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Eolo
recensioni
ALPE ADRIA PUPPET FESTIVAL
IL RESOCONTO DI MARIO BIANCHI CON UN OMAGGIO DI ALFONSO CIPOLLA


L’Adria Puppet Festival compie trent’anni. Un traguardo di tutto rispetto, anche perché il festival in questo lungo periodo non ha mai smarrito la sua fisionomia, anzi nel tempo si è venuta rafforzando in maniera così chiara - verrebbe da dire “autorevole” - da poter essere considerato un unicum nel panorama italiano del teatro di figura e non solo.

La sua linea è chiara fin dalla primissima edizione nell’ormai lontano 1992: un festival per un teatro di frontiera senza frontiere. Frontiere fisiche, essendo il “Puppet” una porta spalancata verso i Paesi dell’Est e la loro forte tradizione di teatro di figura. Frontiere artistiche per coniugare linguaggi teatrali differenti di là da rigidi schemi precostituiti.

Programmaticamente il Festival si prospetta da subito come “momento d’incontro e di studio” per crescere insieme. Così si legge nel primo dépliant. Un assunto mai tradito. Ecco allora i cartelloni a carattere monografico: da Il corpo e l’oggetto a Shakesperare e il mondo delle figure, entrambi sotto la guida del grande Edi Majaron; o la memorabile edizione sul mito con quattro versioni di Faust, tre di Don Giovanni e un tuffo trasversalissimo sui Paladini di Francia. In scena le raffinate marionette di Milan Klemenčič e quelle altrettanto straordinarie di Anton Anderle, per citare solo due nomi tra i tanti, ghiottissimi, che si potrebbero fare.

Ma il “Puppet” rimarrà nella storia (e non è un modo di dire) per i suoi progetti biennali, assolutamente trasversali, innovativi, tesi a valorizzare e quasi imporre il linguaggio del teatro delle figure nella sua accezione più ampia. Ecco allora il Beckett & Puppet (2005/06) il Music & Puppet (2007/08) e ora il Puppet & Design. Progetti internazionali che segnano svolte, che aprono orizzonti, che sanno guardare lontano, che sono iniezioni vitali di creatività e di pensiero.

Ma il “Puppet” non è solo cervello, è anche e soprattutto cuore. Antonella Caruzzi e Roberto Piaggio, anime del Festival e del CTA di Gorizia, sono un autentico punto di riferimento, con la loro intelligenza e affabilità che sa essere amicizia profonda. Sempre pronti a cogliere anche solo l’abbozzo di un sogno per renderlo possibile e fare in modo che il “Puppet” sia casa, sia luogo di accadimenti, anche quelli ritenuti i più improbabili, perché da realizzarsi una volta soltanto e poi chissà. Difficile partire dal “Puppet” senza una nuova idea in tasca, senza un’intuizione, già sapendo che nella prossima edizione un posticino di certo ci sarà.

ALFONSO CIPOLLA



Era d’obbligo per noi essere presenti dal 2 al 4 Settembre a Gorizia per onorare la trentesima edizione dell’Alpe Adria Puppet , festival portato avanti pervicacemente da Roberto Piaggio e Antonella Caruzzi del CTA tra Grado, Aquileia e Gorizia. Un festival, quello dell’Alpe Adria che ha reso massimo onore al Teatro di Figura, ospitando durante il suo lungo percorso, il meglio, non solo in campo nazionale, di questo linguaggio teatrale così fervido e intimamente innovativo. Un Festival che è stato omaggiato anche da tutta la città con le vetrine dei suoi negozi inondate da burattini, marionette e figure di ogni specie.

