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Eolo
recensioni
MAGGIO ALL'INFANZIA 2016... IL REPORT
Le recensioni di Mario Bianchi e Nicola Viesti, lo sguardo di Nella Califano, le immagini di Massimo Bertoni

Cinema Paradiso Andrè e Dorine La bottega dei giocattoli Manigold Semino Balbettio Storie di Zhoran Superman & me Pik Badaluk Si può! Fa afafine La piccola strega Dalla parte del lupo La bambina librata

Ed eccoci arrivati per la diciottesima volta al “Maggio all’infanzia”, il festival più importante di teatro ragazzi del Sud Italia che, per festeggiare la sua maggiore età, ha deciso di allargarsi, diversificando le varie offerte culturali.
La Puglia, con il Teatro Kismet di Bari e la Campania, con il Teatro Le Nuvole di Napoli, infatti, quest’anno, si sono unite nell'organizzazione del festival per dedicare un intero mese all’infanzia con spettacoli, vetrine per operatori, rassegne di teatro, confronti, dibattiti fra ragazzi e insegnanti, aperture alla nuova drammaturgia, senza tralasciare finestre dedicate al cinema e alla letteratura sempre proposti all'infanzia.
Così, mentre a Napoli  si sta svolgendo ancora sino al 30 maggio  “Maggio progetto scuola”con laboratori, incontri di formazione, dibattiti,  e spettacoli dedicati ai ragazzi e agli operatori del settore scuola, a Bari, dal 13 al 17 maggio, si è consumata la storica vetrina dedicata al teatro per l’ infanzia.
Il festival a  Bari ha avuto come sedi principali degli spettacoli il palcoscenico  del Teatro Abeliano e gli spazi del Teatro Kismet ( Abeliano e Kismet si sono fusi ministerialmente formando “ Teatri di Bari”) con le sue due sale teatrali e un  tendone da circo offerto dalla compagnia “Ca luogo d'arte”,( che vi ha rappresentato durante il festival lo storico Pik Badaluk) allestito per l’occasione nel cortile della struttura. Il programma, come sempre fitto e ricco di appuntamenti, ha messo insieme famiglie, scolaresche, artisti e operatori del settore.
All’interno della vetrina barese, il Teatro Pubblico Pugliese ha realizzato il “Puglia Show Case KIDS 2015”, progetto finalizzato a promuovere la “circuitazione” extra regionale delle produzioni di spettacolo di teatro e danza pugliesi. Quindici le compagnie  selezionate dalla commissione nominata dal Teatro Pubblico pugliese e altre quindici selezionate dal Maggio all’infanzia,per un totale di oltre 25 titoli in calendario con 11 debutti nazionali.
Ma parallelamente, come del resto, ogni volta, si sono tenuti incontri ed iniziative dedicati anche al cinema e alla letteratura.
All’esperienza di essere spettatori è  stato poi dedicato l’approfondimento “Esplorazioni”, a cura di Giorgio Testa e Sara Ferrari della Casa dello Spettatore, un percorso guidato dentro al festival, un appuntamento quotidiano, un tempo e uno spazio d’approfondimento attorno al teatro, all'infanzia, ai linguaggi nuovi e già sperimentati; ogni giorno uno spunto per accendere pensieri, idee, riflessioni.
Ovviamente non possiamo darvi conto di tutti gli spettacoli presentati durante il festival, alcuni dei quali tra l'altro già da noi recensiti in altre occasioni. Abbiamo così cercato, con l'abituale aiuto qui in Puglia di Nicola Viesti, e con il nuovo  giovane sguardo di Nella Califano, di relazionarvi sugli spettacoli più interessati o meritevoli di considerazioni particolari.


