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recensioni
SEGNI D'INFANZIA NEW GENERATION FESTIVAL A MANTOVA
IL REPORT DI MARIO BIANCHI DELL'EDIZIONE 2019

Come ogni anno è tornato a Mantova, dal 26 ottobre al 3 novembre, SEGNI New Generations Festival, l'evento culturale e internazionale di teatro, arte e spettacolo, dedicato a bambini, ragazzi, scuole e famiglie, giunto alla sua XIV edizione, organizzato dall’Associazione Segni di infanzia e diretto con pervicacia da Cristina Cazzola.
Il Simbolo animalesco di quest'anno è stato il maestoso cavallo di Giulio Romano, maestro a cui Mantova ha dedicato quest'anno una grande mostra che durerà sino a Gennaio, tratto dagli affreschi della volta nella Sala di Troia, del Complesso Museale di Palazzo Ducale.
Sono stati oltre 200 gli appuntamenti del Festival tra spettacoli, laboratori, incontri e focus con gli artisti e con gli operatori, ben nove spettacoli in prima nazionale. Tanti gli artisti internazionali provenienti in questa edizione da Danimarca, Olanda, Giappone, Canada e soprattutto Francia, da sempre paese privilegiato, grazie a diverse collaborazioni che si sono stabilizzate in questi ultimi anni.
Per gli operatori di settore, novità di questa edizione, sono stati i “Dialoghi sulle estetiche del teatro ragazzi in relazione ai linguaggi del contemporaneo in Europa “, una vetrina sull’estetica del teatro ragazzi con una selezione di spettacoli e una serie di colloqui fra artisti e direttori artistici per esplorare ogni anno le relazioni con un paese diverso. A moderare è Liv.in.g sono intervenuti Carlotta Garlanda, Cristina Carlini, Giuliana Ciancio e Giulio Stumpo in collaborazione con Stratagemmi/Prospettive Teatrali: Inoltre sono continuati gli Spuntini critici alle ore 19 alla Loggia del Grano con un gruppo di ragazzi giovani che hanno vivisezinato in modo molto arguto alcuni spettacoli proposti dal festival.
7 gli spettacoli a cui abbiamo assistito in tre giorni, diversissimi tra loro, nati in contesti e paesi diversi, ma che ci hanno testimoniato come il teatro dedicato alle nuove generazioni sia ancora vitale e fervido di stimoli per comprendere le dinamiche culturali e sociali della Contemporaneità.
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“Shake Shake Shake “, della compagnia olandese De Dansers di Guy Corneille e Josephine van Rheenen con i multiformi performer Ruben van Asselt, Guy Corneille, Yoko Ono Haveman, Marie Khatib-Shahidi, Wannes De Porre, Hans Vermunt, non è un vero spettacolo teatrale, ma qualcosa di più, un concerto assai particolare, dove danza, musica e canto si uniscono in un caleidoscopio di immagini e sentimenti che si riverberano sul pubblico degli adolescenti a cui lo spettacolo è dedicato. “Scuoti le tue emozioni, rilasciale agli altri “, sembrano dire al pubblico, che fa la stessa cosa in un turbinio di gesti e suoni di incandescente condivisione.
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Anche “Essere fantastico” mette in correlazione tre dinamiche diverse : ma qui sono tre paesi assai distanti tra loro che si uniscono, Giappone, Italia e Francia, attraverso tre linguaggi differenti, la musica, la pittura e la recitazione dove le storie la fanno da padrone, piccole storie che prendono vita nelle quali il pubblico dei più piccoli si può ritrovare. E' la nuova coproduzione del Teatro All'improvviso di Dario Moretti con i francesi Sémaphore e il Kinosaki International Arts Center di Toyooka City, dove l'artista mantovano ritorna al mondo della libera performance dando sfogo al suo magico pennello, dipingendo mondi fantastici, accompagnato dalla musica dal vivo di Saya Namikawa e dai racconti di Sandra Denis.
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Ecco poi la Danza con D maiuscola ad essere protagonista a Mantova con “ La Stella nascosta”.
