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Eolo
recensioni
VIA PAAL 2010
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI CON DUE SGUARDI DI CIRA SANTORO E FABRIZIO VISCONTI

Via Paal - Lo spettacolo dei bambini V Edizione - 16/19 giugno 2010

Dal 16 al 19 Giugno si è tenuta a Gallarate la quinta edizione di “Via Paal, lo spettacolo dei bambini” il festival organizzato dalla Fondazione Culturale di Gallarate e diretto da Adriano Gallina che quest'anno aveva come sottotitolo “Bolle di sapone” ed infatti la Kermesse dedicata al teatro dell'infanzia si è aperta e si è chiusa con due “ omaggi all'arte scenica “delle bolle di sapone. In apertura “Ribolle” operetta per bolle di sapone senza parole, la suggestiva creazione di Renzo Lovisolo e Michelangelo Ricci ed in chiusura ”Scherzo in si-be-bolle” gustoso spettacolo di strada di bolle di sapone e clownerie di Michele Cafaggi e Claudio Cremonesi. Diciannove spettacoli situati nei consueti spazi teatrali, offerti dalla cittadina lombarda, con l'aggiunta di uno spazio di eccezione, la nuova galleria d'atre Ma*Ga e poi mostre con creazioni originali delle scuole gallaratesi, laboratori e dimostrazioni di lavoro.
Livello sostanzialmente alto quello delle creazioni presentate a Gallarate anche con qualche punta di eccellenza con spettacoli sempre interessanti, pieni di spunti e molte sorprese a cominciare dal primo spettacolo ”Mammapapà” con Stefano Cipiciani ritornato in scena nel teatro ragazzi dopo l'emozionante “Ricordi con guerra” in cui riprendeva il personaggio creato per “Corvi di Luna “ di Marco Baliani.
E poi il giorno dopo ci sono Renata Coluccini autorevole e misteriosa Lavapaure nello spettacolo del Teatro del Buratto e Gianni Franceschini , pittore ed attore magnifico che inventa mondi meravigliosi vicino al suo illustre collega Modigliani
Altra sorpresa poi una prima di repertorio( a testimonianza come le più fervide produzioni di teatro ragazzi difficilmente possono essere messe in un cassetto) la riproposizione in nuova veste de “La bella addormentata” fortunata versione della celebre fiaba della compagnia pugliese “ La luna nel letto” che rappresentò il primo exploit creativo di Michelangelo Campanale. Creazione, dati i tempi di crisi, coraggiosissima con in scena 5, dicasi 5 attori, tutti giovani e bravi, che giocano a rappresentare l'immortale fiaba di Rosaspina tra echi mediterranei ed atmosfere oniriche di accattivante bellezza.
E sorpresa tra le sorprese, come già l'anno scorso per “Fratelli”, la proposta di un cult del teatroragazzi “ Il grande racconto” di Bruno Stori del Teatro delle Briciole con Stefano Jotti di cui abbiamo affidato a Fabrizio Visconti. un commento da un'angolazione particolare.
Mentre “Core” di Nautai lo abbiamo affidato a Cira Santoro.
Da quest'anno poi giustamente Adriano Gallina ha riservato alla fine delle intense giornate del festival uno “ sguardo” speciale alle compagnie varesine per presentare alcuni momenti delle loro produzioni.Nell' articolato e funzionale spazio della compagnia InstabileQuick, gli operatori hanno potuto assistere ai trailer teatrali di Teatro Blu ( la collaudata ed intrigante seconda versione di Romeo e Giulietta)Eccentrici Dadarò(variazione clownesca sul mito di Jekyll e Hyde ), Cooperativa Il Sorriso, Progetto Zattera e ovviamente Instabile Quick( promettente creazione sulle difficoltà di due bambine alle prese con un trasloco). E poi in piazza, udite udite !, finalmente una nuova avventura del mitico Pirù, il famoso personaggio burattinesco inventato da Walter Broggini, questa volta alle prese con con la vendetta di Teodoro.

