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Eolo
recensioni
CHARLEVILLE 2021/SECONDA PUNTATA
SEMPRE DALLA NOSTRA INVIATA speciale NADIA MILANI


ECCOCI ALA SECONDA PUNTATA DEL NOSTRO FOCUS SUL FESTIVAL DI CHARLEVILLE


SPETTACOLI IN:


CLAIRE HEGGEN – THèATRE DU MOUVEMENT - “L’INVENTAIRE ANIMè”

Claire Heggen è co direttrice artistica del Théâtre du Mouvement compagnia di ricerca e creazione di Ivry-sur-Seine. Allieva per molti anni di Etienne Decroux, è autrice, attrice, regista e formatrice, ha creato spettacoli che sono stati diffusi in sessanta paesi, elaborando un'estetica in perpetuo rinnovamento sulla teatralità del movimento ai confini delle arti del mimo, del teatro gestuale, della danza e del teatro d'oggetti. “L’inventaire Animè” viene definito uno spettacolo conferenza in cui ritroviamo l’artista, in scena con tre suoi allievi che la seguono da tempo: Elsa Marquet -Lienhart, Cristof Hanon e Philippe Rodriguez-Jorda. Nello spettacolo essi mettono in pratica, davanti agli occhi degli spettatori, gli insegnamenti di Claire e le sue indicazioni in diretta, riproposte sotto forma di interessante e generosa riflessione. Questo spettacolo/ conferenza risponde alla necessità di trasmettere i fili storici, estetici e poetici del lavoro di ricerca che Claire Heggen porta avanti da sempre, ci offre una visione puntale e precisa sui suoi studi, le teorie che applica alla manipolazione, non vuole mostrarci cosa è giusto o cosa è sbagliato, perché non c’è nulla di giusto e sbagliato. Ma esiste ciò che funziona e ciò che non funziona. Essa dà testimonianza di un percorso punteggiato di riflessioni, estratti di dimostrazioni tecniche, nei quali dialogano vivacemente corpo vivente e corpo materico. I suoi studi si applicano a molte domande legate alle tecniche di manipolazione: come si relazionano un corpo vivo e un corpo inanimato? Cosa dovremmo guardare noi? Come mettersi al servizio di un corpo in cerca di un’anima? E così si apre una ricca cassetta degli attrezzi, composta da un giocoso alfabeto fatto si parole e immagini: gesto, corpo, movimento, spazio, gravità, punto fisso, musica delle cose, guardare, toccare e molte altre terminologie che mirano alla creazione di una grammatica in grado di teorizzare un processo di ricerca e cura che è maturato in moltissimi anni. L’inventario animato è uno spettacolo necessario, per gli addetti ai lavori sa essere fonte di ispirazione per gli amatori è quasi come scoprire i trucchi di un mago. È affascinante. E generosissimo.

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MOBY DICK _ PLEXUS POLAIRE

Regia: Yngvild Aspeli / Creazione, sceneggiatura: Pierre Devérines (in alternanza con Alexandre Pallu), Sarah Lascar, Daniel Collados, Alice Chéné, Viktor Lukawski, Maja Kunsic, Andreu Martinez Costa / Musica: Guro Skumsnes Moe, Ane Marthe Sørlien Holen, Havard Skaset / Burattini: Polina Borisova, Yngvild Aspeli, Manon Dublanc, Sebastien Puech, Elise Nicod / Scenografia: Elisabeth Holager Lund / Costumi: Benjamin Moreau /  Luci: Xavier Lescat, Vincent Loubière / Direttore di scena: Vincent Loubière o Morgane Rousseau (suono), Hugo Masson o Pierre Huber (video) / Creazione video: David Lejard-Ruffet / Suono: Raphaël Barani o Simon Masson / Palcoscenico: Benjamin Dupuis oXavier Lescat / Drammaturgia: Pauline Thimonnier / Assist. regista: Pierre Tual 

