
ANTONIO CATALANO : PER UN TEATRO D'ARTE PER L'INFANZIA
AL TERMINE DEI FESTIVAL DI TEATRO PER L'INFANZIA VOLENTIERI PUBBLICHIAMO QUESTO INTERVENTO DEL MAESTRO
Bastava una sedia.
Era una sedia vecchia, vecchissima, impagliata, sgangherata, scolorita, usata negli anni in vari modi, per sedersi e mungere le mucche, o da mettere sull’uscio di casa per chiacchierare con i vicini, per ricamare, o semplicemente per aspettare che il sole tramontasse.
Quella era una sedia contadina, costruita con le mani, pensata con il cuore, una sedia che, se si rompeva, si aggiustava e le cicatrici su quella sedia erano tante, così come era piena di chiodi e colla.
A volte quella sedia impagliata rimaneva fuori alla pioggia o sotto la neve, oppure veniva abbandonata in soffitta per anni, poi riappariva più sgangherata e più bella di prima.
Ci sono stati anni in cui quella sedia era giusta per ospitare il grande sedere di nonno Giovanni, che, come tutti i vecchi, appena poteva, raccontava storie di guerra, di fuochi d’artificio, d’amore, oppure storie così false da apparire vere.
E quando nel cortile arrivava la vecchia sedia, tutti i bambini smettevano di correre dietro alle galline, si sedevano per terra, perché prima o poi arrivava nonno Giovanni, si sedeva facendola traballare e iniziava a raccontare storie dell’altro mondo, in cui tutto era possibile. Allora i cuori dei bambini iniziavano a navigare per mari in tempesta, oppure in paesi lontani, dove esistevano animali feroci che avrebbero visto solo allo zoo.
Quando nonno Giovanni raccontava seduto su quella sedia, pareva volasse fra le nuvole.
E un giorno nonno Giovanni volò via davvero e quella sedia rimase vuota, silenziosa in mezzo al cortile, sotto la pioggia, sotto la neve.
Quella sedia riprese a servire per mungere le mucche o ad aspettare il tramonto del sole.
Lei, la sedia, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato un altro culone di un vecchio che, sedendosi, avrebbe iniziato a raccontare storie di un altro mondo.
Era così tanto tempo fa, bastava una sedia che, anche se era sgangherata, scolorita, serviva ad ascoltare storie che ti rattoppavano il cuore, in quegli anni feroci in cui il gelo ti entrava nelle ossa e si mangiava solo polenta con addosso un lontano odore di acciuga.
Quelle storie e quella sedia erano cibo per l’anima, avevamo fame di pane e filastrocche, era tutto necessario, urgente. Ma, soprattutto, quella sedia rattoppata con il fil di ferro ci parlava di un teatro scarno, indispensabile per chi raccontava e per i bambini che avevano l’incanto e la meraviglia negli occhi. Il tutto era un teatro detto in un tempo sospeso, dove solo in apparenza non succedeva niente, ma in realtà succedeva tutto il mondo e quella sedia era un teatro che ci accompagnava in un altrove. Gli attori e gli scrittori esploravano con la loro presenza mondi invisibili, perché, in fondo, era lì che si ritrovavano a essere autentici, veri, senza orpelli, fragili. Ecco il paradosso: il teatro era finzione e nello stesso tempo autentico. Allora faticavamo nella ricerca di storie e personaggi che potessero evocare quei mondi misteriosi; una volta trovati, ci navigavamo dentro, ci sguazzavamo felici di fare un lavoro meraviglioso. Abbiamo così imparato a costruire storie, andando per “flussi di coscienza” o per associazione di sogni che, sovrapponendosi, evocavano quei mondi. Veniva fuori un teatro magico e scoprimmo che la magia abitava nelle piccole cose quotidiane. Era un teatro disabilitato e per questo comicamente umano. Ma i bambini capivano? Certo, sono stati proprio loro a condurci verso quella sedia sgarrupata e a farci sedere con il rischio di cadere, loro ci hanno portato nella magia dell’altrove, loro, i bambini, ci chiedevano di non essere più attori graziosamente attenti a non uscire dal personaggio, ma di essere maghi tra i maghi, poeti tra i poeti. E allora, il tempo in cui avveniva la narrazione ci era sconosciuto, certamente non era un tempo cronologico e così la dolce follia ci ha accompagnati a costruire teatri, a stare al freddo e a giocarci la vita.