Le fiabe, come ovviamente c'era da aspettarsi, sono state l'elemento ispiratore di diversi spettacoli presentati a Gallarate.
Daniele Debernardi del Teatrino dell'Erba Matta ha narrato e ovviamente cantato, da par suo, attraverso una continua metamorfosi scenografica, a mo' di operetta comica, “I Musicanti di Brema”aiutato dalle scene Luigi Paletti e dai pupazzi di Rosalba Marsala. Come sempre istrionico nelle sue pirotecniche invenzioni, l'attore, animatore ligure, nell'affrontare con il suo stile scanzonato le celeberrime avventure dei quattrro animali musicanti, alla volta della città tedesca per suonare nella banda locale, ha realizzato anche un inno alla vecchiaia e alle sue molteplici potenzialità.
La giovane compagnia Franny&Zooey ha finalmente portato a termine “Viene buio Viene luce” finalista Premio Scenario Infanzia 2008, scegliendo di proporre lo spettacolo in un piccolo spazio a fronte ed in stretto contatto con il pubblico.
La storia è quella celebre di Vassilissa che, per avere il fuoco richiestole dalla perfida matrigna, deve affrontare in una notte buia la terribile Baba Jaga., andando incontro a prove impossibili ma con l'aiuto di una bambola, dono lasciatole dalla mamma in punto di morte, ovviamente riuscirà nell'impresa di farsi consegnare il fuoco dalla temibile strega.
La compagnia ricostruisce con gusto e fantasia la casa della Baba Yaga, concependola come uno spazio sonoro e visivo di fortissimo impatto emozionale, dove Rascia Darwissh e Mario Pola si muovono con efficace resa interpretativa. Da quello reale a quello modificato, dalla stereofonia al movimento, il suono accompagna tutta la storia. Vi è, è vero, qualche errore soprattutto di resa ed interpretazione della storia( la lontananza della bambola e la poca accentuazione del suo potere per esempio) ma che, opportunamente corretti, potrebbero rendere lo spettacolo una creazione veramente intrigante, una esperienza di formazione , unica per tutti i bambini
Proprio perchè il cuore centrale che rende meravigliosa e appassionante la storia, come succede magnificamente senza artifizi orrifici di sorta ne “La bambola in tasca” del Teatro delle Briciole, è proprio quella bambola che intrisa nel cuore della protagonista la spinge alla vittoria.
Il Laboratorio Mangiafuoco invece sceglie Mignolina di Andersen per imbastire con “Insù” un delicato spettacolo rivolto ai bambini del nido dove una strega giardiniera tra farfalle, lucciole, bruchi, rane e coccinelle muove la luna ed il sole, adoperandosi anche alla crescita di una bambina fiore, simbolo di tutti i bambini del mondo.
Raramente il teatroragazzi italiano ha scandagliato in modo così efficace e coraggioso i sottotesti presenti nella celeberrima fiaba frequentatissima in tutti i contesti popolari “Cappuccetto rosso” come lo spettacolo di Giovanna Facciolo “Il sentiero del lupo” della compagnia napoletana i Teatrini.
Nella oscura bellissima scena piena di alberi contenitori luminescenti di Massimo Staich e Monica Costigliola si fronteggiano il lupo (Raffaele Ausiello) e la bambina (Tonia Garante) . E' una lotta dura dove il lupo possiede tutte le armi più sofisticate della seduzione mentre la bambina nella sua totale innocenza deve trovare solo dentro di sé la forza di vincere perchè nessun cacciatore potrà venirla a salvare.E così troverà la forza di non cadere nella trappola finale, reagendo alle lusinghe con la consapevolezza delle sue forze interiori, irrobustite dalla lotta sostenuta.
L'intento del “Sentiero del lupo “ è chiaramente quello di parlare attraverso la fiaba della violazione dell’infanzia da parte degli adulti ma a nostro avviso se è assolutamente perfetto nel mostrare anche esplicitamente tutti i meccanismi e i pericoli della seduzione e dei suoi simboli, non è ancora così approfondito nel mostrare al giovane pubblico tutte le difese messe in atto dalla bambina per resistere al lupo. Pieno comunque di intuizioni,di riferimenti e di preziose suggestioni ( le ossa della nonna come riferimento al persistere del suo affetto anche da morta)lo spettacolo con i suoi azzardi rappresenta un coraggioso e raro esempio nel teatro ragazzi italiano di come si possa restituire intelligentemente tutti i profondissimi significati che hanno ancora oggi le fiabe.
Perchè ancora oggi si scrivono favole e fiabe come accade in “Volare a tutti i costi forse” di Stefano Bisulli e Nicoletta Fabbri, spettacolo prodotto dall'Alboreto-Teatro Dimora di Mondaino e Serra Teatro già visto a Zona Franca e che ora ha trovato il suo giusto ritmo e risalto,dove Nicoletta Fabbri con l'aiuto del suo buffo macchinista Pier Paolo Paolizzi narra con gusto e perizia, attraverso la immagini, storie inventate da Emma Dante e Gianluigi Toccafondo, Marco Baliani e Stefano Ricci, Marco Campana

