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Eolo
recensioni
ZONA FRANCA A PARMA
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI SULLE NOVITA'VISTE DURANTE IL FESTIVAL

Giunto all`ottava edizione, il Festival Zona Franca coglie l`occasione della nascita di `InContemporanea Parma Festival`, un programma coordinato di appuntamenti in cui si intrecciano Zona Franca, Teatro Festival e Natura Dèi Teatri, per rinnovare identità e struttura, arricchire il variegato programma, accentuare la linea strategica di un confronto e di una compresenza tra spettacoli per l`infanzia e per adulti, tra idee e pratiche diverse di teatro.
La formula collaudata, che concentrava gli spettacoli in pochi giorni, lascia il posto a un programma più ricco e allargato, che con momenti di diversa concentrazione dura un intero mese, ponendosi all`inizio della stagione del Teatro delle Briciole.
Il Festival Zona Franca è promosso dall`Associazione Micro Macro e da Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti con l`Assessorato alla Cultura del Comune di Parma e con Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Regione Emilia-Romagna, Provincia di Parma, Fondazione Monte di Parma.
La nuova formula pur penalizzando un poco gli operatori , si apre maggiormente alla città, cercando, come si è detto, di mescolare pubblici e programmazioni ed inserendo il teatroragazzi a pieno titolo tra gli eventi da ricordare e frequentare.
Programmazione composita come si diceva con spettacoli nuovissimi,altri già visitati da Eolo come il bel 'Cirano ' di Paola Crecchi o “Baby don't cry “di Babilonia Teatri e progetti come “L'Inizio” della Compagnia dei bambini di Letizia Quintavalla.

Qui ci occuperemo delle novità viste nella nostra lunga permanenza a Zona Franca. Tutti da monitorare e da apprezzare gli spettacoli visti quest'anno al Teatro al Parco, assai diversi tra loro, ma tutti che in modo intelligente ed intrigante cercano di filtrare la realtà attraverso un occhio riconducibile a quello lucido e immaginifico dell'Infanzia .
Ed è forse per questo che tutto lo spazio abitato dal Teatro delle Briciole era letteralmente inondato dai mondi di Antonio Catalano con al centro una grande giostra, un immaginifico contenitore che custodisce il “sapere” dei semplici, proverbi, consigli, favole, filastrocche, oggetti che acquistano attraverso i modi del suo autore nuove prospettive che hanno nella capacità di ancora meravigliare e farci meravigliare il loro intimo potere.

Hanno aperto il festival Salvatore Arena e i calabresi di Manachuma Teatro con “L'ultimo Inganno, un' altra Iliade” intensa e appassionata rivisitazione per un attore solo del capolavoro omerico.
Protagonisti metaforici della narrazione però non è un uomo solo, il narratore, bensì sono, senza retorica alcuna, gli umili che guardano dal loro modesto ma umanissimo punto di vista i potenti, gli umili che ora come allora vengono travolti da una guerra che non compete loro ma che ne annienta i sentimenti e gli affetti.
Salvatore Arena, con una drammaturgia scritta a quattro mani con Massimo Barilla, dà voce con splendida intuizione alla vedetta troiana Atreo, condannata al perenne ricordo di un atroce sconfitta e a Tersite, anti eroe fuori coro,vittima sacrificale dell'ultimo inganno, quello del cavallo, certamente, ma non solo.
Questa volta sono loro a raccontare come è veramente andata : Atreo dall'alto ha visto tutto, dall'alto, ha visto arrivare e partire i Greci, ha visto avvicinarsi il cavallo funesto, ha visto il martirio del suo popolo. Tersite, epico Yorick, deriso e umiliato, combattente impaurito, è stato invece sbranato dai Troiani che non gli hanno creduto, il cavallo per loro e contro di loro, è simbolo di vittoria non atroce imbroglio.
Ambedue raccontano la loro sconfitta, il loro orrore davanti ad una guerra voluta da altri, la loro vita fatta solo di ricordi mai di solide certezze.
Il testo che avrebbe bisogno di qualche sforbiciata soprattutto nei troppi finali, affidato al solo Arena, qui davanti alla sua prova più matura e convincente di attore, è un impasto di linguaggi che trasmigrano dall'epico al dialetto, fondendo gli elementi della narrazione, con la prosa e gli accenti interpretativi di ogni personaggio. Ma tutte le componenti della scena concorrono alla riuscita dello spettacolo, dalla drammaturgia dei suoni di Dario Andreoli, potentemente traboccante di suggestioni, alle luci di Beatrice Ficalbi che fanno breccia tra le lamiere e tavole rotte create da Aldo Zucco per evocare gli spalti di Ilio.

