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Eolo
recensioni
COLPI DI SCENA (SECONDA PARTE)
LA SECONDA PARTE DEL REPORT


Accademia Perduta, nonostante le restrizioni dovute all'emergenza sanitaria in corso, non ha voluto rinunciare coraggiosamente al suo Festival biennale di riferimento, dedicato alle nuove generazioni: così, dal 22 al 25 Settembre, superando ostacoli e difficoltà, Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, coadiuvati dal loro meraviglioso staff, hanno imbastito un corposo festival, composto da ben 21 creazioni, che si sono svolte nei numerosi e compositi teatri di Forlì, Faenza, Bagnacavallo, Russi, per regalarle ai numerosissimi operatori giunti da tutta Italia in vista della possibilità di una programmazione che si spera essere vicina e consistente come una volta.
Abbiamo assistito a diversi debutti che dovranno essere ricalibrati dopo questo primo rapporto con il pubblico, e a primi ritorni sulle scene e ci siamo trovati davanti ad un panorama vario e interessante e, in alcuni casi, di grande qualità.
Un Festival che poi ha visto per la gioia dei nostri occhi e del nostro cuore ritornare, seppur in piccole dosi, i bambini a teatro, un piccolo passo, di grande importanza che ha segnato meravigliosamente questa edizione di “ Colpi di Scena”.

Prima di indagare con i vari altri punti di vista sugli spettacoli che sono stati visti per la prima volta, ci preme sottolineare che in molti casi la mancanza del pubblico di riferimento e la messa in scena dopo un lungo periodo di stasi, ne hanno anche condizionato in parte la resa.


PETER PAN / FACTORY- SIPARIO TOSCANA
Mettere in scena Peter Pan, il famoso personaggio dello scrittore scozzese James Matthew Barrie ,
che appare nei romanzi Peter Pan nei Giardini di Kensington (1906) e in Peter e Wendy (1911) è sempre stata per le compagnie che vi si sono avventurate una grande scommessa, data l'estrema visionarietà in cui si muovono i due romanzi.
Peter Pan è infatti un bambino in grado di volare e che si rifiuta di crescere, trascorrendo un'avventurosa infanzia senza fine prima nei Giardini di Kensington poi, nella seconda e più nota avventura, sull'Isola che non c'è, uno spazio senza confini fisici e temporali dove ci conduce l'amica reale Wendy che ha sottratto alla sua famiglia, protetto da Campanellino, una piccola fata alata, avendo come nemico il terribile Capitan Uncino.
Tonio De Nitto regista della Compagnia leccese Factory con la collaborazione drammaturgica Riccardo Spagnulo, aiutato dai suoi collaboratori abituali, la coreografa Barbara Toma, il musicista Paolo Coletta e Davide Arsenio per le luci con le scene di Iole Cilento, il videomapping di Emanuela Candido, Andrea Carpentieri, Andrea di Tondo di Insynchlab costruisce uno spettacolo molto composito dove vari linguaggi si intersecano tra loro : teatro fisico,voci fuori campo, danza, video, immagini, musica di atmosfera.
Lo spettacolo vive e si nutre anche di un eccellente cast di attori, Fabio Tinella, un credibilissimo Peter Pan, Ilaria Carlucci, una vaporosa Wendy, Francesca di Pasquale, azzeccatissima e divertente Campanellino che sprizza gioia da ogni poro, Luca Pastore, buffo e tracotante Uncino.
Spettacolo complesso e affascinante, tutto teso ad amplificare la visionarietà dell'assunto, in cui però a nostro parere troppi sono ancora i segni in cui districarsi e che avrebbero bisogno di essere meglio armonizzati.
Dopo questa prima uscita a contatto con gli spettatori e con questo corposo e suggestivo materiale a disposizione, Tonio De Nitto dovrebbe, secondo noi, mettere mani alle forbici tagliando il superfluo, aggiungendo le parole necessarie ai suoi personaggi, affondandole nel petto palpitante di ciò che vuole trasmettere al suo pubblico di riferimento e che per ora, pur comprendendone i reali contorni, ci pare affollato di troppi significati.