“Abbaiare alle nuvole” dei bresciani del Teatro del Telaio ci parla invece dei travagli della crescita, della necessità che ogni bambino deve avere di uscire dal suo nido per conoscere il mondo, trovandone il giusto ruolo e lo fa in modo leggero e poetico utilizzando la metafora del cane .
In scena Francesca Franzè, cagnolino simpatico sempre pronto ad imparare e nel ruolo dell'adulto, Andrea Baldassarri, un corvo saccente che dà al protagonista gli strumenti per comunicare con il mondo, insegnandogli a parlare e a leggere, condividendo con lui esperienze, speranze e fantasie. Lo spettacolo tra preziosi rimandi poetici a De Andrè e Fellini, con qualche lentezza e leziosità forse di troppo, è uno spettacolo che segna un' altra tappa positiva nel cammino artistico che Angelo Facchetti sta compiendo all'interno del Teatro del Telaio. Estremamente curato e ARRICCHITO da elementi di teatro di figura “Abbaiare alle nuvole”è un bell'esempio di teatro di formazione delicato ed intelligente.
Di estrema raffinatezza figurativa, spesso al limite dell'algidità è “ Gioco!” l'originale ultima creazione de “ La Città del Teatro - Fondazione Sipario Toscana” che vede insieme nella scrittura in un inedito e proficuo connubio Fabrizio Cassanelli e Guido Castiglia con la bravissima Chiara Pistoia in scena, e Federico Raffaelli,dietro le quinte a catapultare sulla scena giochi e meraviglie. In una cornice estremamente curata, punteggiata dalla voce di Letizia Pardi, Chiara gioca, gioca col suo corpo, con lo spazio, con la musica. Gioca a fare la bambola,o forse è lei stessa una bambola, gioca a far finta di.... ad immaginare le varie forme di cui si compone la realtà.
Gioca in un mondo senza spigoli. Ma ecco che ad un certo punto fa la sua apparizione una palla, Chiara s’innamora della palla. Ecco che allora per magia appaiono altre palle, palle grandi,piccole, colorate.Gioca con ironia Chiara, con comicità e con poesia. Ecco che poi arriva una bambola ed è con lei che Chiara si accompagna giocando appagata.
Gioco! risulta essere un efficace manuale poetico visivo ed emozionale sul rapporto tra bimbo e gioco dove molti linguaggi (danza, parola, immagine, musica) si intersecano per stimolare la fantasia del piccolo spettatore, educandolo anche alla bellezza e alla molteplicità delle varie forme che accompagnano la vita..

