
VINCENZO SARDELLI E'STATO PER EOLO AL FESTIVAL '' TERRA ROSSA' 'DI CEGLIE MESSAPICA
Terra Rossa, il teatro in Valle d’Itria che torna alla fontana
Ci sono festival che cercano il prestigio del nome, la quantità degli eventi, il rumore della comunicazione. Terra Rossa invece sceglie la sottrazione. Sceglie il tempo lento di una piazza. O, meglio, quello che una volta era più di una piazza. Sobb’Asile, la vecchia fontana di Ceglie Messapica, era il luogo dove la comunità si incontrava quando l'acqua non arrivava ancora nelle case. Si andava con i secchi. Si aspettava il proprio turno. Si parlava. Si litigava. Si raccontava. Le storie circolavano insieme all'acqua.
È da questa memoria che nasce il festival ideato e curato da Armamaxa, con la direzione artistica di Enrico Messina e Daria Paoletta. Non una semplice rassegna teatrale, ma un’operazione culturale che restituisce senso a uno spazio urbano attraverso il racconto. Il luogo non è una scenografia. È il primo protagonista della manifestazione. Le sedie disposte davanti alla fontana, in uno spazio ottocentesco. Il tramonto che lentamente lascia spazio alle luci calde della sera. L’arrivo continuo di famiglie, bambini, anziani e curiosi trasformano ogni spettacolo in un gesto collettivo prima ancora che artistico. Anche la struttura del programma rivela un pensiero preciso. I laboratori pomeridiani per l’infanzia non rappresentano un semplice prologo alle serate. Sono parte integrante della stessa idea di teatro. Costruire storie, inventare personaggi, disegnare mondi significa educare all'immaginazione prima ancora che allo spettacolo. E quando, poche ore dopo, quei bambini prendono posto tra il pubblico, il loro ascolto appare diverso. Più partecipe. Più consapevole.
L’apertura con Confessioni di un lupo cattivo di Luca Pastore è una dichiarazione d’intenti. Il lupo più famoso delle fiabe entra in scena con una valigia, un cilindro, un coniglio finto, una giacca bordeaux e pantaloni scozzesi. È metà illusionista, metà clown, metà attore di varietà. Una figura già buffa prima ancora di parlare. Da subito il pubblico rompe ogni convenzione. I bambini interrompono, commentano, correggono, anticipano. Sembrano una classe ingestibile. In realtà sono il motore dello spettacolo.
Con Orlando. Furiosamente solo rotolando, Enrico Messina cambia completamente atmosfera. Il dispositivo scenico è ridotto all'essenziale: una camicia bianca, uno sgabello, un corno, qualche strumento sonoro, il marranzano siciliano. Da questa apparente povertà nasce una sorprendente ricchezza immaginativa. Accampamenti, cavalieri, armature, castelli e battaglie prendono forma soltanto attraverso la voce.
La sera, Schiaparelli Life con Nunzia Antonino cambia ancora il registro emotivo. Una poltrona di vimini, un elegante abito verde, luci morbide e il canto degli uccelli. La scena è quasi immobile. Antonino non imita Elsa Schiaparelli. Le presta il proprio corpo. Ne attraversa le ferite. La madre che le predice un destino miserabile. La fuga verso Londra, New York e Parigi. Il matrimonio fallito. La figlia Gogo colpita dalla poliomielite. Le difficoltà economiche. I rifiuti. La paura.
L'ultima giornata propone Un'Odissea di Francesco Picciotti, forse lo spettacolo che sintetizza lo spirito dell’intera manifestazione. La scena ricorda il ponte di una nave. Ma ogni oggetto è anche uno strumento musicale costruito assemblando materiali comuni. Legno, metallo, corde, ferri recuperati acquistano una doppia identità. Sono scenografia e orchestra insieme. Sono i mostri, le sirene, i venti, il mare.
Ed è proprio questa la cifra più riconoscibile di Terra Rossa. Ogni spettacolo è diverso per linguaggio, estetica, pubblico di riferimento. Eppure tutti sembrano convergere verso la stessa idea di narrazione. Raccontare significa costruire relazioni. Non esibire competenze. Non stupire con effetti speciali. Ma creare uno spazio in cui chi ascolta possa riconoscersi.
In un'epoca in cui molti festival sembrano consumarsi nella frenesia del cartellone e nell’accumulo delle proposte, Terra Rossa sceglie invece la permanenza. Ogni sera il pubblico torna nello stesso luogo. Ritrova le stesse sedie, la stessa fontana, gli stessi volti. Cambiano le storie, ma rimane la comunità dell’ascolto. È un gesto apparentemente semplice. In realtà profondamente politico.
Terra Rossa, il teatro in Valle d’Itria che torna alla fontana
A Ceglie Messapica la sesta edizione del festival diretto da Enrico Messina e Daria Paoletta conferma una vocazione rara: riportare il teatro dove un tempo si costruivano le comunità. Tre giorni di narrazione, laboratori e spettacoli che attraversano l'infanzia e l'età adulta senza separarle mai davvero. Perché le storie, quando sono autentiche, appartengono a tutti.
È da questa memoria che nasce il festival ideato e curato da Armamaxa, con la direzione artistica di Enrico Messina e Daria Paoletta. Non una semplice rassegna teatrale, ma un’operazione culturale che restituisce senso a uno spazio urbano attraverso il racconto. Il luogo non è una scenografia. È il primo protagonista della manifestazione. Le sedie disposte davanti alla fontana, in uno spazio ottocentesco. Il tramonto che lentamente lascia spazio alle luci calde della sera. L’arrivo continuo di famiglie, bambini, anziani e curiosi trasformano ogni spettacolo in un gesto collettivo prima ancora che artistico. Anche la struttura del programma rivela un pensiero preciso. I laboratori pomeridiani per l’infanzia non rappresentano un semplice prologo alle serate. Sono parte integrante della stessa idea di teatro. Costruire storie, inventare personaggi, disegnare mondi significa educare all'immaginazione prima ancora che allo spettacolo. E quando, poche ore dopo, quei bambini prendono posto tra il pubblico, il loro ascolto appare diverso. Più partecipe. Più consapevole.