MOBY DICK / NICCOLINI D'ELIA - ARCA AZZURRA
Luigi D'Elia e Francesco Niccolini dopo aver frequentato insieme, con grande perizia e fervide suggestioni, attraverso l'arte del raccontare, in un lungo cammino teatrale, percorsi che si snodano tra alberi, foreste, riserve naturali, praterie popolate da lupi, affrontano come interprete e autore uno dei libri più complessi della letteratura moderna.
Impresa Titanica quella di raccontare in poco più di un'ora Moby Dick dello scrittore americano Hermann Melville, uno dei romanzi più colmi di avventure dell'Ottocento, ma denso di una complessità che rimanda alle fondamentali domande che percorrono la nostra esistenza riguardo al nostro stare al mondo, alla lotta tra il bene e il male, all'ineluttabilità del destino.
Con la regia Emanuele Gamba e le musiche originali di Giorgio Albiani, D'Elia e Niccolini
affrontano senza reticenze di sorta, complice un'unica struttura punteggiata da simboli, che rimanda sia allo scheletro di una grande nave, sia di una balena, la molteplice complessità del romanzo che vede al centro della vicenda la lotta epica del capitano della baleniera Pequod, Achab, contro la balena bianca Moby Dick, vera impersonificazione ai suoi occhi del male, che egli insegue e persegue fino alla catastrofe . Una lotta che ha come narratore il mozzo Ismaele, l'unico a non morire nell'epico scontro e dunque a poter raccontare tutto.
Attraverso gli occhi del mozzo, ma non solo dei suoi, nella scrittura di Niccolini conosciamo anche il gigante polinesiano Queequeg, il primo ufficiale Starbuck che non vorrebbe seguire nella sua follia distruttrice il suo capitano, Stubb, il secondo ufficiale, Flask il terzo, i ramponieri Tashtego e Daggoo e Fedallah che profetizzerà ad Achab la morte di entrambi.
Vista l'ardua e audace scelta di D'Elia di mescolare in un unicum interpretativo narrazione ed interpretazione per inerpicarsi con estremo coraggio in un'impresa irta di oggettivi pericoli, lo spettacolo risulta chiaramente ancora in divenire, dove per ora l'indiscussa e presente abilità del narratore non riesce ancora a fondersi con l'oggettiva e diversa missione dell'interprete a tutto campo, che si muove ancora non sempre in modo convincente nei continui cambi di vista e di registro presenti nello spettacolo.
MARIO BIANCHI


LA MIA MAESTRA E’ UN TROLL/ SANDRO MABELLINI/ ACCADEMIA PERDUTA-FONTEMAGGIORE
Entusiasmante il nuovo spettacolo di Sandro Mabellini “La mia maestra è un troll” con la coproduzione di Accademia Perduta e Fontemaggiore. Sul racconto visionario di Dennis Kelly, Mabellini propone attraverso una messa in scena apparentemente surreale una storia dal ritmo serrato e travolgente che, al contempo, diverte, commuove e fa riflettere. La storia è quella di Alice e Teo, due bambini tremendi che ne combinano di tutti i colori a tal punto da far licenziare la loro insegnante. Ma i ragazzi non avevano previsto che la sostituta della maestra sarebbe stata…un Troll! Si costituisce così nella classe un regime in cui l’insegnante/Troll terrorizza allievi e professori con i suoi metodi dittatoriali e i suoi programmi scolastici a dir poco discutibili: i bambini vengono infatti schiavizzati e costretti a lavorare in una miniera d’oro sorta nel giardino della scuola e non appena vengono colti a commettere una sciocchezza o una cattiva azione vengono puniti dal Troll che stacca la testa dei malcapitati e la ingurgita. Alice e Teo scioccati dalla condotta della nuova “insegnante” cercano di ribellarsi chiedendo aiuto agli adulti: cercano di parlare con i genitori, con la polizia, con il presidente della repubblica ma inutilmente. Il mondo degli adulti non è in ascolto, troppo presi a pensare a se stessi e a mantenere la loro posizione di privilegio. Dovranno quindi trovare da soli una soluzione. Teo decide quindi di imparare il trollese: affrontare direttamente “il nemico” sembra essere l’unica possibilità di trovare un sistema per avvicinare il Troll e con tutto il coraggio che gli rimane e forti del nuovo strumento acquisito, due ragazzi si presentano alla curiosa insegnante. Un dialogo surreale quello tra il Troll e i due ragazzi che porterà le due parti a trovare un compromesso accettabile in cui il Troll smetterà di mangiare i bambini e di farli lavorare e i bambini cercheranno di fare meno sciocchezze possibili. L’adulto si rivela dunque inefficace a trovare soluzioni mentre i ragazzi trovano nell’avvicinamento al “diverso” il sistema per superare la difficoltà. Tanti i temi sottesi alla trama: dalla dittatura al lavoro minorile alla relazione con l’altro diverso da sé e per questo motivo e per la modalità con cui vengono trattati i temi ci sembrerebbe più opportuno alzare l’età dei destinatari agli 11 anni anziché proporlo dai 7 anni. Liliana Benini e Edoardo Chiabolotti con grande bravura si muovono tra narrazione e dialogo, riuscendo a tenere costante l’attenzione dello spettatore per tutta la durata dello spettacolo. Il ritmo incalzante e le atmosfere acide e psichedeliche pensate dal regista portano lo spettatore ad uno stato di euforia che cresce in modo direttamente proporzionale all’empatia per i due protagonisti fino ad arrivare a culminare in quella che sembra quasi essere la festa di fine anno in cui i due protagonisti si scatenano tra balli e mascherate che accompagnano lo spettatore fino all’uscita del teatro, ricordando gli irriducibili che rimangono in pista a festa già conclusa, mentre gli invitati se ne vanno e i padroni di casa cominciano a rimettere ordine. Bravi.




