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Eolo
recensioni
LE RECENSIONI DI SEGNALI 2018
Col contributo di Mario Bianchi, Elena Scolari, Francesca Romana Lino ed il punto di vista di Silvia Colle.

LEZIONI DI FAMIGLIA JOY LA GUERRA DEI BOTTONI IL MO AMICO FRANKIE PULGARCITO IL PICCOLO CLOWN TICINA MANI DI CORTECCIA SCHERMI, SE LI CONOSCI NON LI EVITI SUPERABILE POLLICINO PIANI IN BILICO SKREEK A COMIC REVOLUTION LA REGINA DELLE NEVI. LA BATTAGLIA FINALE LA DIREZIONE ARTISTICA


Anche quest’anno dal 2 al 4 maggio tra Milano e Cormano, sotto la materna mano della direzione artistica di Renata Coluccini e Giuditta Mingucci, il Teatro del Buratto ed Elsinor hanno dato vita a una nuova edizione di “Segnali”, lo storico Festival di teatro dedicato alle nuove generazioni che si tiene da ben 29 anni in terra lombarda. Il Festival, anche quest'anno, ha visto la collaborazione del progetto NEXT, l'iniziativa creata dalla Regione Lombardia in collaborazione con l'Agis e la Fondazione Cariplo che ha offerto due spettacoli alla manifestazione e ultima ma non ultima la consegna, ormai tradizionale, degli EOLO AWARDS, i premi più ambiti del Settore realizzati dalla Nostra Rivista.
Un'edizione diciamo subito molto interessante, ricca di spettacoli, tutti, di grande interesse e creati in modi assolutamente diversi tra loro, magari perfettibili, ma che esplorano in modo significante l'immaginario infantile, curiosamente, in diversi casi, mettendolo in relazione con la vecchiaia, quasi, come, se le due età avessero parecchie cose in comune. Molti poi gli utilizzi delle videoproiezioni, che in certi casi si intersecano in modo accomodante e semplificativo, con le armi più spuntate che il teatro possiede, ma, almeno secondo noi, assai più profonde.
14 spettacoli, di cui uno molto stimolante proveniente dalla Spagna, una videoconferenza “ Schermi, Se li conosci non li eviti” sui pericoli del Web a cura di Lorella Zanardo a cui gioverebbe una maggiore empatia con il pubblico e un affastellamento meno caotico sui temi che, comunque, il progetto affronta, cercando di coinvolgere le nuove generazioni e un incontro riservato all'approfondimento del progetto critico di PLANETARIUM.
Tra le proposte, anche un interessante dispositivo di format fimico- teatrale, “Skreek, a comic Revolution “, curato dalla compagnia teatrale viennese TWOF2, che mescolando video, performance e fumetto, tenta  di indagare sulle possibilità esistenti dei possibili rapporti che intercorrono tra realtà e finzione, attraverso le avventure di un supereroe negativo a cui può partecipare anche un bambino del pubblico.
Il Circo contemporaneo ha fatto altresì il suo ingresso a Segnali con “ Piani in bilico”,
prodotto dalla Compagnia Quattrox4, dove i due giovani e valentissimi performer, Clara Storti, Filippo Malerba, creano mondi quotidiani di relazione tra loro, attraverso 7 semplici corde, volteggiando in alto, dove solo loro possono arrivare, ma anche utilizzandole per delineare spazi assolutamente terreni. Il rapporto tra terra e cielo è con poesia e garbo realizzato nella bellissima scena finale, dove le corde raggomitolate diventano un cielo di stelle che Clara e Filippo ammirano distesi sul palco, come se fossero in un prato verde.
A "Segnali" abbiamo anche rivisto, dopo il debutto dello studio a Castelfiorentino, la sontuosa versione, che Michelangelo Campanale e Renzo Boldrini hanno realizzato per Giallomare minimal Teatro di Empoli, della Regina delle Nevi, racconto di formazione di una giovane donna alle soglie delle nozze, che in questa definitiva versione ha acquisito un ritmo più fluido e lineare, maggiormente leggibile da parte dei bambini di tutte le età.
Nel nostro exursus sugli spettacoli verremo aiutati questa volta dalle colleghe Elena Scolari e Francesca Romana Lino, mentre il punto dell'operatrice, questa volta, è affidato a Silvia Colle dell'ERT friulano.
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POLLICINO
“Pollicino” è una delle fiabe più interessanti della tradizione ed entrate di diritto nell'immaginario, non solo dei ragazzi, ma di tutta la nostra civiltà.