Come detto moltissimi gli spettacoli proposti,  alcuni diventati ormai dei classici come “Storia di un uomo e della sua ombra” di Principio Attivo, “ Paladini di Francia” di Koreja,  o appena sfornati e da noi appena visti come l'ottima riuscita di Teatro Pirata “ Robinson Crusoe”, o  studi  ancora da registrare come “Cinema Paradiso”  de La Luna nel letto, oppure riproposizioni di vecchi spettacoli  per la primissima infanzia come “Balbettio”del Kismet.
Tra le novità da noi viste  ci è piaciuto il raffinato ed ironico gioco delle mani di “Manigold” de Il Duende che ricrea con piacevole gusto inventivo, sedici piccole storie,  mentre ancora una volta dobbiamo rimarcare come un gruppo non avezzo a creare spettacoli per l'infanzia come Areté Ensemble non sia riuscito a rendere in modo sensibilmente credibile una delle fiabe più celebri di Andersen “I Vestiti nuovi dell'imperatore”

Tra gli spettacoli rivolti a uno sguardo più adulto ci è sembrata per molti versi interessante la rilettura che i giovani attori di VicoQuarto Mazzini, diretti da Gabriele Paolocà, hanno proposto del capolavoro pirandelliano “Sei personaggi in cerca d'autore”, dove si immagina che, dopo aver incontrato Pirandello, costringendolo a dar loro verità drammaturgica, la madre, il padre, la figliastra, il figlio con alcune vestigia dei due fratellini, preceduti nel Foyer da un enorme panino di spugna, appaiano anche a una piccola compagnia del ventunesimo secolo. Il gioco del teatro nel teatro, affiancato all'altro gioco, ben più presente nella vita, quello delle parti, nel tentativo di attualizzare in modo contemporaneo tutti i temi di Pirandello, a cui in qualche modo gli attori si siedono accanto quasi per  psicanalizzarlo, è condotto su vari livelli in modo intrigante attraverso una lettura a più piani non solo del testo affrontato, ma dell'intera poetica dell'autore siciliano.
Spiace però sottolineare come l'approfondimento finemente intellettuale proposto dallo spettacolo, anche sul ruolo dell'attore oggi, venga reso assai difficoltoso proprio dagli attori stessi, attraverso una recitazione secondo noi non all'altezza del troppo arduo compito loro affidato.   


 


A parte queste prime considerazioni due ci sono sembrati gli spettacoli più interessanti e fervidi di emozioni di questo Maggio “ Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro “ e “ Dalla parte del lupo.

Protagonista di “ Fa’afafine. Mi chiamo Alex e sono un dinosauro “  del regista e autore siciliano Giuliano Scarpinato, di cui avevamo già visto e apprezzato il progetto di 20 minuti, vincitore ex equo del Premio Scenario Infanzia, è un bambino, interpretato in modo assolutamente credibile dal ventottenne Michele Degerolamo, un bambino come gli altri, che ha una grande particolarità, non ha ancora deciso se essere un maschio o una femmina, o meglio forse, nelle sue intenzioni, vorrebbe essere tutti e due.
Nella sua stanza, popolata da giocattoli nella quale inventa mondi meravigliosi, sta vivendo un giorno importante quello in cui ha deciso di dire a Elliot, un suo compagno di scuola, che gli vuole bene, e intende dirglielo di persona.
Nel prepararsi al grande incontro è aiutato dai suoi giocattoli, che uno ad uno gli suggeriscono come vestirsi, ovviamente in modo assai diverso, uno dall'altro.  “Occhiali da aviatore o collana a fiori?”, “Il vestito da principessa o le scarpette da calcio?”,
Il ragazzo  è molto indeciso, sa solo che  per “dichiararsi” al suo Elliot vorrebbe essere molto molto particolare, insomma presentarsi a lui, “come un dinosauro”,  capace cioè di contenere in sé diverse nature.
D'altro canto Alex ha letto anche che sulla bellissima isola di Samoa esiste una parola che definisce coloro che sin da bambini non amano identificarsi in un sesso o nell’altro. “Fa’afafine” vengono chiamati e, per di più a causa di questa particolarità, non sono disprezzati, ma addirittura  considerati sacri.
Ovviamente vicino ad Alex ci sono Susan e Bob, i suoi genitori , nello spettacolo proposti attraverso il video  ( lo stesso Scarpinato e Gioia Salvatori) che lo guardano dal buco della serratura e stentano a capirlo: nessuno del resto ha spiegato loro come si fa a trattare con un bambino così speciale; pensano che sia un problema e dunque credono che l'unica soluzione per questo, per loro, grosso inconveniente sia quella di doverlo cambiare, ma non sanno che sarà lui a cambiare loro.
Poi ad un certo punto, tra sogno e realtà, per aiutare direttamente Alex che a scuola viene picchiato e deriso dai compagni, come accade puntualmente in tutte le scuole a chi è considerato diverso,  arrivano i nostri, cioè i Falafine che, simili ai marziani, lo portano direttamente a Samoa dove Alex vivrà momenti felici.
Ma lui, Alex, vuole essere accettato come è, e saranno i genitori, prima così increduli e lontani, mescolandosi i ruoli e i vestiti, ad amarlo, proprio perchè la cosa più importante per loro, genitori di un figlio così speciale, come deve sempre essere, è la sua felicità .
Il progetto di Giuliano Scarpinato, con mescolanza perfetta tra ironia e adesione emozionale per il tema proposto, è ben scritto e risolto in tutti i suoi aspetti, ed assolutamente necessario per il mondo del teatro ragazzi italiano, ma non solo, per i tema e per i modi con cui è trattato, dovrebbe essere proposto a tutte le scuole d' Italia.


