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Eolo
recensioni
VIMERCATE 08
LE RECENSIONI E LE CONSIDERAZIONI DI MARIO BIANCHI E LUCIA CASTELLARI SUL FESTIVAL 'UNA CITTA'PER GIOCO '

Edizione di buon livello,anche se ancora una volta condizionata dal tempo atmosferico, la diciassettesima di “Una città per gioco”il Festival che la cooperativa Tangram ha organizzato a Vimercate dal 6 all'otto giugno.Edizione contrassegnata da temi forti,dalla riprposizione di creazioni di repertorio e come al solito dalla ricerca di nuovi gruppi in qualche modo capaci di rinnovare il panorama del teatro ragazzi italiano.. Di grande risalto anche la fascia di mezzanotte con due “chicche” molto suggestive, il meraviglioso spettacolo già recensito di Gigio Brunello “Vite senza fine” e l'omaggio a Dante di Elsinor che in “Fuoco Luce Angeli”imbastisce un percorso di parole ed immagini di grande suggestione e di felice impatto emotivo ben condotto da Stefano Braschi,Giuditta Mingucci,Andrea Soffiantini con la regia di Franco Palmieri.
Temi forti si diceva ed il festival è iniziato infatti subito con “Me ne frego”lo spettacolo dedicato al bullismo dalla compagnia milanese Quelli di Grock. Lo spettacolo, a nostro avviso con qualche semplificazione di troppo, preoccupazione questa per altro subito fugata dalla presenza di Nicola Iannaccone che ha curato l'aspetto scientifico del progetto,affronta il tema attraverso la vicenda del rapporto che si snoda per tutta l'infanzia tra due ragazzi , Biglia e Rospo,che si incrina quando quest'ultimo viene indirizzato verso la violenza dall'arrivo di un nuovo alunno ,Robertino, che trasporta piano piano la loro amicizia su un piano di assoggettamento forte e sgradevole. Lo spettacolo con la regia di Claudio Intropido, su un testo di Valeria Cavalli, in una delle tante storie possibili, segue passo passo l'evolversi del rapporto tra i due ragazzi con una teatralità serrata molto persuasiva, supportata anche dall'uso molto felice del video e dalla recitazione convincente di Andrea Battistella e Antonio Brugnano. Ad un certo punto Biglia troverà il coraggio di ribellarsi rompendo il silenzio e più tardi troveremo i due protagonisti adulti ,uno in prigione, l'altro come suo avvocato ,in una necessaria semplifica zione che fa scattare nei ragazzi che assistono allo spettacolo una giusta adesione morale al problema. Spettacolo nobile, di servizio, che indica una delle nuove direzioni verso cui si sta dirigendo il teatro ragazzi italiano.
La camorra,uno degli argomenti proposti con forza in questi tempi dal libro di Saviano,dal film di Garrone e dallo spettacolo diretto da Mario Gelardi è stato proposto a Vimercate con forza da “La ferita “il reading che i Teatrini di Napoli hanno proposto al festival sempre diretto da Gelardi. L'argomento della camorra era coniugato questa volta con il tema delle vittime innocenti ,cioè di quegli uomini e di quelle donne, di quei bambini che sono stati uccisi per caso dalla camorra,vittime incolpevoli di una violenza usurpatrice di ogni pietà umana. Daria D'Antonio, Francesco Di Leva, Giuseppe Miale Di Mauro, Adriano Pantaleo con commossa e forte consapevole partecipazione hanno letto ed interpretato brani di giornali,testi appositamente scritti,cronache di quotidiana violenza per uno spettacolo di grande e forte intensità.
L'innamoramento era il tema invece del poetico spettacolo proposto dai varesini della Cooperativa il Sorriso “Ciao tu” tratto da un testo di Roberto Piumini e diretto da Gabriele Calindri e Elisabetta Ratti con i bravi Delia Rimoldi e Andrea Gosetti che impersonano due ragazzi alle prese con i primi turbamenti d'amore. Lui e lei non si conoscono , il loro rapporto tra i banchi di scuola e le pareti di casa vive sull'inviodi lettere del cui testo il teatro fa rendere partecipe anche al pubblico. Lo spettacolo è condotto con grazia e tenerezza attraverso un continuo scambio di pensieri che porterà alla fine dello spettacolo al reale incontro tra i due .Ora ,lo sappiamo, i giovani non si incontrano più in questo modo, ma la genesi del sentimento amoroso è comune a tutte le epoche e contesti e lo spettacolo ne enuclea poeticamente tutte le sfumature in modo semplice e quasi sempre convincente senza sbavature macchiettistiche.

