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Eolo
recensioni
Valeria Ottolenghi regala ad eolo le sue recensioni
Dalle Briciole agli Eccentrici Dadarò a Rodisio

Storie vere e meno vere degli abissiproduzione Briciole/ Solares



Il rumore forte delle onde del mare. Il palcoscenico è colmo di oggetti disordinati, una botte, una sedia sghemba, la prua di una barca spezzata, una gabbia/ nassa, funi, gomene. In “Storie vere e meno vere degli abissi”, Claudio Guain è il narratore e insieme tanti personaggi, tutti legati a storie di mare, frammenti sparsi, citazioni, solo al termine, completo, il racconto di Buzzati “Il colombre”, carico di molteplici significati, denso, ambiguo, affascinante in particolare per il senso da dare al destino - da cui è inutile - forse - cercare di fuggire. Anche perché a volte lo s’immagina diverso da quanto poi si riveli in realtà. Troppo tardi per cambiarlo: la vita ormai dietro alle spalle...

In questo spettacolo - di Piergiorgio Gallicani (che firma anche la regia) e Claudio Guain, che è per brevi tratti affiancato in scena da Riccardo Reina, presenza misteriosa con giacca impermeabile da marinaio - si vive dentro avventure di mare, fonte d’infinite ispirazioni, le acque profonde cariche di molteplici valori simbolici, allegoria stessa del subconscio.

“Storie vere e meno vere degli abissi” - musiche ed effetti sonori di Dario Andreoli, luci di Emiliano Curà, scene di Paolo Romanini, produzione Briciole/ Solares - vive nella cornice di “Pinocchio”, con Guain/ Geppetto, che all’inizio spiega al suo figliolo di legno della sua permanenza nel ventre della balena, dei viveri chiusi in un baule, giunti da un naufragio, dei tanti libri che gli avevano tenuto compagnia in quella lunga permanenza... Tante le sorprese in un parlare fitto, evocando le figure di Giona e di Achab, tra schegge di altre narrazioni, una drammaturgia a balzi, con parti dilatate o più veloci: c’è anche la scoperta del pubblico, quando, alle prime battute, il protagonista capisce che c’è chi sta ascoltando! “Ma certo, perbacco, questo è un autentico gam, come dicono i balenieri: un incontro di equipaggi...”.

E’ nell’ultima parte che è inserito il racconto del colombre, il mostro marino leggendario che sembra appaia a quei marinai condannati a morire presto tra le onde. Il protagonista, ormai vecchio, vorrà infine andargli incontro, scoprendo che quella creatura voleva invece offrirgli la perla del mare, la felicità.

E’ poi ora di andare. Perché quella è ormai l’ultima candela: Geppetto e Pinocchio devono proprio uscire da quell’antro buio, il burattino pronto ad aiutare il suo papà...


LUIGI D'ELIA “La grande foresta” di Francesco Niccolini (che firma anche la regia) e di Luigi D’Elia,


Un bel testo che, con apparente semplicità narrativa, moltiplica questioni e stati d’animo, con un solo interprete che racconta, spiega, riflette, ma intanto fa anche concretamente proprie le reazioni emotive del bambino-senza-nome protagonista dello spettacolo, un bambino che viveva in un paese-senza-nome ai margini di un fitto bosco ancora incontaminato nella sua parte più profonda, ma già da tempo gravemente minacciato intorno da costruzioni, binari ferroviari, nuove strade.