“Dalla parte del lupo “della compagnia “Senza piume” è uno spettacolo di grande fattura e originalità che si interroga in modo anomalo ed intrigante sulla natura del male, attraverso una lettura molto particolare di “Cappuccetto rosso”. E' pur vero che il teatro ragazzi ha attraversato parecchie volte questa fiaba, anche negli ultimi anni, concedendo al lupo cattivo, coprotagonista della storia diverse attenuanti.
Qui, fin dal titolo, questo intento è già conclamato, ma i modi di proporre la fiaba ed i suoi nuovi significati, vengono proposti in modo assolutamente originale, fin dalle ragioni che hanno spinto l'autore e regista Damiano Nirchio a metterla in scena un'ulteriore volta.
Infatti questa creazione nasce da una storia vera, dall'incontro che il regista  durante il suo lavoro di mediatore ha avuto  con F, un detenuto che stava finendo di scontare una pena lunghissima e che oggi è un uomo redento. Lo spettacolo innesta appunto le sue testimonianze e suggestioni, mescolandole in forma di giallo, con la fiaba della bambina dal mantello rosso, che, dovendo andare in visita della nonna, per attraversare il bosco, incontra il lupo. Qui  nello spettacolo la trama si sviluppa in un flashback narrato da  una nonna, rimasta a letto con un brutto raffreddore, che racconta a sua nipote una storia accaduta tanto tempo prima. Ed è allora che sul palco si materializza  una giovane giornalista che, a caccia del suo primo scoop, si mette sulle tracce di Lupo, un criminale che terrorizza la città. Il nostro moderno Cappuccetto Rosso, immergendosi nell'oscuro bosco della città, dopo vari incontri  e tracce fasulle lasciate ad arte, troverà alla fine l'orrendo mostro, ma sarà molto, ma molto, diverso da quello che lei si immaginava. Lo spettacolo si muove con estrema raffinatezza tra citazioni cinematografiche che rimandano all'espressionismo tedesco e al noir americano e musicali che vanno dal  ‘Peer Gynt’ di Grieg ad una gracchiantemente lancinante ‘Una furtiva lacrima’  di Donizetti, significativamente utilizzata per sottolineare la personalità del presunto mostro.
In scena Anna De Giorgio, Damiano Nirchio e Bruno Soriato si muovono in una una metropoli misteriosa sempre sotto una pioggia incessante, alla ricerca di un mostro che vecchio e pentito si annida in una piccola stanza proprio vicino a chi vuoi bene, ma che invece di odio ha bisogno solo di un poco di attenzione.