Un altro tema che percorre ultimamente con i suoi umori la scena del teatro ragazzi italiano è quello della morte, affrontato con i moduli della favola dal Teatro dell'Argine in “Quando la nonna diventò un albero” e con grande poesia dalla Tangram in”Se è una bambina” tratto da un testo narrativo di Beatrice Masini. Dopo la felicissima prova di “Clara va al mare “Lillia Marcucci, con ancora l'acuta complicità registica di Giorgio Scaramuzzino, interpreta una madre che colloquia anche dopo la morte con la sua bambina, interpretata sulla scena dalla bravissima dodicenne Giordana Faggiano. La guerra le ha portato via ambedue i genitori ed ora è in collegio,intorno a lei solo figure di contorno. Non si incontrano mai fisicamente madre e figlia ma il cuore è tutt'uno, il suo occhio emotivo la segue in ogni momento della sua vita tra le gioie e le incomprensioni di ogni giorno,solo quando la mamma si accorge che la bambina ha la maturazione in tasca , ella ha il coraggio di lasciarla da sola Tutto è sommesso in questo spettacolo,solo il rumore della guerra è lancinante, le parole sono invece leggere e significative d'amore,di tenerezza,di malinconia. Poche le scenografie e gli oggetti curati da Marcello Chiarenza in uno spettacolo ancora in rodaggio ma che ha già la capacità di entrarti dentro senza clamore ma con grande finezza.

Per quanto riguarda il repertorio il pubblico degli operatori e dei bambini, sempre accorsi numerosi, hanno potuto rivedere con piacere il “Circo dei burattini “del Teatro Pirata al suo quindicesimo compleanno e il sempre verde“Tre colli “ di Luigi Zanin della Tangram, peccato per il Teatro del Buratto che non ha voluto presentare il suo classico “Cappuccetto Bianco” molto atteso dai pochi che lo avevano già visto e dai tanti che non lo avevano già gustato.

Per il pubblico dei più piccoli il Melarancio ha proposto nel suo stile ormai consolidato da “Piè di pancia” qui impreziosito dalla collaborazione di Tonino Catalano che ha dipinto una sorta di caverna “Mamma di terra” dove due attori( Tiziana Ferro e Vanni Zinola) imbastiscono un gioco intrigante che rimanda al rapporto tra l'essere umano e la terra che lo nutre. L'uomo riceve dalla terra che all'inizio è invisibile i frutti della terra, poi piano piano ella si fa visibile ed allora l'uomo incomincia a coinvolgerla in un rapporto che rimanda a tutte le fasi dello sviluppo dell'umanità rispetto al cibo. Lo spettacolo molto interessante nella prima parte quando ogni gesto è allusivo e indirizzato verso indefinibili suggestioni , diventa meno interessante quando nella seconda parte è più descrittivo e si muove su binari meno desueti.Comunque possiamo già intuire un percorso interessante che si inserisce autonomamente nel miglior teatro per i più piccoli.