Ha saputo conquistare “La grande foresta” di Francesco Niccolini (che firma anche la regia) e di Luigi D’Elia, che, unica presenza in scena, è anche autore dello spazio scenografico, un grande tavolo obliquo, inclinato verso gli spettatori, colmo di “botole” che moltiplicano le sorprese, da cui fare uscire oggetti che per lo più evocano solamente quanto viene nominato, e piccoli teatrini d’ombre (anche solo con un grande fazzoletto bianco, le sagome comunque nascoste in una speciale rientranza). Così anche per i gesti, i movimenti, per lo più solo accennati, e per i dialoghi, del tutto essenziali, il bambino insieme al nonno che l’ha cresciuto. Perché “La grande foresta”, produzione Thalassia Teatro, è anche storia di passaggi generazionali mentre il mondo intorno va cambiando velocemente. La scuola era lontana quattro chilometri, una distanza che i pochi bambini del piccolo villaggio dovevano fare a piedi. Anche se poi arriverà lo scuolabus, e la luce elettrica, con le grandi jeep che ormai riuscivano ad entrare anche nella parte più segreta, nascosta, del bosco. Ma non è questo solo uno spettacolo “ecologico” e di formazione: molte le tensioni etiche ed emotive, con i principi del nonno (non si spara ai cuccioli!) e le ansie nella notte in attesa di andare a caccia. Uno spettacolo scorrevole e pure assai denso: perché nel cuore del racconto c’è anche il tema della responsabilità, con il tempo che mai, mai può tornare indietro. Inutile quella filastrocca/ incantesimo, “sette volte bosco,/ sette volte prato/ e poi tutto tornerà com’era stato”. Perché quella bimba era irrimediabilmente morta in mezzo alla neve - e forse non era stata colpa di quei lupi che pure, accusati per abitudine, erano infine stati uccisi, ultimi lupi in quella foresta non più incontaminata.


Eccentrici Dadarò, “Anselmo e Greta”



Davvero fantastici questi Dadarò, intelligentemente “eccentrici” com’è nel nome della compagnia: nello spettacolo “Anselmo e Greta” - drammaturgia di Fabrizio Visconti (autore anche della regia) e Rossella Rapisarda, che è anche in scena con Valerio Bongiorno - si gioca, con allegria, uno straordinario ritmo, una comicità che coinvolge presto il pubblico dei ragazzi, con un’infinità di temi, anche ardui, complessi, che restano nell’aria, consegnati con garbo e sensibilità in un’atmosfera sempre un po’ stralunata, una narratività a singhiozzo di notevole forza comunicativa.

In un angolo di stanza dalle pareti chiare, al centro un tavolo con quattro sedie candide, che svelano la loro non-funzione essendo solo forme essenziali, prive di base d’appoggio, i due bravi attori, felicemente, allegramente coordinati tra loro, in bizzarri dialoghi, battute stravaganti, lasciano intravedere tracce di importanti racconti di formazione come “Hansel e Gretel” e “Pollicino”, ma in meccanismi, situazioni, passaggi del tutto nuovi, strampalati, misteriosi, pure ugualmente veri nella loro essenza.

I due protagonisti sono insieme Anselmo e Greta cresciuti, diventati grandi, italianizzati i nomi della fiaba, ma anche i genitori di due figli (ancora: Anselmo e Greta) forse dimenticati, o che, ormai autonomi, si sono allontananti “abbandonando” quella casa. Sembra una storia davvero difficile: ma non è così, perché le azioni si inseguono per altre vie. Mentre si cerca di ricordare: perché c’è anche un problema di memoria, con le cose che svaniscono nel nulla. Basterebbe evocarle perché ritornino? Con la musica a un certo punto pare di sì. Belle le azioni, cadenzate, a tratti quasi in forma di coreografia con gli oggetti in scena.

Una famiglia felice. Ma: di quante persone? e: come mai si avverte quel fastidio allo stomaco? Funzionale anche la scelta della musica per quelle strane circostanze su cui si vanno moltiplicando gli interrogativi: anche lo cose possono abbandonare le case? quali gli errori compiuti se i ragazzi se ne sono andati? non dovevano insegnare loro a camminare, ridere, pensare, sognare...? E come mai ogni tanto si scoprono dei sassi? sono quelli di Pollicino? Non ci sono vere domande - e certo nessuna risposta: sono passaggi sospesi, molto teatrali, dove il coinvolgimento avviene a più livelli. Al di là dell’immediatezza del divertimento molti gli stimoli su cui riflettere.

Bravi “Eccentrici Dadarò”!