Ed eccoci a “Segnali “, non a caso, davanti a due trasposizioni ambedue interessanti, diversissime tra loro, di questa fiaba immortale, che, curiosamente, mettono in relazione l'infanzia con la vecchiaia, “Pulgarcito” degli spagnoli Teatro Paraíso e “Pollicino” della Compagnia italiana “Eco di fondo”.
Infanzia e vecchiaia, insieme, perchè ? Perchè in effetti, se ben ci pensiamo, Pollicino e i suoi fratelli vengono abbandonati nel bosco, allo stesso modo con cui spesso gli anziani sono abbandonati negli ospizi dai loro congiunti.

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"PULGACITO" Teatro Paraíso

In “Pulgarcito” la vicenda del minuscolo bambino che, abbandonato nel bosco dai genitori, insieme ai suoi fratelli, li guida, indomito, alla conquista del tesoro dell'Orco, è narrata, attraverso la relazione di un figlio con un padre. E' sera, il padre grande e grosso, lui, ormai vecchio, cammina con fatica, mangia, versandosi addosso tutta la minestra. Il figlio, in contatto telefonico con la moglie, ha deciso che all'indomani lo porterà all'ospizio : la valigia con le sue cose è già pronta. Ed il padre, come un bambino, prima di dormire vuole ascoltare una fiaba, “Pollicino”, la stessa che raccontava a lui tantissimi anni prima. Il Figlio lo accontenta. E da questo momento il loro rapporto si innesta con la narrazione della storia, attraverso una serie di invenzioni teatrali di intima e, nel medesimo tempo, divertente connessione. Gli avvenimenti della fiaba, spesso, infine, viene espressa attraverso gli oggetti disseminati nella casa e gli indumenti preparati per la valigia del commiato. Alla fine il padre si addormenterà, ed il figlio inevitabilmente gli preparerà tutto l'occorrente per andare in ospizio, senza dimenticarsi però di mettergli nella giacca un pezzo di pane, per, caso mai, sbriciolarlo, segnando così il cammino per ritornare a casa. Tomas Fdez e Ramon Monje conducono in modo esemplare il gioco tenero e appassionato di due esistenze che la vita in nessun modo potrà dividere, anche perchè, ne siamo certi, che il figlio,in onore del nonno, narrerà la stessa favola alla creatura nuova che sta venendo al mondo.
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POLLICINO Eco di Fondo

