.
Eolo
recensioni
EOLO A TRALLALLERO 2025 CON ROSSELLA MARCHI
DAL 14 AL 17 OTTOBRE IN FRIULI CON IL TEATRO AL QUADRATO

554835378_1334716348111379_4170732882260258345_n_329924.jpg
Dal 14 al 17 ottobre, la provincia di Udine si è lasciata attraversare da un movimento: Trallallero 2025, il festival del Teatro al Quadrato dedicato alle nuove generazioni, è tornato ad essere un fenomeno necessario, capace di disegnare traiettorie di incontri tra pubblico, artisti e operatori. Per quattro giorni Tarcento, Artegna e Gemona del Friuli si sono fatte approdi diversi di un’unica corrente, illuminate dalla curiosità delle comunità che le abitano. Nei teatri, nelle sale teatrali scolastiche, nei luoghi raccolti che hanno ospitato gli spettacoli, c’è sempre stata un’energia chiara: quella di bambini, bambine, di ragazzi, ragazze spettatori autentici, capaci di raccontare con una risata, un mormorio, con un denso silenzio se la storia arrivava davvero dove doveva e voleva arrivare. La loro presenza non è stata quella di un semplice pubblico ma di una bussola per gli operatori che, seduti accanto a loro, hanno potuto ascoltare non solo ciò che accadeva in scena, ma ciò che accadeva dentro chi guardava. E poi “Criticare ad arte” a cura di MateariuM, tre incontri che nel tempo sono diventati una sorta di appuntamento peculiare del festival: uno spazio sospeso in cui le compagnie portano opere appena nate o ancora in fermento e le affidano allo sguardo degli operatori. Non un giudizio ma un attraversamento. Un dialogo continuo tra chi crea e chi guarda che somiglia a un laboratorio intimo, dove la fragilità trova un nome e ogni intuizione scorge una direzione possibile che può lasciare tracce sottili ma decisive nel percorso dei lavori. In generale Trallallero, anche nel 2025, ha rivelato la natura alla quale ci ha abituati: un festival in un tempo condiviso in cui ci si scambia impressioni e suggestioni, un cammino che continua nelle idee e nelle domande che risuonano dopo l’ultimo applauso.
Quest’anno abbiamo attraversato quindici spettacoli e uno studio, ognuno con un proprio respiro e un proprio modo di stare in scena: dal teatro di prosa a quello di figura, dalla musica dal vivo alla danza, fino alla narrazione, una costellazione di linguaggi che ha rivelato quanto il teatro per le nuove generazioni sia oggi un terreno in piena trasformazione. Ogni compagnia, ogni artista, ha portato un tentativo di trovare la forma più autentica per dare corpo al proprio racconto. Ogni spettacolo portava con sé un’urgenza: non un esercizio di stile ma il bisogno di trovare la via più onesta per parlare a chi sta crescendo, di accompagnarne l’immaginazione rispettandone la sensibilità. E ciò che abbiamo osservato con soddisfazione è stato proprio questo slancio verso la qualità. Sempre meno si incontrano proposte nate senza un reale ascolto del destinatario e sempre più, invece, approdano al teatro per le nuove generazioni gruppi artistici che scelgono consapevolmente a chi vogliono parlare. Nei giorni di Trallallero abbiamo percepito che questo movimento virtuoso sta diventando un segno distintivo del settore: non un teatro per i giovani ma un teatro che cresce con loro, che li riconosce come interlocutori competenti, capaci di accogliere profondità e sfumature. Una linea incoraggiante che fa del festival non solo un luogo di visione ma uno spazio in cui si avverte la direzione verso la quale si sta muovendo il teatro per le nuove generazioni. La nostra analisi si è concentrata su due spettacoli e sul progetto " Criticare ad Arte"





