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Eolo
stelle lontane
DONARE DANTE AI PIU'PICCOLI
SILVANO ANTONELLI E SIMONA GONELLA IMMAGINANO PER EOLO UNO SPETTACOLO A LORO DEDICATO

LA COMMEDIA DEI BAMBINI
Uno spettacolo per ragazzi su Dante
DI SILVANO ANTONELLI

Se allestire uno spettacolo per ragazzi su “Dante” è un po’ una sfida, allora che la sfida sia estrema: allestirlo per bambini dai 3 ai 7 anni.
Proposito di partenza: non fare uno spettacolo didattico, in cui cercare di spiegare ai bambini chi sia Dante. Per quello ci sono già libri e insegnanti.
Domanda: Cosa c’entra Dante coi bambini? E così piccoli, per giunta?
Possibile risposta: c’entra se si intende il teatro non come un luogo che passa messaggi ma come un’esperienza in cui si condividono delle emozioni.
E allora bisogna inoltrarsi nella poesia e nelle metafore dantesche per risalire a ciò che ci riguarda tutti. Anche i bambini.
Lo spettacolo si potrebbe intitolare “La Commedia dei Bambini” e giocare di parallelismi e assonanze con l’opera dantesca.
Innanzitutto mi metterei d’accordo con alcune sezioni di scuola dell’infanzia e alcune classi di scuola primaria per fare dei laboratori in cui giocare, coi bambini, a capire chi, delle persone che popolano la loro vita, collocherebbero all’inferno, in purgatorio e in paradiso.
Magari senza chiamarli con questi nomi. Il limbo lo terrei da parte. Potrebbe servire per il finale. Per lasciare la soluzione nell’indistinto, piena di possibilità.
Questo per raccogliere suggestioni intorno al senso e cercare di capire quali possono essere gli elementi e gli oggetti scenici che innescano l’azione.
Gli oggetti, in teatro, penso debbano trasfigurarsi dal compito di descrivere a quello di evocare. Non più oggetti o scenografie ma “totem”.
Ce ne potrebbe essere anche solo uno: una scala a centro scena, ad esempio. Una specie di piccola scala a chiocciola “celibe”, che ti riporta sempre da dove sei partito.
Magari è la scala che scende in cantina. Quella in cui un bambino è sceso, per andare a prendere una cosa. Per darsi coraggio si è fatto accompagnare dal suo pupazzo preferito. Come un piccolo Virgilio.
Ma la scala diventa infinita, diventa una vertigine che porta a incontrare paure, desideri, piccoli tormenti. In un viaggio iniziatico, di formazione. Fino a rivedere le stelle.
Ma siccome non mi piace mettere bambini in scena potrebbero essere il padre e la madre, preoccupati perché il figlio non torna dell’essere andato in cantina, ad andare a cercarlo.
E trovare il Pupazzetto-Virgilio ed essere loro a fare il viaggio tra le fantasie del bambino.
Attraversando quella sua “Commedia” interiore che non avrebbero mai immaginato scendesse e salisse così tanti gradini.
SILVANO ANTONELLI

IN DANTE'S FOOTSTEPS
SIMONA GONELLA
Se immagino Dante per un pubblico giovane, lo immagino per i piccoli, diciamo dai 6/7 anni fino a forse gli 8/9.L’ingresso all’Inferno, la guida di Virgilio sono, di fatto, gli elementi di un viaggio fantastico ed iniziatico attraverso prove, successi, imprevisti.
Dante e il bambino possono sentirsi fratelli, la divina Commedia può essere una fiaba, i gironi stazioni immaginifiche in cui uomini e “mostri” vivono insieme una avventura senza fine – crudele – ma con una logica ferrea.
Certo si devono mettere in secondo piano o forse in altra luce alcuni dei motori classici della Commedia (la crisi dell’uomo nel mezzo del cammin di sua vita, la complicata architettura delle punizioni, il rapporto con la religione e con la complessità dei riferimenti e dei miti), ma se ne salvano alcuni fondamentali: la curiosità e la conoscenza come spinte ad affrontare le prove più dure, il rapporto con il maestro/guida, l’umanità di Dante commosso, arrabbiato, deluso, sconfitto di fronte a Ulisse, Paolo e Francesca, la funzione risolutrice di Beatrice e così via.
Sicuramente il lavoro di drammaturgia deve trovare una maggiore enfasi sul viaggio e sul potere dell’incontro con l’ignoto, con il magico, con lo straordinario, piuttosto che sullo sprofondare in un mondo di morte. E altrettanto sicuramente i linguaggi usati dovranno essere molteplici, e laddove emerga la necessità di usare parole bisognerà capire quale “lingua” usare (seppur talvolta ritengo possa essere lasciata la parola dantesca, se non per la sua comprensione per la sua forza di suono, musica, incantamento).
Penserei ad un percorso ad hoc (una fruizione non tradizionale quindi), dove i bambini incontrano una serie di stazioni di forma e dimensioni diverse e dove, guidati da Virgilio, vedono, vivono, ascoltano in piccoli gruppi episodi selezionati dei canti (dell’Inferno per la maggior parte e poi Beatrice per l’uscita).Il fulcro è costruire un viaggio simile a quello che intraprende Dante, con un arco che va dall’incontro con Virgilio, a Caronte , allo stesso Minosse (siamo in una fiaba e l’uomo nero ci vuole), Paolo e Francesca, per citare alcuni.
L’idea è quella di immergere i bambini in un mondo che è pura opera di ingegno dove vedono e affrontano parti oscure, vengono in contatto con emozioni anche forti e poi approdano da Beatrice che li riporta al loro mondo (eviterei ogni riferimento religioso), cambiati (forse), cresciuti (forse).

Non posso negare gli echi di Alice e del suo viaggio, né la forte componente onirica che vorrei sviluppare (la prima stanza è un racconto similare a Buchettino dei Sanzio? Ci “addormentiamo” e poi Virgilio ci porta nel viaggio? Beatrice ci “risveglia” e ci riporta nella quotidianità?).Un mix di linguaggi, quindi, una drammaturgia originale, uno spazio non convenzionale, una fruizione per gruppi e l’intento di attraversare la “selva oscura” come una fiaba, privilegiando l’incontro con l’immaginifico, il fantastico, l’onirico.
SIMONA GONELLA



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