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Eolo
recensioni
A Roma tra Latella e Calder
Suggestioni di Teatro di figura in alcuni eventi a Roma di Antonietta Sammartano

Suggestioni romane Chi si sia trovato in questo periodo dell’anno, fra gennaio e febbraio, a Roma, ha potuto constatare che le suggestioni offerte dal teatro di figura sono state varie e particolarmente singolari.
Si comincia con la bellissima mostra allestita (fino al 7 marzo) alla Casa dei Teatri a villa Pamphili, Nella bocca dell’immaginazione, curata da Andrea Mancini, in cui sono presenti alcuni fra i più significativi artisti del Teatro di Figura e non solo. Con Scabia , Cinelli, Schuster, Moretti e la presenza anche di Baliani, Chiarenza e Cipriani le piccole sale della “casina” si sono animate di leggeri e impalpabili segni, di alberi magici e demoni e streghe, ma anche di colorate e vaporose marionette.
Antonio Latella , il geniale regista campano-germanico, ha messo in scena al teatro Argentina una singolare edizione delle Nuvole di Aristofane, con solo quattro attori, là dove nelle tradizionali realizzazioni di questa commedia greca la scena è quanto mai affollata e vivace. La regia di Latella ha supplito al ridotto numero di presenze in scena, con l’utilizzo di una marionetta di gomma piuma indossata come nel teatro bunraku, di una maschera e di una quanto mai suggestiva apparizione , calata dall’alto, di un reticolo sottilissimo di scarnificati scheletri figuranti le onnipotenti Nuvole. Apparizioni tutte che discendono direttamente dal teatro di figura.
Anche Emma Dante, regista al centro di molta attenzione per il suo lavoro sul corpo degli attori, sui testi che vanno a sondare la cruda realtà del mondo infimo degli “altri”, ha utilizzato nel suo ultimo laboratorio Acquasanta presentato al Valle il 25 gennaio la metafora della marionetta per il personaggio del marinaio lontano dal suo elemento naturale, l’acqua appunto.
La suggestione che però colpisce di più la si può incontrare nella interessantissima e fondamentale esposizione delle opere di Alexander Calder (fino al 14 febbraio al Palazzo delle Esposizioni), il grande artista statunitense (1898-1976). Qui è la scultura (ma è giusto chiamarla così?) a muoversi incontro alle forme così congeniali a chi mette in scena spettacoli dove la presenza è altra da quella dell’attore. Calder lavora essenzialmente con il fil di ferro o, comunque, con materiali che non si riconducono alla scultura “normalmente” intesa, come il vetro, lo spago o le lamiere industriali. I suoi “mobile” o “mobiles”secondo Duchamp, sono un altro aspetto delle invenzioni che i burattinai, i marionettisti o, comunque, tutti coloro che fanno teatro di figura utilizzano o utilizzerebbero. La vacca del 1929 che se alza la testa fa sì che si sollevi la coda e deponga una “torta” spiraliforme da un gancio fissato in cima alla coda; Le scimmie del 1928 appese a un filo, il Circus Scene del 1929 con cinque figure del circo che potrebbero muoversi da un attimo all’altro; La Croisière del 1931 dove una pallina bianca e una nera giocano a rincorrersi; Object with red ball sempre del’31 passibile di mutamento agli occhi del visitatore-spettatore; Small Sphere and heavy Sphere dove una, la piccolissima, delle due sfere che pendono dall’alto, si muove casualmente colpendo ora uno ora un altro oggetto in un continuo rinnovamento, non sono forse spettacolo? Spettacolo sono anche tante delle altre , come chiamarle?, composizioni di compensato, lamiera, tubi, filo di ferro, spago e pittura come White Panel del ’36 o Little feathers una piuma che dondola leggera, ma anche Untitled del ’29 in cui quattro sfere appese al soffitto campiscono lo spazio o Red panel del 1938 e Spines del’40, c’è anche un Tightrope (funambolo) del’36, un manichino senza braccia con tre gambe (Critter without arms) del 1974, creato due anni prima della morte nella stessa sala dove da un albero viene un fruscio di foglie (Scarlet digitals Tree). Del resto che Calder fosse proteso al teatro lo dimostra il lavoro che fece nel 1968 per il Teatro dell’Opera di Roma, il celebre Work in progress, scenografia per musiche di Aldo Clementi e Maderna, fra gli altri, dove si divertì a far girare dei ciclisti intorno a una scena vuota, utilizzò per la prima volta materiali a lui non congeniali, dove collocò in scena un albero, questo sì fatto di fil di ferro, con tanti uccellini colorati che dondolavano dai rami al suono di musica elettronica. Un paziente restauro dei materiali di Work in progress permette di rivedere nelle sale e nel foyer del Teatro dell’Opera di Roma fino al 30 marzo questa esperienza di teatro di uno scultore che, forse, proprio al teatro aveva guardato per tutta la vita.
Sono solo suggestioni, ma forse proprio perché non te le aspetti coinvolgono ancora di più.
Antonietta Sammartano

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