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Eolo
recensioni
SEGNALI 2016
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI, ELENA SCOLARI

Anche quest’anno, dal 4 al 6 maggio 2016, con il solo sostegno economico del Teatro del Buratto e di Elsinor e la generosa collaborazione delle Compagnie selezionate e invitate, sotto l'attenta direzione artistica di Renata Coluccini e Stefano Braschi, si è tenuta a Milano una nuova edizione di SEGNALI, uno dei più significativi e storici appuntamenti del teatro ragazzi italiano, giunto alla sua XXVII edizione . E' stato ancora una volta un momento d’incontro e di confronto tra le diverse realtà produttive e distributive che operano a livello nazionale in questo campo della scena così particolare.

Anche in questa edizione si è tenuta Giovedì 5 la cerimonia degli EOLO AWARDS - dedicati a Manuela Fralleone - organizzati dalla nostra rivista e consegnati al Teatro Verdi con la collaborazione di testimonial del mondo del teatro e della cultura per l'infanzia, i cui risultati potrete vedere nella sezione dedicata al premio nel nostro sito.

Il Festival ha coinvolto tre sale teatrali :Teatro Verdi, Sala Fontana, a Milano, e Bì la fabbrica del gioco e delle arti, a Cormano, in un cartellone di 15 spettacoli, che ha attraversato tutti i linguaggi espressivi del teatro, proposti da compagnie non solo lombarde.

Ha aperto la tre giorni del Festival Segnali 2016 il convegno MADE IN ITALY, che ha intesso affrontare in un confronto il nuovo scenario e le concrete nuove possibilità di sostenibilità dei processi creativi; come nuovi pensieri possano trovare concretezza e traduzione in attività realizzabili, accompagnati da una molteplicità di voci.

L'incontro , condotto da Oliviero Ponte di Pino, ha visto la presenza anche di Cristina Cappellini Assessore alle Culture, Identità e Autonomie – Regione Lombardia e Filippo del CornoAssessore alla Cultura - Comune di Milano.

Una buona edizione questa di Segnali, con ottimi spettacoli, alcuni dei quali già recensiti da Eolo, come “Gli Equilibristi “ del Teatro dell'Argine, spettacolo dedicato all'adolescenza di grande risalto, o come i due premiati come migliori novità dagli Eolo Awards, “H+G” di Teatro Persona, prodotto da Accademia Perduta e “Zac colpito al cuore”la creazione di "Pane e denti teatro" e Laborincolo, proposta in collaborazione con il Teatro Pirata.  Con grande piacere per il pubblico poi sono

stati ripresi uno spettacolo storico di Pandemonium “ Barbablù" di Albino Bignamini e il recente “Cinema Paradiso” della Compagnia pugliese “La luna nel letto”
Numerose perplessità invece ha suscitato "SmartStone-atto-unico troglodigitale",spettacolo multimediale, scritto e diretto da Michele Cremaschi per Elsinor, sorta di viaggio sull'utilizzo delle tecnologie, dalla Preistoria sino a noi. Se l'argomento ci è parso di interesse anche per le tecniche utilizzate, non così ci è sembrato il rapporto tra attore ed immagini, i cui segni poi, almeno per noi, erano nella loro ripetitività, confusi, proposti in un affastellamrnento continuo poco significante.


Ma veniamo alla disamina particolareggiata degli spettacoli.


I curatori del programma hanno voluto intelligentemente mettere in rapporto alcune produzioni che avevano in comune tematiche particolari.


Per esempio due spettacoli hanno avuto al centro della loro storia il rapporto tra padre e figlio, realizzati, il primo da una storica compagnia veneta, la Piccionaia, che si è affidata per la sua creazione ad uno dei gruppi più innovativi della scena italiana, i Babilonia Teatri, con in scena Carlo Presotto, qui dopo “Special Price” ad un nuovo incontro con Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, il secondo dalla giovanissima compagnia Arione De Falco, coniugati in due modi assolutissimamente diversi tra loro.

Ho un lupo nella pancia, inserito anche in un progetto pluriennale sul cibo, ambienta la sua storia in una cucina contemporanea, per indagare come il bisogno di nutrirsi sia intimamente collegato con l'assoluta necessità di interagire con gli altri in modo positivo e confacente. In questo caso il cibo si inserisce nel rapporto tra un padre e un figlio, appunto.

