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Eolo
recensioni
ZONA FRANCA 2007
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI E MAFRA GAGLIARDI

Dopo l'edizione dello scorso anno in tono decisamente minore e dedicata con merito soprattutto al Premio Scenario Infanzia, “Zona Franca”, il Festival di creazioni artistiche per un pubblico giovane, organizzata quest'anno dal 7 all'11 Novembre a Parma dall'Associazione Micro Macro,Teatro delle Briciole e dal Comune con l'intrigante titolo “Fare Fagotto”, ritorna alla sua normale conformazione e ai suoi abituali standard con diversi spettacoli e progetti di primo ordine scelti non solo nel panorama italiano. Pochi gli operatori italiani presenti, come al solito, ma molti e qualificati quelli stranieri , scelti da undici paesi diversi .

Abbiamo subito capito che il livello qualitativo sarebbe stato alto dalla visione dei primi spettacoli . Dopo la presentazione degli esiti finali di due progetti di Scenario, infatti, ha aperto il Festival Pietro Minniti ,attore di grande sensibilità,già apprezzato in molti spettacoli del Crest, che in “Hanno ammazzato compare Turiddu”si è misurato per la prima volta in un progetto tutto suo dedicato a “Cavalleria rusticana”, la novella di Giovanni Verga resa celebre soprattutto per la versione operistica realizzata da Pietro Mascagni. La narrazione che trasferisce l'ambientazione dalla Sicilia alla Puglia ,attraverso pochi oggetti, due burattini ed un uso espressivo della luce ,si dipana su diversi piani che l'attore mescola efficacemente, cercando in modo personale di ricostruire tutta le dinamiche del dramma del giovane Turiddu ucciso per gelosia dal carrettiere Alfio, restituendoci anche la proverbiale “oggettività” verghiana. Prima prova dunque positiva per Minniti che ci piacerebbe vedere alle prese con un testo dalle “prerogative “più interessanti.
Concessasi una pausa nel progetto sui giardini, prima di affrontare quello barocco, il T.P.O. di Prato ha presentato al festival di Parma un nuovo spettacolo, “Farfalle” ,con il consueto apparato stilistico multimediale, affiancato questa volta da un gusto figurativo più studiato che si esprime anche nella costruzione di scenografie che evocano efficacemente il mondo della natura rappresentato nello spettacolo. Ma il piano naturalistico non è seguito pedissequamente , bensì il volo della farfalle diventa la metaforizzazione della lievità ,complice l'inserimento coreografico di due danzatori. che seguono l'evolversi delle immagini. La scena avvolge anche materialmente i piccoli spettatori che si trovano così catapultati in un' atmosfera sospesa dove tutto concorre, il virtuale ed il reale a creare uno spettacolo davvero magico.
Ma veniamo al nuovo spettacolo di Rodisio . Uno dei problemi più sottolineati del teatroragazzi italiano è la mancanza di ricambio generazionale,difficile imbattersi infatti in compagnie nuove,giovani, di buono e stabile valore, ebbene in “Zona Franca “l'abbiamo finalmente trovata. Dopo l'inequivocabile successo de”Il lupo e la capra”, la compagnia Rodisio con “Storia di una famiglia”( e delle cose di ogni giorno) si è infatti confermata a pieno titolo, non più una promessa, ma compagnia con uno stile ben preciso,riconoscibilissimo, con una qualità attorale di ampia e visibile qualità. Aiutato anche dalle considerazioni di molti bambini nell'attenta e capziosa analisi degli stereotipi di una famiglia modello, composta da un padre da una madre e da una figlia, abilissima ginnasta, i cui clichè vengono ripetuti e stigmatizzati con azzeccata ironia dai tre impeccabili attori Davide Doro Beatrice Baruffini e Consuelo Ghiretti diretti da Manuela Capece, lo spettacolo intende soffermarsi sulla vera assenza di profondità di affetti che spesso pervade l'ambiente familiare,qui reso efficacemente dal silenzio finale amplificato da un uso semplicissimo di una lampada ondeggiante. Ci sarebbe piaciuto forse qualche cambiamento più marcato del piano teatrale soprattutto nell'ultima parte ma lo spettacolo conferma in pieno la maturazione artistica della compagnia.