Al di là dei temi in qualche modo forti diverse le produzioni che hanno con l'infanzia un rapporto più libero e disincantato. Il T.P.O. di Prato continuando il proprio percorso tecnologico di dolce rapporto con il pubblico bambino e culminato nella trilogia dedicata ai Giardini e che si arricchirà prossimamente con il girdino barocco, ha presentato nel nuovo spazio di Oreno,Farfalle, il delizioso spettacolo già visto a Zona franca. Nello stesso spazio abbiamo visto anche “La formichina- storia di guerra e pace” il prezioso spettacolo ispirato a “ Ina. La formica dell'alfabeto “ di Terzaghi e Zürcher condotto da Lello Cassinotti e Giada Balestrini . Lo spettacolo attraverso la tecnica del videoracconto ma non solo, narra la vita di un formicaio dove tra le formiche che in fila indiana portano briciole di pane c’è INA che invece raccoglie lettere dell’alfabeto Tutto scorre tranquillo finchè non arriva un vero e proprio esercito che verrà sconfitto proprio da Ina Piccoli oggetti attraverso il video interagiscono con i due attori per un racconto di micro teatro di originale e un po folle poesia dove la leggerezza vive sovrana e dove anche i piccoli spettatori possono perfettamente identificarsi.
Molto apprezzato anche lo spettacolo di Claudio Milani prodotto dal teatro Litta ” Bu” . Attraverso il racconto di Milani, sempre in contatto diretto con il pubblico dei bambini, questa volta aiutato da pochi elementi scenici in cui campeggia una porta e da qualche effetto mai ridondante, lo spettacolo parla di paure e delle grandi icone di cui è impregnata l'infanzia, l'uomo nero,il ladro il lupo mannaro e la strega cattiva. Bartolomeo, il protagonista della storia, in un racconto formato a scatole cinesi, riuscirà a superare ogni ostacolo con le proprie forze, con un pizzico di coraggio e la protezione di un oggetto magico.Spettacolo di formazione “Bu” conferma le doti di grande affabulatore del giovane attore comasco.

Meno calibrato invece Walter Tiraboschi, senz'altro un po emozionato, nel narrare nello spettacolo di Teatro Prova “Senza Paura” i principali episodi della vita di San Francesco attraverso gli occhi di un confratello.Comunque quando i toni si fanno meno concitati, complice la regia attenta di Silvia Barbieri, la musica in diretta ed il rapporto con gli oggetti di scena, lo spettacolo riesce a rendere poeticamente credibile la figura del santo. Suggestivi anche gli interventi in chiave intima e contemporanea di una bambina che in tutte le repliche viene coinvolta sul palco. Nel complesso gradevole anche “L'impronta dei colori” di Erewon dove Corrado Deri coadiuvato all'episcopio da Tiziana Salvaggio narra tre miti assai diversi tra loro,utilizzando immagini e materiali diversi.
Ancora assai immatura invece la prova del giovane gruppo modenese “Amigdala” che in” Bestiario” propone attraverso una drammaturgia frammentaria ed una recitazione poco convincente un'enciclopedia visiva e narrativa che ha la sola forza teatrale in qualche immagine e negli ultimi minuti dello spettacolo quando disegni di animali mitici si affidano alla fantasia dei bambini. Tra le manifestazioni di contorno abbiamo potuto ancora gustare appieno l'interessante percorso che Maria Rita Alessandri compie intorno all'identità di genere con i suoi contributi visivi che coniugano in modo affascinante e didatticamente virtuoso i pensieri dei bambini con le immagini dei grandi artisti contemporanei in un unicum veramente prezioso e corroborante
Mario Bianchi


Abbiamo chiesto alla giovanissima Lucia Castellari, una studentessa al biennio specialistico del corso Cinema Teatro e produzioni multimediali (curriculum teatro) presso l’Università di Pisa che sosterrà una tesi sul teatro ragazzi di seguire per noi il festival, un 'esperienza per lei nuova ed entusiasmante, ecco i suoi contributi.

