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Eolo
recensioni
RECENSIONI 2011/2012 - SECONDA PARTE
A CURA DI MARIO BIANCHI

SECONDA PARTE

SEGNALI 2012
Eravamo usciti molto soddisfatti dall'edizione di quest'anno del Giocateatro di Torino avendo assistito a diverse produzioni di grande qualità. Non altrettanto possiamo dire dopo aver visto tutti gli spettacoli che hanno composto, il 10 e l'11 Maggio, la ventitreesima edizione del Festival Segnali che Elsinor e Teatro del Buratto hanno coraggiosamente proposto tra Milano e Cormano, a loro spese, riuscendo così a non far morire una manifestazione che tanto ha dato e speriamo darà al teatro ragazzi italiano. Infatti nessuna delle nuove creazioni che abbiamo visto ci ha interamente convinto, pur avendo riscontrato in alcune di queste alcune positività o piuttosto la continuazione coerente di progetti già in corso che in qualche modo portano avanti un percorso segnato virtuosamente.
Tra queste “L'acqua invisibile” dove Carlo Presotto per esempio, dopo “La danza delle api”, spettacolo che indagava in modo intelligente e proficuo il rapporto tra ciò che mangiamo ogni giorno e la qualità dell'ambiente in cui viviamo, continua, con in scena un'efficace Giorgia Antonelli, il suo percorso didattico- scientifico, dissertando tra il serio e il faceto sull'acqua e la sua importanza attraverso racconti (la storia australiana della rana egoista , quella somala di Xiltir e Gul, quella contemporanea del pastore con i jeans) inserendoli tra comici documentari scientifici e pubblicità' che interagiscono, come è nello stile dell'artista vicentino, con immagini video dal vivo. Spettacolo come si dice di nobile servizio, ma auspicheremmo un ritorno di Presotto a spettacoli dove la drammaturgia dei sentimenti avesse il sopravvento.
Su altri binari gli Eccentrici Dadarò in “Anselmo e Greta” continuano la loro indagine sulla famiglia imbastendo una specie di postilla ai loro due precedenti spettacoli “Sulla Strada” e “Lasciateci perdere” dove in scena, attraverso la regia di Fabrizio Visconti e la divertente partecipata interpretazione di Rossella Rapisarda e Valerio Bongiorno, una mamma e un papà che una mattina si svegliano soli, abbandonati da tutto, non ricordando più nemmeno i nomi dei loro figli!.
Si nota che lo spettacolo è ancora incompiuto e che punta in alto attraverso una drammaturgia che nella prima parte si incarta un po'su se stessa, sviluppando solo nella seconda invece sentieri emozionali importanti, anche se eccessivamente concettuali, che avrebbero bisogno di sviluppi più incisivi e meditati. Ma lo spettacolo risulta intrigante cercando di farsi domande su temi diversificati e importanti come il difficile mestiere di genitore e sulla perdita dell'innocenza. Anche Michele Eynard con “Pam Parole e Matita” con in scena Barbara Menegardo e Federica Molteni prosegue, giocando con le parole, il suo percorso per un teatro visivo composto dal vivo con un chiaro omaggio a Rodari e Munari. Le due improbabili protagoniste vengono proiettate in un mondo “altro” dove le lettere sono mosse da una mano invisibile che le coinvolge in divertenti storie surreali . Il risultato secondo noi sia dal punto di vista drammaturgico sia di costruzione delle immagini ci sembra assai meno raffinato rispetto ai precedenti deliziosi lavori costruiti con il medesimo meccanismo.
Il mago delle bolle Michele Cafaggi in “L'omino della pioggia” invece tenta meritoriamente di trasportare in una storia compiuta i suoi portentosi giochi magici con l'acqua e il sapone, ambientandoli in una storia dai contorni precisi in cui protagonista è un uomo che rientra in casa durante un furioso temporale. A nostro avviso il gioco drammaturgico è purtroppo solo accennato e molti degli spunti narrativi rimangono incompiuti davanti all'innegabile forza visiva dei giochi virtuosistici dell'interprete. Resta comunque il bel gioco delle piccole cose che, con l'utilizzo di acqua e sapone, acquistano una magia che incanta il piccolo pubblico.
Il teatro del Buratto invece ha presentato uno spettacolo già da tempo rodato “Seme di mela “, testo e messa in scena Aurelia Pini con Patrizia Battaglia, Marzia Alati dove gli oggetti di Marco Muzzolon, attraverso il gioco a nostro modo di vedere troppo convenzionale delle attrici, permettono ai bambini, seduti in cerchio intorno a loro,di compiere un viaggio nel mondo segreto del “sotto la terra”, dove hanno casa animali piccoli e grandi.
Difficile infine parlare, data la complessità e la contraddittorietà dei registri utilizzata,di uno spettacolo come “il Corsaro Nero” di Elsinor che mette in scena con un forse, solo apparente, sforzo di mezzi ( 4 attori ed effetti speciali) la celebre storia resa famosa da Salgari dell' infelice vendetta di Emilio di Roccanera, signore di Valpenta e di Ventimiglia, detto Il Corsaro nero che si innamora suo malgrado della figlia del duca fiammingo WanGuld, uccisore dei due suoi fratelli minori, il Corsaro Verde e il Corsaro Rosso. La regia di Raffaella Boscolo che coraggiosamente e con merito interpreta anche la parte del Corsaro è di stampo tradizionale( sembra uno sceneggiato televisivo degli anni 50) ma infonde anche allo spettacolo un' interessante aurea, in un certo modo epica. Purtroppo spesso però tutto è sopra le righe, ridondante, con un linguaggio improbabile con modi che sortiscono inevitabili momenti di comicità involontaria con il risultato che alla fine tutto il contesto ci appare poco credibile.
Infine con piacere dobbiamo segnalare la vittoria del testo di Marco Renzi “E' arrivato un gommone carico di Europei” all'interno del Progetto Platform 11, appuntamento dedicato alla drammaturgia contemporanea per ragazzi fra gli 11 e i 15 anni. L'ultima sera del Festival è stata poi dedicata alla lettura di brevi scene tratte da testi di autori italiani che hanno partecipato al concorso ‘Schoolyard Stories , e dal resto d’Europa e Sud America. E in questo ambito è stato rappresentato VAT TEATER (Estonia) SZINHAZ KOLIBRI (Ungheria) HELP! di AareToikka (Estonia) e Peter Horvath (Ungheria) .
MARIO BIANCHI
La vetrina Segnali 2012, che per il secondo anno subisce i contraccolpi della crisi economica e si è quindi concentrata in due sole giornate mostra un livello di stanchezza preoccupante nelle produzioni teatrali lombarde, colpisce infatti che gli spettacoli più belli siano stati quelli di due compagnie ospiti “straniere”: “Secondo Pinocchio” di Burambò dalla Puglia (vincitrice del Premio Eolo Award 2012 per il Teatro di figura) e Voglio la luna di Teatro Pirata dalle Marche.
Il primo è un esempio brillante di come il teatro di figura possa essere un mezzo adatto all’ironia, al distacco divertito nel raccontare una storia celebre.
La scena è occupata da una baracca nera dove i due animatori, Daria Paoletta e Raffaele Scarimboli, danno vita al burattino di legno rendendo da subito dichiarato il gioco di finzione che caratterizza il lavoro: la vicenda è “rappresentata” e tutti ne sono coscienti, anche Pinocchio, che intrattiene un rapporto pieno di spirito e di piacevole disincanto con i due “umani” che lo muovono. Un bel modo di suggerire la complessità del legame tra bambini e adulti, che li devono sì accompagnare e sostenere ma lasciare che si formino nella loro autonomia.
C’è una scelta di alcuni tra i tanti episodi del testo di Collodi, tale scelta rende forse un po’ meno fluida del solito la narrazione, ma si guadagna in freschezza e in spontaneità, sia tra gli interpreti sia nella relazione con il pubblico, i bambini partecipano divertendosi e si lasciano volentieri prendere in giro da un Pinocchio un po’ guappo, che ci ricorda Pulcinella per il suo umorismo e la sua simpatica cialtroneria. Abbiamo apprezzato in particolar modo l’idea di rendere anche gli episodi cupi della fiaba con un tono leggero e scanzonato, senza insistere sul peso della morale.