L’apertura con Confessioni di un lupo cattivo di Luca Pastore è una dichiarazione d’intenti. Il lupo più famoso delle fiabe entra in scena con una valigia, un cilindro, un coniglio finto, una giacca bordeaux e pantaloni scozzesi. È metà illusionista, metà clown, metà attore di varietà. Una figura già buffa prima ancora di parlare. Da subito il pubblico rompe ogni convenzione. I bambini interrompono, commentano, correggono, anticipano. Sembrano una classe ingestibile. In realtà sono il motore dello spettacolo.
Pastore dimostra un controllo scenico notevole. Non cerca mai di disciplinare quell’energia. La utilizza. Ogni intervento diventa occasione di improvvisazione. Si passa dai quiz ai cori, dai battimani alle corse sul posto, fino a improbabili balletti rap e a un irresistibile omaggio ai Village People che trasforma il lupo in una caricatura delle paure contemporanee. L’animazione di pupazzi e maschere moltiplica continuamente i punti di vista. Il lupo non è più il cattivo per definizione. È un personaggio che mette in discussione gli stereotipi e arriva perfino a bandire un concorso per trovare il “lupo del futuro” tra i bambini presenti. Si ride molto. Ma senza mai scivolare nella banalità.
Messina si inserisce consapevolmente nella tradizione dei cantastorie meridionali. Non cita Ariosto come un classico da museo. Lo restituisce alla sua natura orale. Orlando, Angelica, Bradamante, Carlo Magno, i saraceni ritrovano il ritmo di una storia raccontata attorno al fuoco o, appunto, presso una fontana. Le continue variazioni vocali distinguono i personaggi senza bisogno di costumi. Le onomatopee evocano cavalcate e duelli. Il testo, riscritto con intelligenza, lascia comunque emergere qua e là la lingua originale, quasi a ricordare la profondità di quella tradizione. Qualche passaggio può risultare impegnativo per i più piccoli, ma proprio questa scelta evita qualsiasi infantilizzazione del racconto.
DARIA PAOLETTA/ IL FIORE AZZURRO
Il secondo giorno offre forse il momento di maggiore equilibrio tra leggerezza e profondità. Il fiore azzurro di Daria Paoletta affronta il tema dell'identità attraverso il viaggio di un bambino appartenente alla cultura tzigana. Accanto all'attrice vive un pupazzo dagli occhi enormi, curioso, monello, capace di conquistare immediatamente il pubblico. Paoletta lo anima con una precisione sorprendente. Sembra quasi dimenticare la propria presenza per lasciare spazio a quella creatura di stoffa.
Il dialogo procede rapido. Le battute si rincorrono. Canti tzigani, improvvise inflessioni dialettali tra Foggia e Bari, riferimenti colti e momenti di metateatro convivono con una leggerezza rara. I bambini ridono anche quando non possiedono ancora gli strumenti per comprendere ogni allusione. E forse il teatro funziona proprio così. Prima emoziona. Poi, semmai, verrà la comprensione. Sotto la superficie giocosa affiora una riflessione sui popoli dimenticati, sulle minoranze, su chi continua a vivere ai margini. Il finale, con la ninna nanna tzigana condivisa insieme al pubblico, restituisce un'immagine di comunità che va oltre la semplice partecipazione.
Da quel dolore nasce la rivoluzione creativa della stilista. Una moda che dialoga con il Surrealismo, con Dalí, con Cocteau, con Man Ray. Una scarpa trasformata in cappello, bottoni che diventano insetti, materiali industriali elevati a linguaggio artistico. Ma soprattutto una donna che rifiuta il fascismo e qualsiasi riduzione propagandistica del proprio talento. Antonino racconta tutto con una recitazione misurata, costruita su frasi brevi e immagini essenziali. La sedia diventa gabbia quando parla della famiglia. Rifugio quando ricorda la figlia. Trono quando rivendica la propria indipendenza.
Picciotti racconta Ulisse come il primo grande esploratore dell’infanzia. Il viaggio non è più soltanto il ritorno a Itaca. Diventa la scoperta del mondo attraverso lo stupore. Ogni incontro genera un suono diverso. Ogni creatura possiede una propria voce musicale. Il racconto procede senza mai separare parola, ritmo e gesto. Gli oggetti non illustrano la narrazione: la producono. È un teatro artigianale nel senso più alto del termine, dove l'invenzione scenica nasce dalla fantasia e non dalla tecnologia. Ancora una volta il pubblico dei bambini segue con attenzione, ma sono gli adulti a ritrovare, forse, quella capacità infantile di attribuire vita agli oggetti.
In un'epoca in cui molti festival sembrano consumarsi nella frenesia del cartellone e nell’accumulo delle proposte, Terra Rossa sceglie invece la permanenza. Ogni sera il pubblico torna nello stesso luogo. Ritrova le stesse sedie, la stessa fontana, gli stessi volti. Cambiano le storie, ma rimane la comunità dell’ascolto. È un gesto apparentemente semplice. In realtà profondamente politico.
Forse è proprio questo il lascito più importante della manifestazione pugliese. Ricordarci che il teatro non nasce nei grandi edifici. Nasce molto prima. Attorno a un pozzo. A una fontana. In una piazza. Dove qualcuno comincia a raccontare. E qualcun altro, senza quasi accorgersene, decide di fermarsi. Ad ascoltare.
VINCENZO SARDELLI


