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Eolo
recensioni
GLI INCANTI A TORINO VISTI DA EUGENIA PRALORAN
LE RECENSIONI DELL'EDIZIONE DI QUEST'ANNO

IL FESTIVAL

Interessante XXI Edizione della Rassegna Internazionale di Teatro di Figura Incanti, all'insegna delle contaminazioni fra generi, forme, linguaggi, a celebrazione della fusione di forme artistiche differenti, innovando la tradizione con rispetto e creatività.

In apertura, "Rescued Echoes", per la regia di Max Vandervost, il caleidoscopio compositore, arrangiatore, polistrumentista, inventore di fantastici oggetti musicali e miracoloso accordatore dell'impossibile. L'artista belga ha diretto con la consueta generosità l'edizione 2014 del Progetto PIP - Progetto Incanti Produce. Con l'assistenza del bravo Daniel Lascar, Max Vandervost ha guidato il fortunato plotone di allievi costituito da Selvaggia Filippini (ironica e melodiosa), Lucio Guglielmi (creativo e fantasioso), Lilith Minisi (elegante e minimalista), Johan Sandas (sensibile e minuzioso), Alessandra Tomassini (efficace e briosa). PIP 2014 si è tradotto in un avventuroso viaggio alla maniera di Max Vandervost: reperire oggetti interessanti, soprattutto se condannati a finire in qualche discarica, e trasformarli in imprevedibili fucine di suono, sorgenti musicali di inedita e inaudita bellezza, sempre e comunque di originalissima fattura e magistrale efficacia.
La pietra scartata dal costruttore è diventata degna spalla di uno Stradivari; e pochi chiodi su compensato, ben temperati, son diventati uno Stradivari. Geniale Vandervost, bravissimi ragazzi, ringraziamo PIP - Progetto Incanti Produce per questo laboratorio che ha offerto agli allievi un magnifico metodo di riflessione, di costruzione e di ricerca, e al pubblico un sorprendente concerto teatrale. Successivamente, sempre fedele alla sua filosofia, Max Vandervost ha eseguito il suo "The Paper Orchestra", imprevedibile e divertentissima dimostrazione di come da una pila di cartoni e fogli di carta riciclata un solo autore/interprete possa far nascere un arsenale da cui far sgorgare ritmo e armonia a sufficienza per un intera orchestra di strumenti, classici e inediti.

Interessanti le "Immagini d'Immagini", esposizione di ritratti fotografici di molti splendidi pezzi appartenenti alle collezioni dell'Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare e alle passate edizioni del PIP - Progetto Incanti Produce. La giovane fotografa Alessandra Volpe ha indagato con passione l'anima nascosta di marionette, pupazzi, burattini della tradizione e della ricerca. Impossibile non ricordare l'arte di Shin Yamazawa, che nel 2012 ha creato un impareggiabile portfolio dei più alti momenti della XIX Edizione di Incanti. Shin Yamazawa, fotografo teatrale giapponese di raffinata esperienza e infallibile senso del ritmo, ha portato in superficie con impareggiabile limpidezza l'anima misteriosa delle figure, infuse dello spirito sottile di manipolatori ed interpreti, mentre la giovane Alessandra Volpe ha offerto al suo pubblico il frutto di uno sguardo fresco che sa accarezzare e cogliere la poesia della materia di cui sono fatti i sogni del teatro di figura: dal legno, dalla lacca, dalla cartapesta emergono di volta in volta tracce di un passato lontano, di un presente vitale, di un futuro fertile. La sua dedizione e la sua sensibilità le apriranno nel tempo, attraverso un sempre più approfondito studio dei contrasti e delle profondità dei suoi soggetti, molti segreti degli attori silenziosi che anche nel riposo e nell'immobilità hanno molto da trasmettere e da raccontare.

In prima italiana, il magico e misterioso "Conversations avec un jeune homme", della Compagnie Gare Centrale.
La belga Compagnie Gare Centrale si fonda sul carisma, la magia e la magistrale (auto)ironia di Agnès Limbos, fortissima, lieve e miracolosa evocatrice/creatrice di universi crepuscolari, al confine fra fiaba, sogno e poesia. In un tempo lirico e sospeso in cui burattini parlano con le persone e spiriti scivolano dentro e fuori da antiche stanze in cui si insinuano gli echi profondi della foresta, il giovane danzatore Taylor Lecocq accompagna il genio di Agnès Limbos nel suo viaggio onirico. Al confine fra sonno e veglia, vita e morte, giovinezza e vecchiaia, laddove non solo un lupo, ma anche un cucchiaio e un abito hanno pareri, umori e opinioni, si incontrano il popolo di chi ancora ha sangue nelle vene e la schiera di coloro che si aggirano nell'ombra apparentemente senza rimpianti, anche se non necessariamente privi di desideri.
Bellissime musiche, gestualità raffinatissima e delicata manipolazione di burattini di Agnès Limbos, con teatro d'attore rarefatto, perfetto (quel piede sul tavolo vale mille spettacoli da danza Butoh…), poesia degli oggetti, perfezione del gesto e dell'immagine, potenza degli archetipi. Siamo alle porte dei regni fatati oppure..? L'ultimo tema musicale ci trasporta dritti nell'ultima scena di Shining, dove gli ospiti dell'Overlook Hôtel appaiono eternamente fissati sulla carta di fotografie in bianco e nero. Eppure quell'arguta dama in crinolina, quell'eternamente antica fanciulla, è incantevole. Meraviglioso.