Il Festival, certamente non per caso, ha proposto una specie di decalogo su come il teatro possa e può parlare della guerra ai ragazzi, attraverso tre spettacoli assai diversi tra loro, ma tutte tre, con le loro specificità, di grande interesse. Fondazione Emergency con “Stupido Risiko” prende il tema di petto, esplicitamente, su testo e regia di Patrizia Pasqui con in scena un convincente Mario Spallino, esplorando una carta geografica per narrarci come il mondo moderno, nonostante cinquemila anni di errori, non abbia ancora capito che le guerre non servono a niente, anzi... Insomma una vera e propria geografia di guerra quella che esce dallo spettacolo. Una geografia non disegnata da monti laghi città ma da Ossari, da trincee, campi insanguinati nei quale milioni di persone hanno perso la vita.
Il racconto teatrale, condotto anche con l'efficacissima arma(questa sì utile) del paradosso da uno strano marine toscano, attraverso episodi tutti storicamente documentati, partendo dalla Prima Guerra Mondiale per arrivare alle guerre dei giorni nostri, dove si consumano ancora mille efferratezze spezzo ignorate dai mass media , attraversa tutti i continenti dandoci le prove tangenti della follia umana .
Poi c'è il pluripremiato spettacolo di Gabriele Di Luca di Carrozzeria Orfeo che lo produce con Il Teatro dell'Acquario di Cosenza “Sul confine “ con in scena lo stesso Di Luca accompagnato senza sbavature da Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi.
Qui i confini geografici non ci sono, solo sono emozionali, anzi volutamente i confini dello spazio e del tempo sono azzerati, sono sul confine: “ luogo di scelta e di passaggio che separa vita e morte, verità e menzogna, ricordi da espiare, sofferenza e lampi di confidenza umana “. Tra narrazione, astrazione ed evocazione, sulla scena, colpi di luce delineano dialoghi, rapporti tra uomini in guerra( ma non solo anche uomini che la desiderano) che cercano il senso dei loro gesti compiuti contro altri esseri umani, perchè?Non sanno e forse non vogliono saperlo. Su tutto l’immagine di un fiume che scorre in mezzo al deserto e trascina con sé gli orrori della guerra, su tutto l'immagine di un tronco d'albero vivo e morto nel medesimo tempo così come la guerra rende l'uomo che accetta anche suo malgrado di farla. Spettacolo “sul confine”di un'intensità straziante che non concede però niente alla retorica e al facile sdegno.
E per finire c'è uno “ U, Due,Tres” curiosa creazione di Jogijo , Compagnia italo-portoghese-catalana, formata daGerard Guix, Stefano Panzeri, Rui Pedro Cardoso e Jordi Arqués
Anche qui vi è uno spazio non perfettamente connotato, una specie di trincea/cortile dove, come in una barzelletta, un italiano, un portoghese e un catalano giocano a fare la guerra, seguendo le indicazioni (che il pubblico vede su un display ) di un drammaturgo-deus ex machina, anch'esso in scena, che li tiene sotto minaccia con ordini contraddittori ( la morte e la guerra tanto sono parole vuote insieme ad altre parole vuote) I tre parlano lingue diverse e nell'attesa iniziano a conoscersi, a confrontarsi, a condividere il poco che hanno con sé (pane, acqua e una moneta), narrando del loro passato, delle loro speranze che alla fine scoprono ovviamente essere le stesse.Così la lingua umana dei sentimenti ha il sopravvento e cominciano piano piano a comprendere insieme con il pubblico ogni loro parola, ogni loro gesto.Ma i nuovi ordini che ildrammaturgo/manovratore impone,ordini che non si possono ignorare, spezzano ogni volta i legami di solidarietà ed il gioco si fa' sempre più crudele. sino alle estreme conseguenze, sfiorando la morte.
Alla fine la trincea diventa cortile, il gioco finisce e chissà... domani il catalano potrebbe essere italiano, il portoghese tedesco ecc, il gioco della guerra dunque può essere spezzato ci dicono i tre spettacoli in modo assai diverso solo dalla pietà, dalla comprensione, dalla condivisione pacifica delle differenze.
Tanti stili , tanti modi di proporre messaggi, opinioni, sentimenti , una ricchezza incommensurabile che solo il teatro e specialmente quello per ragazzi possiede ma di cui il mondo, quello che conta sembra non accorgersi, Via Paal come tutti gli altri festival che ci hanno accompagnato sino ad oggi ci hanno mostrato anche in modo contraddittorio come il teatro ragazzi debba essere preservato, anzi valorizzato, speriamo di essere qui anche l'anno prossimo a raccontarvi le mille sue tendenze e possibilità
MARIO BIANCHI

