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recensioni
CHARLEVILLE 2021/PRIMA PARTE
DALLA NOSTRA INVIATA NADIA MILANI CON UN'INTERVISTA A DUDA PAIVA

Dal 17 al 26 settembre 2021, si è svolto, come di consuetudine ogni due anni, il Festival Mondial des Théâtres de Marionnettes di Charleville – Mézières, giunto alla sua ventunesima edizione.
È molto complesso raccontare il Festival a chi non ci è mai stato, ma con questo articolo desideriamo aprire un focus “in quattro puntate” su quest’ ultima edizione, cercando di offrire uno sguardo su uno degli appuntamenti più attesi e amati del Teatro di figura Mondiale.
Charleville – Mézières è una graziosa cittadina sita a nord della Francia vicino al confine con il Belgio. È capoluogo del dipartimento delle Ardenne nella regione del Grand Est. Nasce sulle rive del fiume Mosa, conta circa 45.000 abitanti ed è patria natale di Arthur Rimbaud. A volere la prima edizione di questa Kermesse artistica, furono Les Petites Comédiens de Chiffons, compagnia francese di teatro di figura nata durante gli anni della Seconda guerra mondiale, che nel 1961 diede vita al primo evento dedicato al Teatro di Figura ospitando per tre giorni il primo festival francese: se inizialmente il Festival non aveva una cadenza ben specifica, nel 1976 divenne un appuntamento triennale per poi arrivare a svolgersi, a partire dal 2009, ogni due anni. Grazie all’enorme successo ottenuto tra gli appassionati e gli operatori di teatro di figura, Charleville diviene ben presto punto di riferimento per questa particolare forma d’arte, e ogni due anni si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto alternandosi tra gli spettacoli della sezione IN che si svolgono in oltre 20 sale, (la maggior parte delle quali allestite completamente per l’occasione: dal palcoscenico, ai ring per gli appendimenti, dalle quadrature nere alle gradinate per il pubblico), gli spettacoli Off en Salle presso alcuni centri cittadini tra cui Ma Boheme e la Médiathèque e gli spettacoli Off de Rue dislocati in ogni angolo della città, in cortili, piazze, locali fino alla grande piazza Ducale, il centro della città, che quest’anno era allestita come se fosse un piccolo Luna Park fatto di creature fantastiche, sedie volanti e caroselli d’altri tempi. Gli spettacoli inseriti nei programmi “ufficiali” sono poi affiancati dalle numerose presenze all’interno degli spazi autogestiti da collettivi artistici locali organizzati in Chapiteu e piccole arene all’aperto, tra cui citiamo il Panique Au Parc, incentrato principalmente su una proposta di Teatro d’Oggetti, Il Touche du Bois spazio storico che offre un’ampia programmazione Off e il Tadam nei pressi del Camping du Mont Olympe che durante il festival ospita molti visitatori a prezzi davvero accessibili. Il programma di spettacoli si arricchisce inoltre con mostre, installazioni, conferenze, incontri, e occasioni di festa. Ogni edizione ospita così circa 250 compagnie provenienti da tutto il mondo, che si riuniscono per presentare il proprio lavoro a più di 150.000 visitatori, numero tre volte superiore alla popolazione locale. L’intera città diviene comunità ospitante, ogni vetrina di negozio, dalla farmacia all’ottico, dalla libreria alla pasticceria accoglie pupazzi, marionette, burattini, l’intero centro storico per dieci giorni si chiude al traffico, ogni locale pubblico offre un menù ideato appositamente per il festival con un prezzo convenzionato. Il centro nevralgico dell’evento e punto di ritrovo tra artisti, compagnie e avventori è il “VILLAGE” dove si trova la biglietteria, il punto informazioni, il bar del festival e dove ogni sera si tengono concerti, eventi e dj set. La creazione del Festival ha avuto un grande impatto sulla vita culturale della città di Charleville-Mézières: nel 1980, l'ideatore e presidente del Festival, Jacques Félix, diviene Segretario Generale dell'Union Internationale de la Marionnette (UNIMA), la cui sede si trasferisce a Charleville-Mézières lo stesso anno. Nel 1981 viene creato l'Istituto Internazionale del Teatro di Figura, luogo permanente per le Arti del Teatro di Figura. Poi, nel 1987, ha aperto i battenti École Nationale Supérieure des Arts de la Marionnette (ESNAM) che ogni tre anni accoglie quindici studenti selezionati, provenienti da tutto il mondo. Inoltre, nel 1991 avviene l'inaugurazione di un gigantesco automa "Il Grande Burattinaio", un orologio alto dieci metri incastonato in un muro che affaccia su piazza Winston Churchill, che ogni ora, dalle 10.00 alle 21.00, apre il suo sipario e offre ai passanti, dodici brevi scene rappresentate con marionette a filo, raccontando la storia medioevale dei Quattro figli di Aymon. Tutto ciò ha fatto diventare Charleville-Mézières la “capitale mondiale delle arti della marionetta”.