Allo stesso modo Voglio la luna di Teatro Pirata (finalista al Premio Scenario Infanzia 2010), interpretato dal bravo Fabio Spadoni, attore affetto dalla sindrome di down, è uno spettacolo che non indulge mai ai sentimentalismi e mostra come si possa lavorare con i disabili senza l’obbligo di premere sulla commozione, senza far leva sul pietismo. Fabio è estremamente disinvolto in scena, ci fa ridere, si diverte, racconta una storia poetica non lacrimevole. La regia di Simone Guerra e Lucia Palozzi dosa con attenzione la presenza del protagonista sul palco e gli elementi narrativi che formano la struttura, semplice, dello spettacolo.
La voce fuori campo della mamma di Fabio costruisce il contesto della casa dove il ragazzo si muove, tra cassettoni da riordinare e calzini da piegare, finché una visita fantastica rischiara la sua vita ordinaria: una notte la luna lo viene a trovare! La luna però non rimarrà nella sua stanza e lo spettacolo racconta di come Fabio riuscirà, con l’astuzia, a catturarla. I fatti gli faranno capire il suo errore, vissuto però con allegria e levità.
Abbiamo poi visto con curiosità due Shakespeare: Romeo e Giulietta di Cooperativa Attivamente e Amleto di Quelli di Grock. Ci piace vedere quanto l’autore teatrale per eccellenza eserciti ancora un fascino irresisitibile, sarebbe confortante sapere che non viene scelto solo perché si va sul sicuro con le scuole ma anche perché si ha un’idea forte per rappresentarlo in una nuova versione. I due casi visti a Segnali hanno carattestiche molto differenti, li accomuna soltanto la giovane età degli interpreti e il pubblico di riferimento, gli adolescenti. Amleto è un testo monumentale, Amleto è IL testo, in Amleto c’è tutto: l’amore, la vendetta, la violenza, il tradimento, la follia, l’astuzia, la meschinità, la guerra, la politica, il dubbio, la disperazione, il sospetto, la fedeltà, l’amicizia, la rabbia, la morte. Una gamma così vasta di sentimenti e situazioni abbisogna di mille sfumature, tanti gradi di interpretazione. Lo spettacolo di Quelli di Grock, con sei allievi appena diplomatisi presso l’omonima scuola, purtroppo ne è quasi privo.
Gli attori sono promettenti, due uomini e quattro donne (Francesco Alberici, Francesca Dipilato, Andrea Lietti, Sabrina Marforio, Sarah Paoletti, Isabella Perego) con indubbie qualità, che sono però stati diretti a nostro modo di vedere in modo non del tutto consono all'impresa : la regia a quattro mani di Susanna Baccari e Claudio Orlandini li fa correre correre correre ininterrottamente per le due ore e mezza di durata, corrono per entrare in scena, corrono per spostarsi sul palco, corrono per andare in quinta. Perché? Perché sono giovani? Non ci pare possa essere questo il motivo. Ci è dispiaciuto vedere un lavoro serio sul testo, senz’altro approfondito, troppo gridato.
È in questo che manca la varietà di toni, tutto è tirato al massimo, con il risultato di appiattire una vicenda complessa e articolata su un unico registro.
I sei attori hanno una buona capacità di stare in scena, il palco quasi vuoto è un buon modo di concentrare l’attenzione sulla parola e sui contenuti, due soli trabattelli metallici assolvono varie funzioni e ci piace questa scelta minimalista, ma la scena non è vuota per riempirla di atletica. Amleto stesso, nella tragedia, suggerisce alla compagnia di attori, di “non affettare troppo l’aria con le braccia, non volere essere più orco dell’orco”…
Ogni attore recita più personaggi, Amleto è sdoppiato ed interpretato dai due uomini, tutti passano attraverso vari ruoli, ma per rendere intelligibile questa scelta anche il modo di “essere” un personaggio deve cambiare, altrimenti si rischia di “non essere” nessuno. Basterebbe lavorare in levare, togliere un po’ di esagitazione e questo Amleto diventerebbe davvero un principe.
Romeo e Giulietta del gruppo comasco Attivamente/Torre rotonda gode di una regia interessante, Stefano Andreoli di Teatro Città Murata sceglie di semplificare la vicenda dei due giovani amanti, riduce il testo lasciando però intatti alcuni versi di Shakespeare. C’è una buona armonia tra i tre attori Stefano Dragone, Elisa Carnelli e Davide Marranchelli, a quest’ultimo, una bella conferma di bravura, è affidato il ruolo di “coordinatore”, il trait d’union tra i due innamorati che li guida all’interno della storia.
Il colore scelto per questo dramma è brillante, molte situazioni sono comiche, c’è però un problema quando si vuole far emergere il sentimento drammatico di questa tragica storia d’amore, gli attori non sono più a loro agio quando devono trasmettere quello che le parole del bardo significano, non c’è equilibrio tra l’effervescente spontaneità, sincera, e la disperazione che dovrebbe franare sui due amanti, che risulta invece fasulla.
Lo spettacolo si apre con l’autopresentazione dei tre come guitti, così dovrebbe anche chiudersi, suggeriamo quindi di amalgamare meglio l’immediatezza di questa versione di Romeo e Giulietta con il senso, profondo, della tragedia di Shakespeare.
ELENA MAESTRI


MAGGIO ALL'INFANZIA 2012
Dal 12 al 20 maggio 2012 a Bari, organizzata dalla Fondazione Città Bambino e dalTeatro Kismet OperA, si è tenuta la XV edizione del Maggio all'Infanzia,il festival dedicato all'infanzia natoa Gioia del Colle e trasferitosi dal 2009 a Bari. Hanno formato il programma del Festival cinquantadue appuntamenti complessivi tra teatro, cinema, incontri ed eventi di piazza, sette debutti, sei prime regionali, un grande tendone da circo proveniente dal Belgio e collocato sul lungomare di Bari, il tutto per otto giorni complessivi di programmazione.
Il Tema titolo di questa 15^edizione è stato "La natura dei bambini" ed è nato da alcune semplici domande e dalla riflessione "Chi sono i bambini di oggi? qual è la loro natura? quale la natura che bisogna proteggere perché possano essere felici? La vetrina festival a cui noi abbiamo partecipato, dal 17 al 20, per 4 giorni, ha mostrato ai numerosi operatori giunti da tutta l'Italia diverse interessanti produzioni provenienti da tutto il paese con una predominanza ovviamente per il Sud e la Puglia che negli anni scorsi ci ha regalato alcune delle creazioni più originali di questi anni.
Dobbiamo dire una buona edizione del Maggio anche se i risultati eccellenti sono dovuti soprattutto a due narrazioni, evidenziando come il nodo centrale delle difficoltà sia ancora una volta la drammaturgia. Tra gli spettacoli visti a Bari già recensiti di notevole rilevanza ricordiamo”La bicicletta rossa “ di Principio attivo e “24583 piccole inquietanti meraviglie “ di Scarlattine teatro che rimandiamo agli articoli usciti rispettivamente su KLP e su questa rivista.
Quante volte abbiamo visto in scena la storia della povera orfana soprannominata Cenerentola , vessata da due impossibili sorellastre e da una matrigna, che alla fine, perdendo una scarpetta, trova invece un bel principe?
Mille volte, ma come è possibile raccontarla in scena in modo originale e per di più (quasi) senza parole?Ci ha provato con successo e tanta ironia , mescolando danza e teatro di immagine, Antonio De Nitto che l'anno scorso ci aveva già regalato una particolarissima versione del Sogno scespiriano. Lo spettacolo nasce dall'incontro della compagnia teatrale di De Nitto, Factory, con quella di danza Elektra di Annamaria De Filippi che, offrendo alle sorellastre e a Cenerentola due registri coreografici assolutamente diversi,uno nervoso e sguaiato in cui significativamente le scarpe hanno un ruolo predominante , l'altro tenero e armonioso, contrassegnato da un piccola invocazione, comunica ai ragazzi in modo assolutamente limpido la loro differenza.