E' la storia di Bianco, un bambino che non riesce ad esprimersi in modo comprensibile, che non parla con il padre e che ha scelto di nutrirsi solo di latte. Il padre vuole bene al suo ragazzo, lo guarda dormire, vorrebbe tanto essergli vicino, ma non riesce a comunicare con lui. Bianco ha un grosso peso dentro di sé, è come se un lupo gli divorasse la pancia, per questo si comporta in questo modo. Matteo Balbo, grande e grosso, si muove da una parte e dall'altra della scena, impersonando il ragazzo in modo credibilissimo, pur nella sua ingombrante fisicità. Solo quando il padre riuscirà a togliere quel lupo, il ragazzo potrà ritornare ad essere normale e così padre e figlio potranno comodamente mangiarsi la pastasciutta al sugo, la cui pentola fumante, fin dall'inizio, troneggiava in cucina.

Carlo Presotto, Matteo Balbo e Pierangelo Bordignon conducono in modo convincente il gioco cucinato da Valeria Raimondi e Enrico Castellani, il cui stile riconoscibilissimo si manifesta nella ripetizione cadenzata delle parole del padre, nella scena spoglia, contrassegnata da elementi spurii e pop e nelle canzoni vintage che danno sostanza evocativa ai vari cambiamenti emozionali dei personaggi.


In modo diversissimo coniuga il tema in “Mai grande,un papà sopra le righe”, la compagnia formata da Annalisa Arione e Dario De Falco, dopo “Pelle d'oca” e “Per te”, una favola bianca, alla sua terza creazione, senz'altro la più matura.

Annalisa sul palco legge e disegna il suo libro, che sta ancora scrivendo, mentre Dario le fa da contraltare, trasformando le parole di Annalisa in teatro. Anche qui forse la madre è assente, o forse guarda da lontano la famiglia che verrà o vorrà avere. Comunque sia, è il padre il protagonista dello spettacolo, un padre un po' bambino e un po' “grande”. Ma è questa la preziosità dello spettacolo che si muove tra infanzia e adultità, approfondendo le fragilità e le preziosità di entrambe.Dario sul palco ce la mette tutta, proprio tutta, per mostrarci cosa serve, secondo lui, almeno, per essere un genitore perfetto, oltre ovviamente ad avere un bambino, e il bambino, infatti, viene subito creato e c'è, e si chiama Tobia. Poi servono nell'immaginario di Dario, che non ha mai fatto il papà, per il suo bambino, soprattutto miliardi di chilometri di divertimento, un sacco di risate, giri in moto a tutta birra e immersioni nell’oceano per scoprire dove vivono i bastoncini di pesce. “Questo serve!” pensa Dario, “è così che si fa per essere genitori supermegaultrafantastici!”. Ma forse ciò, più che a Tobia, serve a suo papà, che è rimasto ancora bambino, che vuole fuggire dalla realtà noiosa di ogni giorno, per stare un poco con suo figlio, obbligandolo a fare ciò che lui vuole, a fare quello che forse facevao gli sarebbe piaciuto fare quando era lui, bambino. Tobia, invece, secondo quello che legge alla fine Annalisa, vuole giustamente anche cose più normali dal suo papà, come per esempio cantare una ninna nanna, abbracciarlo e, quando ci vuole rimproverarlo, spiegandogli dove ha sbagliato. Un genitore normale, dunque. Dario De Falco, in scena, ci mette tutte le sue agilità ed abilità per mostrarci le diverse peculiarità, che un padre dovrebbe avere in modo che i bambini possano identificarsi nel nostro Tobia e scegliere quali preferire. Nello stesso tempo gli adulti potranno approfondire cosa realmente vuole dire essere un genitore modello, mediando tra gioco e responsabilità.

“Mai grande,un papà sopra le righe”, risulta dunque essere uno spettacolo di grande e divertente fruibilità dove grandi e piccini, insieme, vi possono trovare gli stimoli necessari per condividere, non solo nella finzione, momenti di autentica e possibile felicità.