Nel 2014 anche ad Incanti XXI, così come all'interno del cartellone della XX Edizione di Immagini dell'Interno, a celebrazione del sodalizio storico fra teatro di figura e grande tradizione musicale, non poteva mancare il consueto appuntamento con l'Istituto per i Beni Marionettistici ed il Teatro Popolare di Grugliasco: Alfonso Cipolla, docente presso il Conservatorio Guido Cantelli di Novara, ha presentato il volume da lui curato e coordinato "Le note dei sogni. I compositori del Teatro dei Piccoli di Vittorio Podrecca", edito da Titivillus. Nel corso di una ricca serata "Marionette e Cinema" presso il Cinema Massimo 3, sala della cineteca storica del Museo del Cinema di Torino, una proiezione di rarissimi materiali d'archivio ha accompagnato la presentazione del volume che documenta con dovizia di particolari e un notevolissimo apparato iconografico l'impareggiabile repertorio musicale della Compagnia del Novecento italiano che realizzò in assoluto il più grande e bel sodalizio fra musica e arte delle marionette. Negli anni '30 due nomi italiani erano universalmente noti all'estero: il primo era quello del grande Toscanini, il secondo era quello del "Teatro dei Piccoli" di Vittorio Podrecca, che conquistò la scena internazionale, attraverso l'Europa e le Americhe, arrivando fino ad Hollywood e a Buenos Aires, e al grande schermo.
Dall'incantevole étoile (impareggiabile Morte del Cigno!) ai coloratissimi jazzmen, dall'ammicante gonnellino di banane di Joséphine Baker ai classici scheletri danzanti, dal Bartok per Depero, a Satie, Debussy, Respighi, recuperando anche pagine dimenticate del Sette e Ottocento lirico italiano, Vittorio Podrecca portò in scena la musica come nessun altro aveva osato e saputo fare prima di lui. "Le note dei sogni" ripercorre l'oceanica produzione del fine musicologo e colto uomo di teatro che fu Vittorio Podrecca, capace di riunire attorno a sé una Compagnia di marionettisti, musicisti e cantanti di eccelsa sensibilità musicale, ineffabile finezza di tocco e ritmo impareggiabile. Non solo per melomani e storici del teatro, "Le note dei sogni. I compositori del Teatro dei Piccoli di Vittorio Podrecca" è un volume che ha richiesto enorme lavoro e la piena competenza del suo coautore/curatore e offre una documentazione minuziosa altrimenti introvabile.

"Haiku", creazione del 2001 di Controluce Teatro d'Ombre, scaturito dalla collaborazione della Compagnia con il carismatico danzatore Butoh Dakei, è un lavoro difficile e delicato. Difficile, perché si colloca al crocevia di linguaggi complessi; delicato, perché ancorato all'universo della forma poetica dell'Haiku, classico poema giapponese basato sull'unicità dell'istante, e sull'urgenza di cristallizzarne l'essenza in una forma poetica agile (tre versi brevi) suscettibile di restituirne l'essenza profonda, e la freschezza, inalterata nel tempo. Indispensabile al lettore, peraltro, il possesso di adeguata chiave di lettura dell'universo culturale in cui nasce l'Haiku (in tre soli versi, una sola parola chiave, e cardine, deve evocare un intero contesto, situazione o stato d'animo. Un pettine rotto, la perdita di una sposa molto amata; il canto di un uccello, lo stridere di una cicala, il bagliore della luna piena, il colore del kaki, ben precisi momenti delle stagioni. Un vocabolario minimalista, ricchissimo, infinito quando si coniuga con la sensibilità e l'esperienza di vita dell'autore, in origine esclusivamente legato alla cultura e alla storia del Giappone, in tempi più recenti, aperto anche ad altre suggestioni e sensibilità.
Dall'opera di Matsuo Bashô, uno dei massimi autori classici del genere, nel 2001 Controluce Teatro d'Ombre e Dakei hanno tratto una partitura elegante, sottile, e insidiosa. Insidiosa perché l'arte dell'Haiku, così come quella della danza nota come Butoh, è l'arte della trasparenza della presenza ai fini dell'evocazione di stati d'animo, ricordi, percezioni che vanno ben oltre la memoria e l'esperienza di vita del singolo individuo, affondando radici profondissime ed oscure anzitutto nell'interprete/autore e quindi nel pubblico. Nel Butoh in particolare, così come è nato e si è sviluppato in Giappone a partire dagli anni del secondo dopoguerra, è questione di presenza scenica assoluta: divenire una bianca pietra su bianca sabbia. In questo caso, divenire candida carta su cui possano posarsi luce e ombra e colore creati da Controluce. Per Dakei, danzatore giapponese dotato di carisma di notevole intensità, questo risultato era il logico risultato di un mestiere fondato sulla cultura e l'arte d'appartenenza oltre che su una personalità di notevole complessità. Per i danzatori italiani che si ritrovano a succedergli nel ruolo il risultato non è scontato, anzitutto a causa della differente formazione e cultura di origine. Nel mondo occidentale azzerare il proprio ego di superficie, concentrare la qualità della propria presenza e del proprio respiro scenico fino a diventare un silenzioso vulcano sotto alla neve è generalmente impossibile; inventarsi un modo per realizzare quest'obiettivo con le proprie forze è estremamente arduo.
Con intelligenza i danzatori europei che hanno sostituito Dakei si sono finora posti l'obiettivo di agire la scena cercando di abbandonare i rischi delle formalità estetiche cui si riduce, di solito, il percorso dei danzatori occidentali che si avvicinano al Butoh. Il loro compito è reso ulteriormente arduo dalla necessità di nutrire da un lato la loro presenza scenica attingendo a ricordi, pulsioni, istinti profondi con la massima sincerità, come esigerebbe la disciplina del Butoh. D'altro canto i danzatori sottostanno all'obbligo di agire la scena anche al servizio, e in funzione, dei dispositivi del Teatro d'Ombre che possono venire azionati efficacemente solo se l'interprete rispetta determinati tempi e distanze rispetto alla struttura scenica che funge da scenografia, e da schermo di proiezione, al pari dei corpi dei danzatori. Inoltre, i tempi delle azioni sceniche devono anche soddisfare il respiro della partitura musicale che scorre e sostiene il tessuto sottile di "Haiku". E se abbiamo particolarmente apprezzato i silenzi interiori e la levità del giovane danzatore Gabriel Beddoes nella sua interpretazione, non possiamo che sottolineare l'importanza del ruolo della brava e sensibile pianista giapponese Eiko Yamaguchi, che nel corso dell'ultima performance ha saputo creare un'atmosfera impareggiabile per raffinatezza evocativa e delicatezza di sfumature, guidando danzatore e operatori delle ombre nel difficile guado attraverso sentimenti ed emozioni,  porgendo, oltre a un flusso di note limpidissime, testo e traduzione della bella selezione di Haiku compiuta dagli autori.
"Chiudendo gli occhi / nel ricordo di un antico amore / riscaldarsi". Grazie alla voce consapevole e piena e alle limpide note scaturite dall'arte di Eiko Yamaguchi, nella sua serata conclusiva "Haiku" ha rivelato pienamente la sua bellezza al pubblico di Incanti XXI.

