
GABRIELE VACIS RICORDA IL NOSTRO CARISSIMO REMO ROSTAGNO
REMO ROSTANO OVVERO : L'ANIMAZIONE AL POTERE
Tra la seconda metà degli anni sessanta e la prima dei settanta, nelle province a maggior concentrazione industriale del nord Italia, si chiamavano animazione cose che, in altri tempi e altri luoghi, avevano avuto nomi diversi. Per esempio: costruire un pupazzo, grande, di cartapesta e portarlo in giro per il paese, si era sempre chiamato costruire un pupazzo e portarlo in giro per il paese. Ma questo si faceva in campagna, solo a Carnevale. Ecco: la stessa cosa, fatta magari in luglio, tra i casermoni di una suburra industriale si chiamava animazione.
Mettere un foglio di carta sul banco, posarci la mano sopra, scontornarla e poi riempirne di colori la sagoma, la mattina, con la maestra, si chiamava pittura. Il pomeriggio c’era l’animazione teatrale: il foglio era molto più grande, bisognava stenderlo direttamente a terra, poi ci si sdraiava sopra e un compagno ti scontornava anche il braccio, cosa che con la maestra non si poteva neanche immaginare, e poi si scontornava la testa, l’altro braccio, il torace, la gamba, il piede, e poi l'altra gamba, e poi... bisogna togliersi i pantaloni. Ecco: l'animazione era mettersi in mutande a scuola.
Era superare i limiti, cominciare a fare per davvero quello che tanti dicevano: l’immaginazione al potere!
Era contagiosa l’animazione, era pensare che possono accadere cose che non erano mai accadute prima.
Era che esistono i bambini e che forse bambini si può rimanere per sempre.
Era qualcosa che accorciava le distanze tra il teatro e il mondo.
Era comprendere le avanguardie del novecento e rimetterle in circolo come vita.
Era che dopo l’incomunicabilità, dopo la fine della storia, la fine dell’arte, la fine del romanzo, dopo tutti i finali del secolo più lungo, ma anche più breve, il novecento, forse si poteva ricominciare.
Era grattare in un deserto di macerie per trovare frammenti di antiche civiltà e rimetterli insieme, in qualche modo.
Erano maestri e professori che provavano a capire cosa succederà dopo la scrittura, perché c’è anche la musica, i colori, ci sono i corpi vivi.
Erano sodalizi metropolitani, la sera, a raccontarsi storie nella memoria del tempo.
Era un volo di Mercurio, leggero, in quegli anni di piombo.
Magari era troppe cose, tutte insieme.
Ma era esattamente quello di cui avevamo bisogno, noi che non avevamo ancora vent’anni.
Era lotta contro qualche manomorta di lettere che ti infilava Leopardi nei pantaloni come già decomposto.
Era cambiare nome al libro, al quadro, al film, al teatro.
Era smettere di farli libri e quadri e film.
Era seppellire penne, pennelli, esposimetri per portare alla luce performances da brandire come asce di guerra e happening come calumet della pace.
Era il processo contro il prodotto.
Era corpo liberato dal commercio.
Erano opere volatili come gas nobili, finché non ci fosse più niente da vendere e da comprare ma solo annusare, toccare, guardare e ascoltare.
Era il Living Theatre che trascina il pubblico fuori dal teatro, perché quello che conta è la strada, congiunzione terrena di arte e vita, era sound of silence and only good vibrations and Campbell and doppio brodo Star, and Andy Warhol and Marylin and James Dean and Jimi and Janis and, and, and... End.
Era un tempo imperfetto che avevano inventato insegnanti e teatranti.
In particolare ce n’era uno che portava sempre dei cappelli a falda larga o una coppola, o dei curiosi berretti.
Era sempre allegro ma, chissà perché, incuteva una certa soggezione. Probabilmente perché lui era sia maestro che teatrante. Se ne intendeva di teatro ed era un vero e proprio pedagogo. Quindi quando ti dicevano: stasera vengono Remo e Bruna, lo spettacolo o le prove (gente seria che va a vedere anche le prove o qualsiasi tipo di allestimento o performance), quando venivano Remo e Bruna lo spettacolo bisognava farlo bene. Perché loro, se non lo facevi come si deve, se ne accorgevano.Perché vedevano tanti spettacoli, erano sempre in giro, per un periodo avevano girato in camper, per avvicinarsi il più possibile al teatro.