Dobbiamo salutare sempre con particolare aspettativa le occasioni che i festival ci offrono di vedere compagnie acclamate della ricerca che si misurano con classici dell'infanzia e con il loro pubblico di riferimento,i Kinkaleri a “Zona Franca” hanno portato una loro particoarissima visione del Pinocchio collodiano che come era naturale ha molto diviso il pubblico presente. Ovviamente sulla scena ogni tentativo di narrazione precostitutia è stata sapientemente disarticolato in un succedersi di segni tra danza e teatro concentrati intorno ad una casa gialla che domina la scena .Una casa contenitore che rimbomba di suoni sinistri da cui escono ed entrano personaggi, tranne ovviamente Pinocchio che con felice intuizione viene scelto tra il pubblico, rimanendo così spettatore privilegiato di ciò che gli capita sulla scena. Diverse le immagini riuscite e sono soprattutto quelle minimaliste proprie del gruppo, mentre paradossalmente sono proprio i segni più espliciti riferiti all'infanzia i meno interessanti. Esperimento dunque coraggioso ma forse” estraneo “allo sguardo bambino.
Il teatro delle” Briciole “insieme a “Blues” già recensito per” Via Paal “che ha dato il via ad una riuscitissima festa musicale, ha presentato al festival “Urlo di mamma” spettacolo di teatrodanza realizzato da Elisa Cuppini in collaborazione con Cristiano Fabbri sul difficile tema del rapporto tra madre e figlio. Lo spettacolo appare ancora nettamente in fieri con un succedersi di episodi dove danza e teatro faticano ancora a stare insieme e dove la qualità del gesto è assai più pregnante delle parole, come in tutta la prima parte di assoluta emozione. Madre e figlio vivono la vita di ogni giorno tra giochi infantili, amore e conflitti improvvisi in un'alternarsi di situazioni troppo dilatate e poco calibrate ma di cui non stentiamo a comprenderne il vero cuore.Siamo sicuri che come il bambino fantoccio nello spettacolo viene ricomposto così lo spettacolo potrà avere dopo un nuovo ripensamento una fisionomia più compatta e persuasiva.

A Zona Franca abbiamo assistito anche curiosamente a due creazioni che si svolgono ambedue in Marocco “Lost Cactus” della compagnia belga” Galafronie”, gruppo di cui abbiamo molto apprezzato il recente “On pense a vous” visto a Torino “e “Baraka “di Progetto” Aisha” già conosciuto per i progetti del Premio Scenario e per l'ottima riuscita di “Fate la faccia feroce” In “Lost cactus” in scena vi sono le pulsioni e le aspirazioni di un adolescente che vive al limitare del deserto una situazione familiare molto difficile. Mohabed Bari, trentenne attore marocchino attraverso una narrazione scabra e poco articolata ed un uso degli oggetti non sempre pienamente evocativi riesce comunque a proporre un punto di vista diverso sull'adolescenza soprattutto ad un pubblico di giovani come il nostro che vive spesso in un mondo dorato dove ogni cosa può essere a portata di mano e non cercata con sofferenza. Anche in ” Baraka” in scena vi è il Marocco ma qui la realtà è trasfigurata dal sogno attraverso il racconto di una vecchia fiaba che racconta il viaggio di un principe alla ricerca di un modo per far partorire una donna. Tra musicisti gnawa , divinità e principi ,la fragile teatralità è affidata soprattutto alla simpatia e alla comunicativa dei 4 volonterosi attori, che rendono nel complesso piacevole la storia .