Anche nella versione di Eco Di Fondo (una delle più convincenti compagnie emergenti del teatro, non solo lombardo, che in questi ultimi anni ha creato, tra l'altro, un percorso artistico importante e riconoscibile) il protagonista è ancora un anziano, lo stesso Pollicino, diventato uno scorbutico e invadente, vecchio, così vecchio, da non poter essere più gestito, che soggiorna vicino alla casa dove vivono il figlio boscaiolo, la moglie e persino un nipotino, Frugolo, che narra fuori campo la storia. Così ad un certo punto dovrà essere condotto in una casa di riposo, dove addirittura potrà trovare un' amica, che non ovviamente poteva che essere Mignolina. Inevitabilmente, poi, ad un certo punto dovrà diventare così piccolo, da essere rinchiuso in una scatola, dove, come accade a tutti gli esseri umani, ad un certo punto diventerà, così minuscolo, da diventare parte dell'infinito.
La storia di questo originale Pollicino è narrata con gusto ed ironia, curata in ogni suo aspetto, dalla credibilità di tutti i personaggi resi con umanità ( Libero Stelluti, Giulia Viana, Andrea Pinna,un vecchio Pollicino, buffo, difficilmente dimenticabile ) al video, al teatro di figura dove troneggia il simpatico e credibile CIOP.
Ma troppe ci paiono le implicazioni messe in campo da Eco Di Fondo, nel narrare la celebre storia, che si accumulano in modo pleonastico e ripetitivo  nella seconda parte dello spettacolo : la perdita della memoria a breve termine, i dubbi dei figli sulla scelta di accompagnare i propri genitori in una casa di riposo, l’amore nella terza età, la vicinanza tra senilità e prima infanzia, gli acciacchi e le malattie, l’avvicinarsi della fine e la consapevolezza di questo appuntamento. Questo accade spesso con metodologie, care soprattutto agli adulti, in un gioco teatrale di stampo un poco televisivo, che a noi pare in definitiva a volte fine a se stesso. Forse una maggiore concentrazione della storia in più precisi punti focali, gioverebbe allo spettacolo, rendendolo, anche nei tempi, più agevole. Ma siamo pur sempre al debutto.
Alla fine comunque, al di là di tutte queste personali osservazioni, rimane la cura per ogni aspetto di questa nuova creazione di Eco di Fondo che continua in modo personale e divertente per un teatro che superi i confini di tipologie di pubblico la strada tracciata da “O.Z Storia di una emigrazione” e “Nato ieri “.
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In “ OGGI, FUGA A 4 MANI PER NONNA E BAMBINO", è ancora il rapporto tra infanzia e vecchiaia che interessa alla Compagnia Arione - De Falco. I due attori impersonano Marco, un giovane bravissimo pianista, e Lina, una vecchia, molto, molto, vecchia, signora.
Sono amici da tempo e sul palco rivivono la storia del loro primo incontro, quando lui era un bambino di 7 anni e lei, una vecchia, meno, meno, vecchia.
Marco la incontra un giorno che, arrabbiato per le continue liti tra i suoi genitori , scappa di casa per andare dal nonno.
Anche Lina è fuggita, da una casa molto speciale, non la sua, una casa di riposo, dove mettono le persone diventate inutili,per tornare alla sua di casa, che forse neanche c'è più.
Il bambino e la vecchina, che sta diventando sempre più smemorata, girovagano per tutta la città
andando incontro a diverse avventure
, salendo su una macchina lussuosa con la quale combinano diversi guai, recandosi al mercato, scambiandosi del pane, salendo perfino insieme sul metrò.
Da questo incontro Lina e Marco non si lasceranno più, giurando di reincontrarsi, almeno ogni Martedì.
“Oggi, fuga a 4 mani per nonna e bambino “ ci porta musicalmente, come denota anche il titolo, per mano in modo semplice e coinvolgente, davanti alla storia di due generazioni, lontane, che hanno il coraggio e la ventura di prendersi per mano, in una notte di luna, iniziando a camminare insieme.
Annalisa Arione e Dario De Falco accompagnati nel viaggio dal congruo tappeto musicale di Enrico Messina, composto da un 'impasto di musiche al pianoforte che spaziano da composizioni di Gershwin ad altre dello stesso Messina, creano il loro spettacolo più maturo e significante, disegnando. semplicemente senza bisogno di altri orpelli, se non quelli semplici del teatro, sul palco due figure di estrema credibilità. Pochi gesti, spesso disegnati nell'aria, una narrazione di parole lievi e leggere, bastano, in questo modo, ai bambini per immergerli completamente in una storia tenera di amicizia che forse non potrà mai finire.
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Noi tutti, essendo stati bambini, siamo assolutamente convinti che, pur imputandolo ai nostri figli, ai nostri nipoti, siamo stati, sì insomma, diciamolo pure, CATTIVINI, cioè che, in quel tempo della nostra infanzia, avevamo dentro quella fondamentale e vitale pulsione che ci rodeva dentro: la monelleria, il sovvertimento delle regole, la naturale inclinazione a sbagliare per imparare. “ Cattivini”, l'ultima creazione di Valentino Dragano, un vero e proprio concerto, in modo profondo ed esauriente entra nello sguardo e nel cuore dei bambini, partecipando alle varie emozioni che li condizionano nel mondo nuovo che si affaccia loro davanti. Ecco dunque gli ammonimenti della mamma su quello che non si deve e che, raramente, si può fare e la rabbia conseguente che rode dentro come un leone, quando non si può fare quello che si vuole, ecco il sonno che arriva ristoratore e la sveglia che ci riporta alla dura realtà,ecco la sorellina con il suo pianto scocciatore, e poi la pioggia con il suo battere sui vetri e poi …......Per ogni emozione c'è una canzone, per ogni emozione c'è uno strumento: l'Armonica a bocca, l'Ukulele, il Pianoforte, la tromba, il Sax, perfino la batteria, che, in piccolo formato, fanno la loro bella figura sul palco.
Come in un grande concerto che si rispetti, insieme agli effetti luce, alla macchina del fumo, a quadri dipinti a mano,che in modo ironico e significante accompagnano il canto,Valentino Dragano costruisce un nuovo bellissimo tassello dedicato all'infanzia, alla sua forza espressiva, dove i sentimenti sono ancora intatti, dove lo stupore e la meraviglia non conoscono regole, se non la necessità di abbatterle, quelle regole. Gioia, rabbia, felicità, si rincorrono a suo di musica, trasmettendola non solo al pubblico di riferimento, ma anche noi adulti, che da tempo di quelle autentiche emozioni sovvertitrici abbiamo scordato la più profonda essenza.
MARIO BIANCHI
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LEZIONI DI FAMIGLIA - CATALYST