A Bari abbiamo anche visto la conclusione del progetto dei liguri Marta Abate e Michelangelo Frola di ScenaMadre “La stanza dei giochi” con sul palco  Elio Ciolfi ed Emma Frediani, che in due non fanno 18 anni.
Avevamo già detto  a Scenario, parlando del progetto, che questo spettacolo con due bambini in scena e con i modi con cui è composto, debba essere considerato una specie di svolta nel teatro ragazzi italiano e anche lo spettacolo finito ci porta in questa direzione di non ritorno.
Elio ed Emma, come abilissimi attori consumati, rappresentano in modo perfetto e credibile, tra gioco e realtà, con un assoluto interscambio tra sguardo adulto e bambino, tutte le vicissitudini e i contrasti che potrebbero intercorrere tra due esistenze comuni per il possesso di una piccola casa.
Sulla scena, in una stanza colma di giochi, viene  esplicitato in modo naturalissimo il rapporto che esiste tra gioco e teatro, mentre i temi e le sensazioni dei bambini si riverberano  in modo naturale su quelli degli adulti, cosicchè adulti e bambini, in modo diverso ed uguale, vi si possano ritrovare anche e soprattutto nel lieto finale, dove alla fine però molto più importante del possesso è il non rimanere da soli. Lo svolgersi degli eventi, in un tessuto di conflitti, complicità, piccoli egoismi e affermazioni di potere, sottolineato da momenti musicali che ne accentuano l'incrinarsi dei rapporti,
è reso con pertinenza tra riso e melanconia.
A nostro modo di vedere il prolungamento del progetto in spettacolo, deve essere ancora però  oltremodo registrato, accentuando in modo omogeneo i momenti di conflitto con nuove invenzioni che evitino una certa ripetizione di accenti.
MARIO BIANCHI




LA BOTTEGA DEI GIOCATTOLI
Testo e regia Sandra Novellino e Delia De Marco
Con Delia De Marco, Valentina Elia e Giovanni Di Lonardo
Voce registata Anna Ferruzzo, musiche originali Mirko Lodedo
Prod.Crest


Il grande libro delle fiabe si apre e le sue pagine si schiudono alla meraviglia del racconto, un racconto di giocattoli provvisti di voce e anima, di notti incantate in cui ad un giovane commesso è permesso di varcare le soglie dell’impossibile e farsi paladino di un universo minacciato da un oscuro padrone senza volto. La bottega dei giocattoli, in festa per l’imminente natale, in realtà nasconde la cupidigia e la crudeltà di un essere a cui non interessa certo la felicità dei bambini ma solo vendere il maggior numero di balocchi. Ed è un bel problema se la prima a finire in una scatola regalo è la bambola di cui il giovanotto è invaghito.
“La bottega dei giocattoli” è la nuova proposta per l’infanzia che il Crest ha prodotto con la consueta cura affidandosi a due autrici , Sandra Novellino e Delia De Marco. La sigla tarantina nel suo ormai lungo percorso si è sempre distinta nell’accordare piena fiducia a sempre nuovi artisti lasciando, cosa assai rara, piena libertà di espressione. Ci ha un po’ stupito quindi - data la giovanissima età delle artefici - l’impianto molto classico con cui lo spettacolo è confezionato. Una messa in scena, visivamente a volte affascinante, in cui ci sembra il personaggio maschile molto più risolto rispetto a quello femminile convenzionalmente più statico. Non guasta una leggera patina dark con il cattivo senza volto, ma dal robusto appetito di monete sonanti, sconfitto infine dal provvidenziale intervento di una argentea luna. E il finale inedito – di solito sono le bambole a diventare di carne e ossa – con il ragazzo che preferisce scomparire tra le pagine del libro rinunciando alla realtà per la purezza del mondo fatato, ha suscitato qualche perplessità. Non in chi scrive che invece lo ritiene uno spunto forte di approfondimento.

SI PUO'
Di e con Teresa Tota, assistente alla regia e coreografia Lisa Masellis
Prod.Qualibò