La prima parte del Festival si è conclusa in una soleggiata mattina di Novembre con una corroborante per il corpo e per lo spirito “scampagnata” a Collecchio Qui nel bellissimo spazio della Corte di Giarola, Antonio Catalano reinventa ancora una volta la realtà con due itinerari dedicati al cibo , il teatro come suo costume fa spazio ad un mondo dove l’arte, l’installazione, la parola, si fondono per creare una cosmogonia di intigante meraviglia. Nell' universo sensibile di Catalano appaiono i Ghiottoni affascinanti personaggi che contengono dentro di loro memorie composte da materiali di ogni tipo che rimandano a mondi perduti,basterebbero due cappelli fatti di pigne e di rami per innamorarsi di questi automi silvestri. E poi quadri fatti di noci pomodori e peperoni che l'autore presenta con la sua solita poetica ironia ed infine una teoria di semi che germogliano visioni composte di foglie,di piume, di animali che riverberano sensazioni perdute che vorremmo sempre trattenere con noi. E subito dopo la piccola comitiva di Zona Franca si sposta in un continuum veramente originale al museo di Ettore Guatelli. Qui migliaia di oggetti comuni, la maggior parte dei quali sono appartenuti al mondo preindustriale, formano un museo del quotidiano veramente incomiabile di commovente intensità. Martelli, brocche, pinze, pale, scatole di ogni foggia, zuppiere, forbici, botti, pestarole rivestono completamente le pareti seguendo semplici motivi geometrici, riempiendo le stanze di questo museo.In questo modo la vita quotidiana dei nostri antenati prossimi riacquistano una dignità poetica di ammirevole spessore.
Prima di concludere non possiamo non citare l'emozionante corto dedicato al compleanno di Tommaso Sementa che Letizia Quintavalla ha allestito con lo stesso Tommaso in scena, coadiuvato da Agnese Scotti e Beatrice Baruffini “Tobegnac “ è un omaggio commosso e commovente al circo con evidenti richiami all'Otello delle Briciole,un piccolo divertissement giocato tra riso e melanconia che il pubblico presente ha gustato con grande partecipazione.
MARIO BIANCHI


Né, Compagnie Voix-Off/Damien Bouvet (France)
Nello spazio scenico a pianta centrale giace, immobile, una creatura non identificabile, vagamente mostruosa: un grande pesce, o un’enorme lumaca. Lentamente la forma si anima, sussulta, rivela mobili escrescenze: infine “partorisce” una creatura anch’essa anomala , più simile a una larva che a un essere umano. Quello che nasce è un clown, il protagonista dello spettacolo Né, (Francia), creato e interpretato dallo stesso Bouvet. Un clown, questo, che del tradizionale personaggio circense privilegia l’aspetto più inquietante, il suo doppio oscuro: emette un vagito simile a un lamento, si libera presto del tradizionale naso rosso e si affretta a svuotare l’utero che lo ha partorito del suo contenuto: un abbondante fiotto di palline rosse (che viene naturale associare al sangue del parto, all’espulsione della placenta), inonda lo spazio scenico. Da questa rossa materia il clown pesca oggetti disparati e allusivi: maschere che replicano la sua immagine, oggetti semoventi che abitano in una valigia, pupazzetti infanti che si aggrappano alla sua testa. E infine recupera un elemento ludico, utilizzando le mobili palline come tapis roulant. E’ evidente che la cifra che presiede al lavoro di Bouvet, artista notissimo in Francia, è quella del grottesco e del mostruoso. Un “basso corporeo” rivisitato senza indulgenze e senza compromessi. Anche quando, a conclusione della scena della nascita, il clown invita un piccolo spettatore ( sui 4 anni) a giocare con lui, il rapporto che si instaura con il bambino è improntato a ruvidezza e derisione: tanto che il bimbo finisce per mettersi a piangere. Sembra quasi che Bouvet strizzi l’occhio allo spettatore adulto, invitandolo a ridere alle spalle del piccolo. Ed è forse questo l’elemento che più sconcerta nella poetica dell’artista francese. In una intervista dopo lo spettacolo, Bouvet cita tra le sue figure di riferimento David Le Breton, antropologo autore di un saggio sulla corporeità e Romeo Castellucci , il drammaturgo e regista della Societas Raffaello Sanzio. Ottimi maestri, indubbiamente. Ma se sono condivisibili le critiche che Bouvet rivolge a un teatro/ragazzi che tende a ignorare il lato problematico della realtà e censura gli elementi horror presenti nelle fiabe popolari, non è accettabile che il bambino spettatore sia oggetto di forzature o motteggi.