Curiosamente al Festival, anche il tema dell'abbandono della terra natia, argomento come ben sappiamo tragicamente attuale, ha avuto due declinazioni assolutamente diverse tra loro, per età di destinazione, tecniche di racconto e atmosfera : la nuova produzione di Teatro Gioco Vita “Moun” destinato ai piccolissimi, narrato con il teatro d'ombre e “Buon Viaggio” di Cicogne teatro per i ragazzi più grandi proposto attraverso la narrazione.

Moun - Portata dalla schiuma e dalle onde “, spettacolo tratto dall’omonimo libro di Rascal, illustrato da Sophie e pubblicato in Francia da l’Ecole des loisirs, con la regia e le scene di Fabrizio Montecchi, e le sagome di Nicoletta Garioni, con in scena la bravissima Deniz Azhar Azari, come già succedeva per una precedente creazione della compagnia piacentina “Il paradiso degli orsi “, tratta in modo struggentemente poetico un tema dolorosissimo. In questo caso non la morte ma il distacco dalla propria terra, dalla propria famiglia, che si connatura con altri come l’adozione, la nostalgia e la costruzione di sé. Tutto ciò viene proposto sulla scena attraverso diversi linguaggi che pongono al loro centro, come è costume di Gioco Vita, il teatro d'ombre. Vi si narra come i genitori di Moun, spinti dalla guerra che infuria nel loro paese, siano costretti ad affidare al mare in una scatola di bambù l’unica figlia, nella speranza che possa avere una vita migliore. Ed infatti Moun sarà allevata da un'altra coppia al di là del mare e del male, che la crescerà con amore, in mezzo agli altri propri figli. Quando poi, diventata più grande, alla piccola protagonista verrà rivelata la sua vera origine, ella, dopo un attimo di smarrimento, deciderà di riaffidare alle acque la scatola di bambù, perchè possa arrivare ai suoi genitori naturali, arricchita però di tutto quello che lei ha amato nei suoi primi anni di vita con i nuovi, collegando simbolicamente le sue due famiglie lontane con il dono della sua memoria e del suo cuore. Fabrizio Montecchi costruisce attraverso ombre, luci, danza, voce, un nuovo significativo spettacolo dove in un'aura nostalgica si muovono personaggi zoomorfi che in modo semplice e diretto parlano ai bambini di amore e riconoscenza, non disgiunti dalla consapevolezza che la vita spesso ci mette davanti a cose terribili che dobbiamo cercare di superare con chi ci sta intorno, ma confidando anche, il più delle volte, soprattutto. nelle nostre forze.


Cicogne Teatro Arte Musica inBuon Viaggio, su testo di Claudio Simeone, invece, narra lo stesso tema, in modo molto più diretto e tragicamente attuale, raccontando, attraverso le parole e i ricordi di un pescatore di Porto Palo, uno dei tanti che in mare, sempre più frequentemente, raccoglie esseri umani, spesso doloranti e sfiniti, il dramma del piccolo Tarek che vuole raggiungere l'Italia dal suo paesino situato tra Senegal, Mauritania e Mali.. Lo vediamo percorrere migliaia di chilometri su un camion stipato di corpi all'inverosimile, in balia di orribili aguzzini in cerca di denaro, in un treno tra grovigli di gambe, sacchi e bidoni, poi a piedi nel deserto sotto il sole, vagheggiando il mare che per Tarek rappresenta la libertà, la possibilità di essere più vicino al paese della squadra del suo cuore, di cui indossa la maglietta numero 9 e le scarpette rosse. E lui sa che quando troverà le prime conchiglie nella sabbia, allora sì, sarà arrivato al mare e potrà dunque imbarcarsi. Ma non subito, perchè prima a Tripoli ci sarà da fare i conti con una lunga attesa da passare in una lurida camera, insieme a decine di compagni di sventura, dove l'unica possibilità di evasione sarà dipingere sui muri bianchi i ricordi della terra che si sta per lasciare. Ma il viaggio purtroppo non sarà finito, anzi il brutto dovrà ancora venire, perchè non tutte le acque sono uguali e quel mare è pieno insidie......

Sulla scena Abderrahim El Hadiri, con la solita intensa leggerezza che ben conosciamo, aiutato da pochissimi elementi di scena, reti da pesca, minuscoli sacchettini, giocattoli tra cui un pallone e un camioncino in miniatura, una grande vela-carta geografica, rende umana e toccante una vicenda che purtroppo le cronache ci hanno abituato a considerare come consuetudine e non come tragedia personale di ogni essere umano, unico e irripetibile.