L’edizione 2021, si è svolta dal 17 al 26 settembre ed è stata molto fortunata in quanto benedetta dal sole e da un cielo a tratti nuvoloso ma senza pioggia. Le sale sempre sold, già al 100% della loro capienza ci proiettano in quel passato che ci manca e in quel futuro a cui auspichiamo. La vicinanza con l’altro all’inizio ci lascia perplessi, poi, con il passare dei giorni, torniamo a sentire il piacere della vicinanza e della condivisione di uno sguardo comune. Nonostante questo, però, a causa però della situazione pandemica mondiale, quest’anno la maggior parte degli spettacoli è stata di origine europea, con una netta predominanza francese.
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L’ITALIA AL FESTIVAL:

La presenza italiana si è riconfermata con Teatro Gioco Vita che da anni presenzia al Festival e che quest’anno ha presentato in lingua francese lo spettacolo “Sonia e Alfredo - un posto dove stare”, dall’opera di Catherine Pineur per la regia di Fabrizio Montecchi che è anche parte del corpo docenti di Teatro d’ombre dell’ESNAM. Lo spettacolo racconta di una ricerca di un luogo in cui stare, di un incontro, del sentirsi nuovamente a casa, del ripetersi di piccole routine che riempiono le amicizie di significati e di calore, del coraggio di affrontare esperienze sconosciute per il bene di qualcun altro, della necessità di tornare da dove siamo fuggiti per comprendere fino in fondo i motivi della nostra fuga, il tutto con la solita maestria condita dalla sapiente artigianalità delle sagome di Nicoletta Garioni, aiutata in questa occasione da Federica Ferrari e delle luci di Anna Adorno.

Inoltre, abbiamo avuto il piacere di assistere nella sezione Off de Rue, a due spettacoli di due giovani compagnie italiane figlie del corso Animateria 2020: il primo è “Questi pochi centimetri di terra” presentato in forma di studio dalla compagnia Consorzio Balsamico per la regia di Virginia Franchi, la drammaturgia di Giada Borgatti e la collaborazione artistica di Silvia Cristofori. Lo spettacolo pone il suo centro in quella che viene chiamata “Sindrome della rassegnazione” una patologia riscontrata in Svezia a partire dai primi anni 2000 in bambini, bambine e adolescenti, provenienti da famiglie rifugiate, in attesa di asilo politico e cittadinanza: ci sono bambini che dormono, non per ore, ma per settimane, per mesi. Qualcuno per due anni di fila. Senza svegliarsi, mai. Bambini camminatori a seguito di famiglie in fuga dalla propria terra d’origine, appese all’incertezza del permesso di soggiorno che ad un certo punto si addormentano e non si risvegliano. Di contro, le madri li assistono incessantemente, non riescono a prendere sonno per paura che i figli possano risvegliarsi senza trovarle vigili al loro fianco. In scena una pedana circolare ricoperta di terra che gira su sé stessa, e un lettino su cui viene adagiato il corpicino dormiente di Talea, una marionetta bambina che, come una matrioska, contiene in sé stessa, Humus, la sua anima vigile e curiosa che si incarna in una seconda marionetta che prende vita tra le mani di Alessandra Stefanini ed Eva Miškovičová, attrici e costruttrici delle figure presenti in scena e che si fanno animatrici, corp-castelet, personaggi. Lo studio è caratterizzato da una drammaturgia dichiaratamente in itinere e da un’estetica straordinaria ed essenziale, che si compone di terra, di gesso, di legno e ferro, elementi primari che regalano al lavoro una composizione d’immagine di grande poesia. Speriamo che questo primo seme interrato con così tanta cura, dia presto i frutti maturi nella sua forma completa e definitiva.