Babar/spettacolo per ombre e pianoforte , Teatro Gioco Vita/ Coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Modena,(regia, scene e costumi di Anusc Castiglioni)
Le avventure del celebre elefantino sono rievocate da papà e mamma de Brunhoff ( sulla scena Elena Griseri e Walter B. Maconi) che decidono di creare un libro illustrato per la gioia dei propri figli, ai quali quel racconto, nato una sera per caso, era piaciuto moltissimo. Dal momento che le pagine del libro illustrato diventano degli schermi di forme e dimensioni diverse per il teatro delle ombre, ne risulta svelata la parentela tra immagini e sagome: il movimento di queste ultime è suggestivamente commentato dalle musiche di Poulenc suonate dal vivo al pianoforte da Claudio Rastelli. Bellissimo commento: e non si capisce perchè sia utilizzato solo in alcune parti dello spettacolo, mentre per altre si ricorre a musiche registrate. In Babar disegno, pittura, ombre e musica convivono in gioiosa armonia, secondo la formula molte volte collaudata di quel maestro del settore che è il Gioco Vita; e lo spettacolo, destinato ai piccoli della Materna, scorre leggero e seducente. Un piccolo neo: la recitazione (soprattutto quella di Walter B. Maconi) risulta a volte un po’ troppo enfatica e caricata emotivamente rispetto alla levità del testo e all’ironia delle immagini. Ma non dimentichiamo che si tratta di una prima, con tutte le difficoltà del caso.

Ferloscardo , Novo Circo Ribatejano (Portogallo)
Due giovani attori portoghesi (Carlos Oliveira e Fernando Romao), interessati al linguaggio del Nouveau Cirque, decidono di creare uno spettacolo imperniato su quella tecnica specifica. Ci lavorano su parecchio, con qualche difficoltà, finchè il Centro Cultural de Belem, nelle persone di Giacomo Scalisi e Maddalena Victorino, non offre loro ospitalità e collaborazione artistica. Nasce uno spettacolo frizzante e delicato, pieno di poesia, con un titolo bizzarro costruito come anagramma dei loro due nomi: Ferloscardo, appunto. Lo accompagnano le musiche di Bruno Pernadas, eseguite dal vivo da quattro strumentisti in scena. Nella parte iniziale, piccole lampadine da 40 wolts, appese a lunghe funi di diversa lunghezza e manovrate abilmente dagli attori, creano nel buio assoluto del palcoscenico traiettorie luminose, che oscillano e danzano, assecondando la musica in un’atmosfera onirica. E poi vengono le acrobazie: i giochi con le clavette e i cerchi, la danza in equilibrio, la manipolazione di oggetti sorprendenti, come pietre da marciapiede, uova, cappelli. E anche strumenti agricoli di uso quotidiano, maneggiati indossando l’ampia gonna a ventaglio (abito da lavoro portoghese), che con il suo roteare amplifica le forme di un’espressione corporea sempre originale, in grado di sovvertire il convenzionale linguaggio circense. Le parti comiche sono sottilmente ironiche, gli equilibrismi sono eleganze mentali oltre che fisiche. Insomma, Ferloscardo aggiunge un felice tassello alla ricchezza espressiva del Nouveau Cirque.