Claudio Milani, autore e interprete di “Lulù”, compagnia Latoparlato:



E alla fine appare davvero Lulù! Quando ormai sembrava quasi terminato lo spettacolo lasciando - è vero - qualcosa in sospeso, ma con il racconto dei tre fratelli ormai concluso, il mantello del cattivo a lato, arricciato su un’asta, quasi scultoreo, ecco arrivare, morbido, peloso, vasto pupazzo azzurro dagli occhi mobili, Lulù, creatura nominata al maschile malgrado il suo compito speciale, far nascere, dalla sua vasta pancia, le lucciole che popolano la notte.

Molto bravo nella recitazione scandita, lo sguardo vivo, comunicativo, Claudio Milani, autore e interprete di “Lulù”, compagnia Latoparlato: molti gli elementi fiabeschi, con le diverse caratteristiche dei personaggi, il numero tre che ritorna, i viaggi con alcune prove da superare, l’incontro con il malvagio da sconfiggere (qui con le movenze di Marty Feldman in “Frankenstein Junior”), ma il motivo guida che ritorna è legato sempre a Lulù, nel racconto figura mitica che rende ancora possibile la presenza delle lucciole. Che appaiono davvero in scena, sorprendentemente, tra le dita del narratore, che a tratti fa alcune domande ai piccoli spettatori felicemente coinvolti, pronti a stupirsi di tante cose, anche di quel gruppo di canne che paiono muoversi magicamente al suono della musica o per chiudere il passaggio del protagonista in scena, ondeggianti ad un vento che non si sente, capaci anche di piegarsi fino a scomparire.

Si ritroveranno i tre fratelli che erano stati divisi dopo la morte dei genitori, ciascuno con qualità differenti, in grado di comporre insieme, tenendosi per mano, un’energia speciale, nata dal coraggio, dall’intelligenza, dall’affetto. E alla fine, alla domanda se si può credere all’esistenza di Lulù, la risposta è un sì corale. Sarà dunque quella convinzione collettiva a fare apparire, vero prodigio, quell’essere lanoso, panciuto, dal cui ombelico fuoriescono quelle minuscole creature di luce? Divertimento, allegria, molti applausi al termine.


Auredi Teatropersona




Tre porte in uno spazio concreto e stilizzato ad un tempo, realistico e immaginario, un luogo preciso e pure vago, un tavolino e una sedia nel silenzio dell’attesa tra note al pianoforte: è la stanza della memoria, territorio della mente, con azioni lasciate emergere in continue metamorfosi, deviazioni dei ricordi. Ardui ma magnificamente assimilati in forme poetiche, suggestioni di estrema raffinatezza, i riferimenti culturali esplicitamente dichiarati di “Aure” di Teatropersona: fonti d’ispirazione la “Recherche” di Proust e le opere del pittore danese Vilhelm Hammershøi.

Bravissimi - tra passaggi di teatro danza, massima eleganza nei movimenti, figure sciolte, lievi, a tratti come manichini da spostare con leggerezza - Valentina Salerno, Francesco Pennacchia e Chiara Michelini, presenze inquiete che sembrano aver bisogno di un pensiero esterno, un soffio guida, per prendere vita, creature oniriche, proiezioni di una mente che forse le sta sognando altrove.

Autore di questo spettacolo dal titolo così evocativo, come volendo la scena ospitare ombre, fantasmi, emanazioni luminose di persone assenti, è Alessandro Serra che firma regia, drammaturgia, scena, luci e suoni, tutto in un equilibrio di grande intelligenza e rigore. Non ci sono parole, ma si avverte a tratti l’avvio di una storia, che però poi si scioglie in altro, qualcosa di evanescente, indefinito. E i ricordi paiono scricchiolare: così le giunture di alcune di queste figure che entrano ed escono dalle porte come attraverso varchi misteriosi, nel buio ammalianti apparizioni del subconscio.

Cose e persone paiono di natura affine: di grande fascino l’immagine del luminoso abito bianco di una delle presenze femminili che va coprendo, come candida tovaglia, il piccolo scrittoio, sgusciandone poi lei nuda, quel tessuto infine a terra quale traccia abbandonata di un passaggio indimenticabile. Un libro passa tra le mani dei protagonisti. Alcune composizioni create dall’esterno - i gesti dell’abbraccio - acquistano indipendenza, con i manichini /automi bisognosi loro di vicinanza, di contatto.