È sempre molto importante quando un ente di rilevanza nazionale, non per questione di solo marketing, si incrocia con una compagnia di teatro ragazzi per produrre insieme una creazione di grande impatto produttivo ed emozionale. Così è avvenuto per uno spettacolo di danza, forma già così rara nel teatro ragazzi, per “La stella nascosta” che ha visto insieme l' Ater balletto e Accademia Perduta e la collaborazione di Reggio Children con al centro il tema della creazione della bellezza, vista attraverso l'arte della scultura
Su coreografie e scene di Saul Daniele Ardillo e la drammaturgia di Simone Giorgi, 4 danzatori accompagnati dalla voce di Claudio Casadio, narrano attraverso il gesto danzato, il mistero della creazione dell'artista.
La musica di Shubert, in cui si incuneano i rumori del martello che sbriciola il marmo, accompagna la gloria e la fatica dello scultore, che prova a plasmare la dura materia per farla vivere. Ecco che intorno a due blocchi di marmo i suoi dubbi, la sua fatica, la possibilità di mostrare sia la leggerezza sia la pesantezza, vengono trasmessi, attraverso la danza di altri tre performer, ai piccoli spettatori in un succedersi di immagini di forte evocazione Ora, come accade per lo scultore, finita l'opera, sarà però, secondo noi, necessario, ricalibrare il tutto, smussando l'eccessivo peso delle parole proposte, utilizzando solo quelle necessarie, per lasciare, senza inutili sottolineature, maggior e più libero sfogo alle emozioni dei piccoli spettatori.
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Al centro di “Copernico non ci credeva “, di Rocco Gaudenzi e Pablo Solari, interpretato da Andrea Delfino , vi è invece il concetto di verità e come questo concetto sia assai labile, proprio oggi, ai tempi di Internet, nonostante tutti i potenti mezzi scientifici che la nostra Società possiede.
E ciò avviene da lontano, partendo da Niccolò Copernico.
Niccolò Copernico, astronomo, matematico e presbitero polacco, è famoso per aver, attraverso procedimenti scientifici, propugnato, difeso e alla fine definitivamente promosso l'evidenza eliocentrica contro il geocentrismo fino ad allora sostenuto nel mondo cristiano.
Andrea Delfino con il suo libro, il “De revolutionibus orbium coelestium “, entra in scena, dialogando, servendosi anche di una grande lavagna, con i ragazzi e mettendoli subito davanti alla caducità del termine verità, attraverso diversi esempi concreti, in cui la labilità della conoscenza e della potenza dei nostri sensi, così diversi tra ognuno di noi, ci può ingannare.
Ma poi è la storia di Copernico , con rimandi anche a Galileo e Leopardi, a ritornare sovrana con la sua pervicacia ad usare la scienza e la ragione per ricercare la verità per sovvertire le fugaci credenze del tempo, legate solo ad autorità che nulla avevano sperimentato scientificamente.
E lo fa in modo dolce e persuasivo spiegandolo anche al suo Papa in una lunga lettera che Delfino legge agli spettatori.
Una conquista della verità quella di Copernico e Galilei che parte però da lontano da tremila anni fa con i Babilonesi e come un lungo filo arriva ad Alessandria d’Egitto a Tolomeo, gli Arabi a Baghdad per raggiunge Toledo e che l'attore narra agli adolescenti. Lo spettacolo, coraggiosamente prodotto da Mamimò, essendo all'inizio del suo percorso, avrebbe bisogno di altri momenti più teatrali e meno esplicativi, con anche altri riferimenti alla Contemporaneità, ma ci è parso un buon viatico da proporre ai ragazzi,in un momento della loro vita così bisognoso di certezze da verificare con maturità e partecipazione.
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“Angeli di terra “ la nuova creazione di Scarlattine, parte da dove era finita l'ultima, “Dall’altra parte “ che trattava in modo leggero e condiviso il tema della morte. Là l'argomento veniva proposto in modo leggero e poetico con le parole di Giusi Quarenghi, là la terra era simbolo di morte, di riposo infinito, qui, invece, sempre con le rade e necessarie parole di Giusi è la nascita ad essere al centro del discorso, attraverso tre verbi di primaria importanza per la nostra esistenza che vedono sempre come protagonista la terra: setacciare, amalgamare, aggiungere acqua, come linfa vitale per far rivivere ogni cosa.