La compagnia di danza Qualibò, diretta da Lisa Masellis, ha sviluppato nel corso di non pochi anni di attività un proprio stile personale fatto da un minimalismo illuminato spesso da ironia. Uno stile che consente alle varie creazioni non solo ormai una riconoscibilità nell’ambito del mondo della danza italiano ma che permette, molto spesso, che le stesse siano ampiamente fruibili da ogni tipo di pubblico. Una serie di tranche de vie , di momenti presi dalla realtà che si confrontano con inaspettati incidenti che ne rivelano altri aspetti, verità nascoste. Esemplare “Si puo!” progettato da Teresa Tota. Una danzatrice alle prese con una coreografia che non riesce a prendere forma, che si inceppa per molteplici, buffi e irresistibili inconvenienti. Chiunque potrebbe essere preso dallo sconforto e mollare ma la Tota, impavida, non si da mai per vinta, ad ogni piccola catastrofe risponde con rinnovato impegno sfidando la sorte crudele. Due sono le linee portanti del lavoro. Una squisitamente riguardante la danza con la ballerina alle prese con figurazioni proprie dell’universo classico sporcate con bravura e maestria, l’altra più vicina al mondo del teatro per costruzione e sapienza di ritmi comici. “Si puo!” così si avvicina ad un tipo di linguaggio scandito che deve molto al fumetto e quindi vicino ad una immediata fruibilità dei ragazzi che infatti, come gli adulti d’altronde, sembrano divertirsi moltissimo. Qualche perplessità negli addetti ai lavori , tutti provenienti dal teatro, sembra suscitarla la durata di trenta minuti della pièce, peraltro abbastanza usuale per la danza. Un non problema : Qualibò ha ormai nel suo repertorio un numero consistente di micro commedie di vita adatte a tutti e variamente componibili.

LA BAMBINA LIBRATA
Di e con Angela Iurilli e Marianna Di Muro
Prod.Angela Iurilli

Adele a dieci mesi cammina, a dodici è una pargola che parla benissimo, a tre anni legge e a cinque ha già letto tutta la letteratura per l’infanzia della biblioteca del suo paese e si accinge a divorare qualcosa di più impegnativo. Va a scuola e – non potevano esserci dubbi – è la primissima della classe senza considerare le virtù che sfoggia in casa surclassando il fratello paciocconissimo che di anni ne ha dodici. Un tipetto così si nota e invece il problema di Adele - un po’ genietto e un po’ inevitabilmente rompiscatole – è quello che nessuno sembra non solo capirla ma addirittura vederla. La madre passa il suo tempo a macinare soap opera con il terrore di invecchiare, il padre è un cuoco lestofante che si arricchisce a spese di gonzi in grado di spendere cifre folli per mangiare cibi avariati, e la preside è un personaggio degno degli incubi più paurosi. Meno male che a volte si incontrano persone comprensive come la bibliotecaria e la maestra.
Diciamo subito che “La bambina librata”, nuovo spettacolo di Angela Iurilli con Marianna Di Muro, fresco di debutto al “Maggio all’infanzia”, ha bisogno di qualche sistematina nel corpo centrale che ne garantisca il ritmo e l’impatto ( ci permettiamo di consigliare anche un titolo più intrigante ). Ciò fatto la messa in scena  è di grande godimento con due interpreti che filano via come treni e gareggiano in simpatia e bravura. La Iurilli si prodiga in varie figure, ognuna con tocchi irresistibili e spesso feroci che evidenziano il vuoto e la follia dei nostri tempi, mentre alla Di Muro tocca fare la protagonista – e relativo fratello. Una Adele puntigliosa e di razionale testardaggine, scatenata e riflessiva, una bambina – e un’interprete – che non perde un colpo. Divertente, molto, e profonda, tanto, la scoppiettante rappresentazione è in grado di avvincere un pubblico non solo di piccoli ma anche di adulti.

NICOLA VIESTI

André e Dorine

Il nuovo spettacolo di Thalassia Teatro, André e Dorin, è una narrazione dalle grandi aspirazioni: parlare d'amore e di felicità. Non è semplice. Si tratta di temi talmente delicati che il passo verso la banalizzazione è breve E forse avrebbe corso questo rischio anche lo spettacolo di Luigi D'Elia  tratto dal romanzo “Lettera a D. Storia di un amore” di Andrè Gorz (come i precedenti scritti da Francesco Niccolini che ne cura la regia con Roberto Aldorasi) , se non ne fosse emersa la verità degli intenti, la necessità del raccontare. In scena c'è del basilico, del timo, della menta e molte altre piante, e del pane che cuoce lentamente in un fornetto. L'aria è intrisa di odori che già stimolano ricordi e sensazioni molto intime, e vedere in scena un vero giardino ci riporta a qualcosa di familiare. Senza pensarci troppo sentiamo che quella storia ci appartiene, prima ancora che Luigi D'Elia, con la sua consueta narrazione lenta e dolce come la cura, pronunci la prima parola. I toni pacati e non troppo differenziati ritmicamente ci permettono, però, di gustare una delicatezza alla quale siamo disabituati, perché ci parla della necessità di soffermarsi sulle cose essenziali della vita. Nicolas dice sempre di voler diventare come il suo vicino di casa André, vecchio e sorridente. Allora va a trovarlo ogni giorno, lo guarda prendersi cura del suo orto. Nicolas ha bisogno della serenità di quel giardino, perché in casa sua non c'è, e la cerca in un uomo che, però, paradossalmente, soffre moltissimo intimamente.