Ho assistito ad Andria al Festival Città Bambina alla lettura di “Pippi calze lunghe”, proposta dalla meravigliosa attrice Nunzia Antonino. Ma che bella letteratura per i bambini, che bella storia! Una bambina che, in compagnia di un cavallo e di una scimmietta, esplora e si ribella al mondo degli adulti, ponendo la magia come lingua per leggere e stare al mondo. Nunzia Antonino è un’attrice che si fa “abitare” dalle storie che racconta e Pippi Calzelunghe era lì visibile ai bambini e agli adulti presenti alla lettura. E allora si espandeva nell’aria un sano profumo di teatro.
Io ho sempre creduto che, se psicanalisti, scrittori, psicologi, teatranti, panettieri, organizzatori di teatro, assessori, sindaci, medici… facessero più passeggiate con bambini di quattro o cinque anni o si mettessero in ascolto di ciò che dicono e di ciò che non dicono, oggi avremmo una nuova psicanalisi, un nuovo teatro, una nuova panetteria. Nuovi scrittori e nuove storie.
Finisco con un’immagine del grande Gian Renzo Morteo che, quando andava ad assistere a uno spettacolo per ragazzi costruito senza l’ascolto dell’infanzia, (creato solo per partecipare a un bando o a una rassegna teatrale della quale i bambini “deportati” in teatro e infossati nelle poltrone ricorderanno solo il numero della poltrona davanti a loro) dormiva tutto il tempo. Quando si svegliava, gli chiedevamo: Gian Renzo, hai dormito? E lui rispondeva: dormire a teatro è un’opinione e, se ho russato, è un’opinione sottolineata.
Ah, dimenticavo: il nome completo di Pippi Calzelunghe è Pippilotta Virtualia Rolgardinia Succiamenta Efrasilla (Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump), figlia del capitano Efraim.
Per un teatro d’arte per l’infanzia
Antonio Catalano
AL TERMINE DEI FESTIVAL DI TEATRO PER L'INFANZIA VOLENTIERI PUBBLICHIAMO QUESTO INTERVENTO DEL MAESTRO
Bastava una sedia.
Era una sedia vecchia, vecchissima, impagliata, sgangherata, scolorita, usata negli anni in vari modi, per sedersi e mungere le mucche, o da mettere sull’uscio di casa per chiacchierare con i vicini, per ricamare, o semplicemente per aspettare che il sole tramontasse.
Quella era una sedia contadina, costruita con le mani, pensata con il cuore, una sedia che, se si rompeva, si aggiustava e le cicatrici su quella sedia erano tante, così come era piena di chiodi e colla.
A volte quella sedia impagliata rimaneva fuori alla pioggia o sotto la neve, oppure veniva abbandonata in soffitta per anni, poi riappariva più sgangherata e più bella di prima.
Ci sono stati anni in cui quella sedia era giusta per ospitare il grande sedere di nonno Giovanni, che, come tutti i vecchi, appena poteva, raccontava storie di guerra, di fuochi d’artificio, d’amore, oppure storie così false da apparire vere.
E quando nel cortile arrivava la vecchia sedia, tutti i bambini smettevano di correre dietro alle galline, si sedevano per terra, perché prima o poi arrivava nonno Giovanni, si sedeva facendola traballare e iniziava a raccontare storie dell’altro mondo, in cui tutto era possibile. Allora i cuori dei bambini iniziavano a navigare per mari in tempesta, oppure in paesi lontani, dove esistevano animali feroci che avrebbero visto solo allo zoo.
Quando nonno Giovanni raccontava seduto su quella sedia, pareva volasse fra le nuvole.
E un giorno nonno Giovanni volò via davvero e quella sedia rimase vuota, silenziosa in mezzo al cortile, sotto la pioggia, sotto la neve.
Quella sedia riprese a servire per mungere le mucche o ad aspettare il tramonto del sole.