Attraverso le sue sommesse parole, le speranze, le illusioni di Tarek, senza retorica o pietismi, diventano reali sul palcoscenico, essendo capaci di trasmettere al pubblico di ogni età una vera commovente empatia per un'esistenza che via via durante lo spettacolo ci è diventata sempre più familiare, sino a sentirla parte della nostra esperienza.


E' stata coraggiosa la sfida che Il Teatro delle Briciole ha realizzato nell'affidare un nuovo spettacolo, nell'ambito del bellissimo progetto “Nuovi sguardi per un pubblico giovane”, a Francesca Pennini e al suo Collettivo cinetico. Del resto siamo già abituati a questi azzardi se, nel corso degli anni, nello spirito di questo benemerito cantiere, il Centro teatrale di Parma ha affidato la creazione di uno spettacolo per l' Infanzia a Babilonia Teatri (2010), Teatro Sotterraneo, (2011), I Sacchi di Sabbia, ( 2013) cioè ad alcuni dei gruppi più fervidi del teatro di ricerca italiano-

Eccoci dunque a parlare del felicissimo esito di “Sherlock Holmes “ con la regia e la drammaturgia di Francesca Pennini e Angelo Pedroni.

Per la verità Francesca Pennini ci aveva già interessato per quanto riguarda la scena dedicata alle fasce più giovani di spettatori con due precedenti spettacoli “Age “ e “Amleto” in cui con esiti particolarmente interessanti, attraverso il suo originale teatro fisico e di improvvisazione guidata, tentava di approfondire le varie diverse identità in cambiamento che attraversano l'età adolescenziale.

Qui in “Sherlock Holmes “ , protagonisti della scena sono Simone Arganini, Daniele Bonaiuti e Roberto De Sarno, non solo provetti danzatori – perforners, ma anche validissimi attori. I nostri tre eroi, membri di un'attrezzatissima impresa di pulizie,vengono catapultati in uno spazio teatrale in un giorno apparentemente sgombro di appuntamenti spettacolari; ma trovandosi loro malgrado davanti ad un pubblico in attesa, sono costretti, lo stesso, minuziosamente, a passare sotto setaccio tutto ciò che hanno davanti, per osservarne da vicino la vera identità, così da evitare qualsiasi spiacevole conseguenza.

Pennini e Pedroni, sulle orme del grande investigatore, creato da Arthur Conan Doyle, utilizzando l'osservazione e la deduzione, proprio iniziando dal piccolo spettatore, via via compiono un'analisi sempre più approfondita di tutto ciò che il teatro contiene. Continuando, poi, ironicamente, dall'analisi delle orme lasciate dallo spettacolo, programmato il giorno precedente, attraverso il suo smontaggio e relativo rimontaggio, innescano una riflessione sull’arte performativa e la sua relazione con la vita.

Stimolando in modo semplice, ma nel medesimo tempo profondo, la curiosità del pubblico dei ragazzi, vengono così analizzate con estrema naturalezza, attraverso un gioco teatrale ironico, mai didascalico che mantiene sempre desta l'attenzione e l'intelligenza dei piccoli spettatori , tutte le varie possibilità insite nel gesto danzato, connaturate con l'identità dello spazio teatrale, identificato come luogo dell'illusione in cui realtà e finzione,verità e apparenza si riverberano continuamente tra loro .

 

“ME & TE” una piccola storia d’amore, de “La città del Teatro Sipario Toscana”di Maria Grazia Cassalia e Donatella Diamanti, continua il percorso sull'analisi dei sentimenti intrapreso negli ultimi tempi dalla compagnia toscana, indagando sulla nascita delle prime pulsioni amorose.

Al centro dello spettacolo una porta, solo apparentemente chiusa, dove al di qua due genitori separati si interrogano su cosa possa essere successo al loro, troppo silenzioso, Giacomo, anni 12, mentre al di là, il ragazzo si chiede cosa sia quello strano sentimento che gli sta covando dentro, l’amore, quella cosa più forte della simpatia che sta provando per la sua compagna Irene.