547406703_1326343945615286_7951707318422415545_n_146590.jpg
MARTINA TESTADURA – Compagnia TeatroViola
Martina Testadura è uno spettacolo pensato per bambini dai 5 ai 10 anni, capace di fondere armoniosamente leggerezza e profondità, come un filo sottile che unisce gioco e significato. Ispirandosi al racconto di Rodari “La strada che non andava in nessun posto”, lo spettacolo diventa un piccolo manifesto pedagogico sulla capacità di esplorare il mondo senza paura di smarrirsi. La strada che esiste, ma di cui nessuno conosce la destinazione, si trasforma così in un simbolo di scoperta e di esperienza personale. Federica Migliotti, interprete e regista, dà vita a Martina con una presenza scenica calda e avvolgente. La sua energia e la sua capacità di modulare ritmo, parole e canzoni mantengono il pubblico sospeso tra realtà e immaginazione, in un ascolto attento e partecipato. Martina non è solo protagonista: è specchio e guida delle emozioni dei bambini, piccola esploratrice che invita a seguirla lungo un percorso di stupore e scoperta. Accanto a lei, Massimiliano Felice introduce la musica dal vivo come un elemento vitale della narrazione. Non si limita a suonare o cantare: con gesti minimi ma sapienti e con suoni e rumori mirati, costruisce i personaggi a lui affidati, il nonno di Martina e la creatura selvatica che cerca di dissuadere Martina dal proseguire il suo cammino. Questi interventi, pur essendo essenziali, aggiungono profondità scenica e giocosa, trasformando ogni nota e ogni gesto in un piccolo universo di significato capace di divertire e coinvolgere il pubblico. La struttura narrativa dello spettacolo appare semplice ma ingegnosa e brillante nella sua linearità e nello scorrere naturale dell’avventura. Le canzoni, lontane dal semplice ornamento, diventano strumenti narrativi a tutti gli effetti: come una seconda voce, amplificano il racconto, fungono da Voce Universale, scandendo il tempo della narrazione e dandone una lettura più ampia. La combinazione di narrazione, musica dal vivo e improvvisazione controllata crea un dialogo empatico tra interprete, musicista e pubblico, infondendo un senso di partecipazione e complicità. Lo spettacolo ci porta a pensare che la vita di ognuno di noi può essere unica e identitaria: percorrere sentieri incerti, lasciarsi sorprendere da deviazioni e imprevisti, seguire con fiducia il proprio istinto per scoprire che quelle stesse vie apparentemente senza meta conducono al cuore di ogni possibilità. Martina Testadura non è solo uno spettacolo per bambini: è un invito a riconoscere la bellezza nell’esplorazione e nelle scelte coraggiose. Un piccolo viaggio dentro la meraviglia e la libertà dell’infanzia.

ANIMA BUONA – Piccolissima Compagnia Veneziana
Ci siamo chiesti come definire questa performance: una lezione-spettacolo? Uno spettacolo tout court? O forse semplicemente un attore, uno bravo davvero, uno che racconta e ascolta con attenzione, senza preconcetti, capace di farsi orecchio senza sapere prima cosa dovrà dire a dei ragazzi delle scuole medie che lo seguono. Un attore che apre una porta tra il passato e il presente, tra la parola scritta e la vita vissuta. I testi di Brecht “L’anima buona di Sezuan”, “Teste tonde e teste a punta”, “L’eccezione e la regola” arrivano ai ragazzi e alle ragazze con straordinaria leggerezza e sapienza. La loro semplicità apparente nasconde una profondità che l’attore e regista Alvise Camozzi riesce a rendere immediata e comprensibile, senza mai sminuirla. Il valore del lavoro sta proprio qui: quei racconti, scritti quasi un secolo fa, svelano oggi tutta la loro contemporaneità, interrogando il potere, rivelando l’ingiustizia e le scelte morali che ciascuno nel corso della propria vita deve compiere. Il grande pregio di questo spettacolo è restituire a questi racconti la forma originaria che Brecht aveva dato loro: “parabole didattiche” utilizzate dallo stesso Brecht come strumenti per lavorare con gli studenti, per stimolarne il pensiero critico e rileggere la realtà. Lo spettacolo quindi non si limita a raccontare Brecht ma ne restituisce l’intento pedagogico originale, rendendone viva l’esperienza e la contemporaneità dei temi. Il lavoro drammaturgico crea un ponte tra epoche, invitando i ragazzi a porsi la domanda fondamentale che è anche il sottotitolo dello spettacolo: “È giusto fare quello che tutti fanno, senza prima pensare se è giusto per tutti quello che tutti fanno?”. Con grande maestria, l’attore guida i ragazzi a farsi personaggi a loro volta. Entrare nella storia significa viverla in prima persona e vederla vivere negli sguardi e nelle parole dei compagni di classe. La narrazione non è più solo ascolto, ma esperienza condivisa: i ragazzi parlano, reagiscono, si confrontano e in quel dialogo scoprono la straordinaria contemporaneità delle tematiche brechtiane. Il lavoro si rivela così una vera e propria metamorfosi teatrale perché il passato diventa presente. I testi non restano chiusi tra le pagine ma fioriscono nelle interpretazioni, nelle domande che suscitano, si fanno strumenti di riflessione attraverso i quali i ragazzi possono interrogare il mondo e se stessi. E così, quando cala il silenzio finale, non restano solo le tre opere di Brecht, ma la consapevolezza che quelle domande che hanno suscitato continuino a vivere dentro ciascuno spettatore, che fiorisca un pensiero critico, curioso e libero, pronto a confrontarsi con il presente e con le scelte che ognuno deciderà di fare, responsabile e consapevole attore della propria vita.