In prima italiana "R.O.O.M." di (Iris) Meinhardt, (Michael) Krauss (regia e video), (Oliver) Feigl (video): in scena, l'interprete Iris Meinhardt agisce la storia narrataci da una voce (registrata) fuori campo, all'interno di una struttura scenica per tre quarti dovuta a proiezioni multimediali complesse, manipola una piccola marionetta senza eccessiva finezza. A parte ripetitività e incongruità drammaturgiche (se la protagonista è rinchiusa fra quattro pareti, non si capisce come possa spinger fuori i propri mobili quando e come vuole), la storia si svolge senza particolari sorprese. "R.O.O.M." corteggia con competenza tecnica le muse fredde del multimedia, magistralmente descritte da Elisa Guzzo Vaccarino. Se la protagonista accostasse dei veri scuri, anziché mimare l'azione su ante palesemente frutto di videoproiezione, le sue azioni ci interesserebbero? Le immagini più suggestive (improvvise apparizioni di paesaggi inattesi, caduta della neve) sono fortemente sovrapponibili ad altrettante immagini provenienti dal cinema, uno per tutti, il capolavoro d'animazione "Il Castello Volante di Howl" di Hayao Miyazaki. Grande cura tecnica per dettagli e geometrie in una struttura che mette il multimedia al centro di ogni cosa, come valore estetico assoluto, privilegiandolo anche rispetto ai contenuti.

"Dirty Wing" del cileno David Zuazola, unico membro, autore ed interprete della David Zuazola Puppets Company. Il soggetto ci sarebbe; la drammaturgia no, e non può essere sostituita da mille piccole invenzioni tecniche, anche se fantasiose, altrimenti ci troviamo di fronte al caos, e checché ne dicano gli appassionati di Friedrich Nietzsche, farne scaturire una stella danzante non è affatto scontato, nonostante l'impegno. Potrebbe trattarsi di un numero da teatro di strada; come tale avrebbe piena dignità e valore artistico, ma la durata è eccessiva, il ritmo invariato. Per il desiderio di far apparire in scena tutti gli ingranaggi di cui si dispone si finisce per perdersi in dettagli non essenziali e perdere di vista la necessità di un vero conflitto e di un vero scioglimento. Da un giovane autore cui non mancano voce ed energia sarebbe bello veder nascere una versione più rigorosa, più compatta e più coerente di questa fiaba contemporanea. La storia dell'angelo non decolla, ma potrebbe volare in alto, se rimodellata con cura.

"La Strana Storia (Lo Strano Verso)" dell'italiano Stefano Giorgi è una fiaba ricca di potenzialità, ma molte scelte drammaturgiche (a partire dalla definizione univoca del titolo) non hanno avuto luogo. Con la voce di Maria Maimone e le sonorizzazioni di Giulio Berutto, Stefano Giorgi anima tramite videoproiettore l'avventura di Nina e Arturo, un eroe e un'eroina fra Arabia Felix e Persia di Sheherazade, mescolando suggestioni di diversi universi fiabeschi e tradizioni culturali e letterarie, senza scegliere fino in fondo, crogiolandosi e crogiolandoci sulla superficie di immagini che vanno sovrapponendosi sul tappeto sonoro. Viene messo in gioco molto bagaglio tecnico che ci riporta alle creazioni esemplari di Gek Tessaro, ma lì troviamo sempre una drammaturgia e un rigore fondamentali che permettono alle immagini di realizzarsi con massimo nitore e piena efficacia. Qui, abbiamo l'impressione ci siano ancora diverse scelte da operare e approfondire, un po' di rami da potare per lasciarne crescere altri, così da poter raggiungere una vera efficacia teatrale oltre che visuale.

Eccezionale Figurenteather Tubingen! La poesia notturna di Frank Soehnle è sempre eccellente, anche quando decide di divertirsi con un'antologia da Wunderkammer. In "Wunderkammer cabinet of curiosities" la Compagnia tedesca di Frank Soehnle, insieme a Alice Therese Gottschalk e Raphael Murle, su musiche di Michael Wollney e Tamar Halperin, conduce/induce lo spettatore ad un viaggio ipnotico attraverso l'incontro con le creature che popolano un misterioso salone delle rarità e delle meraviglie.
Maestro del ritmo e del prospettiva, manipolatore raffinatissimo e ideatore di perturbanti anomalie anatomiche in bilico fra proporzioni angeliche e afflato demoniaco, Frank Soehnle riesce a far danzare anche l'aria, variandone la densità, e diverte, affascina, stupisce. Indimenticabile la scena de "il vecchio e l'aquilone": creazione degna dei virtuosi del contenuto, della costruzione e della forma, quali sono i Figurenteather Tubingen, varrebbe la pena di vedere lo spettacolo anche solo per godere della grazia con cui si svolge questa brevissima e intensa narrazione. Anche questo, signori, è un Haiku.