Con Remo, poi abbiamo anche fatto uno spettacolo insieme. Si parlava tanto, con Remo, era sempre bello chiacchierare sulle possibilità di quest’arte antica che lui ha rinnovato, insieme a gente come Giuliano Scabia, Loredana Perissinotto, Franco Passatore, Silvio De Stefanis, Ave Fontana, tanti altri e, naturalmente, Bruna Pellegrini.
Mi mancheranno i giudizi di Remo, sempre espliciti. Se avevi fatto bene il suo entusiasmo era dirompente, se aveva dubbi te li spiattellava, senza troppi complimenti, con quell’esagerato e bellissimo accento piemontese che era tutto tranne che falso ma cortese sempre.
Quando, nel gennaio scorso è venuto a vedere “Antico testamento” ho detto ai ragazzi di PoEM: stasera vengono Remo e Bruna, bisogna farlo bene!
La mattina dopo mi arriva un messaggio bellissimo, da Remo, che conserverò gelosamente.
Allora gli rispondo: Ti ringrazio, caro Remo. Questo spettacolo ci ha impegnati a fondo ma siamo contenti che tanto pubblico lo comprenda, specialmente spettatori che se ne intendono, come te. Ho raccontato tanto ai ragazzi della nascita dell’animazione, del teatro di gruppo e mi piacerebbe se un giorno avessi voglia di incontrarli. Intanto un abbraccio anche a Bruna.
E lui mi risponde:
[10:08, 21/01/2025] Remo Rostagno: Grazie Gabriele. Li ho visti i tuoi ragazzi ma non li incontrerò. Di fronte a loro temo di emozionarmi. Abbi pazienza fra poco girerò gli 85 e... Ti abbraccio.
REMO ROSTANO OVVERO : L'ANIMAZIONE AL POTERE
Tra la seconda metà degli anni sessanta e la prima dei settanta, nelle province a maggior concentrazione industriale del nord Italia, si chiamavano animazione cose che, in altri tempi e altri luoghi, avevano avuto nomi diversi. Per esempio: costruire un pupazzo, grande, di cartapesta e portarlo in giro per il paese, si era sempre chiamato costruire un pupazzo e portarlo in giro per il paese. Ma questo si faceva in campagna, solo a Carnevale. Ecco: la stessa cosa, fatta magari in luglio, tra i casermoni di una suburra industriale si chiamava animazione.
Mettere un foglio di carta sul banco, posarci la mano sopra, scontornarla e poi riempirne di colori la sagoma, la mattina, con la maestra, si chiamava pittura. Il pomeriggio c’era l’animazione teatrale: il foglio era molto più grande, bisognava stenderlo direttamente a terra, poi ci si sdraiava sopra e un compagno ti scontornava anche il braccio, cosa che con la maestra non si poteva neanche immaginare, e poi si scontornava la testa, l’altro braccio, il torace, la gamba, il piede, e poi l'altra gamba, e poi... bisogna togliersi i pantaloni. Ecco: l'animazione era mettersi in mutande a scuola.
Era superare i limiti, cominciare a fare per davvero quello che tanti dicevano: l’immaginazione al potere!
Era contagiosa l’animazione, era pensare che possono accadere cose che non erano mai accadute prima.
Era che esistono i bambini e che forse bambini si può rimanere per sempre.
Era qualcosa che accorciava le distanze tra il teatro e il mondo.
Era comprendere le avanguardie del novecento e rimetterle in circolo come vita.
Era che dopo l’incomunicabilità, dopo la fine della storia, la fine dell’arte, la fine del romanzo, dopo tutti i finali del secolo più lungo, ma anche più breve, il novecento, forse si poteva ricominciare.
Era grattare in un deserto di macerie per trovare frammenti di antiche civiltà e rimetterli insieme, in qualche modo.