Dopo averci parlato della Libertà ne” I Grandi Dittatori “ e della Democrazia in “ Siamo qui riuniti” Letizia Quintavalla e Bruno Stori in “Scholè “ si affidano al teatro questa volta per parlare della scuola, della trasmissione del sapere e lo fanno nella stessa maniera , in modo alto e diretto, come si evince dal sottotitolo “o del lento tempo che fa dell'uomo la civil persona”
Lo spettacolo risulta essere un benefico siero di riflessione su un tema che dovrebbe essere centrale nella nostra società, quello del passaggio delle conoscenze, quello del rapporto tra le varie generazioni. In scena dunque un maestro Bruno Stori alle prese con tutte le difficoltà che il “mestiere” comporta ed un allievo, Agnese Scotti., che pur tra le ritrosie proprie dell'età vuole imparare.
Mescolando esempi storici e filosofici ( il modello prescelto dal maestro è Socrate) ma anche pratici, filtrati dalla leggerezza e dall'ironia che contraddistinguono sempre gli spettacoli di Stori Quintavalla, la lezione procede per tentativi in cui maestro e allievo imparano ed insegnano vicendevolmente. Perchè, ebbene sì, anche l'allievo ha molte cose da insegnare, perchè ebbene sì anche l'allievo da piccola e fragile pianticella che si inclina ai venti diventerà col tempo, col tempo che gli abbisogna, una pianta frondosa( che miracolosamente con un efficace coup de theatre scende dal cielo). Basta lasciargli tempo, basta che si consideri la scuola pubblica come centrale nell'evoluzione democratica di una nazione come ci dicono efficacemente, senza metafora, i filmati e le parole che concludono lo spettacolo.
Bene hanno fatto i curatori artistici di Zona Franca ad affiancare allo spettacolo di Stori e Quintavalla la nuovissima creazione di Giorgio Scaramuzzino dell'Archivolto “Diario di un Somaro” tratto dall best seller di Pennac sulla drammaturgia e regia di Giorgio Gallione. Scaramuzzino/Pennac solo in scena narra direttamente rivolgendosi ai ragazzi le esperienze, gli aneddoti, gli scontri e gli incontri con la scuola del ragazzo che è diventato uno scrittore e un insegnante. Da ragazzo asino solenne che imparava una lettera oigni anno ad insegnante umanissimo e comprensivo che pur tra gli sbagli ha come unico obiettivo “la civil persona” che deve costruire.Tra Calvino,Gianburrasca e rimbalzi deamicisiani( il perfido Rigoni è il contraltare perfetto del maestro Perboni) che rimandano alla quotidianetà, anche nello spettacolo di Scaramuzzino viene dunque messa al centro del cuore drammaturgico la crescita della persona e la missione della scuola. Insomma, ognuno a suo modo, due spettacoli militanti, assolutamente necessari dove alunno ed insegnante si ritrovano perfettamente, anche qua, ognuno col suo ruolo .