Il secondo spettacolo a cui abbiamo avuto piacere di assistere è “Area 52” di e con Emanuela Belmonte che si avvale dell’aiuto registico di Valeria Sacco e Emanuela Avallone. È un lavoro di tutt’altra natura rispetto al precedente ed è stato concepito in diverse forme e verisoni per adattarsi allo spazio in cui viene replicato. Noi abbiamo assistito alla versione “da strada”.
La semplice narrazione è giocata con perizia da Emanuela, clown, animatrice e musicista che ottiene un grande impatto sul pubblico presente, composto per l’occasione da bambine, bambini e adulti. Emanuela impersonifica una scienziata americana che si trova di fronte ad un oggetto non identificato, probabilmente di origine aliena che è caduto nottetempo dal cielo. La scienziata ha il compito di esaminarlo con sofisticatissime apparecchiature della NASO, nel tentativo di decifrare un possibile messaggio di popolazioni extraterrestri. Lo spettacolo si articola tra numeri di giocoleria, animazione di oggetti, di un buffo puppet alieno e musica dal vivo che si avvale del sapiente utilizzo della loop station e si compone di suoni al theremin, strumento magico per eccellenza, clarinetto e voce. Assistiamo, così, ad una pièce teatrale divertente e leggera capace di far sorridere e, sul finale, anche di intenerire.

Altre presenze italiane nella sezione Off, sono state il Sig Formicola, con le sue bellissime e colorate marionette a filo che costruisce e manovra lui stesso con grande perizia e Michela Aiello della compagnia “Cappello Rosso” con lo spettacolo “Prayer for quite”, una pièce delicata ed elegante, che è stata replicata sul sagrato della chiesa di Saint-Remì, sotto un tiepido sole mentre il pubblico stava in religioso silenzio, lo stesso richiesto dallo spettacolo che ed è una preghiera alla calma, alla lentezza dei movimenti, alla fragilità di una bambola di carta di riso. Ed è anche un omaggio al danzatore di butoh Kazuo Ono.

Infine, desideriamo citare Matteo Spiazzi, regista veronese che lavora molto nei paesi dell’Est e che ha presenziato al Festival con il suo “Pinocchio”, spettacolo di teatro d’oggetti e burattini a mano nuda, interpretato da Miha Bezeljak Speech. Lo spettacolo prodotto dal Maribor Puppet Theatre, si focalizza principalmente sul tema dell’errore, come afferma lo stesso Matteo: “viviamo in una società che demonizza il concetto stesso di errore, di fallimento, del cadere. Pinocchio però ha bisogno di sbagliare più e più volte prima di diventare un bambino vero. Nel nostro spettacolo, ogni volta che il nostro protagonista sbaglia, esso cambia: da semplice pezzo di legno squadrato assume forme sempre più definite e complesse. L’interprete stesso può sbagliare durante la performance, ma è questo ciò che permette alla rappresentazione di progredire.” Nel 2020 Pinocchio ha vinto il premio come miglior spettacolo al Festival PIF di Zagabria.
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Sempre presente ed immancabile la rappresentanza di UNIMA ITALIA che durante i giorni di festival, ha preso parte ad incontri, convegni e confronti. In una di queste occasioni, è stato presentato il progetto ANIMATAZINE di Alessandra Amilcarelli e Valeria Sacco, la prima fanzine dedicata al teatro animato, cartacea e digitale, trilingue (FR IT EN), totalmente indipendente che prevede l'uscita di 5 numeri, un numero zero di presentazione e 4 numeri ognuno dedicato ad un elemento naturale: acqua, terra, aria e fuoco. È un progetto ambizioso e molto curato. Il numeo zero è già on line. La fanzine esplora il teatro animato nelle sue ramificazioni più vitali, intense e poetiche in connessione con le arti e il pensiero contemporaneo, accogliendo artisti e ricercatori da tutto il mondo, desiderando fortemente, essere una piattaforma di ricerca e confronto.splora il teatro animato nelle

Degli oltre duecento spettacoli internazionali, la nostra selezione si è concentrata su 30 spettacoli tra IN e OFF. Di seguito, i nostri pensieri in merito agli spettacoli che consideriamo maggiormente degni di nota che sviluppremo attraverso diverse puntate qui su Eolo sino a Natale