Con l'artista giapponese Nori Sawa, artista di teatro d'ombre e di figura, dal 1991 attivo in Europa ed attualmente residente a Praga, la XXI Edizione di Incanti ha proposto "Shadows of Cherry Orchard" con musiche di Toshihiro Nakanishi, un'interessante, inedita e politicamente scorretta versione lampo del Giardino dei Ciliegi. No, Anton Tchechov non si rivolta nella tomba. Sì, Anton Tchechov vorrebbe certamente che vedeste questa creazione che ripercorre in pochi minuti, e in maniera assolutamente imprevedibile, il pathos del Giardino e il destino storico della Russìa Màtushka. I grandi classici, a volte, hanno bisogno di una lettura apparentemente irriverente che ne restituisca lo spirito e la freschezza. E anche questo è a suo modo un Haiku, esilarante e poetico (sì, i due aspetti possono coesistere). A seguire, un'antologia di scoppiettanti invenzioni di Nori Sawa, eccellente costruttore oltre che autore capace, versatile e teatralmente coerente sotto ogni aspetto: la Sirenetta, il Pesce, I Tre Porcellini, Cappuccetto Rosso, Stirne (La Stella). Facendo uso di tutte le risorse e persino degli esercizi di stile del teatro di figura, trasformandoli e privilegiando minimalismo di mezzi, efficacia e creatività nella costruzione delle figure, fondendo in maniera originale la grande tradizione del teatro di figura occidentale secondo la scuola ceca con la scuola giapponese, utilizzando pienamente le suggestioni del teatro d'ombre, Nori Sawa ha maturato una cifra distintiva caratterizzata da ritmo, comicità, poesia e raffinata cura del dettaglio grafico e pittorico.
Inoltre Nori Sawa, che da tempo tiene corsi in vari Paesi e per allievi di ogni nazionalità, è un generoso divulgatore di riflessioni interdisciplinari nell'ambito del teatro di figura e, implicitamente, della creazione interculturale e del meticciato culturale. I partecipanti al laboratorio di Incanti XXI hanno potuto compiere un brevissimo (purtroppo) ma intenso percorso teorico e pratico attraverso i meccanismi della manipolazione e della creazione nel teatro d'ombre e di figura secondo l'esperienza dell'artista.

Con "Les Chants De La Mi-Mort", per il Festival Scatola Sonora e Incanti XXI, messa in scena didattica del testo di Alberto Savinio per la regia di Luca Valentino in collaborazione con Controluce Teatro d'Ombre, un nucleo di giovani musicisti del Conservatorio di Alessandria, insieme ad un gruppo di studenti dell'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e ad allievi della Piccola Accademia del Teatro Ragazzi e dell'Animazione della Fondazione TRG ha compiuto un percorso creativo e di formazione, mettendo in scena l'opera di Savinio che fu creata a Parigi nel 1914. "Les Chants De La Mi-Mort" è stata scelta come esempio storico di contaminazione fra i generi teatrali. La rilettura di Scatola Sonora e Incanti si è incentrata sulla compresenza in scena di musicisti, cantanti, ombristi, manipolatori/animatori, avvalendosi nel corso della creazione degli allievi anche nel ruolo di costruttori di scenografie e figure. L'uomo deve rinascere, ma perché questo avvenga i vecchi modelli, le convenzioni polverose devono cadere. Appare un figlio matricida, e un angelo viene ucciso a colpi di girasole in questo omaggio di Savinio al nuovo spirito del secolo XX e all'autore di Also Sprach Zarathustra.
Particolarmente nitida, efficace ed elegante l'esecuzione del giovane e sensibile pianista Marco Seita.

Dalla Spagna la Compagnia Angeles de Trapo, di Julio Gallo, uruguayano, e Iolanda Atalia, brasiliana, insieme al figlio Wagner Gallo, con "Viajeros del carrusel", spettacolo creato su misura per l'infanzia. Julio Gallo, originariamente diplomato della Scuola di Belle Arti, forte e sensibile presenza nutrita da lunga esperienza nel teatro di strada, ha creato insieme alla moglie Iolanda Atalia, insegnante e membro del primo gruppo di teatro FURG in Brasile, polistrumentista e compositrice versatile, uno stile che mescola l'immediatezza del teatro di strada con la qualità narrativa del teatro di sala.
Nelle delicate e coinvolgenti atmosfere sonore eseguite dal vivo da Iolanda Atalia, Julio (sempre visibile in scena) e Wagner (sempre celato alla vista) Gallo attivano automi, manipolano oggetti, sagome, burattini e marionette, narrando una serie di piccole storie che mandano in visibilio il pubblico giovane. Con infinito rispetto per la personalità e la sensibilità dei bambini, questa Compagnia di onestissimo e ispirato mestiere mette in scena con gesti essenziali e battute irresistibili un universo colorato di animali e situazioni in cui i più piccoli si immergono con grandissimo piacere. Una giostra di animali fantastici prende vita a poco a poco, mentre da un gioco di scatole e sagome scaturiscono sempre nuove invenzioni. Il mistero della nascita viene svelato in modo poetico, in una delle scene teatralmente più semplici, belle ed efficaci che ci sia capitato di vedere sull'argomento. Lo spauracchio della paura viene esorcizzato fra mille risate, e canzoni e battute vengono riprese dai bambini in un clima di gioia generale. La Compagnia Angeles de Trapo unisce la vitalità latina a un'autentica vena poetica e ad una grande essenzialità ed efficacia di mezzi e contenuti (questo bello spettacolo, una volta smontato, trova posto in poche valigie, grande giostra compresa). Molto bravo il giovanissimo Wagner Gallo, già animatore e manipolatore virtuoso, e abile costruttore di incantevoli figure e giocattoli, mentre gli automi sono di Norberto Larroca.