Lei, la sedia, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato un altro culone di un vecchio che, sedendosi, avrebbe iniziato a raccontare storie di un altro mondo.
Era così tanto tempo fa, bastava una sedia che, anche se era sgangherata, scolorita, serviva ad ascoltare storie che ti rattoppavano il cuore, in quegli anni feroci in cui il gelo ti entrava nelle ossa e si mangiava solo polenta con addosso un lontano odore di acciuga.
Quelle storie e quella sedia erano cibo per l’anima, avevamo fame di pane e filastrocche, era tutto necessario, urgente. Ma, soprattutto, quella sedia rattoppata con il fil di ferro ci parlava di un teatro scarno, indispensabile per chi raccontava e per i bambini che avevano l’incanto e la meraviglia negli occhi. Il tutto era un teatro detto in un tempo sospeso, dove solo in apparenza non succedeva niente, ma in realtà succedeva tutto il mondo e quella sedia era un teatro che ci accompagnava in un altrove. Gli attori e gli scrittori esploravano con la loro presenza mondi invisibili, perché, in fondo, era lì che si ritrovavano a essere autentici, veri, senza orpelli, fragili. Ecco il paradosso: il teatro era finzione e nello stesso tempo autentico. Allora faticavamo nella ricerca di storie e personaggi che potessero evocare quei mondi misteriosi; una volta trovati, ci navigavamo dentro, ci sguazzavamo felici di fare un lavoro meraviglioso. Abbiamo così imparato a costruire storie, andando per “flussi di coscienza” o per associazione di sogni che, sovrapponendosi, evocavano quei mondi. Veniva fuori un teatro magico e scoprimmo che la magia abitava nelle piccole cose quotidiane. Era un teatro disabilitato e per questo comicamente umano. Ma i bambini capivano? Certo, sono stati proprio loro a condurci verso quella sedia sgarrupata e a farci sedere con il rischio di cadere, loro ci hanno portato nella magia dell’altrove, loro, i bambini, ci chiedevano di non essere più attori graziosamente attenti a non uscire dal personaggio, ma di essere maghi tra i maghi, poeti tra i poeti. E allora, il tempo in cui avveniva la narrazione ci era sconosciuto, certamente non era un tempo cronologico e così la dolce follia ci ha accompagnati a costruire teatri, a stare al freddo e a giocarci la vita.
Ho assistito ad Andria al Festival Città Bambina alla lettura di “Pippi calze lunghe”, proposta dalla meravigliosa attrice Nunzia Antonino. Ma che bella letteratura per i bambini, che bella storia! Una bambina che, in compagnia di un cavallo e di una scimmietta, esplora e si ribella al mondo degli adulti, ponendo la magia come lingua per leggere e stare al mondo. Nunzia Antonino è un’attrice che si fa “abitare” dalle storie che racconta e Pippi Calzelunghe era lì visibile ai bambini e agli adulti presenti alla lettura. E allora si espandeva nell’aria un sano profumo di teatro.
Io ho sempre creduto che, se psicanalisti, scrittori, psicologi, teatranti, panettieri, organizzatori di teatro, assessori, sindaci, medici… facessero più passeggiate con bambini di quattro o cinque anni o si mettessero in ascolto di ciò che dicono e di ciò che non dicono, oggi avremmo una nuova psicanalisi, un nuovo teatro, una nuova panetteria. Nuovi scrittori e nuove storie.
Finisco con un’immagine del grande Gian Renzo Morteo che, quando andava ad assistere a uno spettacolo per ragazzi costruito senza l’ascolto dell’infanzia, (creato solo per partecipare a un bando o a una rassegna teatrale della quale i bambini “deportati” in teatro e infossati nelle poltrone ricorderanno solo il numero della poltrona davanti a loro) dormiva tutto il tempo. Quando si svegliava, gli chiedevamo: Gian Renzo, hai dormito? E lui rispondeva: dormire a teatro è un’opinione e, se ho russato, è un’opinione sottolineata.
Ah, dimenticavo: il nome completo di Pippi Calzelunghe è Pippilotta Virtualia Rolgardinia Succiamenta Efrasilla (Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump), figlia del capitano Efraim.
Per un teatro d’arte per l’infanzia
Antonio Catalano