Siamo sicuri che gli adolescenti debbano essere per forza capiti in ogni loro azione o affermazione? Oppure ci si può abbandonare a una serena incomprensione che lasci loro la libertà di tessere la propria vita anche quando le fila sono ingarbugliate? 
Lo spettacolo di Catalyst in collaborazione con "Insoliti progetti d'arte e teatro"  che vede il ritorno di Donatella Diamanti, Antonella Moretti, Fabrizio e Greta Cassanelli con  Letizia Pardi dopo l'esperienza di Sipario a Cascina, sembra suggerire la sussistenza di questa seconda ipotesi.
I genitori di una ragazzina (ah già: usare la parola "ragazzina" significa sminuire la persona, primo errore!) non sanno più a che santo votarsi per mantenere un buon rapporto con la loro Frida, che sta attraversando gli anni-incubo per ogni famiglia di oggi. Dico di oggi perché - e forse andrebbe tenuto un poco presente - la generazione di genitori precedente alla contemporanea non era preda di un'ansia così inarginabile quando i figli si trovavano tra i 13 e i 19 anni. 
Ad ogni modo mamma e papà di Lezioni di famiglia si rivolgono a un "servizio" offerto da un'altra adolescente, Agata, che per qualche centinaio di euro offre ai genitori in crisi un corso intensivo di 3 giorni per impararare a non soccombere ai teen-ager. Agata snocciola una sorta di manuale pratico di comportamento, con un rigido protocollo. 
L'atteggiamento della ragazza (Greta Cassanelli, interprete anche della figlia) è piuttosto scostante, guarda ai genitori in modo poco fiducioso, con l'aria di chi sa che fanno tutti gli stessi sbagli. La scena della cosiddetta "conoscenza" con l'agente Agata in cui ai due adulti vengono affibbiati cartelli con aggettivi frettolosamente giudicanti è per la verità un tantino insistita, diciamo che aiuta a capire alcune tendenze comuni in cui tutti i genitori cascano. Non necessariamente si tratta di errori, tra l'altro, sono anche normali condotte di fronti per forza distinti che si devono scontrare, per il bene di tutti. 
La regia di Fabrizio Cassanelli tende a lasciare molto in mano agli attori, senz'altro convincenti, ma che rimangono piuttosto statici e restano limitati - anche nello spazio - in una parte di scena che rimane sempre la stessa, senza mutare posizione (nemmeno quando concettualmente cambia il loro status).
Francesco Franzosi e Letizia Pardi guadagnano immediatamente la simpatia della platea e la giovane Greta riesce ad entrare in sintonia con il pubblico adolescente, la chiave è quindi quella giusta: c'è spirito, ironia, una giusta dose di legerezza nel trattare un tema che sì, è importante, ma insomma non facciamone una tragedia. Metodi risolutivi universali non ce ne sono, si litiga ma va bene così. 
Si prendono in giro i grandi e le loro manie, è giusto canzonare amorevolmente anche i ragazzi. Si ride molto in Lezioni di famiglia ed è infatti apprezzabile la vena generalmente briosa dello spettacolo.
In quest'ottica il finale "lieto" e sentimentale appare decisamente meno originale.
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JOY - COMPAGNIA RODISIO

Un bravo attore/danzatore, Davide Doro, che sa occupare la scena, sa muoversi nello spazio, con Manuela Capece ha inventato una partitura di gesti che raccontano, una coreografia che si guarda e si segue con piacere e curiosità. Almeno per una ventina di minuti. 
La durata complessiva dello spettacolo invece, può indurre a qualche distrazione. La ricerca artistica che esprime l'emozione della gioia (ma anche della rabbia, della sorpresa) col solo movimento è estremamente interessante, specialmente se si rivolge ai bambini, che col linguaggio del corpo hanno un rapporto di naturalezza ancora intatta, ma se è corredata da immagini video (ormai quasi immancabili) di fiori che si schiudono, di espressioni di animali che sembrano ricordare il sorriso umano, di bambini e vecchi - di tutte le etnie, per giunta - che sorridono, si prende una via retorica e sentimentalistica che danneggia l'originalità del lavoro precedente.
Fino quasi alla fine in Joy non c'è parola, la struttura del tutto è composta di gesti, di movimenti, di immagini, di musica. La parola arriva, fuori campo, per ricordare la storia della mamma che ha dato una castagna magica al figlio (l'attore che vediamo è il bambino), da tenere sempre in tasca, quando si sentirà solo. Con grande immagine della castagna stessa. 
Ci sembra insomma che si avverta uno squilibrio tra l'attenzione e la puntualità coreografica della prima parte dello spettacolo e alcune soluzioni più "facili" che intervengono invece nella seconda. Tutto ciò che è espresso col corpo di Doro è un esercizio intelligente e che mette il fuoco su una lingua forse più immediata della parola e sicuramente più creativa, un modo per conoscere e ri-conoscere le proprie sensazioni in armonia anche con i sentimenti meno gioiosi. La presenza così diretta delle immagini di natura e uomini sono invece una scorciatoia per arrivare a ciò che sta fuori dal mondo interiore del bambino.
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LA GUERRA DEI BOTTONI - TIB TEATRO