“Core”attraverso lo sguardo di Cira Santoro

Miriam Bardini e Gigi Tapella di Nautai Teatro sono riusciti a raccontare la storia di Core in un’ora di divertimento, leggerezza e commozione intrecciando il mito a una vicenda più terrena, quella dell’Olimpus Circus, che ne ripercorre le tappe principali avvicinandola al mondo dell’infanzia.
Ecco così una famiglia circense alle prese con un mago invisibile, attrazione principale dello spettacolo, che porta lo scompiglio nella loro vita piena di amore e disciplina tipica delle famiglie d’arte. La vicenda del circo porta con sé il gioco in tutta le sue sfumature: nell’assurdità dei costumi, nella citazione degli animali che lo popolano (una per tutte, la corda che tiene legato l’elefante dietro le quinte), nel rito preparatorio (un sirtaki esilarante), nei numeri annunciati e mai realizzati. La giovane circense, interpretata dalla bravissima Martina Raccanelli che ha collaborato anche alla drammaturgia, spinta dal desiderio di essere diversa dai genitori segue il mago, ma senza di lei, il circo chiuderà e le due madri si alterneranno tra le canne che delimitano la scena alla ricerca delle loro figlie, mentre le figure maschili, siano essi dei o uomini, saranno impotenti (dopo essersi mostrate piuttosto ridicole e presuntuose). Il momento della separazione e della vendetta delle madri sovrappone il mito alla storia terrena rendendolo concreto.
Al suo ritorno la ragazza sarà cresciuta e a questo punto, sarà lei a presentare i numeri del nuovo Olimpus Circus. Un passaggio di consegne che in questo caso sembra raccontare anche la vita di questa compagnia, vicina al mondo dell’infanzia con una impeccabile classicità di temi, di forme e di metodo.

“Il grande racconto” attraverso lo sguardo di Fabrizio Visconti

Che fortuna!
No, dico: che fortuna star qui con un po’ di immagini, parole, emozioni nella testa e parlar con voi di questo.
Le immagini e le parole non sono mie, sono del “Grande racconto”; le emozioni, ce le dividiamo a metà.. un po’ sue, un po’ mie. Insomma, non si potrà mica pretendere di essere oggettivi in queste cose.
Ma che fortuna!
No, dico: che fortuna non dovermi preoccupare del “mercato”, perché, tanto, tutto quello che dirò non cambierà nulla nella storia di questo “lavoro”, sarà solo uno scambio (no, forse questa non è la parola giusta..), sarà una condivisione di vissuti tra quanto è accaduto a me in compagnia di “Rico” e quanto accaduto a voi.
Sì, perché, in questo caso, il tempo e la storia hanno già spostato un prodotto nel mondo degli spettacoli, gli hanno restituito la sua dignità e identità originaria. Un po’ come il mare che restituisce a Itaca il suo “Lulisse”, con tutta la sua dignità e identità, senza che si debba fingere “Nessuno” per salvarsi la vita. A volte il tempo che passa può far del bene!

E allora cominciamo, prima di perderci per strada, perché: questa è tutta una storia di persone che stanno in giro.

L’immagine di apertura dello spettacolo è folgorante, di quelle che staresti a guardarle per sempre: c’è un palo della luce, storto, come storte sono le vite del protagonista, Rico, di “Lulisse” e di tutti noi, che navighiamo, come loro, tra le cose della vita che non sappiamo dominare. E poi c’è proprio lei, la vita, incarnata in quei canarini: è impressionante vedere la vita in scena, spazza via tutto, perché rompe il codice.
Tutto il resto è recitazione.
Quella vita è in gabbia, per essere osservata, così come l’arte cerca di fermare per un istante quella stessa forza in una parola, immagine, suono, per poterla guardare da vicino. Ma si sa che, se la lasciassimo libera, volerebbe via in un attimo. Poi la luna/sole e la casa, irraggiungibile quasi, lontana come la pace che cerchiamo tutti con il tentativo di fare qualcosa che ci faccia trovare un nostro posto per un attimo, sederci a un tavolo e mangiare, anche noi.
Ma questa è tutta una storia di persone che stanno in giro..