Moby Dick di Plexus Polaire è uno spettacolo di enorme impatto scenico e visivo, che si compone di molti elementi e di una rara ricchezza di risorse. In scena, infatti, ci sono sette animatori e tre musicisti, videoproiezioni, un importante impianto scenico e una schiera maestranze. Nell’arco dello spettacolo i nostri occhi incontrano più di 50 pupazzi, piccoli come una mano e grandi come giganti fino ad arrivare alla visione stupefacente di una balena a grandezza naturale che scorre davanti agli occhi increduli e meravigliati degli spettatori. Lo spettacolo vanta numerose coproduzioni e sostenitori, sia di nazionalità norvegese che francese. La regia è di Yngvid Aspeli che ne è anche l’ideatrice. La sua volontà di mettere in scena il celebre romanzo di Melville, nasce dal suo profondo amore per il mare, vissuto attraverso gli occhi di una bambina a cui raccontano storie vere di marinai lontani di cui si aspetta il ritorno. Infatti, nelle sue note di regia, leggiamo che suo nonno era un marinaio norvegese, e che i suoi ricordi si legano all’odore del pesce fresco e del tabacco, alla vista della donna nuda che il nonno aveva tatuata sul braccio, ai cimeli di ogni natura provenienti dalle acque marine. Nello spettacolo possiamo scorgere questi suoi vissuti così come gli immaginari che l’hanno accompagnata durante la sua infanzia. La scena si apre su quello che pare essere un gigantesco relitto o lo scheletro di una balena. E dal nero appare una schiera di marinai, in tutto 21 (ogni animatore anima due marionette portate a grandezza umana). I personaggi sono curatissimi e costruiti con grande perizia, il costante gioco proposto tra micro e macro e il continuo cambio del punto di vista, grazie anche ad una scenografia molto efficace, ci permettono di ritrovarci improvvisamente nel fondo del mare, davanti a squali, pesci e sirene e poco dopo siamo arrampicati sull’albero maestro o nella pancia della nave insieme ai marinai dormienti e poi sulla prua a scrutare l’orizzonte, che è sempre quello sguardo che dà origine alle grandi domande esistenziali che attanagliano le coscienze degli Uomini. Quel luogo davanti a cui siamo tutti uguali. Tutti infinitamente piccoli. Tutti tranne il capitano Achab, che è, a volte, rappresentato da una marionetta portata gigante. Perché la sua ossessione e la sua folle determinazione sono sovraumane. Egli viene mosso da cinque animatori che indossano la maschera della morte, come a volerci sempre ricordare un destino che tutti già conosciamo o a volerci dire che le scelte di un solo uomo hanno portato alla morte di tutti gli altri, come spesso accade. I suoi movimenti sono sempre ben studiati, il suo spessore umano è dirompente, la sua rabbia occupa l’intero spazio del palcoscenico in una bellissima scena realizzata a rallenty in cui il gigante Achab manda all’aria il tavolo su cui sta consultando le carte nautiche che scompaiono nel nero lasciando spazio al sapiente e puntale utilizzo delle video proiezioni, che durante tutto l’arco della messa in scena amplificano i mondi immaginifici che si creano, senza mai essere disturbanti o di troppo ma completando e supportando le animazioni. Vengono utilizzate diverse tecniche di manipolazione ed anche un’animazione in nero su tagli di luce. Gli animatori sono però visibili, indossano cappucci e guanti neri per dare rilievo alle creature a cui danno anima. Abbiamo ritrovato questa pratica in molti degli spettacoli visti, soprattutto di origine francese, in cui l’utilizzo dell’animazione su nero non vuole l’invisibilità degli animatori, ma la loro neutralità.
I musicisti e compositori presenti sulla scena, sono estremamente virtuosi e si ispirano all'oceano, agli abissi, alla loro infinita bellezza e alla loro violenza. Suonano archi, voci, ottoni, percussioni e un ottobasso, uno strumento che è quasi il doppio di un contrabbasso, alto alto 3, 85 metri, produce suoni al limite di ciò che l'orecchio umano può sentire. Moby Dick è uno spettacolo ricchissimo, in alcuni momenti quasi troppo. Sicuramente, davanti a tutta questa grandiosità, una delle cose che risulta eccessiva è l’uso della parola, spesso infatti Ismaele (che nel romanzo è il narratore in quanto unico sopravvissuto della spedizione baleniera) aggiunge ciò che già le immagini ci raccontano perfettamente, esplicitando riflessioni di cui non si sente l’esigenza e anzi, ogni tanto interrompendo un flusso che scorre perfetto, come le balene che nuotano negli oceani.