IMPRESSIONI PERSONALI SUL FESTIVAL DI VIMERCATE Festival di Vimercate: un’abbuffata di spettacoli, un pranzo riccamente imbandito senza alcun boccone amaro, tutto equamente gustoso con qualche punta più prelibata. Una esperienza tutta nuova che mi ha dato modo di sedermi a questo particolare e singolare convito teatrale. I commensali, seduti intorno alla tavola, hanno portato ognuno il proprio contributo che è stato assaporato e condiviso da tutti. Un clima, quindi, che mi ha colpito per la sua apparente familiarità che non so, e per me non è importante sapere, se fosse più o meno autentica. Quello che emergeva, rimanendo all’interno della metafora conviviale, era sete e fame di vedere e, magari, catturare spunti da ciò che è stato offerto. A fine spettacolo, le persone intorno a me erano impegnate a commentare, tanta era la voglia che emergeva di esprimersi e condividere opinioni. La mia posizione era, ovviamente, quella di un pesce azzurro all’interno di un acquario di pesci rossi, ma la mia curiosità è prevalsa su qualsiasi sentimento di smarrimento. La cosa più bella sono stati i bambini, la loro straordinaria energia e spontaneità, le loro reazioni senza alcun tipo di freni inibitori, il loro parlare senza che la cosa danneggiasse lo spettacolo poiché, anzi, ne costituiva un elemento importante sia per noi spettatori ‘grandi’ ma in maggior modo per gli attori e la loro messinscena.
Il susseguirsi della visione degli spettacoli, ad un ritmo per me mai vissuto, mi ha trascinato all’interno di una dimensione diversa da quella comune. Non voglio esagerare e tanto meno non voglio entrare nel trascendentale, ma per una principiante come me, trovarsi in una circostanza del genere ha significato allontanarmi da tutto quello che era la mia vita abitudinaria. Gli spettacoli, come ho già detto, sono stati tutti piacevoli. Non ho una spiccata preferenza verso qualcuno di essi in particolare ma, ad oggi, se mi fermo a pensare a ciò che ho visto, primi tra tutti mi saltano alla mente le rappresentazioni come quella sul bullismo Io me ne frego della compagnia “Quelli di Grock”, per la toccante tematica trattata, per la bravura degli attori, per la risata con l’amaro in bocca (che fa riflettere). Tutti aspetti che hanno caratterizzato lo spettacolo e che lo hanno fatto risaltare tra gli altri.
Mi sento inoltre di citare Mamma di Terra della “Compagnia il Melarancio” perché la sua visione ha comportato una fruizione tutta a suo modo, una partecipazione volutamente richiesta. Una messinscena, un luogo scenico avvolgente e una immersione nel mondo della natura attraverso un simulato ma riuscito contatto ravvicinato con la terra e i suoi modi di manifestarsi. Mi risulta tuttavia difficile mettere a confronto spettacoli di genere così diverso. Di sicuro, la varietà qualitativa offerta è stato uno dei punti forti del Festival perché non ha lasciato spazio al”già visto”o, peggio ancora, alla noia.
Che dire ancora? Beh, se una pecca c’è stata, oltre al maltempo che non ha favorito la realizzazione totale degli spettacoli previsti, forse, per quanto strettamente mi riguarda, la fascia oraria serale degli spettacoli non era proprio ideale. Primo perché credo che i bambini non abbiano potuto godere a pieno di un evento simile che non è alla portata di tutti i giorni, e credo che questo sia stato un peccato, perché è soprattutto su di loro che bisogna testare la validità di rappresentazioni di questo tipo; secondo, perché la visione di spettacoli in tardi orari può scoraggiare in partenza chiunque. Questa esperienza sicuramente mi ha dato tanto.
Partendo dalla cosa che per me ora è più importante, il bagaglio che mi son portata dietro da questo evento, mi aiuterà ad affrontare l’obiettivo previsto dalla conclusione dei miei studi universitari. Parlo della mia tesi che, dopo questi giorni, sento già molto più vicina. Poter raccontare questa esperienza mi rende orgogliosa perché potrò affrontare il mio lavoro con maggiore consapevolezza, attenzione e passione.

