il principio di genesi sia promettente, la vicenda si propone al pubblico con uno sviluppo poco approfondito, a tratti scontato e meccanico, soprattutto in confronto alla profondità della musica e delle immagini proposte. Di conseguenza, la recitazione dei protagonisti in scena, Alice De Bacco e Pierre Jacquemin, non viene sempre sostenuta dal testo e rischia di non risultare del tutto convincente. Lo spettacolo si propone per bambine e bambini dai 7 anni, ma noi pensiamo che possa essere fruito e compreso, anche da spettatrici e spettatori più piccoli, dai 5 anni.
NADIA MILANI
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NUVOLA – La luna nel letto/Artinscena
Assistere allo spettacolo “Nuvola” presentato al Festival nazionale di Roma “Contemporaneo Futuro” è prima di tutto un vero e proprio viaggio fuori e dentro di sé. Uno spettacolo di danza della Compagnia La luna nel letto / Associazione culturale tra il dire e il fare in collaborazione con la scuola di danza Artinscena: una danzatrice Annarita De Michele di grigio vestita , la voce narrante calda di Maria Pascale, una cornice/finestra da dove si guarda il mondo, un bicchiere per bere l’acqua/pioggia delle nostre esperienze, un mucchio di terra, un lavoro coreografico che tocca l’anima di Julie Stanzak, una sapiente danza di luci ad opera di Michelangelo Campanale e il lavoro drammaturgico di Katia Scarimbolo, sulle musiche scelte da Hirohiko Sojiema. Un splendido lavoro d’insieme che porta una bambina /ragazza /donna attraverso un viaggio a volte leggero a volte più tragico nell’immenso e curioso percorso della vita, proprio come è il viaggio delle nuvole che si trasformano continuamente . Così questa danzatrice bambina curiosa, danzando guarda le nuvole ne beve l’acqua, assaggia e attraversa il profumo della terra bagnata e mano a mano trasforma il suo essere al mondo, la sua esistenza accettando ed elaborando in profondità il cambiamento insieme a tutti gli esseri viventi sulla terra. Annarita De Michele gioca e danza nello spazio guidata dalla sapiente mano della coreografa Julie Stanzak che da anni sta percorrendo una sua ricerca personale sulle tracce di Pina Bausch. Insieme affrontano un viaggio profondo nell’anima e nel femminile conducendo ogni spettatore nel proprio viaggio personale: si entra con lievità proprio come le nuvole e poi il viaggio si fa sempre più profondo e memorie personali affiorano ed emozionano. E allora come non pensare alla stupenda poesia della canzone di Fabrizio De Andrè e al testo del monaco buddista zen Thich Naht Hanh dal titolo “Quando bevi il Tè stai bevendo nuvole” ed altri richiami sul significato metaforico delle nuvole. La compagnia La luna nel letto, da ormai diverso tempo orientata alla forte presenza della danza nelle sue produzioni, trova in questo spettacolo una ottima occasione per interrogarsi nuovamente sulla forza del gesto e del movimento, sull’importanza di una forte drammaturgia coreografica nella danza dedicata ai piccoli. Sarà interessante d’ora in poi il confronto con il pubblico di bambini e l’ascolto delle loro percezioni ed emozioni quando saranno presenti allo spettacolo. Presenti, perché proprio in questo tempo di pandemia questo spettacolo ha molto da dire ed insegnare .
GIOVANNA PALMIERI

DURANTE IL FESTIVAL SI SONO TENUTI ANCHE DEGLI INCONTRI DI CUI CI PARLA ROBERTA FERRARI

TEATRO E ALTROVE - Incontri a cura di Roberta Ortolano
“Poco, pochissimo si documenta il versante doloroso della crescita, l’infelicità infantile, la fatica di esistere”. Queste alcune delle parole di Elena Ferrante con cui Roberta Ortolano, insegnante e mediatrice teatrale, apre il primo incontro del Festival Contemporaneo Futuro, intitolato “L’infanzia: una storia infinita”. Parole che stimolano nei partecipanti riflessioni sul contesto socioculturale in cui siamo immersi, che tende ad esibire gli aspetti gioiosi e sorprendenti dell’infanzia e a nascondere le difficoltà di un periodo della vita tanto complesso. Un periodo fatto di continuo mutamento, emozioni estreme, dipendenza dal mondo adulto. Ne consegue un ragionamento condiviso sulla necessità di restituire all’infanzia una rappresentazione più autentica. Il teatro, come la fiaba, può allora costituire il territorio protetto in cui bambine e bambini hanno la possibilità di esplorare, accompagnati dagli adulti, anche gli abissi più profondi che si portano dentro. Ed è proprio una bambina, presenza preziosa, a prendere la parola e sottolineare che “c’è il linguaggio dei bambini e quello degli adulti; e poi c’è il linguaggio normale”, quello che si capisce a tutte le età. A suggerire che la condivisione con gli adulti è la condizione ideale per sperimentare novità e paure, meraviglie e sgomenti. Il teatro per le nuove generazioni riguarda perciò tanto il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza quanto il mondo adulto. Ma, nonostante la trasversalità che gli è propria, non riesce ancora a farsi spazio, a ricevere la giusta attenzione in quanto elemento di trasformazione culturale. Si ragiona sul tempo sospeso della pandemia, su cosa ha comportato per il teatro: da una parte il blocco delle attività aperte al pubblico, dall’altra un momento importante per ripensarsi. In fondo è per crisi che avviene la crescita. E ciò che si era prima viene messo in discussione per fare spazio a ciò che si diventerà. Ricordi e sogni, domande e considerazioni sull’infanzia si alternano in uno scambio tra i presenti che si interrompe solo temporaneamente, per riprendere a fluire naturalmente nel secondo incontro, intitolato “L’arte della ricreazione”. Molti dei ragionamenti già cominciati si approfondiscono. Si aggiungono le impressioni sugli spettacoli del Festival: si intravedono connessioni tra temi ed atmosfere proposti con linguaggi diversi, che spaziano dalla danza al teatro di figura. Si parla ancora del tempo sospeso della pandemia, un tempo che non è stato perso e che per molti spettacoli ha rappresentato invece un respiro necessario perché maturassero con il loro ritmo, al riparo dal vortice che normalmente incalza le stagioni teatrali. Un tempo in cui abbiamo tutti riflettuto sulla perdita, sulla fine, sulla morte, temi cruciali che bambine e bambini hanno profondamente bisogno di conoscere attraverso il giusto linguaggio, che si prenda cura di loro ma non nasconda la verità. In una circolarità spontanea il secondo incontro si conclude come era cominciato il primo: si torna a riflettere sulle difficoltà dell’infanzia e sulla necessità di accoglierle, raccontarle e sperimentarle attraverso i molteplici linguaggi dell’arte. Arte che, scrive Nietzsche, “è la grande creatrice della possibilità di vivere”.
ROBERTA FERRARI


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