Nel corso della XXI Edizione di Incanti ha avuto luogo la presentazione di "Karakuri Ningyo, Japanese Automata" di Yasuko Senda, nella traduzione inglese di Tom Slemmons, edito dall'autrice. Nel corso di un dialogo con John Mc Cormick, storico del Teatro e fondatore del Drama Department del Trinity College di Dublino, è stata esposta l'importanza del genere degli automi giapponesi, originariamente realizzati in legno, senza l'impiego di parti metalliche, talora con l'inserimento di fanoni di balena. Al loro apogeo nel corso del XVIII e XIX secolo, Karakuri Ningyo furono precedentemente perfezionati a partire dallo studio di alcuni orologi a pendolo provenienti dall'Europa nel corso dei primi rapporti commerciali con l'Occidente. Zashiki Karakuri furono utilizzati come oggetti di intrattenimento "da salotto" per l'aristocrazia e le classi agiate (alla pari degli automi di Neuchâtel, realizzati da una dinastia di orologiai svizzeri che furono esibiti in gran parte d'Europa nel secolo XVIII); Dashi Karakuri, trasportati da carri, come sacre rappresentazioni nel corso di processioni  e rituali religiosi (analogamente ai presepi e agli orologi meccanici europei); Butai Karakuri, come oggetti teatrali, influenzando le tradizioni del Noh, del Kabuki e del teatro di marionette Bunraku.
Yasuko Senda, appassionata esperta del settore da ventisette anni, ha presentato al pubblico il ricco panorama di questo genere di marionetta animata, che a seconda delle tipologie può richiedere o meno la manipolazione da parte di uno o più operatori, e avere dimensioni che variano da pochi centimetri a diversi metri. Il volume contiene una concisa e completa analisi storica del fenomeno oltre al completo repertorio iconografico delle varie tipologie, con molte immagini rare e significative.
Originaria e residente a Nagoya, da sempre centro dell'arte della costruzione della Karakuri Ningyo, e tuttora cuore della regione che conta il maggior numero di eventi e festival legati a questo genere, Yasuko Senda ha avuto modo nel tempo di documentare a fondo e contribuire a preservare e diffondere la conoscenza di una tradizione che testimonia anche di un particolarissimo sviluppo degli scambi fra Europa ed Estremo Oriente.
L'autrice Yasuko Senda ha molto apprezzato la pubblicazione italiana, avvenuta nel 2011 da parte dell'Associazione Yoshin Ryu di Torino, della prima opera in lingua italiana interamente dedicata a questo raro e complesso genere di automi. L'opera è nata come catalogo della mostra "Karakuri - Bambole dal Giappone - Atto Secondo", ospitata nel 2011 presso Palazzo Barolo e il Museo di Arte Orientale in Torino, alla cui inaugurazione prese parte con una lunga e dettagliata dimostrazione il maestro costruttore Shobei Tamaya IX, appartenente all'ultima famiglia di custodi delle tecniche tradizionali di costruzione, attiva dal 1734, e tesoro nazionale vivente. La pubblicazione della Yoshin Ryu presenta una bellissima selezione iconografica oltre a interessanti considerazioni tecniche e storiche, compresa una bellissima tavola che mostra l'intero apparato smontato, ingranaggio per ingranaggio, di una Karakuri Ningyo perfettamente funzionante, e diverse immagini che illustrano tipo e qualità di movimento di diverse tipologie. Questo evento, così come la pubblicazione dell'opera di Yasuko Senda e del catalogo della Yoshin Ryu, è da considerarsi estremamente importante, se si pensa che la precedente esposizione europea di Karakuri Ningyo aveva avuto luogo a Londra nel 1985, e che due pezzi fanno parte della collezione permanente del British Museum.

Altra presentazione di libri di figura nel corso della XXI Edizione di Incanti, questa volta a celebrazione di un lungo, felice e fertile sodalizio umano e artistico, avvenuta a cura di Giovanni Moretti, presidente dell'Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare: "In compagnia da 30 anni - Is Mascareddas: una storia" di Tonino Murru e Donatella Pau, edito dagli autori con il contributo della Provincia di Cagliari. Un libro agile, conciso, ma ricchissimo di storia, del Teatro e del Paese, che traccia il percorso di una passione artistica e civile che continua, per nostra fortuna, a rinnovarsi anno dopo anno grazie al talento, alla passione e all'intelligenza di Tonino Murru e Donatella Pau, Compagnia Is Mascareddas, autori, interpreti, burattinai, organizzatori di un Festival storico e di innumerevoli eventi culturali, artisti instancabili e generosi anche nel confronto con le nuove generazioni di artisti oltre che con i colleghi e con ogni tipo di pubblico. Leggere il loro libro è percorrere trent'anni di riflessione concreta e puntuale sulle ragioni, i modi e le finalità del fare Teatro, un Teatro che opera il Bene pubblico, come ha ricordato autorevolmente Giovanni Moretti. Leggere il loro libro significa ricevere un'ulteriore prova di come i veri professionisti non lascino mai il cervello cadere in letargo. Questo libro non dovrebbe mancare nella libreria di chi ama il Teatro. Contiene molte tracce utili per orientarsi nel lavoro.
Tonino Murru e Donatella Pau hanno dichiarato di essere aperti a condividere il loro percorso e ad insegnare. Occasione da non perdere, insieme ai loro spettacoli e alle pagine che ci descrivono la loro vocazione e ci trasmettono la logica di un metodo che ha permesso loro di creare per il pubblico di ogni età; di praticare il registro comico e drammatico, con pari efficacia; di portare in scena con sguardo critico certe tradizioni del loro territorio (faida, balentìa, banditismo…), e di creare una maschera originale, efficace e dotata di autentiche radici nella loro tradizione d'origine: Areste Paganòs, il castigamatti mascherato, ovviamente imparentato con il diavolo, bastonatore implacabile e provvidenziale salvatore degli indifesi, sufficientemente ambiguo, vigoroso e sulfureo per trovare legittimamente posto nel pantheon delle maschere regionali, al pari di Arlecchino e Pulcinella. Creare un personaggio attuale, eppure al di fuori del tempo: impresa per pochi, impresa per i grandi! Non perdiamoli di vista. Abbiamo molto da imparare da loro, che non cessano di interessarsi a tutto ciò che li circonda e a trasformare in creazione teatrale tutto ciò che desiderano trasformare in oggetto di riflessione comune per un mondo migliore.