Resta alla fine solo una candela in scena la cui luce, dentro un vaso di vetro, va affievolendosi. E il pubblico del Teatro Comunale di Casalmaggiore, nell’incanto assoluto di “Aure”, ha sentito il bisogno di aspettare che la luce si spegnesse prima di esplodere in un commosso applauso e molti “bravi!”


“E’ il tuo momento!” di Holegr Schober 


Vogliono trasmettere volti che danno speranze”: bisogna dunque accettare di essere definitivamente esclusi, tagliati fuori, passato quel breve momento che era sembrato di vera gloria? Un’illusione carica di magia che aveva fatto sperare fosse per sempre. Ma era finito tutto velocemente. Troppo presto. Loro ormai privi di quella freschezza gioiosa che illumina il volto. Consumati, bruciati da un successo effimero che ora stavano cercando d’inseguire, di afferrare nuovamente. Ovunque fosse possibile. Anche in un’aula scolastica?! Ma un po’ alla volta si scopre che loro non interessano più nemmeno per quella piccola cosa che pure stavano fingendo potesse essere un rilancio. Provare nuovamente il piacere di trovarsi sotto i riflettori, essere riconosciuti per la strada. Ma i loro volti si erano spenti, incapaci di offrire quella “speranza” che altri giovani, sempre tantissimi, aperti all’entusiasmo, lietamente, generosamente ben disposti, erano pronti ad offrire. Altre energie da sprecare in un soffio, la televisione pronta a sfruttare, logorare, usurare chiunque.

Specie i giovani?

Per “E’ il tuo momento!” di Holegr Schober - breve spettacolo che si era incontrato in primavera tra i banchi di una scuola di Parma - è stata allestita, nella Sala Bignardi di Teatro Due, un’aula dove gli “artisti”, cercando di darsi coraggio, sono arrivati carichi del desiderio di poter “risorgere”. Ancora sotto la luce dei riflettori!

Questa breve azione scenica - presentata nell’ambito delle due giornate dell’ETC, European Theatre Convention, in collaborazione con Poliglotti.4 EU - si è moltiplicata per tre, in un divertente intreccio di più lingue. Insieme a Paola De Crescenzo e Luca Nucera si sono mosse, in forma parallela o affine, le coppie Nina Sarita Müller e Johannes Schäfer, Hrvojka Begovic e Peter Leventić, intersecate tra loro le regie di Alessandro Averone, di Dominik Günther e Rene Medvesek.

“Sei attori, tre lingue, un testo” è lo slogan di presentazione di “E’ il tuo momento!”, amara ironia sul desiderio di raggiungere subito il favore del pubblico, sulla facilità di perderlo, sui crudeli meccanismi che tendono a spremere e quindi ad escludere, esiliare le persone.


Balbettiodel Teatro Kismet OperA






Uno spettacolo breve, lieve, fresco, con un’interprete danzatrice, Marta Lucchini, che incontra gli elementi naturali primi, acqua, terra, aria, fuoco, muovendosi leggera sulla scena: nasce da una speciale intuizione “Balbettio” del Teatro Kismet OperA, dall’immagine, commovente, enigmatica, dello “sguardo puro e assoluto di un neonato”, delicata creazione di Teresa Ludovico (sua la voce esterna che si ascolta a tratti), spazio scenico e luci di Vincent Longuemare, assistente alla drammaturgia Loreta Guario, collaborazione coreografica Giulio De Leo.

“Balbettio” evoca i primi rapporti con la realtà esterna, la scoperta ingenua della natura.

Ampi fogli di carta appesi e stesi a terra che, mossi, piegati, arricciati, diventano una coperta, un turbante, un abito. Giochi d’acqua. Ombre azzurre e verdi danzando. “Prima del prima/ c’era il prima/ il silenzio del prima...”. Identità incerte, unità con il mondo. Nascere, crescere. Luce e buio. La protagonista indossa una coperta di pelo che la rende simile a un animale selvaggio e si avvicina così al pubblico dei bambini. Un uovo sulla terra. Sasso e rami. Filastrocche. “Siamo soli senza sole...”. Disegni infantili. Un sole dai raggi intorno. Gentile solletico. Un punto di domanda disegnato sull’ombelico. Giocare ad essere una gallina. Spargere la terra, bagnarla. “Martina la gallina/ ride tutta la mattina...”.