Giacomo, essendo la prima volta che lo sente, non sa come muoversi, pensa che solo le femmine lo possano provare, non capisce come deve comportarsi e allora chiede aiuto a chi gli sta intorno, ai genitori che lo osservano dall'altra parte, ma certo loro, che non sono riusciti a stare insieme, sono gli ultimi a potergli consigliare qualcosa. Poi c'è l'amico disincantato Filippo, ma ognuno gli suggerisce cose assai diverse tra loro. Anche i così detti esperti lo indirizzano verso direzioni opposte, poco chiare.

Fuori dalla porta intanto ci sono gli ansiosi mamma e papà che ritornano con la memoria ai loro primi incontri, ai loro primi batticuore, ai loro successivi sbagli.Così, tra passato e presente, assistiamo ad una educazione sentimentale in cui il pubblico degli adolescenti si può perfettamente ritrovare.

Con la regia di Letizia Pardi,attraverso un testo giocosamente didascalico, spesso spumeggiante, in cui riconosciamo benissimo lo zampino di Donatella Diamanti, lo spettacolo per mezzo di una chiave divertente si interroga su questa svolta epocale che prima o poi accade ad ogni essere umano, aiutato dalla recitazione di Annalisa Cima e Stefano Tognarelli , che interpretano in modo credibile sia i due genitori sia Giacomo e Irene. 

C'eravamo chiesti come mai Valentino Dragano non si fosse accostato con il suo originale teatro di figura musicale ad una fiaba che ci sembrava scritta appositamente per lui: I Musicanti di Brema ?

Eccoci accontentati!Partendo dalla memoria del nonno, raffigurato a metà tra Van Gogh e Ligabue, il pittore si intende, e che muove davvero la bocca per dire “solo tre cose sono vere: la Musica é bella, gli Animali parlano, gli Angeli esistono”prende le mosse la particolare versione di questa famosa fiaba, messa in scena da Kosmocomico teatro. Una fiaba che vede come protagonisti un asino, un gatto, un cane e un gallo, che incontratisi per caso, non contenti della loro situazione, vogliono raggiungere  Brema, dove si dicono sicuri di trovare una città piena di musica nella quale per merito degli strumenti di tutto il mondo i bambini ridono, i vecchi suonano, i malati guariscono, i poveri mangiano. Ma prima di arrivarci dovranno fare i conti con dei briganti assai agguerriti che verranno sconfitti( ma ci pare che questo nella fiaba originale non ci sia) ma qui è il bello, anche con l'aiuto di Angeli assai particolari.

Valentino Dragano, aiutato dalle decorazioni sceniche di Silvia Vailati e dalle musiche della tradizione folk francese, dirige da par suo una vera e propria sinfonia di voci, suoni e di colori, dove l’Asino suona l’organetto, il Cane la grancassa, il Gatto l’ukulele, il Gallo la cornamusa e perfino tutti i briganti, con gradazioni diverse, suonano la chitarra elettrica con esiti davvero esilaranti.

Ed è proprio quando l'attore musicista utilizza con fantasia gli strumenti che ha a disposizione che lo spettacolo ha i suoi momenti più riusciti, gli consigliamo dunque di affidarsi meno alla narrazione e più all'invenzione musicale che è la grande particolarità di questo curioso e divertente spettacolo per tutti.


Non ci sentiamo, invece, ancora di poter approfondire in modo specifico l'ultima creazione scritta da Renata Coluccini per il Teatro del Buratto, tratta dalla famosa fiaba dei Grimm “ Raperonzolo” ma non solo, che nel sottotitolo “Il Canto del Crescere” esplicita il senso della proposta didattica che rimanda ad una storia di formazione della protagonista con la presenza di due madri assai differenti da loro.Ci sembra infatti per ora che tutte le intenzioni insite nello spettacolo sia drammaturgiche, sia prettamente teatrali siano, almeno, secondo noi, ancora troppo in nuce e da approfondire, con ottime possibilità di sviluppo, rispetto anche alla presenza scenica delle due interpreti. Per cui ci proponiamo di riflettere sullo spettacolo in una prossima visione, sempre che la regista ed il gruppo lo ritengano opportuno.