IL CONCORSO ....UN'INVETTIVA

Ignorante: participio presente del verbo Ignorare. Una condizione, e non un insulto. Eventualmente, un potente stimolo a progredire, senza il quale non si sarebbe motivati a scoprire ciò che sta oltre il proprio naso, oltre le proprie piccole ossessioni, che non hanno nulla di originale, perché sono invariabilmente quelle di milioni di altri individui, sparsi nel tempo e nello spazio.

Tutti nascono ignoranti. Anche i geni e i grandi artisti. Poi alcuni si danno da fare e imparano, fin dove possono, con maggiore o minor sforzo a seconda dei casi, e altri no. Naturalmente occorrono scuole, maestri, esempi ed esperienze che indichino la strada da seguire.

L'ignorante non è colpevole - a meno che non sia ostinatamente recidivo, presuntuosamente convinto di non aver bisogno di fare il minimo sforzo.

Nel corso della XXI Edizione del Festival Incanti il problema della gravissima pandemia di analfabetismo teatrale che dilaga fra gli aspiranti professionisti del teatro di figura (e non solo) si è posto con drammatica chiarezza, ed una risposta è stata data con esemplare rigore dalla giuria. Nessun premio, né menzione, è stata attribuita, perché nessuno si è presentato in scena con qualcosa che soddisfacesse minimamente ai criteri che qualificano, se non una creazione compiuta, quantomeno un decoroso work in progress.

E' ora di finirla con i conati di indescrivibile e indecente inconsistenza!

Quanto è successo è significativo perché esprime con assoluta obiettività l'attuale panorama, e la decisione della giuria è fondamentale, perché interviene ad offrire un punto di arresto e un indispensabile spunto di riflessione ai recidivi che si lanciano allo sbaraglio senza cognizione della loro condizione. Privi di professionalità, e quindi di prospettive artistiche concrete, dove sperano di arrivare? Quali conferme possono aver ricevuto strada facendo, per convincersi che si possa andare in scena con quello che presentano?

Quale responsabilità hanno le scuole - o l'eventuale assenza, o carenza, di scuole e di proposte formative realmente adeguate?

Certamente la gravissima crisi della cultura in cui da troppo tempo siamo penosamente impantanati condiziona la prospettiva dei giovani aspiranti artisti.

Ci rivolgiamo a tutti i ragazzi, chiamiamoli così, che imperversano in scena senza mestiere e senza apparentemente nutrire né dubbi né domande.

Vi scegliete nomi e programmi pretenziosi, e potreste anche farlo, se foste consapevoli di quel che fate, e quindi di quanto avete e soprattutto di quanto vi manca. Anche i migliori hanno iniziato da zero. Ma voi siete consapevoli unicamente delle vostre ambizioni, e non dimostrate interesse per altro. Non avete rispetto per chi accetta di dedicare tempo, attenzione e il proprio sguardo ai vostri progetti. Mirate direttamente al risultato senza far caso al percorso. Molti di voi manifestano uno sconfinato disprezzo per le tradizioni, per le istituzioni, per la scuola, le accademie e le università. Intanto massacrano ortografia e sintassi, e non sanno dove stia di casa la letteratura, e magari vogliono mettere in scena il capolavoro del millennio, o quanto meno vivere vendendo le loro produzioni o performances. Ragazzi, Picasso sapeva disegnare e dipingere. Qualunque cosa. Perfettamente. Poi ha stravolto l'universo del segno e del colore. Ha cominciato dalla grande tradizione per superarla dopo averla digerita in toto.

Ma voi, che pure avete testa e cuore, che fate di solito?

Razziate dettagli tecnici senza importanza e non guardate le mani di chi conosce e pratica il mestiere. Vi iscrivete a laboratori, e spesso non vi degnate di completare il percorso, senza riflettere sul fatto che iscrivendovi avete occupato il posto di qualcuno che è rimasto escluso e che magari avrebbe fatto tesoro di quello che decidete di non ascoltare.

Guardate il dito anziché la luna, e quando un maestro vi mostra le modalità di manipolazione, aprendovi le strade dei segreti del ritmo e del respiro degli oggetti e delle figure, voi prendete appunti riguardo al tipo di colla, alla qualità di carta utilizzata. Andate a rovistare in mezzo ai materiali e non imparate a cogliere il quadro d'insieme. Vi impadronite di una sagoma o di una marionetta, non del metodo che la fa vivere. In questo modo non capirete mai come fa Steven Mottram a creare miracolosi personaggi realizzati letteralmente con quattro stracci e due pezzi di spago. Non arriverete a far palpitare l'oscurità con ali angeliche, come fa Frank Soehnle. Drammaturgia, regia, ritmo, soggetto sono questioni che risolvete ignorandole. In questo modo non scoprirete mai il metodo che sta dietro all'arte di Gigio Brunello, Giulio Molnàr, di Agnés Limbos, o degli eredi della grande tradizione, Eliseo Bruno Niemen, i Colla, i Cuticchio. Eppure potreste scoprire, e padroneggiare, tanti segreti del mestiere, se voleste.