COOPERATIVA IL SORRISO
CIAO TU

Lo spettacolo è stato prodotto dalla “Cooperativa il Sorriso” di Varese ed è rivolto ai ragazzi over i 14 anni. Un amichevole, dolce e affettuoso scambio di “letterine”, tra compagni di scuola, è la linea portante dell’intera rappresentazione che giunge al classico finale in cui l’amore trionfa. La modalità in cui è stata risolta questa corrispondenza di amorosi sensi, è quella che è più teatralmente possibile: le parole scritte prendono voce dalla stessa bocca di chi scrive, sussurrate, urlate, disperate, trasognate,…Così, il pubblico curioso viene introdotto dentro il mondo privato dei protagonisti.
Un amore in fieri, che cresce, fresco e puro, è quello che viene evocato dalle sincere parole dei due ragazzi che il pubblico ‘fantasma intruso’ ascolta sorridendo. L’idea non è certo originale, (basta ricordare film alla C’è posta per te), ma è apprezzabile la resa registica e scenografica data allo spettacolo. Sono stati infatti ricreati l’ambiente della scuola, la cameretta di ciascuno dei due protagonisti, il bagno; tutto attraverso la scelta di elementi scenici (2 banchini scolastici a carrello, un pannello sempre a rotelle utilizzato su entrambe le facciate, una vasca da bagno anch’essa trasportabile) che riproducono, o meglio, evocano sinteticamente lo spazio previsto. Gli attori entrano, escono in modo alternato rimanendo solo raramente entrambi in scena contemporaneamente.
La musica accompagna la rappresentazione risultando l’elemento comune ai due giovani che vi trovano un modo di esprimersi e una compagna. Essa risulta, infatti, sia una componente scenica fisica importante, esplicitandosi attraverso oggetti come gli auricolari del ragazzo per mezzo dei quali ascolta la musica, o la chitarra della ragazza che mentre canta strimpella, ma anche come strumento atto a sottolineare emotivamente determinati momenti della storia. Sarebbe bello pensare che 2 ragazzetti del liceo possano vivere il loro incontro con l’amore in questi termini. La loro età è già troppo ‘adulta’ per un simile gioco di scambi di lettere e, troppo irreale per una così calibrata, paziente e romantica gestione della situazione, anche se nel complesso i due attori sono sembrati credibili
Possiamo interpretare allora lo spettacolo come una simpatica e dedicato omaggio all'amore giovanile. Certo, visto che la situazione reale non è questa, lo spettacolo può essere un mezzo per far riflettere i giovanissimi. Se si voleva tuttavia essere moderni, e rifarsi al mondo d’oggi, di certo il linguaggio utilizzato non era proprio idoneo. Perché è stato del tutto trascurato il linguaggio dei messaggini telefonici, delle scritte sui muri del bagno di scuola, di internet,…?? Complessivamente lo spettacolo è misurato e piacevole.