La moglie è molto malata e  Andrè racconta al bambino la loro lunga storia d'amore, ma non perché viva di ricordi, anzi, si tratta piuttosto di un passaggio di testimone, quello dell'esercizio alla felicità. Sorridi Nicolas, sorridi sempre, gli dice. D'Elia chiama un bambino dal pubblico e, dopo avergli offerto una brocca di latte con dei bicchieri, lo guida in  un gioco di travasi per cercare di dimostrare che più felicità si dona, più se ne riceve. E allora quale sia la vera ricchezza per un uomo lo intuiamo, se mai l'avessimo dimenticato. E ce lo ricorda anche l'odore del pane, che ormai è pronto. Al di là di ogni nota tecnica, ciò che rende prezioso questo spettacolo è l'opportunità che da al pubblico di prendersi un momento per sé e sentire con tutti sensi, emozionarsi, ricordarsi da dove viene e dove ritornerà, ma intanto, nel mezzo, c'è tutta una vita da respirare. Nicolas, sperimentando la sofferenza di una perdita, mai esplicitata, ma poeticamente resa nel finale, comprende l'amore a partire da quello che gli è stato donato.

Superman & me e La piccola strega: le due narrazioni de La luna nel pozzo

La compagnia pugliese “La luna nel pozzo” presenta al Maggio all'Infanzia due spettacoli di narrazione: Superman & me, di e con Robert McNeer, e La piccola strega, di e con Pia Wachter. I due attori raccontano due storie molto diverse tra loro: nel primo caso ci troviamo di fronte ad uno spettacolo autobiografico, ambientato nell'America degli anni '60; nel secondo caso la protagonista è la strega dello scrittore tedesco Otfried Preussler. Tra le altre cose ad accomunare le due narrazioni è la  provenienza non italiana dei due attori, cosa che conferisce loro un particolare tipo di ironia, e rende la narrazione bizzarramente non lineare, poiché infarcita di simpatici errori di pronuncia che diventano piacevoli e credibili soprattutto per  Superman & me, trattandosi, come dicevo, di una storia autobiografica.
Sembra che Robert McNeer ci abbia invitato nel suo salotto di casa e che, dopo averci offerto un bel caffè lungo, abbia iniziato a raccontare la sua storia sfogliando un album di famiglia seduto in mezzo a noi. Camicia a quadri e un paio di pantaloni beige. Scopriamo di essere a teatro solo quando tira fuori una valigetta di metallo con all'interno tre faretti colorati che si punta contro per creare un po' di atmosfera. E grazie a quella stessa valigetta, un vero reperto ritrovato chissà dove, capiamo anche di essere ormai negli anni '60! A quel punto Robert indossa un cappellino e ritorna bambino, o meglio recupera quell'entusiasmo, quell'energia e quella meraviglia che aveva all'età di otto anni. Ogni cosa è ingigantita, nelle dimensioni e nell'effetto che provoca, come il ricordo della scala mobile che diventa un mostro da combattere. Robert infila una battuta dietro l'altra e alterna i momenti di narrazione più concitata a descrizioni lente e poetiche, come il ricordo di una notte stellata sulle note di Johnny Cash. E Superman? Superman è ciò che lui vorrebbe essere, è una sorta di mentore, perché, pur essendo un uomo come tutti gli altri, resta sempre un supereroe con un potere molto particolare: la capacità di volare! Ma, ricorda MecNeer, la magia più grande, l'unica che può risolvere il contrasto tra la volontà di volare e l'impossibilità di farlo è il teatro.
Anche  il personaggio interpretato da Pia Wachter vola, ma su una scopa!

