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Eolo
recensioni
"COLPI DI SCENA"LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI E NELLA CALIFANO
LA NONA EDIZIONE SVOLTASI DAL 4 AL 6 LUGLIO

Dal 4 al 6 luglio, dopo 8 anni dall'ultima, siamo stati presenti alla nona edizione di“ Colpi di scena”, la Vetrina delle produzioni di teatro ragazzi dell’Emilia-Romagna.

Colpi di scena”, non è solamente, come del resto ogni volta è avvenuto, un'occasione per vedere da vicino una rassegna di spettacoli, ma anche la possibilità di poter effettuare un vero e proprio viaggio in Romagna, nelle sue particolarità, attraverso la conoscenza, avvenuta questa volta, dei più suggestivi spazi di Bagnacavallo, Faenza, Lugo e Cotignola.


Colpi di scena è stato organizzato come sempre da Accademia Perduta/Romagna Teatri con il sostegno di Mi.B.A.C.T. – Ministero per i Beni Culturali, Regione Emilia-Romagna, Comune di Bagnacavallo e Comune di Faenza.


Nei tre giorni, fitti di appuntamenti, siamo stati condotti in spazi teatrali convenzionali come il Teatro Masini di Faenza, il Goldoni di Bagnacavallo e il Rossini di Lugo, in altri davvero molto particolari, il cortile e il Ridotto del Masini di Faenza, il Teatro Binario di Cotignola ma pure in luoghi inediti come la sala Oriani, il Scalone del Convento di San Francesco, il Corridoio e la Galleria ex Scottona, il Salone Ex Cobar di Bagnacavallo. Tutti questi spazi inclusi anche strade, piazze e chiostri hanno ospitato i 20 spettacoli del festival alla presenza di numerosi operatori italiani e stranieri.


Abbiamo assistito a molte novità e a spettacoli già visti, come il significativo “Valentina e i giganti”, di Sandro Mabellini, prodotto da Accademia Perduta/Romagna Teatri, che abbiamo già recensito per il Festival lucchese “Cosa sono le nuvole” o l'intensa narrazione di Ferruccio Filippazzi “ Rifugi”. Sono stati anche proposti studi come “ L'Acciarino magico” della Compagnia “Il Baule Volante”, narrazione che vede in scena Andrea Lugli, riprese di creazioni evidentemente ancora acerbe ed in via di definizione come “Diario di Bordo” de l'Asina dell'Isola, performance tratte da spettacoli precedenti come “ Il Nano Morris” di Vladimiro Strinati.


Edizione in definitiva di buon livello, quella di quest'anno, senza capolavori, se si eccettua”H+G”di Alessandro Serra co-prodotto da Accademia Perduta/Romagna Teatri e Accademia Arte della Diversità, recente vincitore del premio come migliore novità, indetto dalla nostra rivista, che ha incantato anche gli operatori stranieri, presenti al festival, ma con spettacoli di eccellente rilevanza dedicati a bambini e ragazzi di tutte le età.


Si diceva anche di spettacoli non proposti in teatro.


Il secondo giorno di “Colpi di scena”, Martedi, a Bagnacavallo, abbiamo assistito infatti a 3 di queste performance, momenti di eccellente spettacolo concatenati tra loro che ci hanno anche intelligentemente portati indietro nel tempo. Alle 18.30 il giovanissimo,24 anni,Mattia Zecchi, consacratosi fin da piccolo all'arte burattinesca, con i suoi burattini, ci ha deliziato con uno spettacolo tradizionale “Tre servi alla prova “, tratto dal classico repertorio della commedia dell’arte, riadattato con le maschere della tradizione emiliana. Balanzone, Fagiolino, Sganapino e Sandrone mossi e recitati a meraviglia da Zecchi, ci hanno riportato alla nostra infanzia, quando nelle piazze di ogni dove, il teatro di figura spopolava.