FOCUS SU UN ARTISTA INTERNAZIONALE:
Duda Paiva e il suo spettacolo Bruce Marie


BRUCE MARIE – DUDA PAIVA COMPANY - AMSTERDAM
Ideazione, regia e performance: Duda Paiva / Regia finale: Neville Tranter / Assistente alla regia: Josje Eikenboom / Drammaturgia: Kim Kooiman / Cantautore: Flip Noorman / Sound design: Wilco Alkema Luci: Mark Verhoef / Scene e costumi: Tessa Verbei

Il nuovo solo di Duda Paiva, è un piccolo capolavoro di ironia e intelligenza. È uno spettacolo maturo, che aderisce perfettamente al mirabolante percorso artistico dell’artista brasiliano-olandese. In Bruce Marie incontriamo una grande maestria, che non ci incanta solamente a passi di danza, ma si mette in gioco in modi altri, in ricerca di nuove possibilità, ogni tanto volteggiante sopra le righe ma sempre in perfetta sintonia con il personaggio, creando uno spettacolo che solo un artista del calibro di Duda Paiva può concedersi. Il suo talento raggiunge picchi esplosivi, la perfezione tecnica di manipolazione delle sue creature (che lui stesso scolpisce), unite alla sua capacità attorale, lo rendono un artista più unico che raro. La “regia finale” dello spettacolo, così viene definita nei crediti, si avvale dell’aiuto di un altro gigante del teatro di figura mondiale: Neville Tranter, di cui si riconoscono i tratti e gli sguardi. Con Bruce Marie, Paiva, insieme alla drammaturga Kim Kooiman, si tuffa nel transumanesimo, che non aspira a una vita eterna ma ad una vita senza restrizioni: se ti fosse permesso di progettare un corpo completamente nuovo per te stesso? Questo corpo potrebbe essere ancora umano?  Bruce Marie è un personaggio dalla doppia personalità, un drag queen, è donna e uomo, è uomo con un corpo che non desidera, è contemporaneamente dotato di pulsante sensibilità e devastante cinismo, è passionale e razionale in egual misura, si afferma e si nega continuamente e Paiva passa da un ruolo all'altro con un virtuosismo strabiliante, modificando il timbro della voce, l’interpretazione gestuale e la fisicità del suo unico corpo. Bruce Marie è l’addetto alle pulizie di un laboratorio di ricerche scientifiche che mirano al miglioramento delle condizioni di vita umane attraverso l’artificio, attraverso la sostituzione di parti del corpo indesiderate, inutilizzate, deteriorate, con altre parti umane o, forse, animali. In scena ci sono dei cubi sospesi dentro cui pulsano i cervelli di personaggi appartenuti alla nostra storia musicale, politica, culturale perché il cervello, è l’unica parte insostituibile di un corpo umano. E conservandone il cervello, ogni essere umano si può riportare in vita sotto altra o stessa forma. Siamo quindi al centro delle sfide della civiltà contemporanea. Lo spettacolo è ispirato a una realtà inarrestabile, alla lotta per sopravvivere in tempi incerti, si interroga sul deterioramento e sulla vulnerabilità in questo mondo in cui tutto sembra influenzabile, fugace e caduco. E in questa straordinaria prova attorale dell’artista, le personalità si raddoppiano ulteriormente nell’incontro con Muffin, una scimmia sulla quale è stata ampiamente sperimentata la funzione del chip, innestato nel suo cranio. Il chip programma le sue azioni e reazioni, così come i suoi talenti, le fa male al tatto, ma gli scienziati le hanno assicurato che alla fine, sarà in grado di cantare in una band. E lei è felice, perché ha sempre sognato di cantare in una band. Nel dialogo tra Bruce Marie e Muffin ritroviamo tutta la poetica di Duda Paiva, l’attenzione per i micromovimenti, i respiri, le azioni, la tenerezza, la relazione che nasce imperiosa tra l’animatore e l’animato. Finchè non entra in scena Dioginis, un cane che sembra essere capace di vivere nella sola realtà virtuale, in un mondo 3D digitale e allora il dialogo si fa addirittura in quattro. Ed è così, che tra dialoghi taglienti, canzoni da Musical scritte appositamente da Flip Noorman, coreografie misurate, animazioni extra-ordinarie nel loro essere straordinarie ed un finale mirabolante, Duda Paiva mostra tutte le sfaccettature del suo talento senza pari, conducendoci all’interno di una riflessione intelligente e attualissima, senza darci risposte, ma chiedendoci, acutamente, di farci delle domande.