Invece vi ostinate a confondere i problemi tecnici della costruzione con le questioni fondamentali del soggetto scenico e del suo sviluppo, e quando avete in mano una figura tecnicamente ben costruita, spesso realizzata da altri, e spesso senza neppur aver imparato a muoverla adeguatamente, credete di possedere il personaggio completo, anzi l'intero spettacolo, e quindi di esser pronti ad andare in scena. E ci andate, e se per caso la cosa avviene nell'ambito di un festival, spesso non vi preoccupate di leggere il cartellone e di vedere i lavori di altre Compagnie; in compenso vi si incontra facilmente al bar, intenti a discutere dei fatti vostri e delle vostre ambizioni, e magari a scambiarvi videoclip montati con programmi di ultima generazione, dove avete coltivato l'illusione di aver creato un prodotto valido, perché trenta secondi montati con astuzia possono in qualche modo simulare il riassunto di un percorso creativo valido. Dopotutto è in questo modo che avete creato schede tecniche, risposto a bandi, spedito dvd a chi vi ha selezionato e offerto generosamente un'opportunità preziosa.

Poi salite in scena ed è un disastro. A Roma, ai tempi d'oro dell'avanspettacolo, vi avrebbero colti una pioggia di fischi, una grandinata di pomodori e anche il classico lancio del gatto morto.

Adesso, sempre più spesso, artisti e professionisti di grande esperienza, che hanno dato e continuano a dare tanto al Paese e al Teatro, vi stanno dicendo con garbata fermezza che è ora di fermarsi e imparare il mestiere, o andare a fare altro. Non si tratta di persone che bazzicano dalle parti della teoria ignorando la pratica: chi vi ha negato premi e menzioni è gente che sa di cosa parla, e sono personalità generose che sarebbero state felice di consacrare nuovi talenti e nuove creazioni. Perché il grande desiderio di chi ama veramente il Teatro è che l'arte e il mestiere della scena trovino continuità nel tempo attraverso le nuove leve, in modo che tradizione e ricerca possano essere trasmesse, incontrare l'innovazione.

Qualcuno di voi dice che il teatro è sufficiente sentirselo dentro. Vocazione, curiosità, desiderio della scena basterebbero per crearsi da soli riferimenti, linguaggio, mestiere.
Ma quel qualcuno si lascerebbe operare da un individuo che non ha studiato medicina né imparato ad usare il bisturi, ma che è profondamente convinto di avere il diritto di praticare la chirurgia, pretendendo di farlo a spese di altri?
Dite che non è la stessa cosa? Avete idea di cosa significhi sorbirsi una serie di vaneggiamenti senza capo né coda, dove un pretesto qualunque viene stiracchiato fino all'inverosimile? Vi rendete conto che tutto questo danneggia in primo luogo voi stessi, e costituisce un'offesa all'intelligenza e alla sensibilità del pubblico? E se ve ne rendete conto, ve ne importa qualcosa? O preferite pensare che poco o nulla arrivi al pubblico perché disattento o incapace di comprendere il vostro lavoro?

Giocare al teatro, o alle sciarade, in salotto e per gli amici è una cosa. Il teatro come professione è ben altro, o dovrebbe esserlo.

Nel vero teatro i rarissimi autodidatti possiedono una disciplina esemplare, magari ben nascosta da molti dettagli pittoreschi e da una vena di follia accuratamente coltivata. Tutti gli altri professionisti seguono a ruota nella fatica d'imparare e continuare a migliorare il proprio mestiere, solo che non necessariamente ve lo vengono a raccontare. Non c'è arte senza mestiere. Il mestiere normalmente lo si impara da altri e con altri. L'apprendimento dura per tutta la vita. Pochi ce la fanno da soli, e poi comunque si scopre che hanno studiato anche loro… analizzando ed assorbendo con attenzione il lavoro di altri.

Imparare a scrivere un progetto, rispondere efficacemente a un bando, orientarsi rapidamente nei meandri della burocrazia è diventato fondamentale. Così tanto da diventare un mestiere in sé, e difficile.
Nessuno può negare che sapersi muovere in rete sia diventato importantissimo. Per cercare e coltivare occasioni.
Al punto che spesso chi è abile nello scrivere progetti e a destreggiarsi in rete, oppure può contare su uno più alleati in grado di farlo, confeziona proposte che aprono molte strade. Proposte che purtroppo però sul banco di prova della scena spesso deludono, perché il lavoro di progettazione è stato fatto in modo brillante, ma non il lavoro della creazione teatrale. Quante volte il pacco così ben confezionato si rivela vuoto, o peggio ancora, pieno di spazzatura.

Quindi, se siete bravi a muovervi nella giungla dei bandi e dei progetti e nell'oceano della rete, è un'ottima cosa, è una capacità fondamentale di questi tempi, ma non è sufficiente, perché non ha nulla a che vedere con l'effettiva capacità di creare in teatro.

Perché l'arte della scena è un'altra cosa.
E' l'artigianato concreto e il sapere del teatro.
L'arte della scena è un padrone geloso che esige impegno, tempo, intelligenza ed energia.
E a monte di ogni cosa concreta, c'è l'idea, l'ispirazione, la prima immagine da cui scaturisce il successivo percorso di creazione. Campo meraviglioso, ma impegnativo da coltivare.

La grande difficoltà, la sfida del futuro: far collimare il lavoro e il sapere del teatro con le categorie e i tempi dei bandi e dei progetti, in modo che a tale o talaltra etichetta imposta dalla burocrazia possa corrispondere un contenuto valido, una forma adeguata, linguaggi coerenti e la poetica che ne deriva. Ma questo è un altro discorso. Qui si tratta di affrontare e colmare le lacune delle conoscenze di base.