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QUELQUE CHOSE S’ATTENDRIT - RENAUD HERBIN – Strasburgo
deazione: Renaud Herbin / Gioco: Bruno Amnar / Burattino: Hélène Barreau / Creazione del suono: Sir Alice / Ricerca e costruzione: Sophie Prietz, Anthony Latuner, Éric Fabacher & Maxime Lance / Direttore generale: Thomas Fehr / Produzione: Mathilde Mangeot TJP - Center dramma nazionale di Strasburgo - Grand Est
Produzione: TJP, CDN Strasbourg-Grand Est / Coproduzione: La Maison des Métallos à Paris


Immaginate di entrare in uno spazio e di essere accolti da delle visioni. Teli di proiezione disposti uno accanto all’altro sul perimetro della sala, che riproducono cerchi pieni e densi, che si gonfiano e si sgonfiano lentamente, quasi in modo impercettibile, evolvono dentro loro stessi e poi tornano ed essere come in principio. Come ovuli in evoluzione. E se in sottofondo sentite una musica bassa e vibrante che sposa le immagini, la sensazione è quella di essere attratti come da una forza magnetica. Come di esserci già stati in un posto così.
È il potere dell’ottica attraversata dalla luce che viene filtrata e riverbera su una superficie.
“Quelque chose s’attendrit” (qualche cosa si addolcisce) è un breve poema visivo e sonoro, sussurrato nelle orecchie e negli occhi degli spettatori.
Al centro della sala una piccola marionetta a fili, sospesa e in attesa. È attraversata dalla luce. Filtrata da un’ottica. Proiettata su un telo. E quando quel minuscolo essere “umano” si confronta con le scale della luce infinita, i principi arcaici dell'ottica rivelano realtà segrete. Esso viene capovolto, privato della gravità che, invertita, ci porta verso l’altro. La sfocatura è la regola, la visione nitida, l’evento. Come una carezza o un sogno ad occhi aperti, l’immagine ci richiede di ritornare là, all'origine del respiro e del movimento, alla nascita della vita. E se provassimo a focalizzarci sul sentimento di esistere?
Renaud Herbin, guida dal 2012 il TJP-Center dramatique national di Strasbourg, dove sviluppa il rapporto corpo-oggetto-immagine, attraverso cui desidera applicare i linguaggi del teatro di figura creando un legame profondo con le arti visive.

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SPETTACOLI DEDICATI ALLE NUOVE GENERAZIONI:

Il modello europeo, tende a creare spettacoli in cui la prossemica si riduce: infatti sono molti gli spettacoli a pianta centrale, in cui si ricerca la vicinanza con il pubblico di piccoli e piccolissimi, spesso investendo sulla creazione di uno spazio scenico in cui i bambini e le bambine possono entrare, in cui possono accomodarsi. C’è molta cura in questo, nella disposizione delle sedute, nella morbidezza dei cuscini, nella bellezza dello spazio che accoglie gli spettatori e le spettatrici.


TI-SOON / SOON (+3)
Compagnie Le Vent des Forges
Tecnica: manipolazione della creta

Regia: Odile L'Hermitte / con: Christine Defay e Marie Naud / Argilla: Marie Tuffin / Luci: Nicolas Joubaud / Direttore di produzione: Mathieu Melo

C’è una compagnia francese che dalla sua nascita produce solamente spettacoli con la creta. Tanto che si chiama Le Vent des Forges, teatro di argilla manipolata.
Ed è stato così anche nel caso di Ti-SOON e SOON, uno spettacolo che si incentra sul tema della separazione di un piccolo dai suoi genitori. È il primo giorno di scuola materna. È una prima volta. È uno spettacolo pieno di prime volte: l’incontro con la maestra, l’incontro con le nuove compagne e i nuovo compagni, il gioco, la scoperta, il desiderio di tornare a casa, la voglia di restare dove si è ma sempre con la paura di essere abbandonati fino all’abbraccio finale di mamma e papà che ci aspettano proprio là dove ci hanno lasciati. Il materiale scelto per raccontare si presta alla creazione di mondi immediati. Di cambi e trasformazioni. Di personaggi a cui improvvisamente viene donato uno sguardo. Un materiale che le bambine e i bambini, conoscono, che amano e che sentono familiare. Una narrazione semplice ed efficace dentro una piccola arena costruita per l’occasione, un luogo familiare e intimo, di forma circolare, arredato con piccole panche e tappeti, dentro cui si entra scalzi, illuminati da piccole luci.