544766490_1319486056301075_1893818355938408784_n_481567.jpg
MATEARIUM – CRITICARE AD ARTE
All’interno del festival Trallallero, il progetto “Criticare ad arte” curato da MateariuM si conferma un presidio critico di grande valore, ormai pienamente riconoscibile come una delle specificità più qualificanti del festival. Non si tratta semplicemente di un momento di restituzione o di confronto informale, bensì di un vero e proprio laboratorio di analisi strutturata, in cui lo sguardo degli operatori viene accompagnato e messo alla prova attraverso un metodo che unisce rigore, sensibilità e capacità di replicazione. Una pratica che, per chiarezza e sistematicità, richiama l’impostazione dei metodi utilizzati nelle scienze sociali, pur mantenendo una piena aderenza alle esigenze dell’analisi teatrale e dei processi creativi. Non si è trattato quindi di un semplice confronto verbale, ma di un attraversamento guidato, pensato per condurre i partecipanti dentro un esercizio di sguardo attento e progressivo, in cui ogni osservazione individuale diventa materiale utile per restituire alla compagnia un feedback prismatico sul proprio lavoro. Nel corso dei tre incontri ospitati durante il festival,

MateariuM ha orientato gli operatori nell’osservazione di due spettacoli e di uno studio: “GEN-?” del Collettivo Vento, “Maisa e il gabbiano remoto” del Collettivo LAN-DE-SÌ e lo studio de “Il coro dell’alba” del Consorzio Balsamico.
Come premesso, la procedura di analisi messa in campo rivela un alto livello di cura metodologica. Si parte da un inquadramento preliminare, un momento in cui gli operatori condividono gli assi tematici e le linee drammaturgiche individuate. Questo passaggio iniziale consente di scorgere convergenze e divergenze nello sguardo e apre la strada a un’analisi più consapevole dei materiali scenici. Successivamente, il percorso entra in una fase più complessa. Il momento più fecondo è forse quello dello “scambio di ruolo”, in cui compagnie e operatori sono invitati a ribaltare i propri punti di vista: gli artisti possono valutare il proprio lavoro grazie alle domande che gli operatori rivolgono ad altri operatori che vestono i panni degli artisti, provando a rileggere lo spettacolo dal punto di vista di chi lo ha creato. Questo dispositivo produce uno scarto critico molto interessante, perché permette di cogliere ciò che realmente transita dalla scena alla platea e di individuare con maggiore precisione le linee di forza e le opacità dei lavori analizzati. Ciò che emerge, complessivamente, è un metodo che non si limita a interpretare gli spettacoli, ma educa a un’attitudine: quella di interrogare la scena con rispetto e lucidità costruendo un pensiero critico che non si sovrappone al lavoro degli artisti ma lo accompagna e lo sostiene. In questo senso “Criticare ad arte” si rivela non solo un momento di crescita professionale, ma anche uno spazio di cura della relazione tra chi crea e chi osserva, contribuendo a definire la qualità del dibattito all’interno del teatro per le nuove generazioni.

GEN-? – Collettivo Vento
Il primo lavoro analizzato è “GEN-?”, ed è pensato per un pubblico di adolescenti. Lo spettacolo intercetta con precisione quel territorio liminale in cui i soggetti sono pienamente immersi in un processo di creazione identitaria: il tempo in cui le amicizie ridefiniscono continuamente il perimetro del mondo, i primi amori si configurano come esperienze fondative e spesso confusive e ogni accadimento porta con sé, contemporaneamente, entusiasmo e disorientamento. Il collettivo elabora una drammaturgia del corpo strutturata e consapevole, capace di tradurre gli stati emotivi in gesto e relazione scenica, al punto che la parola tende in alcuni casi a porsi come semplice rinforzo più che come veicolo principale di senso. In alcuni passaggi, inoltre, emerge l’esigenza di una più netta gerarchia dei piani delle storie e di una selezione più rigorosa delle situazioni, così da rendere maggiormente leggibili i cambi di registro e di focus narrativo. Rimane la tenuta complessiva di un lavoro che dimostra una notevole capacità di riportare l’adolescenza nei suoi nodi critici, riconoscendone la vulnerabilità senza cedere né alla semplificazione né alla retorica. Collettivo Vento possiede inoltre il pregio di una poetica già nitida e pienamente riconoscibile, capace di strutturarsi in un linguaggio scenico coerente e immediatamente identificabile.