Abbiamo un debole per l'immaginario infantile legato a giochi con pochi e poveri oggetti, un'atmosfera d'antan, un modernariato guascone e che ricorda le scorribande di Tom Sawyer e Huckleberry Finn (altri personaggi della letteratura per ragazzi affrontati dal regista Giuseppe Di Bello). La guerra dei bottoni di Tib Teatro, tratto dal romanzo di Louis Pergaud, afferisce a questo mondo di fantasia nel quale i bambini si inventano situazioni, battaglie, nemici, un ambiente fatto di giochi che diventano avventure. Ci sono nomi di battaglia come il Bracco, il Ciapanidi, luoghi segreti e nascosti, sconosciuti agli adulti, dove creare case, rifugi, situazioni parallele a quelle reali, piani di vita in cui l'amicizia è eterna e la lealtà indispensabile. 
I bottoni sottratti dalle giacche del nemico sono il tesoro da difendere e i tre amici per la pelle che animano lo spettacolo sono continuamente impegnati in duelli con spade di legno, inseguimenti nel bosco e prove di coraggio che stringono ancora di più il forte legame tra i tre. L'unione del trio vacillerà quando si scoprirà che uno di loro è in realtà una femmina, benché guerriera perfino più valorosa dei maschi. Il turbamento non durerà molto, prevarrà l'amicizia e l'appartenza al gruppo, anche se lo sguardo dei ragazzi muterà un poco.
Chi scrive non conosce la prima messinscena de La guerra dei bottoni realizzata da Di Bello ma la semplicità picaresca di questa storia è ancora intatta. Ci chiediamo però se i bambini di oggi possano ancora risultare affascinati da questo modo di giocare, noi lo speriamo ma questo genere di fantasticherie parlerà ancora alle giovani generazioni odierne?
La storia è raccontata con l'espediente di una - non meglio motivata - riunione tra i tre personaggi ormai adulti che rievocano le loro gesta d'infanzia per poi reimmegergersi in quegli anni e in quegli stessi giochi. Il pretesto non è essenziale, tant'è vero che ritorna solo un paio di volte nello spettacolo, senza aggiungere nulla che ci sembri indispensabile al senso del racconto. Forse gli adulti potrebbero restarne fuori. Gli attori Massimiliano Di Corato, Andrea Lopez Nunes e Caterina Pilon sono ragazzini credibili e se le loro scorrerie hanno ancora attrattiva, questa passa anche senza bisogno del filtro della memoria.

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IL PICCOLO CLOWN - COMPAGNIA DEI SOMARI | ARIATEATRO | TEATRO DELLE GARBERIE

Nicolò Saccardo è la star indiscussa di questa edizione di Segnali, un bambino talentuoso e con un'inclinazione spiccata per la scena, tanto da rubarla al padre Klaus Saccardo, sul palco con lui nello spettacolo Il piccolo clown. 
Una storia semplice e piena di poesia: un clown bambino, tutina rossa e berretto a punta, scende (o casca?) da un treno e si ritrova da solo, si imbatte in una casina dove vive, solo, un contadino. La prima sequenza è un inseguimento, con classica tecnica clownesca, in cui il piccolo si nasconde e il contadino non si capacita degli strani movimenti che avverte, finché i due saranno uno di fronte all'altro. Inizia il gioco del grande che non vuole saperne di tenere il bambino con sè e quest'ultimo si intrufola in casa con mille trucchi. 
La giornata si dipana - senza parole ma sempre accompagnata da musica - tra cene impacciate, lotte per uno spazio dove dormire, colazioni bruciacchiate, acrobazie, rincorse e lavori agricoli che diventano giochi. Il tutto con leggiadria, allegria, ritmi battuti col bicchiere sul tavolo che si trasformano in piccoli concerti da consumati jongleurs, e Nicolò è sorprendente per precisione e prontezza.
Lo spettacolo mostrerà il crescente affetto tra i due, una tenerezza solare e non troppo zuccherosa, il graduale avvicinamento tra due persone che riempiono un tempo sorridente fino a quando dovranno separarsi, ma il cappello a punta rimarrà nella casina...