A Parma abbiamo visto anche “Bestione” l'ultimo spettacolo(ma chiamarlo così ci sembra riduttivo) della Societas Raffaello Sanzio, riduttivo perchè ogni spettacolo pensato da Chiara Guidi per un piccolo numero di bambini si traduce sempre in una esperienza unica ed irripetibile per chi la vive.
Qui ,in uno spazio completamente sventrato e reinventato, i bambini prescelti sono indotti a credere che dal corpo di un fantastico Bestione venga estratto un siero straordinario che rende imbattibile un uomo malvagio. Per questo, accompagnati dagli adulti, stando alle regole di un gioco drammaturgico guidato dall'abile animatrice, nascondendo il loro essere bambini, mettono in atto il loro potere magico che può guarire e liberare il Bestione. Tutto è volutamente falso e raccogliticcio nella messainscena che rimanda ai manga e ai cartoons ma nel medesimo tempo lucidamente vero, come vere sono la sorpresa, la paura, la pietà,la sete di vendetta che i piccoli spettatori ( ma anche attori ) vivono durante lo spettacolo.
Con grande piacere poi abbiamo visto in scena dopo molti anni Laurent Dupont, storico fondatore del Tam, autore che ha profondamente rivoluzionato il teatro rivolto ai più piccoli. Trasmigrato da Padova a Parigi qui a Parma ha presentato “Moi Seul” creazione originale dove suono, immagine e danza si fondono in un turbinio di sensazioni che vedono ancora una volta protagonista l'infanzia alla scoperta dell'altro e del mondo.Tre performers, ognuno con le sue peculiarità, immettono altrettante piccole sagome in mondi cangianti, fantasticamente reali, ricreati dal computer che catturano i piccoli spettatori posti a stretto contatto con lo spazio scenico.

Come con grande piacere abbiamo visto in prima nazionale ”La Festa”Chi prenderà la pistola? la nuova produzione della Compagnia Rodisio. C'è sempre un filo rosso che pervade tutte le creazioni di questa compagnia che coraggiosamente esplora ormai da diversi anni la contemporaneità per immetterne gli umori ma soprattutto i pericoli in una poetica che vede sempre al centro l'infanzia. Non è un caso infatti che “La Festa” conclude il progetto di ricerca “Sta per succedere qualcosa” che ha coinvolto più di 500 bambini tra i 6 e gli 11 anni in Italia, Francia, Inghilterra, Irlanda e Giappone. Il filo rosso è quello del male che deve essere sempre combattuto , il male che deve essere sempre conosciuto perchè solo conoscendolo può essere efficacemente contrastato ( e non è un caso che alla fine dello spettacolo Caterina Caselli canti “Cosa è la vita senza l'amore”) Anche qui nella “Festa” il male è presente, è un male tentatore che si presenta sotto mentite spoglie.Infatti si manifesta scintillante di proposte, di adulazioni, di false speranze al popolo, i quattro bravissimi attori che con Davide Doro, conducono lo spettacolo. Tutta la prima parte de “La Festa” è risolta su un crinale ripetitivo di stampo espressionista dove parossisticamente ogni elemento sembra vivere in un'atmosfera di apparente perfezione assoluta.”Qui si narra di un regno dove gli uomini avevano scoperto il segreto della vita eterna. Non c`erano più cimiteri, né ospedali, né imprese di pompe funebri. Non si soffriva più nemmeno per un mal di testa. I vecchi diventavano sempre più vecchi. E tutti erano belli da vedere” così recita il plot che sorregge lo spettacolo. Ma ad un certo punto il meccanismo si inceppa perchè ogni felicità ha il suo prezzo da pagare se il male scopre le sue carte ed è solo togliendosi i baffi dell'indifferenza ed è solo con il rispetto della libertà degli altri che possiamo considerarci felici.Come ogni creazione di Davide Doro e Manuela Capece “La festa” è uno spettacolo molto coraggioso e complesso che si regge sulla forza scenica degli attori e dei tempi teatrali che conducono perfettamente l'emozione degli spettatori sino al finale.Ci sembra però che il finale non sia ancora del tutto risolto , che manchi dello stesso coraggio ( ma a Parma abbiamo visto il debutto e siamo sicuri ci sarà tempo per correzioni) , ci sono forse troppe parole, troppi segni risolutori, ma comunque ancora una volta, chapeau !
MARIO BIANCHI

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