La stessa emozione è avvenuta con la “Gran Parata di Zan Ganassa” del Teatro del Drago, un allegro e sonoro corteo composto dal Dottor Balanzone, Pantalon De Bisognosi, la Bella Colombina Arlechin Batocio, Brighella Cavicchio Gambon, Pulcinella, Capitan Spaventa che ha invaso le vie e le strade di Bagnacavallo.Infine , in piazza, la sera è stata allietata dalla band Flexus con la sua “Storia del Rock” volume primo, che ci ha trasportato nei meandri della nostra giovinezza, al favoloso mondo dei Beatles, ma non solo. Abbiamo assistito ad uno spettacolo, didattico, suonato dal vivo, adattissimo e particolare per le scuole, un bel, insolito, percorso musicale raccontato e suonato dal vivo, che parte dagli albori tradizionali del Rock per arrivare sino alla fondazione dell'industria discografica degli anni ’70, attraversando vent’anni di profondi mutamenti culturali e sociali, di cui è evidenziata l'importanza.

Ma veniamo a considerare gli altri spettacoli.

L’infanzia del mago” di Ca’ Luogo d’Arte sulle orme del precedente, incantevole, “Dura Crosta” ma , ci pare, in modo meno efficace, imbevuto dagli umori di Hermann Hesse, diretto come sempre da Maurizio Bercini e scritto da Marina Allegri, ci parla ancora di formazione. Qui ci sono non più due panettieri, ma tre zii, tre grandi maghi ormai vecchi, che sono alle prese nell'educare un giovane apprendista che vive dalla nascita dietro le quinte di un teatro.Tra trucchi portentosi, ramanzine e tirate d'orecchie, massime filosofiche, Alberto Branca, Piergiorgio Gallicani Alejandro Zamora conducono per mano Zeno Bercini a comprendere se davvero dentro di lui ci sia veramente la consapevolezza di essere mago. Come sempre con gli spettacoli di questo gruppo il “divenire grandi” è scandagliato con fantasia poetica, ma, almeno nella replica che abbiamo visto noi, il risultato di tutte le sue componenti fa fatica ad amalgamarsi in modo totalmente convincente.

Ben impostato scenicamente, anche se con alcune cadute di gusto, con gli attori che agiscono in platea e con la corretta proposizione delle linee narrative, dove ogni personaggio è in cerca perdutamente dell'altro, “ l' Orlando il furioso “ proposto da La Baracca di Bologna, avrebbe tutte le carte per essere uno spettacolo evocativo e didatticamente corretto. Peccato che i 4, per altro volonterosi attori, che intendono narrarci le avventure di Bradamante, Ruggero, Astolfo, Angelica, Medoro e Orlando, si siano caricati sulle spalle un carico troppo ingombrante per le loro fragili forze, risultando spesso inadeguati nel restituirci tutta la carica epica del poema ariostesco che avrebbe bisogno di una recitazione meno enfatica e semplicistica.



Pollicino e l’Orco “, una produzione di Residenza Idra/Associazione Rebelot, mette in scena in un ipotetico sequel , l'incontro dei due leggendari protagonisti della celebre fiaba dei Grimm, che molti anni dopo si ritrovano a casa dell'orco per una cena esilarante, in cui tutti e due realizzano di essere entrambi diventati più “uomini”, di essere cresciuti, insomma! Cresciuti certo, ma ovviamente a ognuno dei due, almeno in fondo al loro primigenio istinto, è rimasto qualcosa di allora. La natura di uno infatti è quella di essere continuamente affamato di carne umana,quella dell'altro, di usare l'innata furbizia per danneggiare i propri simili; e, pur davvero mettendocela tutta, non riescono a cambiare, il loro modo di essere. L'incontro dunque tra dubbi, paure, concessioni al cambiamento, scatenerà un duello all'ultimo sangue, di cui non vogliamo certo qui narrare gli sviluppi, per lasciarvi la sorpresa di vedere lo spettacolo.


Pollicino e l'orco “, pur con qualche eccessiva venatura televisiva, soprattutto nella seconda parte, sorretta tra passato e presente dalla divertita e divertente recitazione di Roberto Capaldo e Walter Maconi, risulta essere, attraverso la rilettura di una celebre fiaba, un godibile viaggio tra i sentimenti spesso contrastanti degli esseri umani.