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TICINA MANI DI CORTECCIA - IL TEATRO NEL BAULE | I TEATRINI

Questa edizione di Segnali ci ha mostrato numerosi esempi di teatro senza parola, chissà se è lecito leggere in questo una tendenza o se di coincidenza si tratta. A volte anche gli stili girano nell'aria e ci si indirizza senza esserne del tutto coscienti.
Come ne Il mio amico frankie di Occhisulmondo-Fontemaggiore-Buratto, una parte dell'estetica che si ravvisa in Ticina mani di corteccia ricorda la cifra gotica di Tim Burton, maestro dello stile noir malinconico nel cinema di animazione e non solo. Chissà se c'è anche un rimando esplicito a Edward mani di forbice.
Ticina è un personaggio dalle mani di corteccia, col viso di vecchia e dita di ramo, Ticina fa appassire tutto ciò che tocca, Ticina è la morte. Traffica in un antro buio, tra alambicchi e polverine con due fantasmini assistenti che le svolazzano intorno. 
Questa strana figura fa un'incursione in città, dove lo stile delle scenografie che rappresentano i palazzi urbani è completamente diverso, capiamo che insegue le persone (anche un culturista?!), forse per farsele amiche, ma invece le danneggia, le rinsecchisce, non può farne a meno. Non è ben chiara la funzione di una specie di imbuto aspiratutto che sta a lato della scena, qualcuno più arguto suggerisce che lì vadano a finire le anime delle persone che Ticina ha incontrato e "toccato". Mah.
C'è però anche un armadio, dal quale dopo alcuni esperimenti, esce una luce che si trasformerà in un personaggio contrario e opposto a Ticina, una specie di giardiniere che mette fiori dappertutto, abbellisce ciò che lo circonda, cose ed esseri. La stessa persona arguta ci spiega che quell'uomo col grappolo d'uva in testa rappresenta la vita. 
Lo spettacolo prosegue mostrando il rapporto tra i due poli ombra/luce, quest'ultima saprà far capire alla solitaria Ticina che, per dirla con Leonard Cohen, "C'è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce". (There's a crack in everything, that's where the light gets in).
L'andamento è però confuso, sembra che si sovrappongano più linee di racconto, più elementi non ben distinguibili, la regia tende a perdere di vista lo scheletro dello spettacolo, rendendone difficoltosa la lettura, oltre a non riprendere alcuni dei fili tesi nella prima parte, che si perdono nella seconda. 
Ticina parla, anzi: non parla ma usa i linguaggi dei clown, del teatro di figura e di maschera per trattare argomenti, anche in questo caso, che molto hanno a che fare con le emozioni, e con ciò che - crescendo - i bambini sentono ma non sanno riconoscere o definire. Vedere quindi uno stato d'animo "dipinto" in teatro è senza dubbio un mezzo senza filtri e che accompagna su una via di comprensione e di rassicurazione anche verso ciò che non appare familiare o che anzi si vorrebbe rifuggire.

ELENA SCOLARI
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 “ IL MIO AMICO FRANKIE" di Occhisulmondo Con Daniele Aureli, Amedeo Carlo Capitanelli e Greta Oldoni

DRAMMATURGIA Daniele Aureli e Massimiliano Burini DRAMMATURGIA, REGIA VIDEO E ASSISTENZA ALLA REGIA Matteo Svolacchia REGIA Massimiliano Burini

La proposta è quella di una riflessione a misura di bambino su temi importanti quali la diversità, la paura e la solitudine attraverso una deliziosa marionetta dallo sguardo languido e dalla struttura scarnificata e il suo mostruoso amico immaginario. Suggestione letteraria sottesa sono la vita e le opere di Mary Shelley, autrice di “Frankenstein”.