E poi se non bastasse c'è la matrigna espressionista di Fabio Tinella che manipola come marionette le proprie figlie, utilizzando un gramelot pasticciato di divertente fattura, mentre il principe, che di azzurro non ha proprio niente, assomiglia ad un povero travet impacciato e titubante. Era dunque logico che queste due solitudini si incontrassero.
Come già accadeva nel Sogno, modalità e mondi vengono dunque contaminati, anche attraverso l'utilizzo di musiche che vanno dalle gemelle Kessler al Trio Lescano a Milly e al tenerissimo finale affidato a Nancy e Frank Sinatra.
Insomma una Cenerentola tutta racchiusa in un armadio delle meraviglie da cui escono i personaggi, gustosa, dai toni inusuali, che ci restituisce in modo divertito e divertente un classico dell'infanzia, adattandolo ad un pubblico dell'oggi in cui possono ritrovarsi anche i genitori e perchè no i nonni.
In “Racconto d'oltremare” di Armamaxa, Micaela Sapienza, con l'apporto fondamentale delle musiche originali di Mirko Lodedo di Casarmonica, si pone l'obbiettivo di mettere insieme diversi linguaggi( narrazione, immagine, musica dal vivo) per raccontare con un linguaggio contemporaneo una fiaba tradizionale pugliese dove Franco e Redelia figlia del mago Clarino, devono, per coronare il loro sogno d'amore, affrontare le prove che il mago pone loro davanti, scegliendo infine di legare le loro vite e tornare ad attraversare il mare.
Lo spettacolo visto a Bari ci sembra ancora in divenire, contenendo diverse potenzialità che ci paiono però ancora non del tutto espresse, dove ogni linguaggio è per ora solo accennato e non trova ancora il suo necessario compimento in unione con gli altri . Ma come si sa la ricerca di proporre schemi diversi ha bisogno di esperimenti, aspetteremo lo spettacolo per un'ulteriore prova di giudizio.
Daria Paoletta dei Burambò, recenti vincitori del premio Eolo per il teatro di figura, abbandona baracca e burattini per avventurarsi con grande successo e valenza emotiva alla narrazione in uno degli spettacoli più belli visti a Bari “Una storia che non sta né in cielo né in terra”. L'artista foggiana racconta la storia fiabesca di due “freschi” bellissimi, giovani sposi, Marionna e Cataldo, che vivono in un paese di mare. Cataldo, che di mestiere fa il pescatore, costretto per lunghi periodi in mare, lascia sola sua moglie per tanto tempo, troppo tempo, e la giovane sposa, come avevano predetto le comari del paese, sentendosi troppo sola, un giorno cede alle lusinghe di un re giunto a cavallo , lasciando la sua casa.
Ma il sovrano ben presto si stanca di lei e la riporta in paese. Cataldo ferito profondamente nell'onore, porta Marionna al largo e la getta in mare dove la ragazza non muore ma vive meravigliose avventure nientemeno che alla corte delle sirene. Ovviamente Marionna e Cataldo si vogliono troppo bene per rimanere divisi dalle avversità che il destino ha serbato loro e, dopo nuovi portentosi eventi, si riconcilieranno felici nella loro casetta a dispetto di chi vuole loro male. Come si vede una storia complessa che attraversa modi e mondi assai diversi tra loro che Daria Paoletta rende visibili attraverso una narrazione sempre misurata, percorsa da momenti di incanto soffusi di grande ironia e accompagnata da pochissimi,significanti, gesti che ci conducono tra cielo e terra alla riscoperta delle emozioni segrete della parola.
Giovanna Facciolo della Compagnia “ I Teatrini” dopo averci donato in “Nella cenere” una pregevole versione di Cenerentola si è buttata a capofitto nel rendere per la scena in “E Cadde Addormentata” , con l'aiuto di tre brave attrici Adele Amato de Serpis, Valeria Luchetti, Raffaella Testa, un 'altra celebre fiaba “La bella addormentata nel bosco” La storia della principessa, che per colpa di una perfida fata viene fatta addormentare per cent'anni, è narrata, mescolando il tempo e lo spazio, da tre fate che seguono la protagonista in ogni momento della vita, cercando di preservarla, ossessivamente, dai mali del mondo che fatalmente, come ognun sa, puntualmente arriveranno e che l'aiuteranno a vivere più consapevolmente la vita che verrà.
Come sempre costruito con grande accuratezza da tutti i punti di vista, anche per merito dei costumi di Giovanna Napolitano, delle musiche di Renè Aubry e soprattutto delle bellissime scenografie e oggetti di scena di Massimiliano Pinto che alludono sempre al fatale fuso, proiettandolo in un mondo ancestrale, lo spettacolo, a cui certo non ha giovato lo spazio troppo esteso della rappresentazione che ne ha diluito eccessivamente le azioni, avrebbe bisogno di un' ulteriore accentuazione dei contrasti che fanno indelebilmente parte del bagaglio di ogni fiaba. Insomma a nostro avviso, sono troppo poco marcati i chiaroscuri, quelli legati alla presenza latente del male e dell'elemento maschile, in una creazione dove peraltro la bellezza regna sovrana e Dio sa quanto i ragazzi abbiano bisogno di bellezza.
La Stanza blu è un progetto nato dalla collaborazione fra il Teatro stabile Mercadante di Napoli e Le Nuvole di Napoli. Il progetto, che ha appena vinto il premio Eolo, prevede l'adattamento di testi del repertorio classico per un pubblico di ragazzi. L'anno scorso apprezzammo molto la versione di un classico come l'avaro di Moliere, quest'anno, con uguale godimento, abbiamo assistito alla riduzione di un testo complesso ma ancora purtroppo assolutamente attuale come “Una casa di bambola” del drammaturgo norvegese Erich Ibsen, messo in scena con la regia e l'adattamento di Fabio Cocifoglia e con in scena quattro convincenti attori: Giorgia Coco, Massimiliano Foà, Luca Iervolino e Gaetano di Maso che letteralmente trasformano se stessi e la loro recitazione in un esempio perfetto di teatro borghese.
La celebre vicenda di Nora viene ambientata, per meglio adattarla alla comprensione di un giovane pubblico, in un' aula di tribunale dove altri uomini e altre donne hanno perso la serenità di un giusto e sereno rapporto tra loro e sul cui deterioramento indaga il procuratore Falk. Il caso della giornata è quello dei coniugi Helmer: Torvald e Nora. Essi, chiamati davanti ai ragazzi che sono testimoni e, aggiungiamo noi, giudici della vicenda rappresentata, ricostruiscono come si sono svolti i fatti che hanno portato Nora a uscire di casa, dividendosi dal marito. Nora è ricattata da un sottoposto del marito a causa di un prestito illecito che lei aveva contratto con lui, falsificando la firma del padre, per salvare la vita di suo marito.
Quando Torvald scopre il fatto, viene assalito dall'ansia e dal tormento di perdere la propria reputazione. Quest'angoscia annebbia ogni altro pensiero e, in preda alla disperazione, dichiara a Nora che allontanerà quella che ora egli considera un'indegna moglie dalla cura dei suoi figli, senza riconoscere che il gesto, anche se compromettente, era stato dettato dall'amore per lui.
Quando ricatto che minacciava la famiglia della protagonista viene annullato. Torvald, perdona all'istante sua moglie. Per Nora, però, la vita non può ritornare ad essere quella di prima. Nora ha compreso che il suo ruolo in quel matrimonio è stato quello di una semplice marionetta, costretta a vivere in una casa di bambola, ora ha bisogno invece di capire chi è veramente per ricostruire, da sola, la propria identità. I ragazzi assistono da vicino a questa vicenda che lo spettacolo semplificandola in modo corretto riesce a rendere a loro esemplare, avvicinandoli anche ad un teatro, a loro purtroppo sconosciuto dove le parole ancora sanno acquistare un peso forte e preciso.
Vorremmo anche aggiungere che ci piacerebbe come in un vero tribunale che alla fine i ragazzi venissero interrogati veramente per enunciare il verdetto su quello che hanno visto, rendendo il sacrificio di Nora più vero e reale.