Si tratta di una giovane strega, di solo circa un centinaio d'anni, che intende partecipare a tutti i costi alla festa di Valpurga, sul Monte Block, dove una volta all'anno tutte le streghe esperte si riuniscono per ballare. L'attrice, prima di cominciare, spiega al pubblico la bellezza della narrazione e la magia ad essa connaturata, proprio come MecNeer aveva spiegato in modo esilarante il modo in cui comportarsi a teatro. Entrambi, infatti, intendono creare una relazione molto forte con lo spettatore. Una sfida delicata che funziona soprattutto in Superman & me, grazie alla capacità dell'attore di controllare la relazione che ha stabilito con il suo pubblico bambino, nonostante il pesante scarto generazionale che forse, però, nel continuo riferimento ad un immaginario immesso in un contesto a loro sconosciuto, non permette di stabilire con gli spettatori una profonda complicità, almeno fino a quando non svela cosa li accomuna: il teatro. Così come MecNeer anche la Wacher dimostra particolari doti mimiche, che apprezziamo soprattutto rispetto alla caratterizzazione dei personaggi, giocata tutta sulle espressioni facciali.

L'attrice presenta tutte le streghe della storia, ognuna con le proprie caratteristiche fisiche e vocali, e le vediamo chiaramente mentre con perfidia si accaniscono contro la giovane strega, fino a punirla nel modo peggiore possibile, cioè sottraendole la scopa! La storia alterna a scene corali, nelle quali l'attrice riproduce con suoni e movimenti diversificati le animate discussioni tra le streghe, scene in cui a dialogare sono solo la protagonista e un piccolo corvo, una sorta di grillo parlante che non perde occasione per dispensare alla piccola strega consigli e ammonimenti. La bravura della Wachter nelle caratterizzazioni è indiscussa, e, probabilmente, se avesse preferito una narrazione più breve, avrebbe di certo messo maggiormente in risalto questa dote. Lo spettacolo infatti secondo noi diluisce troppo nel suo percorso la grande energia che l'attrice infonde al racconto che dovrebbe essere spesa invece soprattutto per lo scatto finale, per travolgere il nastro rosso del traguardo e non fermarsi un passo prima. 
È interessante come sia la piccola strega che il piccolo MecNeer condividano la stessa paura, quella di non poter più riuscire a volare. Volare come condizione necessaria per entrambi e presupposto per vivere a contatto con la magia.
Chi vola con una scopa, chi vola con il teatro. In fondo il vero cruccio di ogni uomo resta sempre quello di non avere le ali, ma, per fortuna, ognuno cerca il modo di fabbricarsele, anche solo aiutandosi con l'immaginazione.

Felicino

Non è la prima volta che la letteratura per l'infanzia e il teatro ragazzi si incontrano, ed è proprio grazie ad uno di questi fortunati connubi che nasce “Felicino”, una coproduzione fra CTA Gorizia E CSS Centro Di Produzione Teatrale del FVG. Ad ispirare lo spettacolo è l'albo illustrato Il sassolino blu e Il filo rosso dell’autrice parigina Anne Gaëlle Balpe. L’attrice Desy Gialuz e il musicista Michele Budai diretti da Roberto Piaggio. attendono in silenzio il pubblico, che subito viene attratto dalla quantità degli strumenti musicali presenti in scena, ce ne sono di stranissimi e le sorprese non finiscono qui. Al centro della scena, infatti, un grosso baule ricco di oggetti inconsueti, come un arcolaio, un forma scarpe e una squadra da sarto, che serviranno ad animare la storia, diventandone i personaggi. Il baule è luogo dei ricordi, lo spazio in cui si custodiscono le emozioni provate nel corso della propria vita e che riemergono grazie alla memoria e quindi ai racconti. Comincia così la storia di Felicino, che trova un sassolino blu ai piedi di una margherita. È un oggetto magico e, in quanto tale,  parla al cuore di chi lo ha trovato, promettendogli silenziosamente che un giorno, di certo, gli potrà essere d'aiuto. Felicino ascolta quella voce e, nonostante le parole di ammonimento delle creature che incontra lungo la propria strada, decide di non buttar via il sassolino.