L'interprete pugliese Daria Paoletta, che dopo il suo bel percorso come burattinaia per la sua compagnia “Burambò” ci aveva già deliziato con due meravigliose narrazioni “Una storia che non sta nè in cielo e nè in terra” e “Amore e Psiche “, compie un ulteriore significativo passo di approfondimento delle sue capacità , riducendo per voce sola, con l'aiuto di Francesco Niccolini, il romanzo breve di Irene Nemirovskj “ Il ballo”, reinventandolo ai tempi nostri in terra pugliese.


Al centro vi è una famiglia di arricchiti, provinciali e ignoranti, dove troneggia una moglie Rosina Krampo che non vuole invecchiare, accompagnata dall'inetto e succube marito Alfredo che pensa solo agli affari. L'interesse della storia narrata da una vecchia governante della famiglia Zézelle che si è tolta la vita, è però concentrato sulla figlia quattordicenne Tonia che sta diventando grande.


Sarà proprio in occasione di un ballo, organizzato dalla madre per far meglio parte dell'alta società del paese, a consentire alla ragazza, compiendo un atto di ribellione quasi inconscio ma del tutto particolare, di prendere coscienza di se stessa. Daria Paoletta è ancora una volta magistrale a infondere vita con tutte le sfumature possibili ad ogni personaggio. Nella scrittura avremmo preferito forse una minor attenzione per il personaggio della madre fin troppo invadente e uno sguardo più approfondito su Tonia, ma la narrazione dell'interprete pugliese conferma tutta l'eccellenza di un'artista che non è più una promessa, ma una certezza nel panorama teatrale italiano.


Jack e il fagiolo magico”, di Accademia Perduta è tratto da un' antica fiaba inglese, per la verità poco praticata dal teatro ragazzi italiano, che narra la scalata del giovane ardimentoso Jack su un’enorme e miracolosa pianta di fagioli, verso un mondo popolato di giganti, di mucche grasse, di enormi montoni,di arpe miracolose,di uova d’oro. Messo duramente alla prova il nostro eroe, dopo numerose peripezie, saprà affrontare i pericoli e sconfiggere le avversità.Lo spettacolo prende avvio dal ritrovamento in una soffitta, da parte dei narratori della storia, di alcuni oggetti che caratterizzano la fiaba.

A nostro avviso la potenza degli oggetti, reinventati come sempre in chiave fortemente immaginifica da Marcello Chiarenza, che è anche autore della messa in scena, in qualche modo, nell'impronta data nello spettacolo dal regista Claudio Casadio, sovrasta in modo eccessivo la recitazione dei pur bravi Mariolina Coppola e Maurizio Casali, donando allo spettacolo un tono troppo sommesso che a volte non riesce in modo adeguato a coinvolgere il pubblico dei bambini.


Il Teatro Due Mondi di Faenza, coraggiosamente da diversi anni, porta avanti un teatro riconoscibilissimo che si esprime soprattutto attraverso un espressivo uso delle maschere, portato in scena spesso con parate e performances di strada, realizzato con un intreccio sempre vivo e vivificante di canto, musica e recitazione, dove il messaggio per la trasformazione del tempo in cui viviamo in un mondo socialmente migliore vi è  connaturato, sempre in modo esplicito.


La medesima cosa avviene nello spettacolo, visto a Colpi di scena” Le nuove avventure dei musicanti di Brema”, prodotto con TTB Teatro Tascabile di Bergamo, dove tutte queste caratteristiche sono ben visibili e presenti. La creazione del Teatro due mondi attualizza la fiaba dei i fratelli Grimm, immaginando che l'asino, il cane, l'oca ( il gallo è morto e gli si canta perfino un inno funebre) caratterizzati da maschere e costumi fortemente personalizzati, si perdano nelle nostre città alla ricerca di una città ospitale, che possa ospitare un bambino che l'allegra carovana porta con lei. Alla fine verrà consegnato ad un sindaco, scelto tra il pubblico, perchè ne abbia infinita cura. Ed il tutto avviene attraverso una mescolanza di canto e musica dal vivo che nobilitano l'estrema consapevolezza di un messaggio fin troppo evidente.