Luigi D'Elia di Thalassia che ci aveva già l'anno scorso convinto e commosso con “Storie d'amore e di alberi” narrandoci di un'arida montagna francese dove un uomo piantava degli alberi, anche quest'anno ci incanta con “La grande foresta ” nuova storia, presa dal vero, scritta ancora con il fido Francesco Niccolini, trasportandoci in un villaggio del mondo dove gli alberi scompaiono e con loro anche chi li abita, uomini e lupi che sembra uscito dal Dersu Uzala di Akira Kurosawa.
Durante lo spettacolo D'Elia , non solo con le parole, costruisce, sì proprio costruisce, con il legno, la carta le foglie, su un lungo tavolo, la storia di una educazione, la storia del passaggio all'età adulta di un bambino che vive in un piccolo paese con il nonno tra scuola, casa e un grande bosco. Vuole crescere in fretta il nostro bambino e diventare un cacciatore, come suo nonno.
Suo nonno invece gli impone la lentezza, la scoperta del bosco e delle sue regole, spiegandogli come in quel mondo vige un 'armonia che non può essere interrotta. Quando però per un attimo quell'armonia viene infranta, sarà sempre il nonno a ricomporla nella grande foresta dove nulla muore, perchè, come i grandi alberi, è lì dalla terra che tutto proviene.
La narrazione commossa e commovente di D'Elia si sposa in modo assoluto con l'atmosfera incantata che pervade tutto lo spettacolo con un uso degli oggetti che mai rappresentano la parola preferendo alluderla, riverberando così soprattutto emozioni e tenerezze, purtroppo così desuete, in un mondo che purtroppo sta perdendo il contatto con la “ straziante bellezza del creato”.
Tiziana Lucattini di Ruotalibera in “Giufà e il mare” ripropone per la scena il famoso personaggio di forte tradizione orale e popolare presente in tutta l'area del Mediterraneo, la cui saga, per i numerosi rimandi che possiede, ha interessato già altre volte il teatro ragazzi italiano. Giufà rappresenta infatti, nella sua ingenua follia, anche in questo delizioso spettacolo, lo sguardo inantato dell'infanzia .
Questa volta Giufà è in compagnia della madre, su una spiaggia di sabbia, una specie di terra di nessuno. Di fronte a loro il mare. Alle spalle un'indefinita periferia cittadina. Sono poveri, esclusi dal mondo. Giufà guarda il mare, e sogna. Il padre li ha lasciati e se ne è andato e lui lo cerca, dove può, tra le onde e le nuvole. Giufà, in continuo gioco e contrasto bonario con la madre, impara sbagliando le cose della vita.
Ha paura del mondo Giufà che come un bambino sta scoprendo poco a poco, compiendo azioni che solo apparentemente sembrano stupide. Ecco che invece di comprare vettovaglie per il suo sostentamento compra un inutile tamburo ma è con il tamburo che viene in contatto con il padre che non ha mai conosciuto.
Ecco che così che solo allora Giufà e la madre sono pronti per salpare verso nuove terre, nuovi orizzonti, l'eterno bambino ora non ha più bisogno del ricordo del padre, è diventato più adulto e consapevole. Fabio Traversa, antica icona morettiana, accompagnato in scena dalla stessa Lucattini, supera la prova di rendere credibile un personaggio difficilissimo come Giufà, metà folle e metà bambino, conferendogli, senza retorica alcuna, lo statuto dello sguardo infantile che sa cogliere con l'indispensabile aiuto dell'adulto che lo ama, al di là del reale, quello che c'è veramente tra il mare e le nuvole.
MARIO BIANCHI
COME POLLICINO
La compagnia Senza piume ha presentato alla vetrina pugliese lo spettacolo “Come Pollicino”, ispirato all’omonima fiaba di Perrault. La scenografia consta di un piano inclinato con alcune botole/porte, a raffigurare la casa dei due protagonisti, due bambini rimasti soli in casa, i loro genitori sono costretti a lavorare in fabbrica senza sosta dal Grande Dittatore Generale, del quale ascoltiamo solo la voce mussoliniana diffusa da un altoparlante. Nessuno l’ha mai visto, i suoi messaggi alla cittadinanza sono un cumulo di divieti e di restrizioni alla libertà.
Il giudizioso fratello maggiore accudisce la sorellina cercando di impedirle colpi di testa, ma lei, aiutata dalla sua bambola nera Nina (che ci ricorda la cantante jazz Nina Simone) riesce a sconfiggere il despota, nonostante la sua “piccolezza” , proprio come Pollicino con l’astuzia. Lo spettacolo stenta ad ingranare perché la cornice narrativa del dittatore, del popolo oppresso e della mancanza di libertà è lunga da spiegare, soprattutto a bambini di 6 anni, e quasi metà del lavoro se ne va sull’inquadramento di questo contesto, lasciando all’intreccio di Pollicino poco spazio.
Utilizzare la fiaba come metafora del potere è legittimo, ma, a nostro parere, la fiaba dovrebbe rimanere il pilastro dello spettacolo, sul quale si costruisce una struttura che può anche parlar d’altro, qui invece diventa un pretesto schiacciato da una volontà di originalità non del tutto riuscita. L’inserimento del teatro di figura, la presenza della bambola Nina, personaggio ironico e simpatico, potrebbe essere elemento sufficiente a rinnovare la storia di Pollicino, un aiutante in blues che accompagna una bambina piccola ma piena d’iniziativa.
20.000 LEGHE SOTTO I MARI
Teatro Potlach promette effetti speciali e mette in scena il testo di Jules Verne con l’utilizzo di modernissime tecnologie digitali. Un incipit seducente ci introduce nel mondo degli abissi, e grazie all’effetto 3D di due teli a distanza su cui sono proiettate immagini molto belle di mostri marini, calamari giganti, creature misteriose e spaventose, abbiamo, almeno inizialmente, la bella sensazione che i protagonisti della vicenda fluttuino in questa dimensione acquatica.
Purtroppo però la recitazione dei cinque attori ci sveglia da questa illusione marina: troppa maniera, costumi improbabili per gente di mare, dialoghi non credibili appesantiscono molto lo spettacolo. Il professore di Storia Naturale che viene invitato a partecipare alla spedizione di ricerca del mostro che infesta le acque e inghiotte navi e marinai diventa inspiegabilmente una professoressa, una querula madame francese che ovviamente intratterrà una relazione ambigua con il Capitano Nemo, una volta a bordo del sottomarino Nautilus (ne è la consumazione un ballo nel quale i due si sussurrano parole - che dovrebbero suonare eccitanti - sulle spugne delle Antille). Il servo Conseil ci ricorda più Fred Astaire che un valletto, continuamente impegnato in giravolte senza motivo.
Cambiare sesso ad uno dei personaggi più importanti e far recitare il ruolo del capitano della nave Abraham a una donna in uniforme di strass sono elementi che non aiutano, ma tutto sarebbe giustificabile con una buona interpretazione e una regia più discreta, ci sentiamo invece di dire che una bella scenografia è funestata da una direzione artificiosa che annulla l’effetto di mistero e di inquietudine che serpeggia nel romanzo.
PICCOLA ANTIGONE e CARA MEDEA
I due atti unici di Antonio Tarantino interpretati da Teresa Ludovico e Vito Carbonara per il Teatro Kismet ci ricordano - perdonate la banalità - quanto è importante il ben recitare e quanto è bello vedere e ascoltare bravi attori. Lo spettacolo in questione è formato da due parti, distinte, due bei testi, forse “Piccola Antigone” ci pare più riuscito di “Cara Medea” ma entrambi scritti con profondità, ironia, senso del presente con la consueta scrittura iperbolica senza punteggiatura di questo grande autore di cui Teresa Ludovico aveva già messo in scena "La casa di Ramallah". L’Antigone che vediamo in scena è una prostituta, vestita di bianco, con una parrucca di lunghi capelli bianchi, seduta su una sedia bianca. Ci racconta, candidamente, la sua vita professionale, le buffe bizzarrie di alcuni clienti, la diffidenza verso le colleghe ex comunitarie, l’attenzione all’igiene “perché mestiere è mestiere e la pulizia non si trascura: larga ma bella pulita”. E quella maledetta lampadina rotta sulle scale, il padrone di casa non la cambia e tutti i clienti rischiano di rompersi l’osso del collo.