MARIO BIANCHI



NELLA STANZA DI MAX | Babù Teatro Danza, Ass. Sosta Palmizi, Ass. Cà Rossa


Un bambino, Max, è nella sua stanza, e come tutti i bambini, si inventa giochi e mondi che lo distraggono dai richiami della mamma per andare a tavola, se si è re di pirati non si possono rispettare gli orari della mensa, e così: a letto senza cena!

I mobili della camera, abat-jours, letti e scrivanie si animano, diventano creature della fantasia da affrontare ma anche da farsi amiche. Max con le sue orecchie e la sua coda da lupo ingaggia battaglie, giochi avventurosi che approdano fino all’Isola dei mostri, mostri fantastici e vestiti di bellissimi costumi, sgargianti, complicati e dalle fogge più strane. Qui sta il punto più forte dello spettacolo: i costumi e l’universo creativo che questi riescono a far immaginare anche a chi sta in platea. Per il resto il lavoro è piuttosto esile, pur non dovendo trovare un “messaggio” particolare se non quello del gioco e della sacrosanta libertà dei bambini di inventarsi ciò che più li diverte, poco più di struttura narrativa gioverebbe ad uno spettacolo altrimenti costretto ad una ripetitività che toglie l’interesse per ciò che dovrebbe succedere in scena. Il linguaggio della danza e dei movimenti non necessariamente si devono sposare con una storia fragile, si può dire molto anche con un testo scarno come quello de La stanza di Max, dove il linguaggio sonoro dei mostri è divertente ma potrebbe essere applicato ad una trama lievemente più articolata, col vantaggio di rendere più avvincente il tutto, anche per i bambini non piccolissimi (lo spettacolo si definisce dai 5 anni in su).

Di botto Max si ritrova nella stanza dove la mamma gli farà trovare un piatto di minestra, il gioco si chiude in modo improvviso proprio perché non c’è una storia che si sviluppi in modo fluido per arrivare gradualmente al rientro nei ranghi della realtà domestica.


L’AUDACI IMPRESE – SUPEREROI IN ENDECASILLABI | Teatro del perché


Un’impresa audace davvero, quella di Teatro del perché! Presentarsi in scena con buffi costumi da supereroi casalinghi e recitare Ariosto e Tasso in originale, senza alcuna “parafrasi” degli endecasilalbi poetici. Quindi prima di tutto si apprezzano l’ardire e l’amore per i testi non rimaneggiati, segno della giusta fiducia nell’intelligenza dei ragazzi cui solitamente vengono invece propinati riassunti, versioni in prosa, romanzi edulcorati e semplificati e di fatto impoveriti. Però. Però a teatro una sfida di questo genere deve essere supportata dagli strumenti che l’arte scenica può offrire, Andrea Pinna e Valentina Scuderi si affidano invece solo alla loro bravura di attori, indubbia, ma insufficiente a sopportare il carico di cotante opere: l’Orlando furioso e la Gerusalemme liberata, a pezzi, e presentati nella loro “nudità” risultano ostici da seguire anche agli adulti. Impossibile appassionarsi abbastanza alle vicende anche perché presentate in brani. L’espediente di raccontarle come fossero puntate di una serie di cartoni animati con la nota a piè di pagina rappresentata da uno degli attori steso a fare la didascalia è spassoso la prima volta, ma se ripetuto 3/4/5 volte viene a noia, inevitabilmente.

L’idea dei supereroi goffi e quindi del contrasto tra l’apparenza ridicola e l’altitudine letteraria dei versi dovrebbe trovare sostegno durante tutto lo svolgimento dello spettacolo, invece si perde dopo poco e ci si domanda il motivo – drammaturgico – per cui i due perseverano.

Le spade laser di Guerre stellari ci sono sembrate fuori contesto, tanto e faticoso lavoro di due bravi attori andrebbe, a nostro parere, sostenuto con una regia che possa dare significato tangibile alla materia che si sta maneggiando, dare corpo (anche scenografico) alle meravigliose avventure e alle battaglie e agli amori e alle sconfitte. Se i nostri due supereroi vogliono invitare alla lettura delle opere avrebbero bisogno di dilatare la sostanza delle parole che mostrano, senza tradirle, certo ma rendendole più amichevoli. Far venir voglia a un dodicenne di leggere Torquato Tasso forse necessita davvero di superpoteri, del resto i supereroi usano sempre qualche trucco.


ELENA SCOLARI







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