La forma è elegante: luci, arredi, costumi, oggetti di scena, ma non di meno la mimica e prossemica degli attori denotano un'attenzione accurata ai dettagli. Sicuramente interessante è anche l'utilizzo del tulle a schermare, ma poi anche a svelare, una vicenda che forse si teme possa essere troppo impattante a raccontarla senza veli; così tutto viene edulcorato e sublimato, in modo da non perdere l'allure del “Once Upon a Time”, complice anche la collocazione biografica ottocentesca della scrittrice inglese. Eppure c'è qualcosa che non torna nella fruizione...
Il focus è la deliziosa casetta delle bambole – quella home che dice subito sweet home -, che ritorna ad alluminarsi, nel buio più totale, all'inizio di ogni sequenza narrativa. Sembra scaldarci il cuore e cementare le nostre certezze con la sua valenza di messaggio di rinforzo: ci promette che quella luce non si spegnerà mai, qualunque cosa accada. Già, perché quel che succede è che la favola bella dell'arrivo nella nuova casa – nell'accezione abitativa di hause, qui – sembra infrangersi presto a contatto con la ripetitività della vita di tutti i giorni. Se all'inizio i gesti dei genitori sono complici e giocosi, ad esempio nel furtivo e trepido scoprire il mobilio - protetto, come usava, da teli – o nello sperimentarne una differente disposizione – una volta i mobili si ereditavano insieme alle mura e la sola possibilità di personalizzazione era immaginarne una differente collocazione: anche questa pagina di storia del costume è valore aggiunto per una compagnia che intenda parlare ai piccoli -, giustamente poi si trasformano in azioni sceniche ripetute e via via sempre più stereotipate, accelerate e, alla fine, sconnesse, che ben dicono del prevalere della routine e delle sue tensioni. E che ne è, in tutto ciò, della bimba di casa? Timida, nell'entrarvi per la prima volta – commuove l'infantile aggrapparsi della marionetta al petto della madre –, inizialmente è confortata dagli amorevoli genitori, che fanno di tutto per farla sentire a suo agio. Col passare del tempo, però, finisce col diventare essa stessa una cosa: così la marionetta fisica si carica della valenza segnica di arredo fra gli arredi e alla piccola non resta che inventarsi un amico immaginario. Toccante, la scena della bimba sola nell'occhio di bue – tutt'attorno le tenebre fittissime a significare la sua sensazione di soltudine e, forse, di abbandono – e del percorso di auto determinazione, che la porterà a uscire da quella sorta di melanconico isolamento: un messaggio importante da consegnare a bambini dai sei anni in su, in piena fase di costruzione di un'identità propria, distinta da quella degli adulti.
Ecco, forse è proprio qui, però, che la drammaturgia s'incrina: il linguaggio, in parte, cambia e pure la colonna sonora registra questa variazione; il tulle, finora simil pellicola d'un film d'epoca – con tanto del ricercato dettaglio delle imperfezioni proiettate -, diventa non a caso lavagna ideale, su cui la bambina in età scolare traccia a gessetto le sue fantasie; e le musiche, fin'ora in perfetto accordo con quelle di un film in bianco e nero, virano verso forse liberatorie sonorità country. Se fino ad ora avevamo assistito a un racconto lineare e perfettamente intellegibile, da qui in poi sembra farsi tutto un po' più cupo e quasi allarmante. Ad esempio: perché la bimba disegna un mostro? Certo, la protagonista è la Shelley da piccola, quindi parrebbe plausibile che il suo amico immaginario possa essere una sorta di assemblato umano simil Frankestein ante litteram; ma, questo, lo sappiamo solo se abbiamo letto il foglio di sala. Quel che invece ci arriva è l'evidenza di un mostro adulto: è vero che la piccola si sente trascurata, ma un bambino con riferimenti genitoriali solidi non sceglierebbe invece un amico di scorribande suo coetaneo? In più un simile fantasma, che però poi acquista la solidità tridimensionale del gigante, non può non far cortocircuito con certe allarmanti notizie di cronaca. È vero che questo mostro ha le movenze goffe e lunari di un timido Pierrot; vero è, però, anche che il difficile percorso di avvicinamento/conoscenza fra i due, se da un lato giustamente replica certe dinamiche non sempre empatiche fra bambini, per altro aspetto, ancora una volta, ci porta a chiederci se uno se lo disegnerebbe così dispettoso, il suo amichetto ideale. Poi è interessante il percorso di avvicinamento fra i due, descritto attraverso gesti timidi e delicati: eppure dei loro giochi non sentiamo le risa e la loro confidenza ci arriva afona come se davvero ci fosse un bisticcio fra la fantasia della bimba ed una realtà che evidentemente continua a ignorare.
L'epilogo, come si conviene, è un lieto fine, ma sopraggiunge faticoso dopo la prolungata scena di smarrimento della piccola e, in crescendo, l'allarme, la ricerca e la quasi rassegnazione di mamma e papà che solo per caso sembrano accorgersi di lei e la raggiungono. Eppure non ha il sapore liberatorio della fiaba. Ci lascia addosso un disagio persistente forse derivante da una non così tagliente dialettica fra tesi/antitesi/sintesi, protagonista/antagonista, conflitto/risoluzione; o forse invece dipende da quel bisticcio fra fantasia e realtà che, non dichiarando l'immaginario come tale, ce lo lascia serpeggiare sotto pelle come quei sogni, che ancora da svegli a ripensarci ci disturbano.
FRANCESCA ROMANA LINO
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IL PUNTO DI VISTA

 D’ORFEO. Fiaba in musica dall’Orfeo di Monteverdi
Un’esperienza necessaria

“D’Orfeo. Fiaba in musica dall’Orfeo di Monteverdi” è una produzione del Teatro all’Improvviso con la partecipazione dell’Accademia degli Invaghiti di Mantova realizzata in occasione dell’anno monteverdiano con il contributo del Comune di Mantova nell’ambito del Festivaletteratura e della Regione Lombardia/progetto Next 17-18 per il Festival MITO SettembreMusica 2018.

Se dovessi sintetizzare con un solo aggettivo il pensiero che “D’Orfeo. Fiaba in musica dall’Orfeo di Monteverdi” mi ha suggerito, questo aggettivo sarebbe: necessario.
Arrivo al mattino presto in teatro, ancora frastornata dal treno e dalla levataccia, e preparata alla maratona che un Festival sempre impone ai piedi, alle orecchie e alla sensibilità degli operatori.
Mi siedo e aspetto. Guardo le sedie vuote a semicerchio, lo schermo bianco incorniciato di alluminio, il piccolo teatrino da tavolo sulla sinistra, il clavicembalo, i leggii, gli spartiti…
Entrano in scena 7 musicisti (e 6 strumenti), 3 cantanti, un narratore di parole e un narratore di “cose”. Rigore nero, scricchiolio di legno. Si siedono. Si preparano.
E poi inizia. «In terra di Tracia viveva Orfeo, straordinario cantore».
E poi inizia. Toccata.
La storia di Orfeo ed Euridice si svela piano. Mi metto comoda. Ascolto.
«Grave l’auspicio» dice il narratore.
ahi caso acerbo! canta la musica.
Se “grave” segna il confine della superficie, “Ahi” definisce lo spessore, misura la profondità della ferita.
Una ferita che nell’intensa pittura di Dario Moretti, dipinge - e stinge - il nome di Euridice nel suo sudario/teatrino di stoffa. E il teatro sanguina, nella misura esatta dell’Ahi.
All’improvviso sono pubblico fra il pubblico. Posso “solo” ascoltare insieme agli altri; e questo tempo di ascolto, è chiaro in quel momento, mi era proprio necessario.

