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Eolo
recensioni
A Parma la compagnia dei bambini
Le riflessioni di Cira Santoro e Pietro Floridia sulla prima 'uscita pubblica 'del progetto

Dal 10 al 12 dicembre al Teatro al Parco di Parma è andato in scena 'L’inizio '. Da Platone a Rilke, da Don Milani a un capo Sioux, dodici bambini rivivono le parole dei Grandi, per aprire un dialogo con gli adulti della città, la prima fase del progetto diretto da Letizia Quintavalla “La Compagnia dei Bambini”

Il teatro come strumento, le parole come arma con la quale i bambini aprono un dialogo con gli adulti della città e del territorio. Un dialogo dove i motori primi di questo incontro, diversamente da quanto impongono anagrafe e abitudini, sono proprio i bambini.
E’ questa l’idea forte del progetto di una Compagnia Stabile formata interamente di bambini rivolta agli adulti promossa dal Teatro delle Briciole, con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma e della Fondazione Monte di Parma.
La strada che ha condotto all’allestimento de “L’inizio” è stata percorsa con la collaborazione di Mariangela Gualtieri, fondatrice del Teatro Valdoca e voce tra le più autorevoli della poesia contemporanea, autrice del 'Sermone ai cuccioli della mia specie ', struggente ammonimento ai bambini affinché la loro salvezza sia anche d'aiuto all’umanità degli adulti. Grazie alle parole del Sermone, e alla voce della poetessa che le pronuncia, conosciuta prima tramite una registrazione e poi di persona, i bambini hanno iniziato a condividere e scambiare idee, a verificare ipotesi poetiche, a proporre testi.
Dal Sermone i bambini sono partiti e hanno condotto una ricerca sulle parole dei Grandi, grandi poeti e grandi pensatori: Platone, Rilke, Nietzsche, Pasolini, Don Milani. Ma anche un Capo Sioux. “Grandi parole portate da piccoli corpi. Voci che fanno tentativi per riconoscere il silenzio e il peso di ogni dire”, spiega la regista. “A partire da questa prima azione teatrale il progetto si propone, in un lento attraversamento, di ricordare il pensiero degli umani rileggendo le parole che hanno indagato l’ignoto. Una cosmologia che si ricordi del passato per immaginare un futuro e per evitare di vivere in questo eterno presente imposto da uno strabordante consumo che cancella Storia e Antenati”.


Abbiamo chiesto a Cira Santoro, direttrice del Teatro Testoni di Casalecchio di Reno e appassionata compagna di viaggio del teatro ragazzi italiano e a Pietro Floridia regista e autore del Teatro dell'Argine che hanno assistito all'evento di recensire a modo loro per Eolo questo singolare spettacolo

All’Inizio c’è il suono e un cielo stellato che invade il palco. Fondale, quinte e pavimento diventano spazio, in senso astronomico. Uno squarcio d’universo in cui appaiono piccoli umani. All’Inizio ci sono loro, che si guardano intorno smarriti, curiosi, divertiti, in procinto di creare. Sono ombre che si muovono tra le stelle, sono voci che si mescolano al suono; sono bambini che a vederli lì, tutti insieme, fanno quasi paura. La loro potenza è come quell’incudine al centro della scena - nella penombra profilo di un toro –che una bambina percuote con due grandi martelli, tamburo di metallo che segna il ritmo alle oniriche musiche dal vivo di Alessandro Nidi.
La compagnia dei bambini di Letizia Quintavalla, in questo primo momento pubblico fa pensare non solo all’Inizio di un progetto da cui aspettarsi ancora delle sorprese, ma soprattutto a un ordine primordiale, a un’origine del tutto, alla radice della creazione di cui i bambini sono metafora ed espressione, l’Inizio, appunto. Lo spettacolo si dipana tra momenti corali e presenze solitarie: da ricordare in particolare quella del più piccolo attore del gruppo che, armato di un lungo bastone accompagna con la sua presenza i versi di Mariangela Gualtieri dedicata ai cuccioli della nostra specie. Quel cucciolo, che in alcuni momenti fa pensare al pastore errante dell’Asia di leopardiana memoria, conserverà nella maglietta, per tutto lo spettacolo, un mucchio di castagne, che al momento degli applausi lascerà cadere divertito come pioggia e come dono.
In quaranta minuti densi di rimandi e di suggestioni che vanno dalla mitologia classica a Kubrick, dalla poesia alla parola dei filosofi, dal Signore delle Mosche a i ragazzi della via Paal ciò che sorprende non sono i bambini ma la loro forza. Essi non sono lo specchio rassicurante di adulti capaci di addestrarli, ma esseri con una propria dignità, differente, capaci di dire parole pesanti e pensanti, e, forse, come chiede la Gualtieri nel suo sermone, in grado di lanciare un’ancora di salvezza a un mondo che ha bisogno di un nuovo inizio.
CIRA SANTORO