Inizia il racconto, ma non vorrei.
Non perdere l’occasione, aspetta! C’è la vita lì, non soffocarla..
Ma è troppo tardi, il mare del racconto ci ha già travolti, come spesso ci accade, che non sappiamo osservare che c’è già tutto lì a disposizione, e ci facciamo prendere da quello che abbiamo in testa. Il racconto prende, avanza, si sposta e si ritrae come le onde. Sono belle queste onde, ben disegnate, saporite, una dopo l’altra. C’è sapienza in questo Nettuno che le ha raccolte. Solo, ho la sensazione che a volte Eolo soffi troppo forte anche per lui e che le soste sulla terra ferma, o anche in mezzo al mare, siano troppo brevi. E non è un problema di Lulisse, lui è un grande marinaio. Affronta ogni flutto con tutta l’esperienza e l’abilità di anni di navigazione. Il fatto è che si avrebbe voglia di un po’ più di terra.
Son sincero, in mezzo a questo vastissimo mare di parole che disegnano panorami e isole meravigliose, c’è troppo poco tempo per goderne.
Il demone, scusate.. il dio del vento che soffia, prende spesso il sopravvento, non si fida troppo della vita, vuole giocare con la schiuma.
E’ il conflitto di Lulisse, che arriva e riparte, arriva e riparte: “Si sta bene qui, però andiamo!” Aspetta! Fammi guardare il panorama: mi hai portato fino qui e devo subito andare? Ma non si può. La nave riparte e ancora onde e onde, una tempesta di parole che Rico ci riporta per come le ha capite, che ci emozionano per questo sforzo di traduzione. L’Odissea è un grande racconto, ma a noi, scemi del villaggio, a volte basterebbe un panorama. Che poi Tonino (Guerra intendo) li sa disegnare proprio bene i panorami! Ecco, se rifletto sulla storia e sugli incontri di Tonino Guerra, mi vengono alla mente Fellini, Antonioni, Tarkovskij, Angelopoulos.. e, se penso a loro, mi vengono in mente i silenzi, le dilatazioni, le immagini, gli spazi che lasciavano esplodere le visioni e la poesia di Tonino Guerra, e che in questo incontro hanno creato capolavori di evocazione immortali. Questo luogo dove lasciar risuonare la vita che la parola ha intuito qui un po’ manca; è che non bastiamo noi umani, non abbiamo la possibilità di cogliere tutto. Possiamo solo condurci fino a un certo punto e poi osservare. E da lì intuire la prossima rotta, lasciar fare un po’ a quello che è più grande di noi, gettare l’ancora in mezzo all’acqua, proprio in mezzo, e ascoltare. Capire se il canto che sentiamo è quello delle sirene oppure quello della vita.
Questo dovrebbe fare l’Arte: avanzare passo a passo, provare a dire, anche ad alta voce, ma poi ascoltare l’eco.
Perché la verità, e con verità intendo il mistero, non la risposta, deve avere il suo spazio per lasciarsi ascoltare. Avrebbe bisogno di silenzio, ma a volte ci si lascia troppo prendere dal suono del vento, che non si sente più nient’atro..

Comunque grazie!
Grazie per averci donato la poesia delle grandi chiacchere da bar, per aver illuminato ancora una volta la bellezza di quella semplicità, per aver disegnato questo specchio tra l’Eroe Ulisse e l’eroe Rico, per averci resi tutti un po’ più simili a quelle grandi avventure, perché, in fondo, anche noi ci possiamo ora domandare “Mo che cosa c’è andato a fare da Polifemo? Poteva mica andare a casa sua che c’erano dei guai anche là?” e così sentirci un po’ più simili a Ulisse (o Odisseo…ma quanti nomi ha?), un po’ più eroi, o almeno un po’ meno strani quando, invece che stare a casa, corriamo sempre al binario di una stazione pronti a ripartire per l’ennesima volta, perché in fondo questa è proprio una storia di persone che stanno in giro…

E comunque che fortuna!…
Sì, perché “si sta proprio bene qui a mangiare una mela, bere un bicchiere d’acqua e raccontarsi queste storiette: di tutte le cose, questa è quella che più mi sta a cuore”..

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