Ba Ba, Compagnia teatrale Piccoli Principi, di Alessandro Libertini e Veronique Nah
Ba Ba o dello stupore. Stupore del bambino piccolissimo - dai diciotto mesi ai tre anni - quando entra in relazione con i suoni, i colori, le forme, lo spazio, il movimento del mondo che lo circonda. La meraviglia un’età che ancora non possiede il linguaggio e si affida alle prime intense percezioni sensoriali per osservare e valutare la realtà. Se è vero, come afferma Hauser, che l’artista è colui che pensa attraverso i sensi, nessuno è più adatto dell’infante a essere compagno di strada della ricerca artistica. Su quest’ assunto, su cui si fonda da sempre la poetica dei Piccoli Principi, è imperniato questo nuovo spettacolo, che si propone come esplorazione dell’universo sensoriale e simbolico dei bambini del Nido. L’allestimento di Ba Ba è stato preceduto da un intenso lavoro di preparazione lungo due anni, durante i quali gli artisti hanno frequentato gli Asili Nido di Reggio Emilia, collaborando con Antonia Monticelli, una delle educatrici più esperte. Brigitte Lallier-Maisonneuve , specialista della creazione artistica per la piccola infanzia, ha collaborato alla drammaturgia. C’è stato inoltre l’approccio all’opera di un pittore astratto, Giorgio Brogi, a cui si ispira la cifra visiva dello spettacolo: una struttura cubica lineare, popolata da una moltitudine di teli trasparenti di vario colore: il linguaggio pittorico s’innesta sul linguaggio teatrale producendo un’immagine di emozionante bellezza. Qui agiscono in un rarefatto silenzio due personaggi, Veronique Nah e David Batignani. Facendo scorrere i teli colorati, dinamizzano lo spazio, lo penetrano, lo dilatano, lo restringono. E intanto istituiscono lentamente una relazione fra loro, fatta di sguardi allusivi, di piccole fughe, di avvicinamenti, di carezzevoli contatti: un gioco tenero e lieve, foriero di una possibile comunicazione. E’ un’esperienza estetica nel senso più pieno del termine, un incantamento degli occhi e dell’udito: la fruizione di un’opera d’arte che verrebbe fatto di pensare più opportunamente collocabile in un museo. Lo spettatore adulto si pone inevitabilmente il problema della comprensione sul piano razionale: non sarà troppo difficile questo spettacolo per un bambino piccolo? Non si tratta di “capire” - replicano gli autori- ma di “vivere”, affidandosi alla propria sensibilità. Allo stesso modo con cui si può godere di una passeggiata in un bosco, senza conoscere i nomi delle piante. Tra poco Ba Ba comincerà la sua tournée all’interno degli asili-nido: e sarà un modo per verificare la reazione dei bimbi. In ogni caso questo spettacolo apre nuove prospettive nel campo delicatissimo e poco esplorato del rapporto tra piccola infanzia e teatro.