Il coro dell’alba (studio) – Consorzio Balsamico
Il secondo incontro è dedicato allo studio de “Il coro dell’alba”, uno studio di circa venti minuti che, pur nella sua natura ancora processuale, si presenta già come un oggetto scenico dotato di una sorprendente compiutezza. La breve durata non impedisce al lavoro di attivare un livello di attenzione particolarmente ricettivo: stupore e meraviglia nel pubblico di bambini e bambine e genuina curiosità verso gli sviluppi futuri negli operatori presenti. Già da questo primo studio emerge infatti una progettualità solida, capace di tenere insieme la dimensione visiva, quella drammaturgica e quella performativa. Sul piano visivo, il lavoro rivela un immaginario nitido e coerente. Al centro del dispositivo scenico un condominio abitato da meravigliosi uccelli costruiti in fil di ferro: creature leggere, multiformi, colorate, la cui delicatezza formale contrasta con la loro condizione di immobilismo all’interno di un condominio troppo angusto. Questa immagine, semplice ma densamente simbolica, attiva un campo metaforico estremamente fertile: gli uccelli diventano emblemi di vite trattenute, desideri compressi e nostalgie che non trovano slancio. Una figurazione che, pur rivolta a un pubblico giovane, non rinuncia a una stratificazione di senso capace di parlare trasversalmente a diverse età. La drammaturgia, sebbene ancora in fase di definizione, mostra un orientamento chiaro: il tema portante è quello della persistenza dei legami affettivi e del modo in cui le persone amate continuano a vivere dentro di noi, lasciando traiettorie che possiamo seguire, reinventare ma anche tradire. La scelta di affrontare tale tema attraverso immagini poetiche e simboliche conferisce allo studio una qualità di “leggerezza pensante”, un equilibrio tra immediatezza e profondità che, insieme ad un tono ironico che sottintende tutto il lavoro, costituisce uno dei suoi punti di forza. Da affrontare ancora il tema di chi darà voce ai personaggi: continuerà ad essere una voce presente ma esterna oppure le brave animatrici porteranno anche le voci delle creature che animano? I personaggi che popolano questo universo, sono comunque già ben caratterizzati e funzionali alla dinamica drammaturgica. Figure tenere, stralunate che pongono quelle domande esistenziali che attraversano tanto l’infanzia quanto l’età adulta.