Per l'arte della scena, valgono ancora le antiche regole: lavoro, lavoro, e poi ancora lavoro. Si legge, si scrive, si studia, si va a bottega, si suda in sala prove e in laboratorio, si allena la memoria del corpo, della mente e delle emozioni. Ci si sporcano le mani. Si provano soluzioni, se ne scartano a montagne. Si va in pellegrinaggio a vedere spettacoli e artisti, ma anche musei e collezioni d'arte, luoghi e situazioni che hanno qualcosa da trasmetterci. E quando un lavoro non ci piace, capire le ragioni dietro alla sua realizzazione, e le cause per cui non ci è piaciuto costituisce un esercizio fondamentale. Compresa la necessaria riflessione che occorre tornare sull'argomento anche a distanza di parecchio tempo, perché a volte i conti tornano a grande distanza dal momento in cui si verifica l'impatto con un'opera, se l'opera vale, perché le sfumature e le risonanze sono molteplici e non di rado a scoppio ritardato, come echi e sentinelle dello spirito su valichi remoti.

E poi, una buona notizia: non siete costretti a imparare a far tutto da soli. Un abile costruttore non è necessariamente un grande interprete, o un bravo manipolatore, ma ha cognizione di entrambi i ruoli. Un danzatore non è necessariamente un coreografo, né un attore diventa automaticamente un valido regista o drammaturgo e viceversa, ma tutti devono sapere di che si tratta. E' necessario farsi un'idea precisa del ruolo, e dell'importanza, delle varie discipline e linguaggi. Ed è altrettanto salutare porsi il problema della propria identità professionale ed artistica. Insomma è importante rendersi conto di quello che si sa fare, di quello che ancora si ignora, e a quali figure professionali si ha bisogno di fare ricorso nel corso del processo di creazione.

Strada facendo, si potrà progredire ampliando le proprie competenze, ma si sconsiglia al droghiere di far partorire la vacca, così come alla moglie del droghiere non conviene farsi assistere da una vacca durante il parto.

E poi c'è il mistero del talento. Ma in assenza del mestiere, e della necessaria disciplina, anche a fronte di un'idea geniale ecco lo svolazzare del pollo, come diceva Jerzy Grotowsky, e il lavoro non prenderà mai il volo.

Bisogna cominciare dal mestiere. E che si scelga di presentarsi come animatori per l'infanzia piuttosto che come attori o marionettisti non ha importanza. Se scegliete i linguaggi e le forme del teatro, dovete impararne le regole e praticarne l'esercizio. E' disonesto sdoganare la propria mancanza di professionalità con la scusa che bisogna pur campare. Campar si deve, ma il mestiere va imparato. Per rispetto di sé stessi, e della propria vocazione, oltre che del pubblico di qualunque età, che non è un branco di cavie da laboratorio o di scimmie decerebrate.

Convincetevi una volta per tutte che il pubblico, e il Paese, non vi devono nulla, solo perché voi avete deciso di fare teatro. La scena non vi deve nulla, siete voi in debito con chi vi da' l'opportunità di andare in scena, e questo debito si paga impegnandosi ad imparare il mestiere.

Come ha detto magistralmente Giovanni Moretti, maestro e uomo di Teatro di esemplare esperienza e professione, solo le Compagnie e gli artisti che operano per il Bene pubblico hanno il diritto di richiedere un riconoscimento statale, ossia allo Stato. E lo Stato, a sua volta, non ha il dovere di erogare fondi a destra e a manca, bensì detiene il potere di riconoscere, e di sostenere, le Compagnie e gli artisti meritevoli, in quanto fautori di buona prassi a vantaggio del Bene pubblico.

E per finire: ogni tanto spegnete il computer, staccatevi da Vimeo e YouTube. Sono strumenti e non un fine. Andate al cinema e a teatro, nei luoghi in cui non si può far pausa per rispondere al cellulare, e non si può mettere in stand by una performance, ma bisogna rimanere concentrati su quanto avviene per tutta la durata dell'evento. E non mettetevi a digitare nel corso degli spettacoli, distogliendo lo sguardo da quanto accade in scena e disturbando chi vi siede vicino con l'infernale riverbero dello schermo. Imparate a prendere appunti con la testa.

Infine, vale la pena di citare Flavia D'Aiello, torrenziale e pirotecnica performer e burattinaia salernitana: vuoi sapere cos'è la drammaturgia? Apri un libro e leggitelo. Fino in fondo, per davvero, e senza andare su Wikipedia a cercare scorciatoie inaffidabili. Tutto parte da lì. Dal tuo cervello e dal tuo cuore. E da un grande libro, che abbia tante o poche pagine, non importa. Non è necessario iniziare con Moby Dick. Anche Il Cavaliere Inesistente va benissimo. Seguito a ruota dalle Lezioni Americane. Tutte opere che le biblioteche civiche offrono in prestito gratuitamente, insieme a innumerevoli altri capolavori.

Leggete, studiate il teatro e la letteratura e il grande cinema. Un passo per volta, una scena per volta, una battuta per volta, scendendo lungo qualsiasi fiume si arriva al mare. Vi accorgerete che tutto è già stato detto ben prima di quattromila anni fa, e che proprio per questo tutto può essere reinventato, rivissuto, rievocato, ricreato per il Bene di tutti, ancora e ancora. E' una grande, meravigliosa avventura. Invece, rimanendo solidamente ignoranti, senza una crepa nella granitica convinzione che basti il poco o nulla che si ha in mano, non si va da nessuna parte, si resta confinati come pesci nel proprio angolo di rete.

Se un premio non vi viene attribuito, provate a parlare con i giurati, con chi ha più esperienza, per vedere dove e come si può migliorare.

Per favore, ragazzi, svegliatevi, o datevi ad altre passioni. Ma se decidete di rimanere in quest'ambito, studiate, lavorate, cercate il confronto, offriteci qualcosa che ci permetta di sostenervi, per il bene di tutti. Perché saremo felici di festeggiarvi, e di sostenervi fino in fondo, se troverete davvero qualcosa da dire che non sia un pretesto per squattare la scena, e il mestiere necessario per dirlo.
EUGENIA PRALORAN








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