Parole importanti, essenziali: pane, neve, mano, erba...

Pochi elementi legati all’idea di seme, di attesa, di origine, tutto avvolto in una speciale atmosfera poetica: così in “Balbettio” del Teatro Kismet OperA,


Teatro del Canguro e “Storie appese a un filo”,



Uno spettacolo di belle immagini a sorpresa per una deliziosa non-storia, “senza né capo né coda”, come per quella corda protagonista che, canticchiando, era andata ingarbugliandosi, un intrico labirintico da cui sembrava impossibile liberarsi.

Che fare? Ecco dunque il capo che va a cercare la sua coda! Incantevoli sorprese, visioni surreali con il Teatro del Canguro e “Storie appese a un filo”, tanti personaggi mossi da animatori “in nero”, che ogni tanto si svelano, quasi a mostrare come sia possibile venire ogni volta ugualmente catturati dalla magia del teatro pur sapendo in quale modo riescano a muoversi nell’aria un ragno o una casetta, un fraticello e un pesciolino.

Dentro il gioco d’immagini fors’anche una metafora “perché può succedere a tutti di cadere in una grande confusione”: come uscirne? La corda chiede aiuto a chi incontra - ma intanto cerca di fare del suo meglio con chi si trova in difficoltà, il ragno, il campanaro, il pesciolino... Ed è così che riusciranno infine a ritrovarsi, in forma libera, aperta, scorrevole, il capo e la coda di quella corda che, così viaggiando, incontrando altri personaggi, aveva finalmente anche una sua storia!

In “Storie appese a un filo” - spettacolo di teatro di figura con Marco Marconi, Lorella Rinaldi e Rebecca Murgi, musiche di Luca Losacco, figure animate di Nicoletta Briganti e Renato Patarca, regia di Lino Terra- si apprezzano le raffinate sequenze visive, con i panni appesi ad asciugare e la lieta filastrocca, con la mongolfiera o la bambina che, forse solo sognando, va raggiungendo “la vecchina del bosco, del tempo e delle storie”.

Stupore e meraviglia per figure e oggetti cha paiono nascere dal buio con grazia, leggerezza e divertimento per una storia che, come per la vita, si costruisce via via, con nuovi incontri, aiuti reciproci, diverse soluzioni, potendo ciascuno, “piano piano, senza fretta”, trovare la propria storia.



Rodisio “Cappuccetto Rosso”

Uno spettacolo ancora una volta perfetto. Così sempre con i Rodisio. E questo “Cappuccetto Rosso”, debuttato nell’ambito di Zona Franca/ Parma un paio di edizioni orsono, è ora tornato, dopo diverse tappe anche all’estero, ugualmente elegante, ironico, profondo, con un’altra interprete femminile, Agnese Scotti al posto di Rosita d’Aiello nel ruolo del titolo di fianco a Claudio Guain. Nell’estrema semplicità un’affascinante stratificazione di significati, d’interpretazioni possibili con emozioni trattenute ma capaci di pulsare nel profondo. In questa regia di Manuela Capece e Davide Doro il palcoscenico appare del tutto scuro, fitto di quinte che scendono dall’alto: ed è in tale mondo buio, tenebroso, che un uomo, muovendosi segretamente nel fitto nero, si svelerà a scatti fino ad arrivare al proscenio e iniziare ad ululare, un suono di desiderio e di pericolo che tornerà anche al termine, dopo le parole con cui s’invitano i bambini a stare attenti... E Guain è davvero bravo in questo gioco ambiguo di persona consapevole, quieto narratore, che osserva amorevolmente quella ragazzina cui la nonna aveva confezionato un piccolo cappuccio di colore rosso, ma che, nello stesso tempo, lascia intravedere desideri, tentazioni, sogni segreti. Ma in forma assai lieve, appena intuibile...salvo poi infilarsi la grande testa del lupo cattivo dalle fauci spalancate, i denti minacciosi. Solo in quel momento davvero riconoscibile.