Diretti come sempre da Alberto Grilli, su testi di Gigi Bertoni: Tanja Horstmann, Angela Pezzi, Maria Regosa, Renato Valmori, coordinati musicalmente da Antonella Talamonti con i costumi e maschere di Angela Pezzi, Maria Regosa, Maria Donata Papadia, Loretta Ingannato, ci regalano uno spettacolo molto particolare, dal sapore antico.


Certo non ci è possibile scandagliare in modo approfondito tutti gli spettacoli presenti( Nella Califano ci aiuterà nell'affrontarne in modo profondo altri tre)


Tra gli altri vorremo ricordare la foga narrativa di Marco Cantori di Teatro Perdavvero in “Re Tutto Cancella” impegnato in una storia, a dire il vero, almeno per noi, poco significativa e il garbo con cui Teatro Patalò propone ai bambini più piccoli, coinvolgendoli, in “Fiaba di fine inverno” l'ennesima storia che parla di un semino .


Più avanti ritorneremo sul festival raccogliendo le impressioni dei ragazzi che hanno partecipato al corso di autore attore di teatro ragazzi, organizzato da Accademia Perduta a Bologna, Demetra formazione con il contributo della Regione Emilia Romagna.

MARIO BIANCHI



La Gallinella rossa Tanti cosi progetti.


La gallinella rossa del TCP di Danilo Conti e Antonella Piroli è uno spettacolo semplice per una storia semplice. E per semplicità qui si intende la possibilità che è data a noi spettatori di entrare in un racconto e sentirsi a proprio agio. Un racconto fatto di terra, di sole, di grano che germoglia, di pane da impastare, di musica allegra da fischiettare.

Danilo Conti, nel suo caratteristico modo un po' arruffato di raccontare e di usare gli oggetti, sembra un narratore arrivato per caso, che regala le sue parole perché qualcuno chiede che gli si racconti una storia. Si ha l'impressione che non sia lì per noi, ma solo per il suo interlocutore. Come un padre che tiene per mano il figlioletto vispo e curioso con la bocca piena di perché, il narratore dialoga con una gallinella che gli chiede le si racconti la storia della sua nonna. L'attore le fa rivivere tutti i momenti della storia rendendola, in questo modo, protagonista, e la narrazione, intervallata da gag divertenti scandite da ritmi coinvolgenti, prende vita sotto i nostri occhi attraverso le domande che di continuo l'ascoltatrice pone. Lui risponde con una pazienza benevola e compiaciuta, come quella di chi non aspettava altro che raccontare, nonostante le continue interruzioni di una gallinella così ben caratterizzata che il pubblico quasi dimentica che ad animarla sia l'attore stesso.

Conti, infatti, con abilità mimica e piacevolissima differenziazione timbrica della voce, interpreta tutti i personaggi, che sono gli animali della fattoria alla quale la gallinella rossa, protagonista della storia raccontata dal nostro narratore, si rivolge affinché la si aiuti a seminare il grano che servirà a preparare il pane. Gli animali, però, non sembrano disposti a dare una mano, per questo inventano scuse assurde per sottrarsi alla fatica e l'unica concessione che fanno alla gallinella è quella di utilizzare i loro strumenti di lavoro. Nonostante tutto Conti decide di cambiare il finale della storia: nessuno resterà a bocca asciutta perché la gallinella, sebbene costretta a svolgere da sola tutte le mansioni, darà una grande lezione di solidarietà distribuendo il pane a tutti gli animali e annunciando che avrebbe continuato a prepararne anche per tutti coloro che si fossero trovati di passaggio alla fattoria. Il piacere di assistere a questo spettacolo viene anche dalla capacità dell'attore di trattare la morale in maniera niente affatto retorica. Nel momento stesso in cui si sceglie un lieto fine carico di insegnamenti, non se ne percepisce il peso, ma ne assumiamo il senso in maniera delicata, naturale: si tratta di un processo catartico che si risolve nel sorriso rilassato di tutti noi spettatori. La gallinella rossa è uno spettacolo che si segue con piacere e con curiosa attenzione, perché, insieme alla voce dell'attore, si gode anche del gesto, rituale, umano, e che per questo ci accomuna e ci lascia entrare naturalmente nel racconto, il gesto delle mani che lavorano, che seminano, setacciano, impastano, accarezzano e poi donano.