IL RACCONTO DI PROMETEO L’AMICO DEGLI UOMINI

Un attore, tanti personaggi. La storia del mito di Prometeo trova in questa rappresentazione una divertente chiave di lettura del mito che viene raccontato dal prestigiatore di ruoli e interprete Giampietro Liga della Compagnia “Teatro Città Murata” di Como. L’attore, ad inizio spettacolo, entra in scena correndo dalla porta d’entrata nella stanza (uguale anche per pubblico), in una modalità che ricorda molto la figura del mago buffone, indossando un finto abito elegante ed alcuni accessori, una catena, una maschera, un guanto da cucina che poi, quando raggiunge la scena, abbandona per poi riprenderli più tardi ognuno nel momento giusto. L’attore inizialmente attraverso una specie di preambolo spiega l’evoluzione della civiltà e dell’utilizzo della luce, poi, comincia a raccontare la storia vera e propria nelle vesti di narratore, che manterrà sempre, tranne piccoli momenti in cui si calerà di volta in volta nel ruolo specifico. Durante il racconto il riferimento ai diversi protagonisti avviene attraverso uno spostamento fisico dell’attore che parlando di quel personaggio ne occuperà lo spazio a lui riservato.
E' tutto un gioco di movimenti organizzati da una scelta registica ben studiata e precisa. Merito quindi alla originale scelta di messinscena che ha comportato un’altrettanta interpretazione attoriale all’altezza della situazione. L’attore mostra una sicurezza quasi sfacciata in piena concordanza con suoni, oggetti e musica restituendo un assicurato effetto comico. Un mattatore frenetico e tanto abile da, paradossalmente, perdere a tratti una certa spontaneità di atteggiamento a scapito di un rapporto più diretto coi bambini. Il mito risulta chiaro e semplice eppure la resa scenografica è interessante. La scena viene inquadrata lateralmente dai due pilastri laterali di un tempio greco che supportano il triangolo finale del tetto. Altri elementi sono alcuni capitellini che reggono delle lampade (ad olio, a benzina, ed elettrica) ed un mini palchetto al centro della scena ‘pulpito’ di Zeus, re degli dei. Il ritmo fa da padrone grazie soprattutto all’uso dei suoni che stabiliscono una stretta relazione con l’attore-personaggio, un gioco che percorre tutta la vicenda.
La resa scenica e descrittiva dei personaggi è stata molto infantilizzata attraverso anche il ricorso a richiami moderni molto significativi e conosciuti dai più piccoli: la ‘musichina’ della Pantera Rosa attira l’attenzione e riporta subito alla camminata tipica e buffa del fantasioso animale caratterizzando immediatamente il momento di suspance della storia mitica e cioè quando Prometeo sta per rubare il fuoco. Probabilmente si ricorre molto alla resa macchiettistica dei diversi personaggi per favorire un rapido riconoscimento da parte dello spettatore.
In generale l’impressione è stata quella di una rappresentazione non strettamente diretta al bambino ma piacevolmente rivolta anche ai genitori che ridevano molto più dei loro figli e che a fine spettacolo hanno positivamente commentato. Viene quasi da pensare che lo spettacolo riportasse il genitore ad essere bambino, potendo, da una parte, in condizione di adulto apprezzare tante sottigliezze e parole, e dall’altra, sorridere di fronte ad un racconto mito-fantastico tradotto da questa messinscena.

. SENZA PAURA – LA STORIA DI SAN FRANCESCO RACCONTATA AI PICCOLI

Un grande palcoscenico completamente allestito e curato nei dettagli ha riprodotto la storia della vita di San Francesco, i suoi insegnamenti, la sua povertà, il suo coraggio. La messinscena è della compagnia “Teatro Prova” di Bergamo che ha fornito una interpretazione del Santo come ideale maestro dei piccoli.
L’attore ha fatto trapelare, consapevolmente o no, una forte simpatia nei confronti dei bambini e con convinzione ha saputo raccontare la storia dell’ ‘amico’ Francesco trasportando tutti noi da una sponda all’altra del fiume che separa il mondo dell’incredulità, della paura e del disprezzo, da quello della fede, del coraggio e dell’amore per l’intera umanità. L’attore ci racconta la vita di San Francesco utilizzando varie modalità di espressione: giochi con le piume, con l’acqua, con la terra, con piccoli strumenti che riproducono il verso degli animali, con proiezioni di ombre come quella mostruosa che riproduce le sembianze del lupo.
La scenografia è costituita da tende che fanno da soffitto e da sfondo, cuscini per terra, un accampamento povero ma ricco di oggetti semplici: ciotole, secchi, sedie, e appendigli artigianali vari…L’attore non è solo in scena ma è in compagnia di un musicista, un fisarmonicista ,ed una bambina che seduta sopra cuscini a terra legge dei pensieri che mettono in relazione la vita dei bambini (le loro paure, il rapporto con i genitori,…)con la storia di san Francesco. Perché, ad esempio, “S. Francesco non aveva paura!”. Il finale è la rivelazione del miracolo, dei misteri della fede, uno stormo di allodole, che vola incredibilmente nella notte proprio sopra una chiesa, il luogo della morte di S. Francesco. La scena finale sarà la totale ascensione alla fede attraverso la vestizione dell’attore che indosserà ali di angelo e paternamente accoglierà la bambina sotto la sua protezione.