Erano maestri e professori che provavano a capire cosa succederà dopo la scrittura, perché c’è anche la musica, i colori, ci sono i corpi vivi.
Erano sodalizi metropolitani, la sera, a raccontarsi storie nella memoria del tempo.
Era un volo di Mercurio, leggero, in quegli anni di piombo.
Magari era troppe cose, tutte insieme.
Ma era esattamente quello di cui avevamo bisogno, noi che non avevamo ancora vent’anni.
Era lotta contro qualche manomorta di lettere che ti infilava Leopardi nei pantaloni come già decomposto.
Era cambiare nome al libro, al quadro, al film, al teatro.
Era smettere di farli libri e quadri e film.
Era seppellire penne, pennelli, esposimetri per portare alla luce performances da brandire come asce di guerra e happening come calumet della pace.
Era il processo contro il prodotto.
Era corpo liberato dal commercio.
Erano opere volatili come gas nobili, finché non ci fosse più niente da vendere e da comprare ma solo annusare, toccare, guardare e ascoltare.
Era il Living Theatre che trascina il pubblico fuori dal teatro, perché quello che conta è la strada, congiunzione terrena di arte e vita, era sound of silence and only good vibrations and Campbell and doppio brodo Star, and Andy Warhol and Marylin and James Dean and Jimi and Janis and, and, and... End.
Era un tempo imperfetto che avevano inventato insegnanti e teatranti.
In particolare ce n’era uno che portava sempre dei cappelli a falda larga o una coppola, o dei curiosi berretti.
Era sempre allegro ma, chissà perché, incuteva una certa soggezione. Probabilmente perché lui era sia maestro che teatrante. Se ne intendeva di teatro ed era un vero e proprio pedagogo. Quindi quando ti dicevano: stasera vengono Remo e Bruna, lo spettacolo o le prove (gente seria che va a vedere anche le prove o qualsiasi tipo di allestimento o performance), quando venivano Remo e Bruna lo spettacolo bisognava farlo bene. Perché loro, se non lo facevi come si deve, se ne accorgevano.Perché vedevano tanti spettacoli, erano sempre in giro, per un periodo avevano girato in camper, per avvicinarsi il più possibile al teatro.
Con Remo, poi abbiamo anche fatto uno spettacolo insieme. Si parlava tanto, con Remo, era sempre bello chiacchierare sulle possibilità di quest’arte antica che lui ha rinnovato, insieme a gente come Giuliano Scabia, Loredana Perissinotto, Franco Passatore, Silvio De Stefanis, Ave Fontana, tanti altri e, naturalmente, Bruna Pellegrini.
Mi mancheranno i giudizi di Remo, sempre espliciti. Se avevi fatto bene il suo entusiasmo era dirompente, se aveva dubbi te li spiattellava, senza troppi complimenti, con quell’esagerato e bellissimo accento piemontese che era tutto tranne che falso ma cortese sempre.
Quando, nel gennaio scorso è venuto a vedere “Antico testamento” ho detto ai ragazzi di PoEM: stasera vengono Remo e Bruna, bisogna farlo bene!
La mattina dopo mi arriva un messaggio bellissimo, da Remo, che conserverò gelosamente.
Allora gli rispondo: Ti ringrazio, caro Remo. Questo spettacolo ci ha impegnati a fondo ma siamo contenti che tanto pubblico lo comprenda, specialmente spettatori che se ne intendono, come te. Ho raccontato tanto ai ragazzi della nascita dell’animazione, del teatro di gruppo e mi piacerebbe se un giorno avessi voglia di incontrarli. Intanto un abbraccio anche a Bruna.
E lui mi risponde:
[10:08, 21/01/2025] Remo Rostagno: Grazie Gabriele. Li ho visti i tuoi ragazzi ma non li incontrerò. Di fronte a loro temo di emozionarmi. Abbi pazienza fra poco girerò gli 85 e... Ti abbraccio.
Ciao Remo, ti abbraccio anch’io… Molto emozionato.
GABRIELE VACIS IN RICORDO DI REMO ROSTAGNO