Una storia nella storia che racconta qualcosa di ben più complesso e profondo, qualcosa che può essere narrato solo con delicatezza e semplicità, senza fronzoli, con scenografie anche imperfette e sistemate in modo caotico, ma che proprio per questo rivelano più di quanto viene detto. “Hai fame? Amico te ne do un pezzetto è come donarti il mio cuore, l'affetto!”: le parole di Antonella Piroli ci riportano al presente, alla nostra attualità, alla necessità di condividere il pane, che diventa metafora di solidarietà. E declamarle in una fattoria sgangherata, come succede alla fine dello spettacolo, stemperate dalla costante ed esilarante sfacciataggine della gallinella, ci restituisce il senso dello spettacolo ripulito da ogni tipo di retorica.



Miti di meraviglia /Teato dell'orsa


Percussioni, suoni lievi, metallici e poi morbidi ricreano un'atmosfera sospesa che percepiamo subito non essere di questo mondo. Monica Morini e Luciano Bosi ci accompagnano sull'Olimpo per raccontarci i Miti di meraviglia del Teatro dell'Orsa per la regia di Bernardino Bonzani. Il titolo racchiude l'intenzione, che è quella dell'incantamento, la volontà di prendere per mano lo spettatore e condurlo nelle storie che ci uniscono e ci appartengono, ma che, paradossalmente, non potremmo mai vivere in prima persona e che, forse, proprio per questo, ci affascinano e ci coinvolgono nel momento in cui radunano tutte le nostre paure e i nostri desideri affinché possiamo guardarli e sperimentarli con l'illusione che non ci tocchino direttamente: i miti. Monica Morini, pur a volte con qualche eccessiva ridondanza nei toni e nella gestualità, si riconferma narratrice appassionata e intensa, dalla forte presenza scenica.

All'inizio della storia la narratrice danza volteggiando su se stessa con uno scialle rosso tra le mani e sembra volerci preparare alle storie attraverso un rituale collettivo, ipnotico, che intende scindere la quotidianità dalla dimensione intima e segreta del mito. Nel suo abito rosso la Morini vibra come fiamma, diventa fuoco attorno al quale radunarsi, un fuoco a volte incontrollabile, quasi eccessivo. La gestualità della narratrice, che rivive ogni singolo momento delle storie che racconta, disegna volti, luoghi e stati d'animo con un ritmo incalzante, come presa da una febbre che si spiega solo nell'intenzione di catapultare il pubblico in uno spazio e un tempo indefinito, da mandar giù tutto d'un fiato, bevendo dalla coppa d'oro di Zeus, per poi ritrovarsi, d'improvviso e come d'incanto, nella realtà.

La voce della Morini,assecondata in modo sempre pertinente e magico dalle sonorità di Luciano Bosi, si carica di sentimenti e gioca con il pianto dirotto di Demetra, costretta ad accettare che la propria figlia sia diventata sposa di Ade, re degli Inferi o con la comicità tutta umana di Era, moglie dispettosa di Zeus o ancora con la disperazione di Efesto. Il corpo della narratrice, seguendo la musica di Bosi, si lascia trasportare ora da un ritmo sinuoso ora da un ritmo più secco e meccanico, completando il lavoro della voce che alterna i registri più alti con quelli più bassi per provare a restituirci intenzioni ed emozioni dei personaggi. La dolce cantilena di Demetra e Persefone apre e chiude la narrazione, accompagnata da un gesto delicato delle mani la cui profondità è soprattutto nello sguardo della narratrice che sembra volerci ricordare il nostro legame con il mito scavando nel nostro bagaglio emozionale, come per dimostrare, alla fine, quanto siamo vicini a delle storie così lontane dal nostro tempo, tanto da sembrare dimenticate finché un fuoco non si accende.