FARFALLE

Farfalle è uno spettacolo che è dimostrazione di quante, quali e inaspettate possano essere le possibilità di mettere in contatto i bambini con la natura. Lo scopo che la compagnia “TPO” di Prato ha in mente è di descrivere la vita della farfalla, dalla semplicità e la fragilità dell’uovo-bozzolo alla vivacità e cromaticità delle variopinte ali delle farfalle. La tecnologia inaspettatamente è riuscita a cogliere la sensibilità, la delicatezza e la bellezza di un animale indifeso come la farfalla.
Grazie a tutto l’apparato scenico è stata data ai bambini l’illusione di assistere e partecipare al nascere della vita della farfalla venendo immersi nel suo mondo attraverso la creazione di una stretta interrelazione tra tecnologia e bambino che consente a sua volta l‘instaurazione di un nuovo tipo di rapporto macchina-natura, un avvicinamento di due poli opposti a favore di una graduale umanizzazione della prima nei confronti della seconda. La sala del TeatrOreno è stata tutta completamente allestita con materiali ingombranti e sofisticati che all’apparenza possono sembrare semplici impalcature costituite da tele leggere. Il luogo scenico era costituito da due rampe una di fronte all’altra (somiglianti a quelle da skate-board) separate da un finto tappeto di velo bianco su cui si muovevano i due attori-ballerini e i bambini di volta in volta chiamati in causa.
Tanta era la curiosità di partecipare ed infatti nessun bambino si è tirato indietro collaborando al gioco. Un gioco strettamente collegato al movimento, all’essere il più possibile vicino alla leggiadra danza della farfalla. Il finale è tutto lasciato al piacere visivo del trionfo dei colori in movimento.

MAMMA DI TERRA

Di nuovo la natura fa da protagonista ma in una veste opposta a quella di una realizzazione attraverso la tecnologica di Farfalle. Questo spettacolo della Compagnia “Il Melarancio” ci riconduce all’origine dell’umanità, alla preistoria, alle prime scoperte da parte dell’uomo dei doni che la natura offre. Ad una prima occhiata la realizzazione scenica stupisce subito per la sua suggestività e accoglienza. Un enorme gonfiabile rappresenta una caverna primitiva con vari disegni che riproducono le incisioni interne alle grotte. Il pubblico viene accolto ed i più fortunati (i bambini avanti a tutti) riescono ad entrare e fatti sedere all’interno della caverna lungo le pareti mentre il resto del pubblico ne rimane all’esterno. Una volta che il pubblico si è accomodato ecco che comincia il viaggio nella preistoria quando la madre terra comincia ad offrire all’uomo i suoi frutti.
Come dicevo, suggestivo è il modo in cui si manifesta la natura che viene rappresentata da una bravissima attrice che inizialmente rimane nascosta sotto un enorme lenzuolo che ricopre il pavimento, poi emergerà dal suolo mostrandosi benefica ma anche decisa nei confronti dell’uomo. Il terreno sussulta, si muove, scuote la terra, ma soprattutto dona i suoi frutti consentendo all’uomo di svilupparsi, di accrescere la propria intelligenza e di sapersi difendere dalle intemperie e di nutrirsi.
Lo scarto tra il comico ed il rituale è molto flebile, poiché giocano entrambi il loro ruolo. L’attore mette in ridicolo la propria posizione di uomo primitivo mettendo in risalto gli aspetti più buffi nel suo rapporto con la Madre terra. Tutto questo è valorizzato da un appropriato accompagnamento sonoro che valorizza i diversi momenti della metamorfosi della natura. Un albero dapprima spoglio e poi riempito dei frutti della terra, è l’albero della vita da cui tutto ha origine e da cui tutto si sviluppa. Diventerà infatti un significativo oggetto negli ultimi minuti dello spettacolo quando ormai l’uomo è cresciuto e può sedersi al tavolino a prendere il caffè e l’albero costituisce un ‘centro tavola’ un po’ abbondante!
Lucia Castellari

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