Scriveva Pavese “L’importante è essere sempre all’inizio.”
L’inizio. L’origine. Prima di adattarsi al gioco che non giochiamo ma che ci gioca. Il gioco del commercio, della carriera, della posizione a tutti i costi. Il gioco in cui le parole divengono strumenti del potere e non l’altra faccia del mondo. Perché mi è piaciuto così tanto lo spettacolo “L’inizio” della neonata Compagnia dei bambini con le parole di Mariangela Gualtieri?
Perché mi ha messo davanti un altrove, un fuori, un non qui verso cui tendere, come un ramo a cui aggrapparsi proprio perché è al di fuori delle sabbie mobili dentro cui sto affondando. Mi spiego meglio. Quando il sipario si alza, si alza su una lontananza. Anzi meglio, su due lontananze: i bambini e la poesia. Bambini e poesia che nel perfetto rapporto reciproco che la regia ha instaurato, si illuminano a vicenda di una luce diversa da quella con cui siamo abituati a vederli (o a non vederli) nella vita di tutti i giorni. Quei bambini e quelle parole divengono incarnazione di un rapporto immediato e totale col mondo, di una adesione organica con la Ma’, la madre natura, di un’appartenenza calda e semplice, di una modalità di EsserCi che tutti abbiamo provato, per esempio, quando da bambini giocavamo, quando il tempo scompariva, quando la mente e il corpo erano un tutt’uno, quando nominare le cose significava farle nascere, quando parlavamo ai giocattoli e loro ci rispondevano, quando parlavamo agli animali e loro ci rispondevano, quando parlavamo agli alberi e loro ci rispondevano, quando diventavamo quello che la nostra immaginazione immaginava…
E che poi abbiamo perduto. Separati dal giardino, separati da noi stessi, separati dalle cose, a volte proprio a causa di quelle parole che un tempo ci univano al mondo. Perduta la poesia, abbiamo perduto un fare, il fare artigiano e miracoloso che ci faceva creare le cose attraverso le parole, con la stessa naturalezza che farci da noi un giocattolo, una fionda col ramo d’un albero. Ma così abbiamo perduto anche il rapporto con il mondo, quel sentirci di casa ma una casa che continuavamo a scoprire con immenso stupore. Già, lo stupore dell’inizio.
Le parole hanno cessato di essere presenti come le cose. Con un corpo, con un suono, fatte di materia. Nel nostro uso di adulti, sono diventate nemiche delle cose, nuvole che ci impediscono di vedere il sole, strumenti di un potere che cerca definizioni, inquadramenti, recinti, ciascuno al suo posto, tu incluso, tu escluso.
Ma forse una speranza c’è. Per questo mi è piaciuto così tanto questo spettacolo. Perché non indica soltanto qualcosa che abbiamo perduto. E' sì portatore di un altrove, in un certo senso di una (u)topia, ma è un altrove contiguo, non è chissà dove, non è al di là di una rivoluzione di classi e società. Può essere dentro una crepa nel muro, dentro piccoli gesti alla portata, dentro i rapporti col bambino che da qualche parte è ancora dentro di noi, dentro i rapporti con i nostri figli, dentro uno sguardo di stupore, di sospensione, di dono, di ri-conoscenza per l’albero che ho davanti alla mia finestra mentre scrivo queste righe. Prima o poi qualcuno tornerà a riarrampicarcisi sopra.
PIETRO FLORIDIA

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