Protagonisti sono due esseri misteriosi, distopici, che si muovono all'interno di una specie di macchina, dove luci e rumori si riverberano per tutta la scena, alludendo ad un mondo dove la vita sembra essere scomparsa, ma dove risuonano suoni, rumori, vibrazioni e dove la voce di un bimbo rischiara il buio. E la terra inizia a essere setacciata, amalgamata, modellata e così l'elemento torna a essere fecondo, avviando il miracolo della vita. Uno spettacolo coraggioso, a volte forse ancora troppo rarefatto, ma che continua in modo assolutamente fervido e originale il percorso di Anna Fascendini, che ha scritto lo spettacolo con Diego Dioguardi,qui in scena con Stefano Pirovano per un teatro rivolto ai cuccioli d'uomo.
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Una delle metologie più ricorrenti oggi della narrazione è quella di raccontare ai ragazzi la vita di uomini illustri, attraverso le tappe più significative della loro esistenza, arricchendola di anneddoti particolari per approfondirne meglio la loro personalità. “Mi chiamo Andrea e faccio fumetti” il nuovo spettacolo del Teatro dell'Argine di Christian Poli con la regia di Nicola Bonazzi, cerca in diverso modo di fare questo, narrandoci la storia del famoso e tormentato fumettista Andrea Pazienza, il creatore dei mitici, Penthotal, Zanardi e Pertini non solo ricostruendo le linee essenziali della sua esistenza, ma cercando di restituirci tutte le valenze positive e negative di un'epoca del nostro paese. Tutto ciò avviene da uno sguardo molto particolare, da un attore che si chiama Andrea come lui e che come lui fa i fumetti, che come lui ha una passione per quest'arte meravigliosa. Il nostro Andrea si chiama Santonastaso che quando era più giovane ha avuto la ventura di vedere da lontano il suo idolo, anche se non ha avuto il coraggio di fargli vedere le sue prime opere. Le due passioni per un 'arte così particolare, che nello spettacolo Andrea Santonastaso utilizza riempiendo un grande fondale bianco di immagini su cui si staglia la sorniona fisionomia di Pazienza, si fondono insieme, per far vivere ai ragazzi la fantasia spasmodica di un artista eccezionale che ha rivoluzionato il Fumetto nel nostro paese, ma nel medesimo tempo narra dei fermenti presenti nei meandri di ogni adolescente che vuole cambiare il mondo e di un periodo del nostro paese gli anni 70,che al contrario degli anni che ora stiamo vivendo, era pieno di vulcanica speranza di sovvertire le regole civili di un mondo che non ci piace. Uno spettacolo poetico e commovente nella sua forza evocativa di un mondo e di un'arte che non c'è più.
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Una delle grandi prerogative del Teatro ragazzi è la forza del suo repertorio che ha in sé la caratteristica di non tramontare mai, potendo cambiare i suoi referenti, i quali, come del resto la vita, riescono ogni volta a rinnovarsi. Una delle sue prove più interessanti ci è accaduta a Mantova nel rivedere intatto nella sua meravigliosa lievità e freschezza, dopo 10 anni, uno dei must di Teatro Giocovita “Ranocchio”, lavoro del 2009, tratto dall’opera dell’illustratore olandese Max Velthuijs, La storia esemplificatrice del verde Ranocchio innamorato di Anatra Bianca in cui fa capolino anche la morte e dei loro amici Topo, Porcellino e Signor Lepre, è riuscita ancora dopo tanti anni nella sua poetica semplicità, ad incantare i bambini e non solo loro, attraverso le multicolori ombre di Federica Ferrari e con la regia Fabrizio Montecchi che si riverberano magicamente su schermi e stoffe di varie dimensioni, e il nuovo cast, formato da Tiziano Ferrari e Deniz Azhar Azari.
MARIO BIANCHI