CAPOGIRO/ BEATRICE BARUFFINI/ AGNESE SCOTTI-TEATRO DELLE BRICIOLE
A nostro avviso ancora non perfettamente a fuoco il nuovo lavoro dedicato ai più piccoli di Beatrice Baruffini. “Capogiro”, prodotto dal Teatro delle Briciole, con in scena una brava Agnese Scotti che costruisce attorno ad una palla/mondo, palla/pancia, palla/uovo, un gioco di esplorazioni in una sorta di drammaturgia dell’attesa. Molti gli spunti interessanti in questo spettacolo e si intuisce il desiderio di entrare nel magmatico universo della creazione e della scoperta ma nell’insieme lo spettacolo ci sembra ancora acerbo e, soprattutto all’inizio, fatica a decollare. Sicuramente non ha aiutato la mancanza del pubblico di riferimento. Lo spettacolo, pensato sicuramente a pianta centrale, avrebbe avuto bisogno della presenza dei piccoli spettatori per poter esprimere al meglio le sue potenzialità e riteniamo che questa condizione non abbia assolutamente aiutato la fruizione degli spettatori adulti. Interessante e divertente la parte centrale che, a differenza di un inizio e un finale forse leggermente dilatati, porta con grande ritmo ed energia la palla/uovo a sfornare tante piccole palline gialle che, come piccoli pulcini seguono la madre, si perdono e poi rientrano precipitosamente nel gruppo. Un lavoro rotondo e pieno di possibilità che troviamo però abbia bisogno di essere ancora tenuto al caldo per esprimere appieno le sue potenzialità.

SONATA PER TUBI/ COMPAGNIA NANDO E MAILA
E’ bello trovare uno spettacolo di circo contemporaneo in una vetrina di teatro ragazzi. Il circo porta con sé quel riferimento al popolare che lo rende sempre fruibile ad un pubblico di tutte le età. Nando e Maila sono una famiglia circense, come il circo di una volta, in cui si cresceva e si girava con i tendoni, montando e smontando, cambiando piazze e parchi, richiamando la gente, il popolo, che con gli occhi sgranati restituiva riconoscenza per aver saputo dimostrare che potenzialmente tutti possiamo avere corpi magici e abilità straordinarie. “Sonata per tubi” è uno spettacolo, un concerto, in cui qualsiasi cosa può essere suonata. Qualsiasi oggetto, anche il più impensabile può diventare un inaspettato strumento. Con abilità straordinaria Nando e Maila suonano qualsiasi cosa con una precisione che rapisce e allo stesso tempo diverte. E poi, da una botola, completamente inaspettata, esce lei: un folletto giovane giovane che salta e piroetta. E’ Marilù la figlia dei due protagonisti che immediatamente carpisce la scena e completa il quadro familiare. E’ un continuo di giochi e acrobazie, dalle clave al diabolo, dal palo cinese all’acrobatica. Tutto passa sul palco di Nando e Maila, come accade nel finale dei fuochi d’artificio che trattieni il fiato con gli occhi puntati al cielo e la bocca spalancata sapendo che quando si sentiranno i tre botti finali si tornerà a casa portando con sé un pezzo di magia.
ROSSELLA MARCHI