Questa Antigone è classica perché paradigmatica, è una figura che affronta il degrado con senso pratico, un modo di sfuggire allo squallore. La capacità di Ludovico è di non concentrarsi sull’umiliazione della donna che si vende, la sua interpretazione (e il testo) si focalizza invece sull’umanità del personaggio, mai patetico. La classicità entra nella storia, non solo metaforicamente ma anche con l’arrivo di un cliente (lo stralunato Vito Carbonara) che Antigone scoprirà essere suo padre Edipo. La donna è figlia del rapporto incestuoso tra Edipo e la di lui madre Giocasta, qui il tono si fa tragico e cogliamo un’interpretazione che sovrappone e assimila il rapporto che Antigone ha con il fratello Polinice e quello che ha con il padre.
Vogliamo ricordare le piccole perle che Vito Carbonara ci ha regalato come intermezzi comico/tragici tra un atto e l’altro, brevi freddure nonsense raccontate con la giusta precisione. “Cara Medea” è di tono più malinconico, anzi drammatico: Medea è un’ex deportata, uscita da un lager dove è stata rinchiusa dopo aver ucciso i propri figli (come la Medea classica, appunto), viaggia attraverso l’Europa del dopoguerra per raggiungere Giasone, operaio in una fabbrica di Pola. Qui l’attrice mantiene una recitazione asciutta, senza fronzoli, ma più sbilanciata verso un’operazione di distacco dall’orrore del vissuto, è più forte lo sforzo di ricostruirsi un mondo in cui si possa ancora vivere nonostante ciò che si è fatto. O subìto. Teresa Ludovico firma anche la regia mostrando grande sintonia con l’autore dei testi.
ELENA MAESTRI
Cantieri Teatrali Koreja ALICE testo Francesco Niccolini , regia Salvatore Tramacere con Alessandra Crocco, Giovanni De Monte, Carlo Durante, Silvia Ricciardelli.
Il capolavoro di Lewis Carroll è comunemente ritenuto un romanzo per l'infanzia, uno di quei racconti di formazione che guarda all'universo folle che ciascuno di noi possiede. In realtà, pur essendo fonte di ispirazione per tanti spettacoli per piccoli – e grandi se si pensa all'alquanto recente e sontuoso film di Tim Burton – fornisce materia ostica per qualsivoglia racconto fuori dalla pagina. Infatti, nel mettere in evidenza solo qualche aspetto dei tanti palesi – o anche segreti – di cui è ricco, il meccanismo narrativo sembra incepparsi, qualcosa sembra sempre sfuggire e d'altronde un suo adattamento completo è impresa che sfiora l'impossibile. Francesco Niccolini in questo suo lavoro per Koreja compone per sottrazione e nello stesso tempo delinea un'Alice adolescente e molto contemporanea.
La sua intuizione avrebbe forse dovuto trovare il contraltare in una messa in scena assolutamente inedita. Insomma Alice senza Alice. Invece Salvatore Tramacere in qualche modo si lascia imbrigliare dal modello originale cercando una formula ibrida che in parte snatura i personaggi e in parte tenta di crearne di nuovi.
L'operazione si mostra problematica anche dal versante recitativo con un Coniglio sopra le righe e una Regina spettrale mentre il mondo fantastico è immerso prevalentemente nell'ombra. Ma il versante dark – il più interessante della messa in scena anche grazie alla imperiosa sovrana di Silvia Ricciardelli – spesso però deve cedere a più note e concilianti atmosfere. Certo una visione legittima, come legittimo è ogni punto di vista ma sullo sfondo restano Carroll e la sua simpatica – e inquietante - piccina e sono presenze come al solito ingombranti.
Teatro Kismet BALBETTIO ricerca poetica dedicata alla prima infanzia di Teresa Ludovico con Marta Lucchini spazio scenico e luci Vincent Longuemare assistente alla drammaturgia Loreta Guario, collaborazione coreografica Giulio De Leo.
“Balbettio” è la nuova proposta targata Kismet dedicata all'infanzia. Una proposta particolare perché guardando gli elementi messi in campo – acqua, terra, aria, fuoco – e le modalità di rappresentazione – soprattutto la danza affidata alla brava Marta Lucchini – si è portati a considerarla una messa in scena rivolta ai piccolissimi. Ma così non è perché lo spettacolo è dedicato invece ai bambini dai tre ai sette anni e il motivo è nel suo sottotitolo “ ricerca poetica dedicata alla prima infanzia”. Entra in scena quindi la parola, una parola particolare come può esserlo quella che vuol definirsi poetica, e “Balbettio” rivela l'ambizione – o la scommessa – di interessare i piccini ad una teatralità avvolgente e complessa. La strategia adottata ci sembra interessante : una rappresentazione semplice fondata su elementi primordiali e gesti affascinanti si incontra con una voce che presuppone un grado di attenzione fondato sul pensiero. Cuore e cervello dovrebbero incontrarsi, raggiungere un equilibrio in cui emozione e razionalità si sposano. Teresa Ludovico e Vincent Longuemare operano con grande cautela, dosano effetti e suoni mentre la danza ci sembra lasciata un po' più libera, quasi a rappresentare un pizzico di anarchia del corpo.
Domina su tutto il color terra che si fa ambrato filtrato da grandi fogli di carta che consentono l'apparire dell'ombra. E la voce ritorna agli elementi e alle azioni che si compiono in palcoscenico che diviene il campo in in cui è possibile la metamorfosi. Un uovo scompare e poi ricompare per far nascere un pulcino, l'acqua bagna la terra e la danzatrice, la carta si ammorbidisce per trasformarsi in una tartaruga. Immagini decifrabili e altre con un pizzico di mistero in più si alternano, codici conosciuti che ogni volta sembrano rinnovarsi.
NICOLA VIESTI


UNA CITTA'PER GIOCO VIMERCATE 2012
Nel complesso soddisfacente la ventunesima edizione del Festival “Una città per gioco” che si è svolto dall'8 al 10 giugno a Vimercate che ha visto alternarsi nei diversi luoghi di spettacolo della cittadina alle porte di Milano una ventina di produzioni con toni e accenti assai diversi tra loro, soprattutto nelle forme utilizzate, che hanno proposto però un eccellente potenzialità creativa seppur non del tutto espressa sino in fondo. Il festival quest'anno ha poi previlegiato in molte creazioni temi alti e forti, lasciando fuori almeno per una volta le fiabe e le rivisitazioni di altri personaggi “cult” dell'infanzia.
E così lo spettacolo più intenso e compiuto visto a Vimercate è stato dedicato ad un argomento desueto nel teatro ragazzi, quello dell'omosessualità, coniugato per di più al femminile. “Gaya, attenzione fragile”, testo e regia di Giuseppe di Bello, prodotto da “Anfiteatro” e “Controluce” si rivolge direttamente senza infingimenti ai ragazzi, per narrare in prima persona il percorso di maturazione di una “fragile” lesbica dall' infanzia difficile, all'interno di una famiglia del Sud, incapace di comprendere le difficoltà della giovane, sino alla consapevolezza di sè e delle proprie emozioni. Il racconto, interpretato in modo intensamente espressivo da Elisa Carnelli, porta così i ragazzi a riflettere su un tema considerato tabù dalla nostra educazione cattolica, trasportandoli oltretutto alla radice della nascita dei sentimenti più intimi dei propri coetanei.
La scoperta di una diversità vista come una colpa, la paura di parlarne con il padre, la benevola e incolpevole riluttanza della madre, le prime pulsioni, il primo innamoramento, l'accettazione consapevole di una normalità sono viste come un percorso naturale che porta la protagonista alla felicità di vivere liberamente la sua sessualità, pur nel rimpianto di non avere comunicato con il padre.
Il racconto poi pone l'accento su problematiche che non riguardano solo i generi ma ciascun aspetto di relazione di ognuno di noi con le cose di questo mondo. La vita di una ragazza, e nel racconto quella di altri suoi coetanei che ogni giorno vivono le stesse difficoltà e spesso le stesse umiliazioni per ciò che è naturale come l'amore, si sposa efficacemente con la necessità di far comprendere agli adolescenti, ma purtroppo anche a molti adulti, come la diversità sia una forma di ricchezza interiore men che meno una colpa.