La Morini si lascia trasportare, come in una trance, dalla potenza del mito e non ci può aspettare. Ognuno entra ed esce dalle storie a seconda delle corde che queste fanno vibrare, ma pur restando nel rito. Miti di meraviglia è un viaggio personalissimo di ogni spettatore in un mondo sconosciuto dove ogni momento ti regala sorpresa e stupore.




Rosso Cappuccetto Teatro delle Briciole


Il progetto di Emanuela Dall'aglio del Teatro delle Briciole, Rosso Cappuccetto, è più di uno spettacolo, è una ricerca sulla fiaba, sui meccanismi che la strutturano e sulla sua fruizione, che viene affrontata a partire dalla concretezza degli oggetti che in essa compaiono. Lo spettacolo ha inizio con una vera e propria lezione sugli oggetti delle fiabe, trattati come preziosissimi reperti museali, ognuno con un proprio significato rituale. Per ogni bambina c'è un cestino da trasportare servendosi dei giusti accorgimenti, per ogni nonna malata una bottiglia di vino e una focaccia. Tutti questi oggetti vengono liberati dalla teca che li custodisce affinché, in via del tutto eccezionale, i bambini possano farne esperienza sentendo il calore della focaccia, il profumo della torta di mele e provando a trasportare un cestino di vimini. Si tratta degli oggetti che ritroveranno nella storia che stanno per ascoltare e che, quindi, potranno riconoscere nella loro funzione. Tutto questo non può non ricordarci l'analisi di Propp sulla fiaba, ma ciò che è davvero interessante in questo caso e che dona originalità e bellezza all'idea sta nella consapevolezza delle necessità dell'infanzia: sperimentare e compiere un percorso iniziatico profondo grazie alle storie, veicolo di esperienza.

Emanuela Dall'aglio racchiude in sé tutte le qualità del narratore, che è voce, gesto, suscitatore di visioni, nel momento in cui indossa la scenografia dello spettacolo da lei stessa realizzata e che consiste in un meraviglioso abito sul quale vengono riprodotti tutti i luoghi della storia, dal bosco alla casa della nonna. Un abito-sipario dentro il quale la narratrice racconta e manipola oggetti e pupazzi utilizzando immagini forti e simboliche, che non risparmiano la crudeltà di certi momenti, come quello in cui il lupo, di dimensioni naturali, sovrasta tutto l'abito-scena e divora Cappuccetto Rosso facendola sparire sotto la sua pelliccia o come l'uccisione dello stesso con tanto di rivoli di sangue e il rumoroso rovistare tra le sue viscere da parte del cacciatore alla ricerca della sua amata nonna e della sua piccola nipotina. La suggestiva musica di Mirto Baliani accompagna la storia che spesso resta muta e si racconta attraverso azioni simboliche, come quelle delle zampe del lupo che lentamente escono fuori dall'abito per avvolgere la casa della nonna. Il clima, a tratti inquietante, è stemperato dalla comicità di alcuni momenti della storia che viene rivisitata ma mai snaturata. Il cacciatore diventa un'innamorato, Cappuccetto è una bambina che non teme nulla e anzi, salta fuori dalla pancia del lupo lamentandosi di quanto fosse buia, apparentemente senza consapevolezza di ciò che le è accaduto, ma in realtà profondamente cambiata dall'esperienza.

E proprio in questo atteggiamento è racchiusa tutta la funzione della fiaba, che è nient'altro che un viaggio iniziatico che deve necessariamente passare attraverso le viscere, il buio, la paura. La stessa scelta di rendere la fiaba un abito da indossare, nel quale infilarcisi letteralmente per vivere la storia dall'interno, riporta a questo significato. I bambini hanno riso di gusto, ma, per fortuna, la scena clou del divoramento resta sempre un momento di grande impatto che spesso porta al pianto, come è giusto che sia. Comicità, umorismo, terrore, riflessione. Rosso Cappuccetto è decisamente uno spettacolo riuscitissimo che rispetta finalmente il senso profondo della fiaba, troppo spesso sprecata rispetto alla propria funzione originaria, e le restituisce la poesia e la bellezza che merita.


NELLA CALIFANO





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