“Mondo” il nuovo spettacolo di Pino Di Bello per Anfiteatro con in scena Marco Continanza si inserisce benissimo nell'incerta atmosfera che stiamo vivendo dopo il lockdown, spinto da quel febbrile e irrefrenabile tentativo di mettere in ordine le idee intorno a questo nostro strano e meraviglioso mondo e dove per fortuna ancora lo sforzo creativo è una necessità irrefrenabile che ci spinge a interrogarci sulle questioni che più ci stanno a cuore. Il rapporto tra la Natura e la nostra natura di uomini, per esempio. Di questo tratta Mondo, lo spettacolo. Ne vogliamo parlare con un occhio di riguardo in considerazione di un’operazione ambiziosa, primo capitolo di una trilogia ambientalista; un lavoro sentito, come traspare in ogni momento dello spettacolo; una vocazione civica, nel senso che nella parabola raccontata offre spunti di riflessione per l’intera collettività - adulti compresi e coinvolti. Raimondo detto Mondo è un barone rampante per niente nobile, anzi un po’ grezzo e se si vuole sempliciotto, che però ha la la nobiltà di grandi sentimenti. Due per l’esattezza: l’amore per la Natura e l’amore per Margherita. Insieme tentano di salvare il loro albero dalle ruspe. Insieme falliscono, ma riescono a piantare un seme di nuova consapevolezza nei confronti della madre terra. Una lezione che assomiglia al miglior Mancuso - migliore perché meno filosofo e più concreto - il cui rischio è però, per restare in metafora, l’inquinamento. Molte sono infatti le idee, gli spunti, le intuizioni; non da tutte si riesce a togliere una leggera patina retorica, pericolosa proprio perché il messaggio ha necessità di arrivare cristallino, senza fronzoli, senza abbellimenti che non portino dritti al punto. La regia è già capace di stupire, di coinvolgere; l’interprete è solido e regge la non facile prova di tenere da solo il palco nelle vesti di un personaggio guizzante, sopra le righe, prorompente nella sua dolce e commovente semplicità. Non serve dunque altro, l’esempio è già offerto dalla Natura: in particolare nella costruzione drammaturgica e nelle scenografie avverto l’esigenza di tendere all’essenziale, lasciar perdere rami accessori della storia. Per vocazione Mondo non è un bonsai, una pianta decorativa; magari potrebbe essere un umile cactus che pungendoci ci svegli da questo sonno e finalmente ci faccia guardare in faccia la realtà.




GIULIO BELLOTTO


ABBIAMO CHIESTO ANCORA  A GIULIO BELLOTTO CHE HA FREQUENTATO I CORSI DI ALTA FORMAZIONE DI TEATRO DI FIGURA E DELL'ATTORE NARRANTE DI DARCI ANCHE IL SUO SGUARDO SU UNIKO DELLA COMPAGNIA SPAGNOLA TEATRO PARAISO E SULLO SPETTACOLO DEL SUO MAESTRO ANTONIO ANGLISANI IL MINOTAURO