La “mala educacion” è anche presente in due produzioni di tutto rispetto : “Il Bambino Oceano” di Teatro Telaio, attraverso la metafora della fuga di Pollicino ambientata in una Francia contemporanea e “Da grande voglio essere felice” della giovane compagnia mestrina “Il libro con gli stivali” che ha al centro del plot il piccolo Thomas, reso infelice da una famiglia che gli è estranea, e per questo preso in custodia da due sorta di custodi angeli, buffi e pasticcioni, anche loro alle prese con la paura di non riuscire nel loro difficile compito.
Il “ Bambino Oceano”, tratto dal libro omonimo di Jean-Cloude Mourlevat, è una rilettura in chiave moderna della fiaba di Pollicino. L'avventura di un minuscolo bambino di nome Yann che trascina i suoi sei fratelli fuori da una casa, dove i genitori sono poco propensi ad amarli e comincia a correre con loro attraverso i fossi ed i campi per arrivare fino all'oceano, è raccontata in modo espressivo e convincente da Alessio Kogoj attraverso le testimonianze degli adulti che lo hanno incontrato durante il suo cammino e che da quell’incontro sono rimasti segnati per sempre. Come in un film dei Dardenne in' atmosfera buia ed inquietante, la provincia francese accoglie il viaggio di Jan e dei suoi fratelli verso un possibile futuro diverso, peccato che un finale poco chiaro lasci in sospeso il discorso ma lo spettacolo conferma la bontà e l'originalità del percorso registico intrapreso da Angelo Facchetti con il gruppo lombardo.
“Da grande voglio essere felice” della giovane compagnia mestrina “Il libro con gli stivali”“con Susi Danesin e Anna De Franceschi diretto da Gaetano Ruocco Guadagno, è invece ambientato in una scenografia lilipuziana, dove due esseri un po angeli e un po custodi, guardoni e non del tutto consapevoli delle loro potenzialità, ripercorrono e rivivono le paure di Thomas, un ragazzino circondato da un mondo che gli è potenzialmente nemico, il padre manesco, le irriverenti vicine di casa, l’egocentrico sacerdote, la sincera Eliza, il nonno solitario e la travolgente zia Pie. Le presenze degli adulti sono felicemente evidenziate da invenzioni sonore e scenografiche che interagiscono con i giochi e le titubanze delle due raccontatrici.
Alla fine Thomas capirà che deve necessariamente superare le sue paure perché “si è felici solo quando si smette di avere paura” e potrà vivere la sua vita pienamente consapevolmente sotto un cielo di stelle che i due suoi custodi sono riusciti finalmente ad accendere. La drammaturgia di questo bel lavoro dovrebbe a nostro avviso perdersi meno in giochi verbali e approfondire meglio le radici della infelicità di Thomas e quindi del suo conseguente raggiungimento della felicità.
Altro tema toccato è stato quello della mafia con il sempre convincente Giorgio Scaramuzzino del teatro dell' Archivolto che in “Dentro gli spari”, ,liberamente tratto dal libro di Silvana Gandolfi, continuando nel suo personale cammino verso un teatro di impronta civile, narra, attraverso un montaggio di due storie apparentemente diverse tra loro, le vicissitudini di un ragazzino che riesce a trovare il coraggio per contrastare l'omertà che lo circonda.
Due sagome poste al centro del palcoscenico sono gli unici ornamenti scenografici dello spettacolo che consentono a Scaramuzzino di prodursi in un montaggio verbale parallelo delle due storie ,quella del piccolo bambino siciliano Santino e l'altra del ragazzo ligure Lucio, che solo alla fine dello spettacolo si uniscono per testimoniare la presa di coscienza di una nuova vita che ha nella verità l'unica via del possibile riscatto. Una storia esemplare narrata in modo esemplare.
“Una città per gioco” ha anche ospitato uno spettacolo scritto e diretto da Cesar Brie “Nella tana del lupo”. La storia narrata e cantata da Isadora Angelini Luca Serrani e Mia Fabbri di Teatro Patalò a stretto e diretto rapporto con i bambini con l'ausilio del teatro di figura, rivisitando un curioso testo di Boris Vian, è quella di Denis, un lupo vegetariano che colleziona nella sua tana i rottami provenienti dagli incidenti sulla statale che passa proprio sotto di lui. Trasformatosi per un incanto causato dal terribile Mago d'Oriente in un uomo e innamoratosi della bella Angelica, il nostro lupo si ritroverà coinvolto in bizzarre avventure di grande e divertente comicità. I bambini sono invitati a partecipare ad una storia dai contenuti inusuali che vive di accostamenti surreali attraverso un gioco che mescola forme teatrali diverse ma tutte estremamente coinvolgenti .
Lo spettacolo in forma di circo “Lucio l'asino show, incredibile spettacolo di trasmutazione” in cui Mauro Mou, Silvestro Ziccardi e Giampietro Guttuso, su un soggetto originale di Silvestro Ziccardi, prendendo spunto dalla collodiana città dei balocchi, mettono in scena le surreali avventure di un ragazzo mezzo ciuco è una creazione ardita ed interessante per i suoi continui cambi di registro e per i suoi riferimenti specifici all'attualità. Infatti in Lucio l’Asino che in una notte senza luna aspetta il carrozzone per inseguire i suoi sogni nella Fabbrica della Felicità, lo spettatore può facilmente riconoscere un adolescente del nostro tempo che attraverso la metafora degli occhiali “ magici” crede illusoriamente di essere quello che vuole, trasformando gli oggetti in desideri e immaginando una vita senza dolore, nè noia, nè sconfitta. Ma l'esistenza di quasi tutti noi ohimè non è proprio così e quando la giostra delle speranze si ferma occorre andare avanti solo con le proprie forze, con la propria volontà ed intelligenza che a ciò deve essere formata.
Questo assunto interessante, che si esprime con accenti e forme teatrali diverse, dal circo alla narrazione alla commedia musicale che oltre ai riferimenti collodiani si nutre di rimandi che vanno da Luciano di Samosata a Sofocle, non sa però ancora in quale direzione andare, percorrendo diversi troppi rivoli che molto ingarbugliano lo spettatore ma il cuore c'è e, essendo lo spettacolo ancora in divenire, basta trovarlo, individuando i giusti accorgimenti, sfrondandolo del superfluo accorciando anche la prima parte ridondante e ripetitiva.
Michele Cremaschi, vera e propria controfigura del grande cineasta francese, in “Méliès & me - Il futuro non è più quello di una volta” rende un sincero e riverito omaggio al George Méliès, il creatore del cinema di invenzione, reso celebre dall'ultimo film di Scorsese “Hugo Cabret “. L'attore bergamasco, utilizzando le più moderne tecnologie, riesce a replicare i portentosi giochi di illusione propri del cinema di Méliès entrando ed uscendo dallo schermo, costruendo dal vivo storie surreali dove l'immagine si riverbera due, dieci volte tra palcoscenico e schermo con effetti veramente esaltanti.
Cremaschi si butta completamente in un'operazione difficilissima che rende onore a questo grande genio incompreso del cinema, morto poverissimo. Purtroppo tanto forti sono le reinvenzioni cinematografiche offerte al pubblico in modo forse eccessivamente copioso, tanto sono povere quelle teatrali ed il trucco di far presentare lo spettacolo sotto forma di conferenza da uno studioso di cinema non è supportato a sufficienza dal gioco teatrale che risulta povero e solo a sprazzi interessante.
Il Centro R A T teatro dell'Aquario ha presentato al festival la sua ultima produzione “ Moby Dick” liberamente ispirato al capolavoro di Hermann Melville con la riduzione e la regia Antonello Antonante con Maurizio Stammati, solo in scena.