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THEATRUM MUNDI O LE 7 ETÀ DELL'UOMO (+8)
tecnica mista: Costume Castelet, marionette, burattini, ombre
Hold Up Company! - NANCY


“Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne, tutti, non sono che attori. Hanno le loro uscite e le loro entrate, e un uomo nel suo atto interpreta diverse parti.”
Theatrum Mundi è Ispirato al monologo di Jacques in "Come vi piace" di Shakespeare, e tenta di esplorare la maternità e il ciclo di vita di un essere in formazione nel grembo di una donna. In scena un grande costume elisabettiano che si fa costume castelet, una tecnica per cui l’abito diviene scenografia entro cui prende corpo lo spettacolo. In questo caso, il costume è abitato da una donna incinta, il suo ventre polittico svela un microcosmo entro cui narrare le sette età della vita di un Uomo. Il costume svela continuamente piccole aperture, finestre su un dentro inaspettato. L’animatrice desidera esplorare le tecniche di manipolazione in miniatura ispirate ai teatri di carta del XIX secolo, ma all’interno dello spettacolo ritroviamo anche ombre e piccole marionette a filo. Sette età, sette scene, dalla creazione della vita alla morte. E tutte le età dell’Uomo hanno luogo nel grembo di una madre. Il titolo non vuole soltanto rifarsi al testo shakespeariano, ma ci racconta di questa madre terra, di questo mondo che rischia di cadere in rovina, dell’Uomo che nasce e cresce scendendo a continui compromessi con la società. Il nostro mondo, per la compagnia Hold Up! è solo un grande teatro in cui siamo attori o burattini, manipolati da un grande "regista". Questa visione mette in discussione il libero arbitrio dell'uomo e il suo posto nella società, dove le libertà acquisite sono ancora messe in discussione. Il mondo del teatro non è una nozione superata: chi sono i registi oggi? E come possiamo sciogliere i nostri fili e diventare attori della nostra vita? Thetrum Mundi è uno spettacolo intrigante dentro cui lasciarsi coinvolgere e da cui lasciarsi attraversare.

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BATEU
LES HOMMES SENSIBILES (tout public)
Tecnica: Teatro degli oggetti


Bateu è una sorpresa. Dall’inizio alla fine.
In scena un giovane ragazzo. Un baule. Una cassetta degli attrezzi rossa, di ferro. Un ventilatore. Una lampada. Una bottiglia di vetro. Un sacchetto di caramelle. Sono tutti circondati da custodie di audio cassette, messe in piedi una accanto all’altra a disegnare lo spazio scenico quadrato. Vuoto. Bianco. Un domino, con cui tutto ha inizio. Ed è così che Jean Couhet-Guichot della compagnia Les Hommes Sensibiles, ci porta in un mondo fatto di oggetti che prendono vita e si riempiono di significati. È un adulto che gioca come fosse un bambino. È un adulto che si spoglia dalla convenzione di essere grande e lascia che il bambino che è stato gli ricordi come si fa. Come si gioca. Come si lascia che semplicemente, sia. E così, Jean, crea un piccolo personaggio, un eroe di sughero, che sale su una scarpa barca, che sarà attaccata dai pirati che faranno esplodere dei petardi per cercare di attaccarlo, e poi ci saranno i paracadutisti che sono dei sacchi neri della spazzatura che non sempre si aprono e i coccodrilli gommosi che ogni tato, Jean, uno se lo mangia pure. E quando l’eroe di sughero sembra essere salvo, Jean sbadatamente ci si siede sopra. E allora, lui muore. Quante lacrime salate vengono versate. Bisogna fare il funerale. E come si fa se non si hanno le candele? Si mangiano due formaggini Babybel e con la cera rossa che i racchiude e due stoppini ecco pronte due candele.
Bateu è un omaggio all’infanzia, è uno spettacolo leggero, dove le parole non servono, la cui comicità è semplice e immediata e la cui poesia è capace di raggiungere chiunque. Anche le menti più razionali. E i cuori più corazzati.

NADIA MILANI


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