UNIKO/TEATRO PARAISO

Quando ci si incontra per la prima volta, è generalmente buona norma presentarsi; anche in scena, anche se si sta animando un pupazzo in stile muppet. In Uniko è anzi il pupazzo, un bambino di nome Paul, a presentare la sua animatrice Ainara Unanue avvertendo il pubblico che ahimè resterà lì tutto il tempo, ma di non guardarla tanto il vero spettacolo è lui. In effetti lo spettacolo Uniko della compagnia basca Teatro Paraiso si poggia moltissimo sulle esili spalle del pupazzo Paul; la sua costruzione è notevole e articolata ma l'animazione lo rende a tutti gli effetti un personaggio - se non proprio un bambino vero - pari in espressività e incisività agli attori Maite Bayon e Tomas Alonso. Certo da bambino si comporta: monopolizza la scena, diventa specchio e cassa di risonanza di quel che gli accade intorno. La scena è un salotto, costruito con intelligenza da voluminose strutture componibili in legno dalle forme geometriche che diventano ora divano ora tavolo, ora letto. Da un lato la camera di Paul, dall'altro la scuola; è l'orizzonte ristretto di una tranquilla e serena vita infantile, strutturato sul palco nel modo più classico. Paul è il re del suo mondo; solo l'arrivo di una sorellina lo spodesta. La vicenda intera ruota intorno a questa gelosia, condita da capricci ed episodi divertenti, visite della nonna, colloqui con la maestra che lamenta scarso rendimento scolastico, genitori perplessi che non sanno che pesci pigliare di fronte al comportamento indomito del figlio. Lo spettacolo è sicuramente tout public; per il numero di riferimenti alle tribolazioni e alle paradossali situazioni che madri e padri si trovano ad affrontare viene anzi quasi il sospetto che sia costruito per essere apprezzato e riconosciuto più dai senior che dai giovani spettatori; è invece notevole l'apparato di a parte che spiegano e motivano i comportamenti di Paul, facendo riferimento a rudimenti pratici di psicologia infantile, che sono ugualmente interessanti per grandi e piccini. Così come sono godibili le scene più caotiche e movimentate in stile commedia cinematografica, aiutate da un uso accorto dell'illuminotecnica e sicuramente più scorrevoli in lingua originale (lo spettacolo è interamente recitato in italiano dagli attori di lingua madre spagnola), con un leggero intento di scalfire le pruderie tra pipì a letto per ritorsione e latte materno negato. C'è un effetto comico nelle piccole tragedie infantili espresse con parole epiche o sottolineate dalle musiche di Titanic; tuttavia il momento più denso di significato dello spettacolo è sul finale, quando mamma e papà spiegano al pupazzo Paul che non deve essere geloso. Lo fanno attraverso i due peluche del figlio, dando un senso drammaturgico all'animazione a vista e generando un'immagine molto bella nel suo simbolismo: tre attori si prendono cura di una figura, capace di incantare e fingersi umana per il tempo, limitato ma incantato, di uno spettacolo a teatro.

IL MINOTAURO /ROBERTO ANGLISANI -CSS
Ho conosciuto Roberto Anglisani questa primavera. L’avevo già visto in scena e avevo apprezzato alcune sue regie (qui un mio pensiero su Il paese senza parole di Rosso Teatro), ma solo recentemente ho avuto il piacere e il privilegio di essere suo allievo nell’ambito di una formazione per attori sui linguaggi della Narrazione - iniziativa sostenuta da regione Emilia Romagna e organizzata da dinamiche realtà del territorio quali Ass. 5T e la stessa Accademia Perduta, col patrocinio di Assitej Italia. In virtù della frequentazione di questi mesi, so quanto la gestazione dello spettacolo presentato a Colpi di Scena sia stata profondamente sentita da Roberto: si tratta de Il Minotauro, testo di Gaetano Colella a partire dal'opera letteraria di Durenmatt (Il Minotauro) con alcuni riferimenti a Borges (La casa di Asterione).

Questa rivisitazione del mito del Labirinto, costretta come molte altre produzioni ad un labirintico percorso ad ostacoli dalle vicende legate al Covid, tra un debutti cancellati e l’opportunità di vedere la luce offerta dalla Biennale romagnola, si avvale della regia di Maria Maglietta con la quale Anglisani ha instaurato una collaborazione ormai decennale. Lo spettacolo è un compendio di saperi e di tecniche della Narrazione di cui Roberto - unico interprete in scena accompagnato dalle delicate transizioni di sfondi realizzati in video proiezione da Mirto Baliani - è un maestro riconosciuto, qui alle prese con alcune notevoli innovazioni.