“Questa è una storia che fa paura”, aveva detto all’inizio Guain - ma ad attenuare i passaggi di questa fiaba tra le più note, qui dalla scrittura originaria di Perrault, ci sono i movimenti frenati, la speciale raffinatezza delle azioni, la coinvolgente letizia del Cappuccetto Rosso di Agnese, così divertita nel disobbedire, dire di no, fino ad arrivare ad avvicinare i bambini del pubblico, sedersi tra loro. Perfette le luci, che seguono i personaggi, che creano dei percorsi tra cui muoversi con leggerezza. Ballano anche il valzer insieme i due protagonisti: sembra che sia possibile stare bene insieme... In questo “Cappuccetto Rosso”, produzione Briciole/ Solares, ogni elemento si rivela di particolare cura, dalla scelta delle musiche alla piccola casetta che scende dall’alto, dall’ombra in cui si vede la bocca del lupo aprirsi per inghiottire la piccola sagoma della ragazzina all’eccellente recitazione dei due interpreti. Con Rodisio: un piccolo, grandissimo spettacolo.


Giovanna al rogo” TEATRO DEL CARRETTO



E’ in uno spazio semicircolare, una sorta di palizzata con ombre scure, segnata dal fuoco, che vivono prigionieri tre uomini e una donna. Arrivano suoni da una radio disturbata da diverse interferenze. Un luogo chiuso in un tempo indefinito. Le immagini - sempre molto belle, pensate nelle composizioni plastiche, per i tagli di luce, a tratti anche ironiche - evocano opere della cultura figurativa, ma le citazioni vanno oltre ogni tempo storico: si ascolta con partecipazione la telecronaca di una sfida calcistica (Inghilterra / Francia naturalmente!), ma anche Lili Marlene, con pose divertite.

Si apprezza da molti anni la Compagnia del Carretto, di cui si sono viste opere superbe, indimenticabili. Spesso con materiali lavorati in modo complesso, colto, raffinato. Qui, per questa creazione dei grandi Cipriani/ Gregori, “Giovanna al rogo”, suoni di Hubert Westkemper, luci di Angelo Linzalata e Fabio Giommarelli, vista al Teatro di Casalmaggiore, protagonisti Elsa Bossi, Giacomo Vezzani, Nicolò Belliti, Andrea Jonathan Bertolai, prevale la recitazione d’attore, in un forte crescendo drammatico.

Dalla radio - o da altra fonte, un’eco dalla storia, chissà - si comincia a riconoscere, in forma sempre più chiara, il dialogo tra l’inquisitore e Giovanna, colei che, condannata a una morte atroce ancora tanto giovane, sarebbe poi stata proclamata santa. La prigioniera, accovacciata, raccolta su se stessa, pare trovare la propria identità in quelle battute. Le sa, le può ripetere piano, con naturalezza. A volte anticipa le risposte e - in un aumento di tensione che la porterà ad assumere definitivamente quel ruolo - sarà lei la Giovanna che sentiva le voci, che si credeva figlia di Dio, che sarebbe stata torturata e infine condotta al rogo. I tre attori al suo fianco - prigionieri anche loro in quello spazio claustrofobico, compagni di cella - diverranno allora coloro che permetteranno a Giovanna di portare a termine la sua immedesimazione: cavalli e torturatori, inglesi da massacrare e suore pronte a prendersi cura di quella giovinetta.

Precise le richieste nell’interrogatorio. Giovanna non vuole indossare abiti femminili, non vuole tradire voci e visioni. La tortura dell’acqua. Cederà. Ma lo spazio centrale si apre. Un’immagine sacra, una statua di carattere popolare. Il suono delle campane. No: lei resterà fedele a se stessa, lei figlia di Dio. Forti i riflettori, una luce intensa verso cui Giovanna andrà incontro, sicura, spaventata, sola: è il rogo...


VALERIA OTTOLENGHI



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