Testimonianza della forza che il teatro di figura possiede di questo è stata quest’anno la visione di uno spettacolo davvero entusiasmante “A universal story “dello spagnolo David Espinosa . Questa curiosissima creazione , attraverso un inventivo utilizzo da più di un centinaio di oggetti di diversa natura e dimensione, trasfigurati spesso dal gioco delle ombre, su un piccolo tavolo compie un autentico viaggio nella storia dell’umanità, dalla creazione del mondo sino ad oggi . Il tavolo diventa un meraviglioso palcoscenico dove si snodano in modo mai didascalico , accompagnati da una colonna sonora pertinente, mai ovvia o banalmente illustratrice, una serie di quadri che rimandano alla storia dell’uomo , sempre in chiave anti imperialista, imbevuti di forte sarcasmo , dove il potere e la religione vengono sbeffeggiati in modo grottescamente inventivo in un continuo riverbero di significati.
Dalla creazione ai dinosauri , dalla storia dell’Impero romano passando per un’ incursione negli imperi dell’estremo Oriente sino a Fidel Castro, assistiamo senza un attimo di sosta nel continuo e incessante lavoro del performer all’evolversi dell’umanità con momenti di grande intensità quando per esempio la Shohà viene riverberata con tutti i personaggi chiusi in una grande scatola con le rotelle,dentro la quale viene spruzzata una ventata di disinfettante, tanto simile alle carrozze della vergogna utilizzate per trasportare gli Ebrei nei campi di concentramento . Anche il finale è bellissimo con due bambini che fuggono dalla terra, messi su un’astronave dallo stesso E T . simbolo evidente di un mondo senza speranza. Come già detto tutta questa performance dell’artista spagnolo è pervasa da una carica beffarda e barocca tipica dell’humus iberico che ci ha veramente conquistato .

La Pandemia in corso ci ha purtroppo impedito al Festival di vedere lo storico, indimenticabile spettacolo “ Piccoli suicidi “ di Giulio Molnar affidato alla figlia Olivia e “Dal vivo “ di Philippe Lefevre.
Abbiamo invece visto con immenso piacere la mostra composta di ben 36 ritratti, eseguiti di getto in 45 giorni , dopo la somministrazione del primo vaccino durante il lockdown. , da parte del maestro veneto Gigio Brunello, che nel condurre una sua particolare visita guidata al l’esibizione ha imbastito anche un suo personale viaggio intorno allo sguardo del pittore e alle sue derivazioni . Abbiamo gustato 36 ritratti, veramente pieni di vita interna colta in divenire di personaggi che hanno colloquiato con Brunello, molti dei quali abbiamo conosciuto anche noi e di cui abbiamo inteso perfettamente l’anima nascosta.

Durante il Festival abbiamo anche visto in anteprima “Scarpe” dei padroni del CTA spettacolo ancora in via di definizione e “ Variation” del marionettista Remo De Filippo che insieme alla compagna Rhoda Lopez accompagnano Proto, una simpatica marionetta alla scoperta del mondo con tutte le sue delizie anche tecnologiche ma anche con le sue difficoltà attraverso un tappeto musicale che ne accompagna le emozioni .

Durante la giornata finale del Festival abbiamo anche assistito agli approfondimenti degli artisti che stanno lavorando intorno al progetto Puppet& Design con la presentazione del primo studio della creazione, nata per l’occasione, “Circus “, che si potrà vedere nella prossima edizione del Festival. Prima dell’esibizione Fernando Marchiori e Cristina Grazioli hanno introdotto il tema del rapporto tra Puppet e Design attraverso una cavalcata storica e semiologica molto circostanziata e ricca di fervidi riferimenti.Lo studio dello spettacolo finale progettato da Michele Sambin e Alessandro Martinello che collega la famosa collezione di oggetti Circus di Alessi al Teatro di figura, proposto dopo una serie di residenze, ha regalato al Festival tre delle 6 sezioni di cui sarà composto, dove tazze di ogni formato , ma soprattutto un cavatappi che rimandano al Circo, dialogano con un violino  animato da Jiri Jelinek , mescolando micro e Macro. Chi ben comincia è a metà dell’opera ! E ora Antonella e Roberto vogliamo altri 30 anni di queste meraviglie !
MARIO BIANCHI


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