Fare fagotto.
Come nelle passate edizioni, il tema conduttore del Festival, “Fare fagotto” ha generato una serie di incontri, di corti teatrali, di piccoli appuntamenti in luoghi inusuali, su prenotazione, per pochi spettatori alla volta .
In Le ciabatte di Otello/Piccolo viaggio nel cuore di un attore Corto teatrale di e con Claudio Guain con la complicità di Bruno Stori, Affacciato a un alto ballatoio del magazzino delle Briciole, Claudio Guain,detto Caio, si racconta (il pubblico lo ascolta in piedi guardandolo dal basso ). Con quella sua voce profonda che fa tutt’uno con l’imponenza del corpo, rievoca un viaggio in Sicilia per una delle prime repliche dell’Otello: e ci dà un mirabile scorcio della vita nomade dell’attore, delle sue idiosincrasie, delle sue superstizioni, del suo rapporto col costume e con gli oggetti di scena. Soprattutto con le scarpe - o meglio le ciabatte - che generano gags esilaranti, insaporite da un perfetto dialetto veneto.
Ecco poi Pollicino fa fagotto Corto teatrale da un’idea di scrittura di Marco Baliani, interpretato da Piergiorgio Gallicani con la collaborazione di Morello Rinaldi Fioche candele in un anfratto del magazzino. Un manichino (assai realistico) che rappresenta la madre affranta per la miseria. Un letto smisurato in cui, obbedendo al gesto imperioso di Morello, si infilano sei spettatori scelti a caso tra il pubblico. Saranno i sei fratelli “grandi”, a cui la fiaba prescrive un sonno stordito. E lui, il più piccolo, Pollicino, in lungo camicione bianco, (un Piergiorgio Gallicani molto convincente), l’unico sveglio - perché l’unico pronto di spirito e di coraggio - riflette ad alta voce sull’amara esperienza appena attraversata, quando i genitori poverissimi hanno tentato di abbandonare i figli nel bosco, perché incapaci di sfamarli.
Il testo di Baliani è intrigante, anche se a volte con qualche lieve compiacenza letteraria: la fiaba rivisitata attraverso il punto di vista del suo eroe, rivela pieghe inedite, sfumature nuove. Quando il padre sveglia i sei fratelli sonnacchiosi e li guida dentro il bosco, noi siamo già avvertiti che, grazie a Pollicino, un finale diverso li aspetta: non andranno più a cercare le tracce per tornare a una famiglia che li rifiuta, ma si inventeranno un altro percorso, fuori da ogni sentiero conosciuto, alla ricerca di un destino nuovo, libero.
Eccoci a Allo scader del secolo Corto teatrale di e con Paola Crecchi Alla base c’è ancora una fiaba (La bella addormentata di Perrault ) e le affascinanti immagini di Philippe Lechermeier e Rebecca Dautremer (“Principesse dimenticate o sconosciute”). E c’è lei, la principessina addormentata nel suo letto di trine. Un bellissimo pupazzo che talvolta si anima in gesti improvvisi. Sulla scena, un’ inedita Fata Madrina, che ha vegliato sulla sua protetta per cent’anni e ora vuole accompagnarla in quello che si configura come un vero e proprio rito di passaggio: dal sonno centenario all’incontro col Principe, dalla smemoratezza dell’infanzia alla responsabilità della vita adulta. Insomma, anche la nostra principessa, allo scadere del secolo, deve “fare fagotto” e l’amorevole Madrina l’aiuta, prepara il bagaglio, le consegna ciò che porterà in dote. L’interpretazione di Paola Crecchi, autrice anche della scenografia e del pupazzo-principessa, è strepitosa: il suo è un racconto tutto imbastito di strizzate d’occhio, di allusioni divertite e divertenti. Una comicità scintillante, molto gradevole.
Infine veniamo ad Andrea nell’isola che non c’è di Maria Rita Alessandri, Fontemaggiore Teatro Stabile d’Innovazione Questo progetto, costituito da animazioni al computer, è nato da un lungo lavoro di ricerca su alcune tematiche “forti”con i bambini della scuola elementare: i desideri, l’identità di genere, la nascita. L’analisi del sorprendente materiale raccolto ha spinto Maria Rita Alessandri a creare una mappa della mente infantile, chiamata “l’Isola che non c’è”, in cui sono situati i luoghi immaginari creati dai bambini: “il pozzo dei desideri”, “il paese dei sogni e degli incubi”, il “vortice della paura”, “il cimitero delle cattive azioni” e molti altri. Un bambino virtuale, Andrea, (raffigurato da un‘immagine di Klee) compie un viaggio attraverso questi paesi fantastici, che trovano il loro equivalente figurativo in immagini tratte esclusivamente dalla storia dell’arte contemporanea, da Klee a Chagall, a Mirò, all’espressionismo tedesco. Ne deriva un’ allusione alla segreta relazione tra mondo immaginario infantile e le espressioni dell’arte contemporanea. Una proposta originale e stimolante .
MAFRA GAGLIARDI

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