Partendo direttamente dalle parole dello scrittore americano, il testo letto ed interpretato da Stammati ne evidenzia l' allegoria dell’uomo alla ricerca di se stesso, tutto teso all'esplorazione del mistero della vita, dove la balena bianca diventa metafora e ossessione della morte da cui non si può sfuggire . Davanti all' apparente tragica sconfitta del capitano Achab, sarà il giovane Ismaele, l'unico testimone rimasto, che dovrà narrare le meravigliose avventure di cui è stato spettatore e l'epica lotta di un uomo contro il suo destino
Lo spettacolo ci sembra ancora in divenire nella sua forte staticità seppur contrappuntata dalle immagini del film di Huston e da pochi gesti che non di meno altamente significativi ( l'alzarsi della vela, il rumore della gamba del capitano, la creazione artificiale del mare, l'ondeggiare del protagonista) non bastano per ora a rendere sempre emozionalmente forte e teatrale la parola di Melville.
Gigio Brunello a mezzanotte ha regalato agli spettatori accorsi ad ora tarda per vedere il suo personale omaggio al Risorgimento con “Teste calde” la storia di un episodio dimenticato della epopea veneta di quel glorioso periodo. Su una perfetta drammaturgia creata con Gyula Molnar il maestro del teatro di figura italiano narra la rocambolesca storia di una cassa di fucili misteriosamente scomparsa. Sul suo conosciutissimo tavolato di lavoro nella ricostruzione della Mestre ottocentesca tra la torre, le Barche, il Ponte della Campana, il Forte Marghera prendono vita le figurine dei personaggi della storia, contadini e soldati, spie , disertori e giovani patrioti con i loro amori, tradimenti e morti. Uno spettacolo asciutto, forse meno divertente ed emozionante di altri dell'artista veneto ma come al solito ben costruito nella sua originale artigianalità.
Nelle bellissime stanze della Villa Sottocasa abbiamo potuto vedere, dopo l'anteprima in forma di mostra animata al festival Zona franca, il percorso interattivo di Scarlattine teatro, Micromignon, costruito per quaranta bambini, in cui le strampalate macchine create da Anna Turina e Matteo Lainati, ispirate a testi appositamente scritti per l'infanzia, nidoFono, Bicisca & Biciosca, lumaLena prendono vita attraverso le storie narrate e fatte vivere da Giulietta De Bernardi e Anna Fascendini a stretto contatto con il pubblico dei piccolissimi.
I bambini, immersi in un universo che attraverso le parole, l'arte e il suono viene completamente reinventato, compiono un vero e proprio percorso immaginifico di partecipata suggestione. I desideri dei bambini che un albero è riuscito a far fruttificare li spinge infatti a muoversi verso la scoperta di un bestiario favoloso dove troveranno il nido di un gufo dove possono rintanarsi, una balena che si incontra con una lumaca, una mosca impertinente, issata su una bicicletta , alle prese con una brutta avventura terminata bene. Ed alla fine singolarmente potranno approcciarsi alle sculture, vivendole direttamente.
Con "Fuori di testo" ,la prima vera nuova creazione della compagnia Fratelli Caproni ,cioè Alessandro Larocca e Andrea Ruberti che abbiamo già avuto modo di apprezzare in molti spettacoli di Quelli di Grock, è come se si volessero presentare, incominciando dall'inizio, mostrandoci cosa sanno fare e qual è la matrice del loro teatro. Sono due clown con tanto di nasi rossi e grandi occhiali che costruiscono il loro mondo solo attraverso i gesti, reinventandolo ogni volta con i pochi elementi che hanno a disposizione, un rotolo di skotch, delle birre, un armadio magico dove spariscono ed riappaiono, costruendo ogni volta spazi diversi e adattando la loro poetica anche alle musiche scritte apposta dal fido Gipo Gurrado e dalla sua band. Molto divertimento per grandi e piccini, ma ora, dopo il manifesto della loro modo di stare in scena, ci aspettiamo però lo spettacolo vero e proprio .
I padroni di casa della Tangram rinverdiscono il loro repertorio da strada che dopo il cult “Furgon Circus” era stato per un po' di tempo trascurato e su uno strambissino tritandem vanno in giro per strade e vicoli a spegnere improbabili fuochi, a compiere salvataggi di gente in pericolo, tutto ovviamente in modo maldestro, coinvolgendo il pubblico attraverso gag e interazioni di divertente coinvolgimento. Corrado Deri, Fabrizio Palma, Luigi Zanin sono dei Pompieri vestiti di tutto punto che in un gioco teatrale che si rifà al cinema muto tra slapstick e clownerie creano uno spettacolo divertente in qualche momento ancora da registrare ma estremamente spassoso per grandi e piccini.Come divertente e coinvolgente per i numerosi bambini e grandi che l'hanno seguito e "partecipato" per tutte le vie della città lo spettacolo itinerante della Compagnia napoletana degli Sbuffi"Seaparade"che utilizzando tutte le tecniche e i mezzi che il teatro di figura possiede inventa un vero e proprio acquario ambulante popolato di piovre, squali e meduse per poi narrare la celebre storia di Colapesce davanti al pubblico che felice si è raccolto intorno ai 7 attori che hanno animato la complessa macchina scenica ambulante
E poi il Festival è finito come sempre accade con lo spettacolo cult , ovvero Teatro Ridens della compagnia Donati e Olesen. E Teatro Ridens come del resto Buonamotte brivido o Kamikaze è una creazione senza tempo dove la comicità calibratissima di Giorgio Donati e Jacob Olesen ci restituisce ogni volta sprazzi di felicità veramente inesauribili. Nello spettacolo i meccanismi del riso vengono offerti agli spettatori attraverso esemplificazioni sempre di irresistibile comicità dove l'incanto dell'Augusto e del Bianco si riverberano ogni volta in modi diversi e sempre uguali, testimoni di un'arte senza tempo.
MARIO BIANCHI
Vanjuska Moj è uno spettacolo in cui al grande eclettismo musicale si aggiungono acrobazie aeree con trapezio e tessuti ed una giocoleria di estrema originalità, e dove gags, improvvisazione, comicità spontanea e costruita, danno al lavoro un taglio estremamente fresco ed efficace. In scena un presentatore, l'impacciato Mascherpa, e la "grande artista russa" Maila Zirovna.
Ma anche una coppia... non solo artistica. E la relazione tra i due diventa subito chiara: Mascherpa e' la parte più fragile, totalmente al servizio dell'altra da cui egli è quasi sovrastato; lei, al contrario è più forte, più attraente, e anche quando il povero Mascherpa riesce apparentemente ad avere, creando nella solitudine della propria loop station, un momento di successo, ecco accorgersi subito che l'applauso non è dedicato a lui ma a Maila. Ma non importa, c'è l'amore...
I due corpi si fondono nella musica, e i numeri di giocoleria e i suoni necessitano di entrambi, così come i due protagonisti necessitano l'uno dell'altra. In tutto lo spettacolo è evidente la grande sintonia tra i due interpreti, abili musicisti, acrobati e giocolieri, ottima la padronanza di tutti gli strumenti utilizzati e buona la stabilità di un lavoro evidentemente rodato. Forse un pò ridondante il passaggio da un numero all' altro e, a volte, un po' semplice il gusto della risata.
Anna Maria de Giorgio
FIABA LUPA
La Controluce in coproduzione con Naviganti sognatori presenta alla vetrina di Vimercate 2012, Fiaba Lupa, con Bano Ferrari e Naya Dedelmailan. I due attori entrano in scena presentandosi come il signor Circo Lupesco e la signorina Musica Fiaba, ognuno vuole primeggiare sul palco e così finiscono per mettersi – quasi – d’accordo nel raccontare alcune fiabe, impersonandone i protagonisti.
Piero Lenardon alla regia si è concentrato sul rapporto comico tra i due, che funziona in più di un’occasione, dimenticando però il complesso dello spettacolo. Bano Ferrari è divertente, la Dedemailan ha una buona freschezza, ma la regia non ha ancora dato una compiutezza al lavoro, che risulta un compendio slegato di tre fiabe con la figura del lupo a fare da trait d’union. Noi pensiamo che si debbano legare meglio i tre racconti (Cappuccetto rosso, Il lupo e i sette capretti e Il lupo e l’agnello), con un motivo drammaturgicamente più forte, dando anche un senso chiaro al perché i due li rappresentano. I ruoli iniziali del signor Circo Lupesco e della signorina Musica Fiaba spariscono senza essere stati chiariti. Il nostro consiglio è quindi di mantenere lo spirito scanzonato e il metodo clownesco ma inserendo questi elementi in una struttura armoniosa e più coerente.