Il nucleo interessante di questa produzione dedicata alla musica e all’infanzia non sta nella proposta dell’opera monteverdiana o nel racconto del mito d’Orfeo ai bambini; sta nella restituzione all’infanzia (e di conseguenza agli adulti che li accompagnano) di una forma di ascolto - quella della prima opera in musica - che nasce nel tardo Rinascimento in un ambiente, quello delle corti, dove il racconto, la musica, l’arte e le relazioni sociali avevano uno spazio ed un tempo dedicato di comunità, di costruzione e restituzione collettiva dell’immaginario. Questo valore sociale dell’ascolto condiviso delle forme d’arte, la cura e l’attenzione verso la qualità di questo ascolto, fanno di questa produzione un elemento necessario oggi all’educazione artistica dell’infanzia, ma anche – e forse ancora di più – degli adulti, che ritrovano insieme nello scorrere del tempo della musica, delle parole e delle forme, il nucleo fisiologico, necessario appunto, del racconto.
Non dobbiamo correre il rischio di perderlo, neppur per troppo amor.

SILVIA COLLE
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POTETE CONFRONTARE LE NOSTRE RECENSIONI ANCHE CON QUELLE DI PLANETARIUM
http://www.teatroragazziosservatorio.it/

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QUI TROVERETE LA RECENSIONE DI SUPERABILE,VINCITORE DELLA MIGLIORE NOVITA' DEGLI EOLO AWARDS VISTO AD ARRIVANO DAL MARE

  “ Superabile”, realizzato dal Teatro La Ribalta-Kunst der Vielfalt (Accademia Arte della Diversità) diretta da Antonio Viganò con la regia di Michele Eynard.

“ Voi che ci guardate, come ci vedete ?” E' con questa domanda, scritta a caratteri cubitali  che termina lo spettacolo " Superabile", uno spettacolo teatrale creato da una lavagna magica e quattro attori, di cui due in carrozzina .

Teatro La Ribalta-Kunst der Vielfalt (Accademia Arte della Diversità) è infatti una compagnia teatrale, professionista, di Bolzano, costituita da uomini e donne con e senza disabilità che non dissimulano affatto la loro condizione, ma anzi, su di essa, fondano la loro essenza artistica, ”Superabile”in qualche modo ne rappresenta la carta di identità per la capacità che hanno i suoi protagonisti di raccontarsi senza infingimenti pietistici, capacità irrorata da una leggerezza e da un 'ironia che ne fortifica appieno gli intendimenti. Di converso nulla è lasciato al caso e tutto procede, avendo davanti attori consumati che portano sulla scena bellezza ed emozione. Mathias Dallinger e Melanie Goldner, in carrozzella, mettono in scena semplicemente con naturalezza e grande forza espressiva la loro quotidianetà con i loro sogni, le loro difficoltà nel muoversi ma soprattutto le necessità di non poter mai essere autonomi, di non poter essere mai capaci di vivere una propria sana intimità, e dove, sempre, sempre, gli sguardi degli altri sono pieni, zeppi di pregiudizi e di stereotipi. Ad accompagnarli in scena ecco il gigante buono Daniele Bonino a rappresentare la necessità immpellente di avere qualcuno che debba essere sempre da tramite con gli altri e Jason De Majo, pur colpito dalla sindrome down, a rappresentare invece la normalità di una relazione possibile. Il tutto viene accompagnato da un rumorista d'eccezione come Rocco Ventura e dalle illustrazioni create dal vivo da Michele Eynard della compagnia Luna e Gnac dentro le quali gli attori si muovono coerentemente a loro piacimento. Attori e esseri umani, ammirevoli protagonisti di un mondo popolato da mille forme viventi, ognuna delle quali a suo modo miracolose.Lo spettacolo diretto da Mchele Eynard e coordinato con amorevole pazienza da Paola Guerra è stato anche illustrato in un libro edito da ab, edizioni alfabeta verlag, sempre curato da Paola Guerra con le illustrazioni di  Eynard.

MARIO BIANCHI

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IL RESOCONTO FOTOGRAFICO E' DI MASSIMO BERTONI




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