Alla fine del suo percorso Felicino troverà un posto per il suo sassolino, lo donerà ad una bambina intristita per la sua bambola che ha perso un occhietto. Felicino deciderà di rinunciare ad un oggetto prezioso pur di regalare la felicità. Il cammino del protagonista è scandito dai suoni familiari di tamburi, percussioni, chitarra e xilofono, ma anche da quelli meno conosciuti di strumenti come kalimba, cajon, bodhran, bendir,  guiro, e cabasa. I movimenti dell'attrice sono accurati e calcolati, e il musicista li accompagna con grande precisione. Suoni e movimenti creano una delicatissima poesia, che ad un certo punto, però, rischia di perdere la sua forza magica perché, nell'esplicitarsi in tutta la sua coerenza e bellezza, dimentica di stimolare domande, di aprire all'immaginazione. Il pubblico segue con lo sguardo le tappe di un meraviglioso viaggio, perdendo però spesso nel cammino l'occasione di sperimentarlo da vicino e quindi di crescere insieme al protagonista. Pensiamo che sia necessario lasciare una maggiore libertà immaginativa al pubblico bambino, che non occorre guidare tenendolo sempre per mano, ma piuttosto camminare qualche passo dietro di lui, permettendogli di provare l'indispensabile  emozione della scoperta solitaria. I due attori, comunque bravi e rispettosi, sempre  dei piccoli spettatori che hanno davanti, sembrano secondo noi eccessivamente farsi carico di una preoccupazione superflua: rendere accessibile ogni sfumatura della storia, quando invece è proprio il non detto che la renderebbe ancora più affascinante. 
 
Storie di Zhoran

Sotto un tendone da circo Zhoran e Bhorat si siedono e iniziano a suonare. Un violino e una fisarmonica. Riconosciamo subito sonorità che non sembrano appartenere alla nostra cultura e gli abiti dei due musicisti stimolano ancora di più il nostro immaginario: sembrerebbero proprio due gitani. Chiedono anche l'elemosina con un accento che ricorda quello dei “paesi dell'Est”: saranno zingari? I due attori, Giuseppe Ciciriello e Piero Santoro, suonano per alcuni minuti prima di iniziare, si lasciano osservare, concedendoci così il tempo di elaborare questi pensieri. Qualcuno si chiede se siano “davvero” due rom, qualcun altro è indeciso se sia il caso  o meno di fare la carità. Realtà e finzione si prendono per mano, esibendosi in un girotondo che confonde. A questo punto noi spettatori siamo cotti a puntino. Gli attori sono riusciti ad intrappolarci in una condizione psicologica particolare: siamo soli con la nostra immaginazione e affiorano tutte le contraddizioni che la abitano, istintivi pregiudizi e razionalizzazioni. È così che si apre Storie di Zhoran, prodotto dalla cooperativa Archelia. Si tratta di una narrazione in cui il pubblico viene coinvolto direttamente, attraverso domande provocatorie come “Chi ha creato il mondo?” “Cos'è un uomo?”; una narrazione leggera ma densissima, che riesce ad attivare in noi la magia dello stupore.

Pendiamo dalle labbra di Ciciriello, che, attraverso storie tratte o ispirata dalla tradizione Rom, o reinventate, ci restituisce l'immagine di un popolo, cercando di farne emergere tutte le sfumature e restando fuori da ogni generalizzazione. Raccontare di “storie di zingari” non è altro che un pretesto per parlare della diversità dell'uomo, prendersi seriamente gioco di se stessi, imbevendo ogni storia di una profonda riflessione filosofica, senza, però, puntare il dito contro nessuno! Non ci troviamo di fronte ad un narratore che intende raccontare la storia di un popolo maltrattato guardandolo dall'alto, ma siamo di fronte al popolo stesso, con pregi e difetti, un popolo che somiglia così tanto al nostro da ricordarci che siamo tutti uomini, e che è così diverso da farci cogliere la bellezza e la necessità di questa diversità.
NELLA CALIFANO


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