Maisa e il gabbiano remoto – Collettivo LAN-DE-SÌ/Teatro al Quadrato
L’ultimo lavoro analizzato all’interno del percorso di “Criticare ad arte” è “Maisa e il gabbiano remoto”, un progetto che affronta con sensibilità uno dei temi più urgenti nel teatro rivolto alle nuove generazioni: la complessità della costruzione identitaria e il diritto di ciascun bambino e bambina ad esplorare forme di sé non previste dai modelli che la società e, in questo caso, il sistema educativo, tenta di imporre. Lo spettacolo del Collettivo LAN-DE-SÌ, sostenuto dal Teatro al Quadrato, si colloca infatti in una zona critica particolarmente interessante, interrogando il rapporto, spesso conflittuale, tra creatività infantile e dispositivi normativi. Il contesto scolastico messo in scena assume una funzione quasi paradigmatica: un ambiente che propone risposte precostituite e aspettative univoche, incapace di accogliere la complessità e la ricchezza immaginativa di Maisa, bambina dotata di un pensiero e di un immaginario che eccede continuamente i confini stabiliti. La domanda rituale del maestro “Che farai da grande?” diventa così una soglia simbolica, una pressione identitaria prematura che Maisa non può e non vuole soddisfare. L’assenza di una risposta non è mancanza: è resistenza, è il rifiuto di aderire a un percorso lineare che non le appartiene. È attraverso il disegno, gesto generativo e spazio di libertà, che Maisa trova una via alternativa: tracciando segni su ogni superficie possibile, apre varchi narrativi che le consentono di incontrare Hugo, il bambino del faro. La figura di Hugo agisce quasi come un alter ego immaginifico, un compagno che non si limita a sostenere la protagonista, ma le offre un orizzonte ulteriore, una possibile articolazione del suo desiderio di crescere fuori dai codici prestabiliti. È in questo incontro che si manifesta il cuore poetico dello spettacolo: l’identità come processo aperto, come possibilità che si costruisce attraverso relazioni, fantasie, deviazioni. La costruzione scenica sostiene con coerenza tale impianto tematico. Le immagini possiedono una qualità pittorica quasi materica: la scenografia si configura come un dispositivo di apertura che si trasforma da banco di un’aula scolastica a zattera in mezzo al mare, capace di spalancare letteralmente e metaforicamente finestre su paesaggi senza orizzonte, aiuta a definire un ambiente che non rappresenta semplicemente lo spazio, ma lo dilata, lo trasfigura, lo rende quasi specchio al mondo interiore dei personaggi. Troviamo che ci siano alcune questioni legate al ritmo che andrebbero riviste: una drammaturgia lievemente alleggerita e una calibratura più attenta delle transizioni potrebbero rendere ancora più fluido il percorso emotivo dello spettacolo. Ciò non intacca, però, la solidità della proposta: il lavoro si presenta come un progetto scenico di notevole interesse, capace di coniugare urgenza di raccontare una storia, forza visiva e un approccio rispettoso dell’infanzia come spazio di possibilità e non di addomesticamento.

LA NUOVA FANTASIA – Compagnia Dendi_Nardin
Il festival Trallallero 2025 si conclude con “La nuova fantasia” un omaggio a Bruno Munari che sceglie il linguaggio del circo-teatro per restituire al pubblico la sua lezione più luminosa: la fantasia come forma di conoscenza, come possibilità concreta di abitare il mondo con levità. È uno spettacolo che sembra voler riconciliare due dimensioni in attrito: da un lato la frenesia che pulsa fuori dal teatro, il ritmo incessante delle nostre giornate e dall’altro quella regione interiore, fragile e tenace insieme, in cui ancora siamo capaci di stupirci e sognare. La scena diventa così un grande campo di gioco, uno spazio di confine in cui l’improbabile diventa possibile e l’inverosimile sensato. Tutto ciò che appare sulla scena non è semplice decorazione, ma materia viva di un immaginario condiviso: un universo in cui gli oggetti prendono forma, si trasformano, si animano, dove l’autore restituisce il senso profondo della lezione del celebre testo di Munari “Fantasia”, in cui la creazione è un processo naturale, necessario, quasi fisiologico. Qui il palco diventa un laboratorio di possibilità, una fabbrica di ordine poetico che si struttura davanti agli occhi di spettatori di ogni età con limpidezza inattesa. Il circo, con il suo lessico di acrobazie e giocolerie è il linguaggio scelto per tradurre questa dimensione creatrice. E si rivela un linguaggio perfetto: capace di unire stupore e rigore, libertà e precisione. I personaggi che abitano la scena, figure buffe e barbute, conquistano sin da subito per quell’innata simpatia che disarma e quindi accoglie. Li si segue con crescente attenzione nell’attesa curiosa della successiva invenzione ingegnosa, del nuovo cortocircuito tra gesto e oggetto, tra equilibrio e caduta. L’universo scenico è popolato da palle, palline, palloni che strutturano lo spazio e ne determinano le logiche. Ogni oggetto è agito con maestria, trasformato in complice, in partner di scena, in generatore di storie. I performer si rivelano così abili giocolieri e acrobati, pittori di una realtà altra, fatta di esseri simili tra loro eppure unici, che vivono seguendo il proprio ritmo interno, facendo cose apparentemente strambe ma che rifiutano ogni automatismo restituendo così al gesto una purezza primordiale. In questo mondo niente è scontato e tutto è possibile e la fantasia diventa un vero e proprio atto di resistenza, una pratica di conoscenza. E così il festival non termina ma lascia un piccolo varco, un passaggio segreto verso quella parte più libera e infantile che troppo spesso mettiamo a tacere ma che invece è il modo più profondo di restare.

ROSSELLA MARCHI



Stampa pagina 


Torna alla lista