ELENA MAESTRI


PALLA AL CENTRO 2012
Decisamente sotto tono la settima edizione di Palla al Centro, la vetrina delle compagnie di teatro ragazzi del Centro Italia, a cui abbiamo partecipato come spettatori interessati a Porto Sant'Elpidio durante il Festival internazionale “I Teatri del mondo” e che si è svolta per tre giorni dal 16 luglio al 18 luglio. Si contano infatti quasi sulle dita di una mano le creazioni che ci hanno interamente soddisfatto su un totale di 18, testimonianza di una crisi del settore che il dibattito innescato su Eolo sta sottolineando in modo evidente.
A farla da padrona sono stati soprattutto gli spettacoli di Teatro di figura che ci hanno regalato le emozioni e i risultati più convincenti. Tra essi per fortuna possiamo annoverare un autentico piccolo capolavoro “Il miracolo della mula” della Compagnia perugina il Laborincolo in cui Marco Lucci in collaborazione con Gigio Brunello fa rivivere i personaggi di un orologio meccanico posto sul campanile della grande piazza di Praga.
E' così che assistiamo alle avventure del prode Poldino che sostenuto dal vescovo Simplicio, da Santuzza, una mula parlante e da Beatrice, aiutante magico di eterea consistenza, riesce a conquistare la sua Orsola gabbando perfino la morte. Tra improbabili travestimenti, torte succulente che cambiano padrone e imprese mirabolanti, si sviluppano avventure strampalate di godibilissimo divertimento sorrette da un ritmo perfetto sempre incalzante di grande maestria.
Lo spettacolo tautologicamente è una perfetta macchina ad orologeria pervasa da un gusto surreale di rara raffinatezza dove uomini e animali si muovono in un mondo in cui lo spettatore si dimentica di avere davanti degli esseri inanimati per immergersi completamente in un gioco scenico dove la fantasia regna sovrana.
Abbiamo riprovato entusiasmo analogo per una produzione di dieci anni fa, a testimonianza di come il repertorio sia fondamentale nel mondo del teatro ragazzi, stiamo parlando della fortunata storica creazione del Teatro Pirata “ Premiata Ditta Scintilla, il Carrozzone delle meraviglie “. Lo spettacolo resuscita perfettamente il magico teatro viaggiante di una volta dove ogni cosa veniva immersa in un' atmosfera di stupore oggi andata completamente perduta. E così le vicende dell'uomo cannone, della donna barbuta e dell'uomo invisibile, nella loro manifesta impossibilità di essere veritiere, acquistano ancora una volta un' aura di incantata meraviglia, creata con perfetto e calibrato tempo comico da Francesco Mattioni e Silvano Fiordelmondo che si muovono tra oggetti resi fantasmagorici dal teatro e pupazzi tra cui il portentoso Dottor Fischerman di imperitura memoria.
Dopo l'ottima riuscita di “Storie appese ad un filo” Il Teatro del Canguro ci ha regalato un nuovo spettacolo di grande dignità, una versione molto fedele de “La bella e la bestia”. Tutto l'incanto della celebre fiaba viene perfettamente restituito attraverso una semplice tavola intorno alla quale si muovono uomini e pupazzi tra poche ed essenziali scenografie e alcuni oggetti altamente significativi a cui fanno da contraltare giochi e figure di ombre .
Il teatro di figura è pure parte integrante del nuovo lavoro dei pescaresi del Florian ispirato a La bella addormentata che dividono il loro spettacolo esattamente in due, un forse troppo lungo preambolo attorale che vede narrare l'attesa da parte dei genitori della nascita della protagonista e una seconda parte affidata soprattutto a pupazzi , contrassegnata liricamente da pochissime parole e dall'uso poetico del teatro di figura , dove fatalmente, secondo l'infausta profezia, si compie il destino di Rosaspina, che come si sa dopo cent'anni di sonno viene salvata da un principe. Lo spettacolo ci pare nel complesso nella sua semplicità ben strutturato e ci riconsegna una nuova versione della celebre fiaba di buona fattura.
Tra le sicure riuscite della vetrina dobbiamo anche annoverare lo studio che la compagnia Teatro Linguaggi ha dedicato all'Orfeo di Monteverdi che, continuando il proprio percorso dedicato all'opera, si avventura in un capolavoro barocco di altissima valenza e lo fa coinvolgendo sul palco due bambini del pubblico che faranno da contraltare ai protagonisti della storia Orfeo ed Euridice, mentre sul palco uno schermo ogivale coperto di cellofan propone agli spettatori immagini che la musica di Monteverdi rende incantate.
Nel piacevole e divertente “L'Orco del Teatro” Marco Renzi ripropone il suo particolarissimo modo di intendere il teatro per l'infanzia come una festa condivisa e qui, a differenza dello spettacolo precedente , dove erano i lupi, ora sono gli Orchi ad essere protagonisti, invadendo ancora un volta la platea mediante una maschera che rende orco tutto il pubblico. Con essa gli spettatori aiuteranno due poveri inservienti a catturare (forse) un Orco attore (un Oberdan Cesanelli perfettamente in parte) fuggito dalla sua cassa.
Due compagnie perugine hanno raccontato la tradizione dell'Umbria attraverso le sue storie :Teatro di Sacco con “Valmagicherina” e Fontemaggiore con “Fiabe ritrovate” Roberto Biselli nel primo, con l'ausilio della voce di Barbara Bucci e della musica dal vivo del complesso Sonidumbra, narra storie della Valnerina che hanno come protagonista la Sibilla e Guerrin Meschino, già reso celebre da uno spettacolo storico, cavallo di battaglia di Marco Renzi.
Enrico de Meo e Nicol Martini invece in “Fiabe ritrovate” sono due uccelli che hanno l'arduo compito di ritrovare le fiabe umbre ormai perdute e custodite dal re degli uccelli. Aiutati da Lorenzo Frondini con la regia di Beatrice Ripoli sul palco vengono narrate tre storie che hanno come contenuto l' amore, Il coraggio e la paura . Ispirato al libro “fiabe umbre” di Donato Loscalzo l'ultima creazione per ragazzi di Fontemaggiore è un lavoro dal sapore naif di semplice ed immediata costruzione.
Il mondo della tradizione ritorna ancora Ne “la favola di Papa Celestino, la ballata del coraggio “ di Teatrabile, gruppo aquilano che mette in scena la vicenda del papa che fece “il gran rifiuto “narrandone la storia con la voce di Roberto Mascioletti (e l'utilizzo un poco superfluo di burattini)ma soprattutto raccontando dei vari rapimenti che il corpo di Celestino ha dovuto subire durante i secoli. Tutti e tre gli spettacoli assolvono soprattutto il loro compito di ripristinare la memoria di una tradizione popolare che in qualche modo andrebbe perduta. Su un tentativo invece di rinnovare i linguaggi si muovono Giancarlo Vulpes ed Enrico De Meo narrando in Biancaneve e Nerinvidia la celebre fiaba dei Grimm, vista attraverso gli occhi di due archeologi che si trovano davanti ad un sarcofago, contenente il corpo di una misteriosa fanciulla.
I modi e le trovate sceniche dello spettacolo di impronta Dark e ancora in fieri ci sembrano interessanti( lo specchio come mantello luccicante, i simpatici nani, il misterioso sarcofago) ma secondo noi non è ancora stato trovato il cuore di questa creazione che si muove a singhiozzo verso troppe direzioni ma la voglia di sperimentare è tanta e siamo sicuri che si troverà il filo della matassa.
Deludenti, ci sono sembrate alcune creazioni che sulla carta avevano tutti i numeri per poter invece essere interessanti, Mario Mirabassi per esempio per il Tieffeu imbastisce una versione assai ambiziosa della famosa fiaba “Raperenzolo” con molti pupazzi e scenografie assai elaborate ma il risultato è a nostro parere molto approssimativo sia sotto l'aspetto formale sia sotto quello interpretativo.
Stessa cosa avv

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