Prima di tutto la scommessa di un racconto in versi, fedele nella forma all’ispirazione letteraria. Il passo poetico marca gli accenti della storia d’amicizia tra Icaro e Asterione, un Minotauro che si svela sì bestiale ma anche fragile e incompreso, diverso ma altèro e consapevole del suo destino, quasi votato al martirio; abbiamo sempre letto il mito del Minotauro come un apologo della feralità sconfitta dall'astuzia umana. Anglisani ce lo racconta diversamente, lasciando spiccare un'evidenza tra tutte: Asterione è il prodotto dell'uomo, del ventre di sua madre Pasifae, del Labirinto/prigione in cui vive; è umanissimo e toccante. Nel corso della narrazione l'ipnotico flusso musicale del verso si interrompe solo per restituire vivaci dialoghi. Icaro si affanna al palazzo di Minosse in cerca di Arianna per comunicarle che suo fratello è in pericolo, trova invece la balia; un personaggio marginale in cui si riversa tutta la precisione e il divertimento del narratore che con poche parole ne ha perfettamente delineati i tratti e colorata la comica figura. Ancora, in un momento poetico e per questo meritevole di attenzione e maggior peso drammaturgico nell’economia dello spettacolo, Icaro pronuncia un accorato discorso funebre per l’amico Asterione, rimasto vittima di un Teseo furioso più che eroico. Il mito si ribalta, si problematizza e si risolve su altre strade poco conosciute, ad esempio nella vulgata di Arianna che cerca di salvare il fratello senza riuscirvi. La tradizione si rinnova e rinverdisce. Da allievo, tra le cose che ho imparato da Roberto c'è il rispetto scrupoloso di un canone della Narrazione, l'utilizzo della terza persona che permette il distacco, di non farsi risucchiare dai propri personaggi per mantenere salde le redini del racconto. La sperimentazione mitica de Il Minotauro invece abbandona questa sicurezza e si lancia in un nuovo equilibrio; è infatti Icaro a raccontare l’intera storia a sua madre, in un espediente che ci restituisce il portato emozionale della storia e che comporta alcuni inevitabili funanbolismi tra le corde del ricordo e della commozione. Anglisani crea immagini vivide da parole vive; vedere un maestro all'opera è sempre uno spettacolo.
GIULIO BELLOTTO

È sempre un piacere vedere ospitate, nelle vetrine di Teatro Ragazzi, le compagnie di teatro contemporaneo che sempre più di frequente si ritagliano una finestra sull’infanzia e il giovane pubblico tanto preziosa quanto complicata da attraversare. Lo spettacolo di Fanny e Alxander, Oz, che abbiamo visto a Colpi di Scena, la Biennale di Teatro Contemporaneo per ragazzi e giovani organizzata da Accademia Perduta, è un dispositivo-gioco, intriso dell’intelligenza drammaturgica a cui Chiara Lagani ci ha abituati nel corso della sua storia teatrale e della cura del suono, dei costumi, delle scene e delle immagini da sempre cifra stilistica di Fanny & Alexander. Segno che quando il teatro di ricerca si affaccia al mondo dell’infanzia non lo fa in tono minore o per chissà quale recondito tornaconto commerciale: l’investimento visto in Oz è da grande produzione e non a caso, alle spalle dello spettacolo, ci sono due centri di produzione importanti come Accademia Perduta e Teatro delle Briciole.

Lo spettacolo ruota intorno al tema della scelta, e mette lo spettatore bambino in una posizione attiva: incalzato dallo stesso Baum, di cui Chiara Lagani ha tradotto per Einaudi I libri di Oz, e fornito di un dispositivo elettronico, può determinare a maggioranza lo sviluppo della fabula, scegliendo di far scomparire un personaggio, di prendere una strada anziché un’altra, di trasformare un bambino in una volpe. Il vortice in cui cade la piccola Dorothy nel suo viaggio fantastico, si rispecchia nello spettatore bambino coinvolto nelle scelte del voto elettronico e forse, di una prova generale della democrazia diretta. Qualche dubbio ci rimane sulla resa, soprattutto nell'ultima parte, di qualche personaggio troppo enfatizzato che andrebbe secondo noi meglio rimodulato.

Ora sta agli insegnanti utilizzare al meglio questa esperienza per ragionare sulla scelta e sulla partecipazione. Non c’è dubbio che lo spettacolo, attraverso il suo dispositivo drammaturgico, sollevi temi centrali nel contesto odierno, in cui le funzioni delle democrazie parlamentari sono in crisi mentre prevale, a tutti i livelli, la ”cultura del voto diretto” comodamente seduti sul divano. I bambini votano dalle poltrone del teatro ma si spera che questa esperienza diventi in classe un percorso di “educazione civica” in cui vengono analizzati i meccanismi della democrazia e le motivazioni delle scelte fatte “di pancia” durante lo spettacolo.

La capacità di Fanny & Alexander e di altre compagnie provenienti dal teatro contemporaneo per adulti ( Sotterraneo- Babilonia- Collettivo Cinetico,solo per citarne alcune) di smontare i meccanismi drammaturgici e metterli a disposizione di un gioco per bambini potrebbe essere preziosissima per il Teatro Ragazzi, troppo legato ancora spesso agli schemi della narrazione, e sarebbe auspicabile un maggiore confronto tra i due mondi, che purtroppo si guardano l’un l’altro ancora con troppa diffidenza.
CIRA SANTORO







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