ABBIAMO INTERVISTATO DUDA PAIVA PER APPROFONDIRE IL SUO SPETTACOLO E IN GENERALE LA SUA ARTE

Come è nato il tuo ultimo spettacolo?
Il mio ultimo spettacolo, Bruce Marie, è una riconnessione a ciò che riconosco come radici, a ciò che mi tiene al caldo: l'umorismo e l'ambiguità che le sculture in foam mi forniscono. La Foam (spugna, di cui sono fatti i miei puppets) non è altro che un conduttore di energia, tra me e il pubblico, tra il pubblico e me. Le mie sculture sono uno scudo, fisico e metaforico. La connessione con il pioniere Neville Tranter, che è stato regista finale dello spettacolo, è stato un aspetto essenziale. Nevil e la passione che ha per questa forma d'arte sono, per me, vera fonte di ispirazione. È una sorta di contagio a cui sono felice di essere esposto.

Chi è Bruce Marie?
Bruce Marie è qualcuno o qualcosa che rivela gli strati del sé interiore. È uomo e donna, il bene e il male, il fuoco e l'acqua, la compassione e l'odio. È tre in uno, proprio come un balsamo per capelli o un prodotto per la pulizia. Tutto in un unico corpo. Bruce Marie fa parte di un fenomeno tecnologico non stop: il transumanesimo.

Preferisci Muffin or Dioginis?
Non faccio differenze tra le mie creature… Bugia!
Bene, lo spettacolo si basa sui personaggi di Muffin, la scimmia da laboratorio e Dioginis il cane da laboratorio. Ma la drammaturgia, svolge un filo rosso che svela un accattivante e tuttavia complesso mondo della scimmia con un chip impiantato nel suo cervello… con un trapano, elettrico!!!

Come lavori con il tuo o la tua drammaturga?
Più lavoro con diversi drammaturghi, più provo rispetto per la “specie” dei puppets. Essi sono uno strumento teatrale che non è ancora stato completamente sperimentato, non fino al midollo. Io li vedo come strumenti poetici pieni di risorse, che esaltano i miei orizzonti intellettuali e sfidano le mie emozioni. Pertanto, richiedono un preciso equilibrio nelle parole, che sfida lo scrittore più talentuoso. Un puppet è limitato nel suo completamento fisico e privo di ego nella sua concezione.

C’è un incontro professionale che ha cambiato la tua vita?
Ogni singolo incontro, cambia la mia vita.

Hai un sogno nel cassetto?
Assolutamente. Il mio sogno più grande è quello di essere in grado di ispirare la nuova generazione di artisti, fornendo loro una metodologia che migliori la consapevolezza e il mantenimento fisico del marionettista che usa il suo corpo. C’è chi trova il proprio relax nel silenzio dopo essersi eclissato dall’ “altro” (il puppet) e chi invece è in grado di ridisegnarsi da sé e applaudire l'alter ego, senza rimorsi.

Cosa desideri e ci auguri per la rinascita del teatro dopo la pandemia?
La scena culturale mondiale è stata di gran lunga la più colpita durante il periodo di lockdown, e la realtà della performig arts è ancora più drammatica di quanto possa sembrare. Ci stiamo riprendendo più lentamente del previsto, il pubblico è più cauto nel tornare nei teatri e il riverbero emotivo, l'ansia, la perdita di opportunità di lavoro, la perdita di reddito ecc ecc, hanno causato svolte senza precedenti nelle nostre vite, fisicamente ed emotivamente. Siamo stati i primi a chiudere le nostre porte e gli ultimi a riaprirle. La cosa che desidero è semplicemente essere in grado di sentire le persone ridere, starnutire e tossire di nuovo, condividere tutti i batteri e i virus che eravamo soliti condividere ed essere in grado di conviverci. Ma questo, per ora, è solo un desiderio pieno di speranza!
NADIA MILANI ( FINE DELLA PRIMA PARTE)
 


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